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19 gennaio 2014

CGIL, CISL, UIL: LA TASSA INFINITA


Sindacati confederali, la tassa infinita sulle nostre vite


Gli ingenti proventi derivanti dalle quote di assistenza contrattuale, che pagano dalla busta anche i non tesserati

Lo scandaloso accordo sulla rappresentanza


Le condizioni di miglior favore in Unicoop Firenze




Ipotizziamo di essere un lavoratore dipendente e di lavorare in una Coop, come Unicoop Firenze.

IL MERAVIGLIOSO MONDO COOP
Realtà come queste sono da sempre fortemente correlate da relazioni politico-sindacali che poi si traducono in varie forme di applicazione. La Coop può ricorrere ai vantaggi di un legame storico con il partito di riferimento, l'ex Pci e le sue successive declinazioni, con ricadute pro domo sua sia a livello nazionale che territoriale. Può avere buone relazioni sindacali con l'organizzazione di maggior peso, Filcams-Cgil, anch'essa legata storicamente a quel mondo.

DOVE IL DIPENDENTE COOP APPRENDE CHE TUTTO NON E' COSI' MERAVIGLIOSO
Da una situazione così descritta, il dipendente Coop da cui siamo partiti parrebbe poter ricavare apparentemente dei vantaggi. In realtà questo tipo di relazioni incestuose, producono mostri. La concertazione, che pur con i suoi limiti è il sistema con cui sono state esercitate le relazioni sindacali nel Paese negli ultimi 40 anni, in queste circostanze diventa nei fatti consociativismo, con grave vulnus agli interessi e alla libertà di espressione dei dipendenti. In buona sostanza le organizzazioni sindacali diventano la longa manus aziendale e con molta difficoltà si potrà ricavare spazi di autentica democrazia e tutela. La nostra storia di dipendenti coop che ha motivato l'esigenza di questo blog e in seguito ha portato alla ricerca di un'alternativa sindacale sta a dimostrarlo.

CGIL, CISL, UIL E LE 'CONDIZIONI DI MIGLIOR FAVORE' IN
UNICOOP
Gli esempi a sostegno della tesi appena descritta sono molti. Ne scegliamo uno tra tanti, sufficientemente sintomatico. A tutt'oggi per ragioni complesse da descrivere, ma sostanzialmente legate alla presenza in Unicoop di un nuovo soggetto sindacale, non siamo venuti a conoscenza dell'accordo azienda-sindacati sulle Rsu (ne abbiamo scritto qui). L'accordo stabilisce tutta una serie di condizioni, tra cui il numero per unità produttiva di delegati Rsu e Rls e molto altro. Sebbene le elezioni si siano svolte quasi un anno fa, l'accordo è custodito gelosamente e non è dato di sapere cosa le parti abbiano concordato. Per l'esempio di cui scriviamo all'inizio del capoverso dovremo quindi accontentarci di quello che c'era scritto nel precedente accordo, in cui vennero concesse alle organizzazioni sindacali condizioni di miglior favore rispetto al contratto nazionale che prevede circa 12.000 ore (titolo V art. 21 punto 3). Invece Unicoop concesse 35.320 ore di permesso retribuito per un massimo di 198 delegati. E in aggiunta vennero anche concesse alle OO.SS. regionali ulteriori 5.400 ore annue, ugualmente distribuite, che esse potranno destinare ai delegati preventivamente indicati. E' naturale domandarsi perché un'azienda debba essere così generosa con i sindacati con questo genere di particolari elargizioni, se questo comportamento non condizioni l'attività dei sindacati stessi e quali siano le eventuali contropartite.

LONTANI DA UNA VERA DEMOCRAZIA SINDACALE
Dopo anni e anni di delusioni alcuni dipendenti Unicoop hanno provato a liberarsi dal giogo sindacal-aziendale. L'abbandono della tessera Cgil in questi casi è il primo passo. Poi si cerca chi possa rappresentare al meglio e nel caso dei magazzini e di altre realtà di Unicoop è stato scelto il sindacato di base USB. Sappiamo tutti le difficoltà dei sindacati di base nell'esser riconosciuti soggetti titolati a trattare con le aziende e in Unicoop non va diversamente. A questo si aggiunge la gravità dell'accordo sulla rappresentanza  tra sindacati confederali e confindustria firmato nel maggio scorso e formalizzato pochi giorni fa. Rimandiamo ai link per i dettagli, ma è evidente una cosa. E paradossale, oltre che patentemente ingiusto, che regole fondamentali sulla democrazia di rappresentanza sindacale vengano scritte dalle parti interessate a mantenere borbonici privilegi, anziché trovare la naturale cornice di una legge.
Non ci nascondiamo dietro un dito. E' evidente che sia sindacati che confindustria avrebbero in parlamento referenti che indirizzerebbero tale legge rispondendo ai loro desiderata, ma questo a noi pare l'unico percorso imprescindibile sulla via della democrazia e trasparenza.

DOVE IL LAVORATORE CONTINUA A PAGARE I SINDACATI CONFEDERALI PUR NON ESSENDO ISCRITTO
Aggiungiamo un'ultima osservazione. Della tassa Cgil, il lavoratore Coop (o chiunque altro) non si libererà mai. Si perché come nei film dell'orrore dove il mostro non muore mai, sebbene che il dipendente abbia abbandonato la tessere di Cgil o di Cisl o Uil, continuerà a pagarli. Stando a quanto scrive il Fatto Quotidiano, un buona parte degli introiti sindacali non deriva dalle tessere, ma da altrte due entrate: le quote relative alla presenza negli Enti Bilaterali e la quote di assistenza contrattuale. Queste ultime, stando all'articolosono una quota straordinaria che i sindacati e i datori di lavoro prelevano dalle buste paga dei lavoratori per aver concluso il contratto. Un premio per il lavoro fatto. Nell’ultimo Ccnl (contratto nazionale) dei metalmeccanici, ad esempio, Fim e Uilm hanno richiesto un contributo “una tantum di 30 euro per ogni lavoratore non iscritto al sindacato da trattenere sulla retribuzione”. Sul contratto, poi, era indicato il conto corrente bancario (presso il Credito cooperativo di Roma) su cui effettuare il versamento. Parlando di circa un milione di lavoratori è facile fare i conti. Per quanto riguarda i contratti del Commercio e del Terziario, la sola Filcams ha iscritto in bilancio 2,15 milioni che vanno moltiplicati per tre (cioè anche per Cisl e Uil) e poi per due (la parte datoriale). Il totale, quindi, è di circa 15 milioni di euro che rimpolpa bilanci spesso piuttosto magri. Un fiume di denaro assicurato dalla pratica del “silenzio-assenso”, per cui sono i lavoratori a dover mettere per iscritto il proprio rifiuto a versare la “tassa occulta”. Ma sono in pochi a saperlo.

IL BALLO DEL QUA QUA
In questo contesto siamo decisamente scettici verso chi vede in Landini il paladino di battaglie sulla democrazia di rappresentanza sindacale. Costui conduce schermaglie interne ad un sindacato dove la prima componente di iscritti sono i pensionati dello Spi-Cgil (ben il 52,5%, la Fiom è solo quarta con il 6%) e gli ultimi screzi con la segretaria Camusso appaiono un mero effetto scenografico. Quello che conta è già accaduto con la firma di maggio mentre il prode Landini era in tournée sulle tv nazionali.



27 luglio 2011

STRATEGIE DA CAMUSSO - NON VALGONO I VOTI DEI LAVORATORI NON ISCRITTI

La strategia Camusso non prevede dissenso e blinda l'accordo interconfederale del 28 giugno scorso: «Il voto eventualmente espresso da non iscritti o da lavoratori iscritti ad altre Organizzazioni non potrà in nessun modo essere preso in considerazione»


Domanda:
come fa una importante organizzazione sindacale che consulta i lavoratori su un accordo impopolare ad occultare un risultato (prevedibilmente) sgradito? Risposta: con un referendum secretato. Ovvero disegnando un omissis, come nei documenti dei servizi segreti. Non ci credete? Per ulteriori precisazioni chiedere all’ideatrice di questo ennesimo paradosso del burocratese sindacale, Susanna Camusso.

PER QUANTO POSSA sembrare incredibile, infatti, la segretaria generale della Cgil ha avuto una pensata da manuale, per disinnescare con un trattamento “bulgaro” ogni possibile dissenso all’ultimo accordo che ha sottoscritto: ha preso carta e penna, e ha scritto alle organizzazioni del suo stesso sindacato incaricate di organizzare le consultazioni nelle fabbriche, di tenere segreti i risultati dei lavoratori non iscritti.

Ancora una volta non ci credete? Questo il passaggio testuale: "Il voto eventualmente espresso da non iscritti o da lavoratori iscritti ad altre Organizzazioni non potrà in nessun modo essere preso in considerazione". Compresa la comunicazione dei risultati finali. Ovviamente anche questo ennesimo pasticcio del burocrate-sindacalese ha una spiegazione che rende comprensibile, non tanto la scelta suicida, ma almeno la logica che l’ha guidata.

La Camusso, infatti, si prepara a fronteggiare il presumibile dissenso all’accordo che ha appena firmato insieme alla Cisl e alla Uil con Confindustria: questo accordo, che abbiamo definito il “porcellum sindacale”, annulla il voto dei lavoratori sui contratti (già questa una bella pensata) quando la maggioranza dei rappresentanti sindacali lo sottoscrive. In pratica: se il 50% più uno dei rappresentati sindacali firma un contratto (a seconda delle fabbriche bastano anche due sole organizzazioni) non si vota. In virtù di questo accordo, poi, i sindacati firmatari, sono vincolati a non scioperare. Un patto oneroso per la Cgil, soprattutto per quella parte dell’organizzazione (la Fiom, ma non solo) che aveva fatto del consenso la bandiera delle ultime battaglie (a partire dai referendum alla Fiat).

QUINDI SI PREPARA a fronteggiare il sindacato di Maurizio Landini (che fa votare iscritti e non iscritti) predisponendo un protocollo quasi brezneviano. In virtù del regolamento interno e delle interpretazioni che la stessa Camusso sollecita alla Commissione di garanzia, l’unico organismo dirigente che si può pronunciare sulla materia è il direttivo: in tutte le sedi e in tutte le assemblee, si potrà illustrare una sola posizione. Indovinate quale? Quella della Camusso.

Ma anche la Fiom adotta le sue contromosse. Il sindacato dei metalmeccanici sceglie di stampare il testo, senza commenti e di diffonderlo, così almeno i lavoratori sapranno che cosa votano. Certo, questa volta a temere il voto non sono la Confindustria e gli altri sindacati, ma gli stessi dirigenti Cgil. Così, la burocratja sindacale partorisce: il voto invisibile.

Secondo la segretaria della Cgil, infatti, si possono consultare i lavoratori, solo a patto di non divulgare il loro verdetto. Sarebbe come far vedere la partita solo agli spettatori della tribuna, sarebbe come fare le primarie in America consentendo il voto solo agli agit prop dei comitati
elettorali democratici o repubblicani, sarebbe come fare le elezioni e limitare lo scrutinio solo agli iscritti ai partiti.

L’ultima ciliegina? “L’invito scrive ancora la segretaria è a dare puntuale attuazione alle modalità di consultazione definite dal Comitato direttivo nazionale della CGIL affinché tutti i voti delle iscritte e degli iscritti siano considerati e concorrano ad approvare l’Accordo”. Quelli che votando, insomma, concorrono solo ad approvarlo. Una bella idea della democrazia diretta.

Ma si sa, nel tempo in cui tutto cambia, chi ha paura di essere sconfitto preferisce nascondere i fatti piuttosto che incassare una bocciatura.



26 luglio 2011

Luca Telese


Il Fatto Quotidiano

09 aprile 2011

CONFINDUSTRIA, CISL E UILM TENTANO LA SPALLATA: BASTA RSU ELETTE



«Il sindacato è spaccato, cambiamo i vecchi accordi»



TORINO - La spaccatura è ufficiale, anche tra le Rsu. Ieri, all’assemblea delle Officine Automobilistiche di Grugliasco, c’erano solo i dieci Rsu Fiom. Assenti i tre Fismic, i due Uilm e quello Fim. La Fiom parla di inutile ritiro sull’Aventino: «Hanno preferito l’appartenenza sindacale alla rappresentanza di chi li ha eletti» accusa Giacomo Zulianello. Fim e Uilm replicano: inutile la nostra presenza. E la Fismic carica: «Preferiamo continuare la raccolta di firme per il sì da presentare a Fiat». La rottura non ha impedito alle Rsu Fiom di dettare comunque la linea (il numero legale c’è), invitando i sindaci di Torino e Grugliasco e il presidente della Regione a intervenire per sbloccare la trattativa con Fiat, ma è chiaro a tutti che in questo clima non si va da nessuna parte.

L’impasse ha risvegliato i temi aperti dall’accordo Mirafiori e ormai il caso delle carrozzerie di Grugliasco ha una valenza politica che supera gli aspetti locali o quelli lavorativi dei 1100 dipendenti. Ieri, da fronti diversi e con soluzioni differenti, Confindustria, Cisl e Uilm hanno attaccato frontalmente l’accordo del ’93 che regola la rappresentanza sindacale all’interno delle fabbriche.

Giuseppe Gherzi, direttore dell’Unione Industriale di Torino, ieri ospite al convegno «La nuova rappresentanza» organizzato dalla Cisl, ha detto in modo chiaro che quegli accordi vanno rimodellati: «In passato avevamo sempre avuto un interlocutore unitario, oggi non è più così e noi dobbiamo conoscere il potere di rappresentanza di chi ci sta di fronte al tavolo e se, una volta siglato un accordo, sarà in grado di rispettarlo».

Già l’accordo di Mirafiori aveva incrinato il patto del ‘93 non prevedendo la presenza in fabbrica di Rsu elette dai lavoratori, ma di Rsa nominati dai sindacati (e solo di quelli firmatari). I sindacati del fronte del sì avevano acconsentito parlando di situazione eccezionale per ottenere l’investimento per Mirafiori, ma ieri Giorgio Santini, segretario regionale aggiunto della Cisl, ha rotto il tabù. D’accordo con Gherzi, Santini reputa gli accordi del ’93 figli di un’altra epoca. «È necessario trovare un nuovo accordo che preveda la certificazione della rappresentanza e la certezza che, una volta firmato l’accordo da parte della maggioranza, tutte le sigle lo rispettino». Anche dalla Uilm è arrivata la proposta di rimettere in discussione la rappresentanza: «Bisogna adottare un sistema proporzionale puro».

La Fiom è cosciente che quegli accordi hanno perso vigore. «Ma attenzione alle fughe in avanti - avverte il segretario torinese Federico Bellono - Senza un’alternativa, è il Far West. La soluzione ottimale sarebbe una legge». E il segretario nazionale Giorgio Airaudo aggiunge: «Per noi sono necessari due punti: primo, che i lavoratori possano eleggere i propri rappresentanti, non copiamo la politica che impone candidati attraverso le segreterie dei partiti; secondo, che possano votare i documenti, devono avere voce se i sindacalisti si mettono d’accordo con l’azienda. E non sarebbe la prima volta».


8 aprile 2011

Raphaël Zanotti

LA STAMPA.it

12 febbraio 2011

UNA SENTENZA CONDANNA ALITALIA E FA SPERARE LA FIOM

Sanzionata per "comportamento antisindacale": pieni diritti anche alle single che non firmano subito i contratti.

All'Usb erano vietate le assemblee perché in prima battuta non aderì all'intesa di Palazzo Chigi



“Il giudice dichiara l’antisindacalità della condotta e ordina” ad Alitalia-Cai “di riconoscere le rappresentanze aziendali del sindacato Unione Sindacale di Base e di riconoscere loro l’esercizio del diritto di assemblea”. Sono le ultime righe del decreto firmato da Francesco Colella, giudice del lavoro del Tribunale di Civitavecchia. Sette pagine pesanti, e non soltanto per i rapporti sindacali all’interno di Alitalia. La decisione del magistrato infatti potrebbe in futuro pesare anche nella vicenda Fiat di Pomigliano d’Arco e Mirafiori.

Il succo della questione: se un sindacato rifiuta di siglare il contratto, l’azienda deve riconoscergli la rappresentanza quando, in un secondo tempo, decida di firmare. Nella sentenza c’è una frase che potrebbe segnare i futuri rapporti tra sindacati e imprese: “La rappresentatività del sindacato non deriva da un riconoscimento del datore di lavoro”.

Ma andiamo con ordine: siamo nel 2008, le polemiche legate alle trattativa Alitalia sono al calor bianco. I sindacati inizialmente respingono il contratto proposto dai nuovi azionisti. Interviene il Governo che si impegna a garantire il rispetto dei patti. Alla fine la maggior parte delle sigle mettono la firma. Sdl però rifiuta di aderire al contratto. Non si tratta di una decisione da poco: Sdl raccoglie una fetta consistente dei dipendenti soprattutto tra gli assistenti di volo. Riccardo Faranda, avvocato del sindacato, spiega: “Una situazione simile a quella che si è verificata alla Fiat, dove un sindacato chiave come la Fiom ha deciso di non sottoscrivere il contratto”.
Riassume il decreto: “Con una lettera dell’aprile 2010 il sindacato (che nel frattempo è diventato Usb) comunica ad Alitalia la propria decisione di sottoscrivere il contratto collettivo aziendale del 2008 e chiede inutilmente alla compagnia aerea di poter ottenere i locali per le proprie assemblee”.

Ecco il nodo: “Alitalia – racconta Francesco Staccioli, responsabile assistenti di volo Usb – sosteneva che non avendo firmato da subito il contratto non avevamo diritto alla rappresentanza sindacale”. E di nuovo viene in mente la situazione della Fiat, dove in ambienti della Cgil c’è chi ha proposto una firma tecnica della Fiom che consenta al sindacato di maggioranza relativa di non essere tagliato fuori. La decisione del giudice del lavoro di Civitavecchia potrà essere invocata dalla Fiom qualora volesse firmare in un secondo tempo il contratto collettivo. Il decreto lascia pochi dubbi: “Il sindacato ha chiesto al giudice che sia dichiarata l’antisindacalità della condotta (di Alitalia, ndr) e che sia ordinato alla società di riconoscere le rappresentanze di Usb consentendo loro l’esercizio del diritto di godere dei permessi sindacali, di convocare le assemblee e di fruire dei locali idonei a svolgere la propria attività” ricevendo anche “i contributi dei propri iscritti con trattenuta sulla busta paga”.

Secondo Alitalia-Cai, è scritto nel decreto, “il sindacato non potrebbe esercitare il diritto di assemblea perché non è firmatario del contratto collettivo aziendale e quindi è privo di rappresentanza”. Questo anche se la compagnia aerea, come ricorda il decreto, “ha ribadito l’invito ai sindacati (esclusi dalla firma, ndr) ad aderire agli accordi sottoscritti”.

Esistono delle condizioni, come ricorda il magistrato: “Per essere considerato firmatario di un contratto collettivo è necessario che il sindacato abbia preso effettivamente parte alle trattative”. Ma Usb ha partecipato alle trattative e quindi può firmare. Anche in un secondo tempo. Di nuovo un discorso che potrebbe non essere applicato soltanto al contratto Alitalia. È la legge, lo statuto dei lavoratori, che definisce chi può firmare un contratto. Non l’impresa.

Alla fine la decisione: il magistrato “dichiara l’antisindacalità della condotta consistita nel diniego del diritto di assemblea opposta alla richiesta di Usb e ordina ad Alitalia di riconoscere le rappresentanze sindacali aziendali appartenenti al sindacato e di consentire loro l’esercizio del diritto di assemblea”.

Insomma, l’Usb rientra in Alitalia anche se dopo i tagli e dopo due anni fuori dall’azienda i suoi iscritti sono passati da duemila a circa cinquecento. Andrea Cavola, segretario nazionale responsabile per il trasporto aereo di Usb, non ha dubbi: “E’ un precedente storico. L’azienda sarà costretta a convocarci agli incontri con i sindacati e potremo impugnare loro eventuali decisioni prese senza un preventivo confronto con noi”.


12 febbraio 2011

Il fatto Quotidiano



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15 gennaio 2011

LA DEMOCRAZIA SINDACALE NEI LUOGHI DI LAVORO NON E' UN PROBLEMA SOLO DI OGGI

Dei due referendum abrogativi del 1995 sull'art. 19 dello Statuto dei Lavoratori, passò solo quello che abrogava il comma «a» fortemente voluto dalla Cgil e penalizzante per una più libera rappresentanza sindacale

Ora si cercherà di far rientrare Fiom tagliata fuori, anche in virtù del buon risultato di Mirafiori, che per nemesi storica paga le conseguenze di quel referendum vittorioso


Quanto sta avvenendo alla Fiat e intorno la Fiat ci impone di rilanciare con urgenza una riflessione sulla democrazia e la rappresentanza nei luoghi di lavoro. In primo luogo va dato un giudizio netto su quanto va facendo Marchionne in giro per l'Italia. Da Pomigliano a Torino è in corso una barbara offensiva sul piano dello sfruttamento e delle regole delle relazioni industriali fin qui conosciute nel nostro Paese.

Ciò avviene con il beneplacito non solo dei sindacati complici firmatari dei vari contratti che si vanno definendo a misura addirittura di “sito” produttivo – una newco diversa per ogni stabilimento con un contratto ”nazionale” ad hoc – ma anche con il sostanziale via libera del PD, del Governo e, sebbene velato da qualche fastidio, di confindustria. Detto ciò, e avviato tutto quello che è necessario mettere in campo per contrastare questo progetto di restaurazione autoritaria del comando di impresa, è bene anche soffermarsi su quanto sta accadendo dal punto di vista degli strumenti che Marchionne usa per riuscire nel suo intento.

Il contratto stipulato per Pomigliano si rifà costantemente, per quanto attiene le relazioni sindacali, a quanto all’uopo previsto dall’articolo 19 dello Statuto dei Lavoratori (legge 300/70). Quando cioè Marchionne e Cisl, Uil, Ugl e Fismic affermano che le Rappresentanze sindacali aziendali potranno essere costitute solo ad iniziativa delle organizzazioni sindacali firmatarie del contratto, applicano pedissequamente quanto contenuto nel citato articolo 19 dopo che questo è stato mutilato di una sua parte con il Referendum del ’95.

Ai senza memoria ricordiamo brevemente la storia dell’articolo 19 dello Statuto; fino al 1995 esso si componeva così: Art. 19. Costituzione delle rappresentanze sindacali aziendali.

1. Rappresentanze sindacali aziendali possono essere costituite ad iniziativa dei lavoratori in ogni unità produttiva, nell’ambito:
a)
delle associazioni aderenti alle confederazioni maggiormente rappresentative sul piano nazionale;
b)
delle associazioni sindacali, non affiliate alle predette confederazioni, che siano firmatarie di contratti collettivi nazionali o provinciali di lavoro applicati nell’unità produttiva.
2. Nell’ambito di aziende con più unità produttive le rappresentanze sindacali possono istituire organi di coordinamento.

Nel 1995 furono promossi due referendum su questo specifico testo. Uno promosso dalle forze del sindacalismo di base che intendeva abrogare totalmente le lettere a) e b) del comma 1, con l’obiettivo di rendere indispensabile giungere immediatamente ad una legge di regolazione della rappresentanza e rappresentatività nei luoghi di lavoro, in attuazione dell’articolo 39 della Costituzione Italiana, per riempire il vuoto normativo creato, appunto, dall’abrogazione totale dell’articolo 19.

L’altro venne promosso dalla sinistra sindacale di allora, guidata dall’ex segretario confederale della Cgil Fausto Bertinotti, primo firmatario Paolo Cagna, che intendeva abrogare solo la lettera a) dell’articolo 19, quella cioè che consentiva la costituzione delle RSA anche alle associazioni sindacali affiliate a Confederazioni maggiormente rappresentative.

Tutti e due i referendum furono ammessi dalla Corte Costituzionale ma al primo, quello dell’abrogazione totale, mancarono circa 5.000 voti per raggiungere il quorum (dato fortemente contestato dai promotori e quasi certamente ci furono brogli di cui non riuscimmo mai a venire a capo).

Il secondo invece raggiunse il quorum e da allora l’articolo 19 dello Statuto dei Lavoratori è esattamente quello che oggi utilizza Marchionne per far fuori tutte le organizzazioni non firmatarie del nuovo contratto per gli stabilimenti di Pomigliano e Mirafiori.

E’ evidente che ciò non sarebbe stato possibile se l’articolo 19 fosse stato abrogato tutto o fosse rimasto vigente come scritto dal legislatore, essendo tutte le organizzazioni categoriali presenti in quelle aziende affiliate a Confederazioni considerate maggiormente rappresentative. E così coloro che oggi più di tutti si ergono a paladini della democrazia, quelli che si fanno promotori di comitati e associazioni a sostegno, sono proprio quelli che allora fornirono lo strumento che oggi le controparti utilizzano.

Ma perché una parte consistente della sinistra di allora si schierò per il referendum parziale? E’ del tutto evidente che la vittoria del referendum totale avrebbe imposto la definizione di una legge che andasse nel senso voluto dai promotori, cioè quello di una definizione per legge delle regole di democrazia e rappresentanza nei luoghi di lavoro che contenesse in se elementi di maggiore democrazia e pluralismo sindacale. Ciò avrebbe consentito una ancora più forte crescita del sindacalismo di base che poteva davvero diventare l’alternativa credibile alla deriva concertativa delle organizzazioni sindacali storiche e all’entrismo nella Cgil propugnato invece proprio dai promotori del secondo referendum. L’effetto di quel referendum, assieme alla vittoria di quello promosso dai radicali che impediva la raccolta automatica delle quote sindacali attraverso la ritenuta in busta paga operata dai datori di lavoro, fu devastante per tutto il sindacalismo di base che, da
un giorno all’altro si vide senza alcun diritto nei luoghi di lavoro e privato della possibilità di raccogliere le quote di adesione attraverso la trattenuta automatica in busta paga. Esattamente quello che, a 16 anni di distanza, in una mutata fase politica e dei rapporti di forza, sta accadendo alla Fiom.

Certo è bene oggi mettere in campo ogni possibile strumento per cercare di fermare la dottrina Marchionne, soprattutto perché l’attacco profondo, oltre che alle libertà sindacali, è soprattutto alle condizioni d vita e di lavoro degli operai della Fiat. Vorremmo però ricordare a tutti che quanto accade oggi alla FIOM è accaduto 16 anni fa al sindacalismo di base e, all’epoca, non trovammo proprio nessuno che costituisse comitati e raccogliesse firme per difendere le libertà e il pluralismo sindacale, eppure mettemmo in campo centinaia di iniziative in splendida solitudine. Se qualcuno avesse riflettuto di più allora su cosa stava accadendo nei luoghi di lavoro, forse oggi non saremmo costretti a batterci per difendere il diritto dei lavoratori Fiat ad organizzarsi con chi meglio credono. Comunque è tempo di rimettere in pista una battaglia forte e ampia perché torni la democrazia vera nei luoghi di lavoro, in tutti i luoghi di lavoro.

Ben vengano quindi tutti gli scioperi e le iniziative di lotta contro la nuova “FilosoFiat”. La USB con il “Forum Diritti/Lavoro” ha già avviato un largo processo di discussione per giungere al più presto alla stesura di una proposta di legge di iniziativa popolare sulla rappresentanza e la democrazia sui luoghi di lavoro, ma soprattutto sta avviando un confronto ampio con tutte le organizzazioni sindacali conflittuali e con i movimenti in lotta per costruire assieme lo Sciopero generale e generalizzato, tra le cui parole d’ordine non potranno che esserci anche quelle della democrazia e dell’indipendenza.

31 dicembre 2010

USB Unione Sindacale di Base

09 gennaio 2011

LA PARTITA FIOM IPOTECA LA CGIL


Fiom e le altre Cgil: così vicine, così lontane




«Facciamo fatica a intenderci. È sempre difficile conoscere l'orto del vicino. Certo, però, la Fiom tende a isolarsi. Mi farebbe piacere che i suoi dirigenti capissero di più i problemi della cassiera dell'ipermercato o della ragazza incinta che lavora da un notaio». Franco Martini è un uomo di buonsenso, apprezzato dentro alla Cgil per il suo pragmatismo. Fratello dell'ex presidente della Regione Toscana, Claudio Martini, oggi guida la Filcams, il terziario che esprime il 6% degli iscritti totali della Cgil, all'incirca la stessa quota della Fiom. «Vorrei che anche loro - continua Martini - adottassero il punto di vista che ogni giorno devo adottare io. Un sindacato moderno non può soltanto confrontarsi con i problemi della classe operaia. Deve anche trattare con la solitudine delle persone».

La Cgil non è un monolite. Nelle ultime settimane la questione Mirafiori ha attribuito ai metalmeccanici una centralità che ha fatto spiccare, con la dura lucentezza di una vecchia chiave a stella da fabbrica degli anni Settanta, la loro compattezza ideologica e le loro radici in un Novecento di cui perpetuano, nel 2010-2011, i riti e i miti. E ha oscurato le ragioni degli altri: i sindacalisti che non si possono permettere troppa ideologia e il cui riformismo nasce da un confronto continuo con i cambiamenti indotti dalla globalizzazione, multinazionali e Pmi nel mare aperto dei mercati, produttività delle fabbriche e diritti dei lavoratori, inclusi quelli con una minore cifra politica in senso classico.

La segretaria generale, Susanna Camusso, è impegnata nella complessa operazione di impedire processi disgregativi ponendo rimedio alle spinte frazionistiche di una Fiom che, nello scontro con Sergio Marchionne, ha preso a muoversi come un corpo autonomo. «La Fiom è parte fondamentale della Cgil - dice la bersaniana Valeria Fedeli, leader dei tessili -. Sui diritti costituzionali, come quello di sciopero o di rappresentanza, siamo con loro. Però, fra noi e loro, deve prendere il via un dibattito serio. Loro sono loro. Noi siamo tutto il resto della Cgil: dopo il 2009, dunque dopo la mancata firma del nostro sindacato all'accordo sul modello contrattuale, tutte le categorie della Cgil hanno rinnovato i contratti insieme alle altre sigle. La Fiom non l'ha fatto. Perché?».

Fra i riformisti del sindacato, dunque, nessuna voglia di conventio ad excludendum. Allo stesso tempo, con questa dirigenza dei metalmeccanici, una resa dei conti non può mancare. La partita, però, non si limita al confronto fra la Camusso e il segretario dei metalmeccanici Maurizio Landini. All'interno della Cgil più riformista, si sovrappongono le stratificazioni. Ci sono personalità formatesi dentro alla tradizione comunista (come Martini e Fedeli) e altre dentro a quella socialista, prima fra tutte la Camusso. E, sull'attività sindacale in sé e per sé, sussistono idee e pratiche che si sono modellate su diversi paesaggi industriali: l'identità ideologica della Fiom nasce dentro la grande fabbrica fordista dove ancora oggi restano gli ultimi operai in carne e ossa, qualcosa di abbastanza simile alle tute blu degli ultimi cinquant'anni di capitalismo italiano, qualcosa di molto distante dagli operai-piccoli imprenditori delle filiere e dei distretti.

Nelle prossime settimane queste impostazioni differenti, a tratti inconciliabili, non potranno non confrontarsi. La road-map è già prefissata: oggi la segreteria della Cgil e quella della Fiom, martedì 11 e mercoledì 12 a Chianciano l'assemblea nazionale delle Camere del lavoro, giovedì 13 e venerdì 14 il referendum a Mirafiori, sabato 15 il direttivo nazionale della Cgil e venerdì 28 gennaio lo sciopero indetto dai metalmeccanici. Al termine di questo calendario, si capirà quali saranno i rapporti di forza fra le diverse anime che compongono il corpaccione della Cgil (a fine 2009 oltre 5,7 milioni di iscritti).

Dal punto di vista tecnico-tattico, si comprenderà cosa faranno i dirigenti dell'area di Nichi Vendola e Paolo Ferrero "Lavoro e società" (in segretaria nazionale rappresentata da Nicola Nicolosi), finora con la Camusso ma sempre più affascinati dalle sirene massimaliste della Fiom e poco convinti dalla linea del segretario di apporre una firma tecnica all'accordo di Mirafiori, in caso di vittoria dei sì al referendum. E, sotto il profilo strategico, si verificherà se i riformisti, che per ora riconoscono alla Camusso una leadership non solo formale, potranno muoversi in un contesto in cui l'agenda non sarà più fissata da una categoria come la Fiom che, in termini di iscritti, pesa per non più del 6% e che, al congresso del maggio 2009, ha ottenuto il 17% dei voti, contro l'83% della mozione Epifani-Camusso.

Dunque, proprio il referendum di Mirafiori e una eventuale firma tecnica produrranno effetti sistemici in grado di modificare i rapporti fra minoranza massimalista e maggioranza riformista. «Nessuno mette in dubbio la tradizione e la qualità del gruppo dirigente della Fiom - riflette a questo proposito Onorio Rosati, segretario generale della Camera del Lavoro di Milano - però c'è un elemento che proprio non funziona. Ed è la differenza fra il loro livello nazionale e il loro livello locale. In sede nazionale, dicono sempre di no. Quando, lontano dai riflettori, sorgono problemi locali, la Fiom è invece molto più pragmatica. Trova gli equilibri e firma le intese».
Questa divaricazione fra dimensione nazionale e locale produce una speciale ideologia della buona sconfitta. «Storicamente - nota Rosati - la Fiom ha teorizzato l'indipendenza del sindacato. Sono convinti di potere fare da soli e meglio degli altri. E, alla fine, arrivano a sostenere, come fa Landini, che se a Mirafiori prevalgono i sì, non sarà una sconfitta. Non è vero: se vincono i sì, sarà una sconfitta. Ricominciano dal senso delle parole, per cortesia».

Ricominciare dal significato delle parole è una operazione essenziale, secondo Rosati, anche per evitare di costruire un vocabolario in cui la complessità viene cancellata e il modello di relazioni industriali, seppur in chiave antitetica e contrappositiva, è soltanto quello "neo-marchionnesco". «Le relazioni industriali italiane - conferma Fedeli, allenatasi nella palestra della ristrutturazione del tessile - sono articolate e vanno modulate, in maniera originale, sempre più secondo i cambiamenti imposti dalla globalizzazione. Non si può permettere che tutto sia schiacciato sullo scontro Fiom-Fiat».

Dunque, è interesse della Cgil più riformista e negoziatrice evitare che una ipotetica sconfitta della Fiom a Mirafiori la prossima settimana divenga la sconfitta di tutto il sindacato.
Molti aspetti rifiutati dai metalmeccanici per Pomigliano e Mirafiori sono già applicati dagli alimentaristi (il 5% degli iscritti alla Cgil). «Su turni e orari di lavoro - spiega la segretaria Stefania Crogi, di estrazione socialista - abbiamo una contrattazione aziendale molto significativa». Come nel caso di un'altra meno nota "Pomigliano".

Carrefour aveva cancellato il contratto aziendale. «Una risposta traumatica - dice Martini - a una competitività che, nella Gdo, è su scala globale». Il tavolo fra sindacati e impresa ha ora recuperato il premio aziendale e la pausa. Questa ipotesi sarà sottoposta alle assemblee dei lavoratori nei prossimi giorni. «L'importante è fare di tutto per restare dentro al sistema», nota Martini. Che con malizia aggiunge: «Se in Carrefour ci fosse stato Marchionne, il risultato non l'avremmo ottenuto perché, come Cgil, ci avrebbe tagliato fuori». Chissà. Certo, però, un Marchionne della grande distribuzione, al tavolo, avrebbe trovato il riformista Martini e non il massimalista Landini.

Stefania Crogi Flai Cgil (agroindustria) I RIFORMISTI
«Molti aspetti rifiutati per Pomigliano e Mirafiori sono applicati dagli alimentaristi»
Valeria Fedeli Filtea Cgil (tessili)
«Tutte le categorie della Cgil hanno rinnovato i contratti con le altre sigle La Fiom no, perché?»
Franco Martini Filcams Cgil (commercio)
«Loro tendono troppo a isolarsi; così però si perdono di vista i bisogni delle persone»
Onorio Rosati Camera del lavoro di Milano
«Sono convinti di poter fare da soli e meglio degli altri; devono ripensare al loro vocabolario»

9 gennaio 2011

Paolo Bricco

Il Sole 24 Ore


27 dicembre 2010

PIU' STRAORDINARI, PAUSE CORTE E MENO GIORNI PAGATI DI MALATTIA

Il contratto di Mirafiori, destinato per unanime ammissione di tutti i protagonisti a modificare radicalmente il sistema di relazioni industriali in Italia, sarà sottoposto a referendum a gennaio, probabilmente tra il 18 e il 20 del mese.

L'operaio che sciopererà contro il contratto, da lui stesso sottoscritto, sarà licenziato. Possibili turni di 10 ore più una di straordinario. I critici: "Rischi per la salute"

TORINO - Trentasei pagine più allegati. Il contratto di Mirafiori, destinato per unanime ammissione di tutti i protagonisti a modificare radicalmente il sistema di relazioni industriali in Italia, sarà sottoposto a referendum a gennaio, probabilmente tra il 18 e il 20 del mese. "Pomigliano è stato un sasso che ha cominciato a rotolare lungo un pendio pieno di neve. Mirafiori lo dimostra", dice il leader del Fismic, Roberto di Maulo, capofila dei sindacati favorevoli all'intesa. "Di Maulo ha ragione - risponde Giorgio Airaudo della Fiom - e per questo vogliamo provare a fermare la valanga. Il rischio è un modello aziendalista in cui i sindacati vengono usati come fornitori del consenso alle tesi dell'impresa".

Ecco i punti principali dell'accordo della discordia.

Orario di lavoro

Nella nuova società in joint-venture tra Fiat e Chrysler (che nascerà nel 2012) saranno possibili 4 tipi di orario a seconda delle esigenze produttive. Oltre all'attuale con due turni di 8 ore al giorno per cinque giorni alla settimana (5 per 2), è previsto uno schema con l'introduzione del turno di notte su cinque giorni lavorativi (5 per 3) e un altro schema con il turno di notte su sei giorni compreso il sabato (6 per 3). Al momento del passaggio da un sistema all'altro, "l'azienda avvierà un esame con i sindacati". La procedura dovrà durare "al massimo 15 giorni", dopodiché l'azienda applicherà l'orario da lei prescelto. Al momento del passaggio dal sistema "5 per 3" al sistema "6 per 3", "le parti valuteranno anche l'eventuale sperimentazione, per un periodo non inferiore ai 12 mesi" di uno schema che prevede turni di 10 ore (due al giorno) per sei giorni alla settimana. I lavoratori che lavoreranno dieci ore per quattro giorni potranno riposare i successivi tre. L'azienda avrà mano libera sugli straordinari: potrà ordinare ai lavoratori fino a 120 ore all'anno (oggi sono 40) e contrattare con i sindacati altre 80 ore per ogni lavoratore.

I sindacati favorevoli sottolineano che "il ricorso massiccio ai turni di notte e agli straordinari produrrà un incremento in busta paga fino a 3.700 euro lordi all'anno". I contrari osservano che "far lavorare per 10 ore consecutive una persona in linea e poi chiedere anche l'undicesima ora di straordinario mette a rischio la salute".

Pause e mensa
Le tre pause di ciascun turno di lavoro saranno di 10 minuti ciascuna per un totale di 30 minuti. Oggi la loro durata complessiva è di 40 minuti. I dieci minuti lavorati in più verranno monetizzati: 45 euro lordi al mese. La pausa mensa (mezz'ora) non sarà a fine turno, ma la questione verrà nuovamente discussa quando nascerà la joint-venture con Chrysler. Nel caso di turni di 10 ore, le pause rimarranno invece di 40 minuti complessivi. Il nuovo sistema di pause entrerà in vigore dal 4 aprile 2011. Per i sindacati favorevoli "con i nuovi metodi di lavoro la fatica è minore e dunque il taglio di dieci minuti di pausa non è così grave". Per i contrari "anche la riduzione delle pause può diventare un rischio per la salute, così come dimostrano le più recenti indagini mediche".

Malattia e assenteismo
L'accordo collega assenteismo e malattia. Quando il tasso di assenteismo è giudicato eccessivo (il 6% a luglio 2011, il 4% a gennaio 2012, il 3,5% dal 2013) non si paga il primo giorno di malattia a chi si sia ammalato subito prima di un giorno di riposo o di ferie, negli ultimi 12 mesi. Sono escluse patologie gravi. "Un sistema per colpire i furbi", dicono i sindacati favorevoli. "Se un lavoratore è ammalato lo stabilisce il medico, non il caposquadra", ribattono i contrari.

Contratto e scioperi
"Il nuovo contratto non aderisce al sistema confindustriale" e dunque non prevede l'elezione dei delegati di fabbrica. Solo i sindacati firmatari possono nominare dei rappresentanti aziendali. I sindacati che sciopereranno contro l'accordo potranno essere puniti con l'annullamento dei permessi. L'azienda inoltre rinuncerà a trattenere le quote di iscrizione dalle buste paga (scaricando sul sindacato l'onere di raccogliere i soldi). I lavoratori che sciopereranno contro l'intesa potranno essere licenziati. Ognuno di loro avrà personalmente firmato il nuovo contratto al momento della nascita della joint-venture.

27 dicembre 2010

Paolo Griseri

La Repubblica.it



Il contratto di Mirafiori



14 novembre 2010

ICHINO PARLA: UN GRUPPO DI SINDACALISTI CGIL RESTITUISCE LA TESSERA DEL PD

Clamorosa contestazione di alcuni sindacalisti Cgil dopo l'intervento di Ichino ad un convegno del PD.

«Proprio lui scelto per trarre le conclusioni ? – dice Barigozzi - ma siamo matti ?»


Si allarga la distanza tra una parte della Cgil e quello che fu il partito di riferimento. Alcuni sindacalisti Cgil compiono un gesto clamoroso e restituiscono la tessera del PD dopo aver saputo che proprio Ichino è stato chiamato a concludere il convegno sul lavoro organizzato dal presidente PD della provincia di Ferrara.

La cosa è nell'aria da tempo. La Fiom si era già portata avanti col lavoro cercando in Di Pietro un nuovo riferimento parlamentare, ritenendo evidentemente ormai inaffidabile il PD.

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«Non ci riconosciamo più, dice il leader della ribellione, Francesco Barigozzi, membro della segreteria della Cgil ferrarese. L'idea che abbiamo sul mondo del lavoro ormai è distinta e lontana dalle posizioni del Pd e i lavoratori ci contestano».

Pietro Ichino, senatore pidiessino con idee liberal, fa bisticciare Pd e Cgil, provocando addirittura, a Ferrara, un terremoto in quello che, una volta, era il sindacato di riferimento del Pci. Ora invece la Cgil sbatte la porta in faccia al Pd e i sindacalisti ferraresi lavano i panni sporchi in pubblico.

La crisi è clamorosa perché si tratta della prima volta che un gruppo di dirigenti sindacali ex-Pci-Ds-Pd decidono di restituire la tessera Pd, con tanto di motivazione, un duro j'accuse verso Pier Luigi Bersani, verso il segretario locale, Paolo Calvano e verso il plenipotenziario ferrarese del Pd, Dario Franceschini, colpevoli di simpatizzare per Ichino.

Il leader della ribellione, Francesco Barigozzi, membro della segreteria della Cgil ferrarese dice che le questioni tutt'altro che superficiali, «l'idea che abbiamo sul mondo del lavoro ormai è distinta e lontana dalle posizioni del Pd». «Nelle assemblee – aggiunge Barigozzi - ci sentiamo criticare aspramente, i lavoratori ci contestano l'adesione a un partito percepito ormai come lontano dalle loro esigenze».

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato l'arrivo a Ferrara di Pietro Ichino, invitato dalla presidente Pd della Provincia, Marcella Zappaterra, a concludere un convegno sul lavoro, con tanto di benedizione dei dirigenti Pd.

«Proprio lui scelto per trarre le conclusioni ? – dice Barigozzi - ma siamo matti ?».

Il senatore ha colto il clima teso ma se n'è infischiato e ha insistito sulla necessità di introdurre un'organizzazione del lavoro che aumenti la produttività.

«Se rifiutiamo e squalifichiamo, con accuse ingiuste, il piano di investimenti della Fiat a Pomigliano – ha attaccato Ichino - quale speranza realistica di riscatto possiamo dare al nostro Mezzogiorno? Marchionne ha ragione: non c'è niente di anticostituzionale nel suo piano. Un sindacato minoritario non può paralizzare l'applicazione di un accordo firmato e approvato con referendum dalla maggioranza dei lavoratori».

E ancora: «Andare in deroga su certi punti al contratto nazionale di lavoro non può essere considerato un tabù, visto che quello dei metalmeccanici risale addirittura al 1972. Oggi serve un sindacato capace di raccogliere la sfida dell'innovazione, che non è sempre negativa a prescindere. Trincerarsi è inutile, al pari di sbandierare l'italianità come è stato fatto nei casi di Alitalia e Telecom, con gli esiti disastrosi che adesso vediamo».

Apriti cielo. Barigozzi e il suo gruppo sono andati all'attacco della presidente della Provincia, rea di avere flirtato con Ichino e hanno distribuito un volantino che incomincia con le parole di una canzone (Cirano) di Francesco Guccini: «Facciamola finita... politici rampanti, venite portaborse, ruffiani e mezze calze, coraggio liberisti buttate giù le carte. A chiarire definitivamente il senso e lo stile di questa amministrazione mancava solo l'abbraccio spassionato a Pietro Ichino. Ma qual è il reale colore di questa amministrazione di centro sinistra ? Come può essere definita? Mal-destra?».

Ne è seguito lo sbarazzarsi pubblicamente delle tessere Pd.

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Carlo Russo

Italia Oggi

12 novembre 2010

SINDACATI, ASSE IDV-FIOM







Di Pietro spon
sorizza la proposta delle tute blu
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Sulla Rappresentanza sindacale la Fiom ha trovato uno sponsor politico. L'Idv ha presentato un disegno di legge, facendo sua la proposta di iniziativa popolare su cui le tute blu della Cgil avevano raccolto 100mila firme, depositandole la scorsa estate in parlamento.

L'iniziativa presentata ieri in una conferenza stampa alla Camera dal presidente e dal responsabile nazionale del welfare dell'Idv, rispettivamente Antonio Di Pietro e Maurizio Zipponi, insieme al segretario della Fiom, Maurizio Landini, peraltro arriva a pochi giorni dalla dichiarazioni della leader della Cgil. Susanna Camusso si è detta favorevole a trovare una soluzione sul tema della rappresentanza «per via pattizia» con Confindustria, Cisl e Uil partendo dal documento unitario del maggio del 2008, sul modello di quanto fatto in occasione dell'accordo interconfederale del 20 dicembre del 1993 sulla costituzione delle Rsu. La numero uno della Cgil non ha chiuso la porta alla soluzione legislativa, ma ritenendo una priorità definire al più presto le regole per stabilire cosa fare in caso di accordi separati, ha scelto la strada dell'intesa con le controparti che - come è noto - sono contrarie alla soluzione per via legislativa.

Nel merito, il Ddl si pone l'obiettivo di misurare l'effettiva rappresentanza dei sindacati firmatari di contratti e accordi applicati nell'unità produttiva di riferimento (oltre ai sindacati monocategoriali dei quadri presenti nel Cnel). A regime saranno considerati rappresentativi i sindacati con almeno il 5% del comparto o dell'area contrattuale, considerando la media tra il dato associativo e il dato elettorale. La certificazione a livello nazionale è affidata al comitato paritetico istituito presso il Cnel.

Quanto all'efficacia erga omnes dei contratti, è vincolata dal fatto che siano sottoscritti dai sindacati che rappresentino almeno il 51% dei lavoratori (come media tra dato associativo e dato elettorale nel comparto o il 60% dei lavoratori in base al solo dato elettorale). I contratti devono essere approvati con un referendum con voto segreto dalla maggioranza assoluta dei lavoratori interessati. Il Ddl, inoltre, disciplina la costituzione delle Rsu in tutti i luoghi di lavoro.

«Il nuovo governo che verrà dopo Berlusconi - ha detto Di Pietro - dovrà mettere al primo posto il lavoro, ma da subito assieme alla Fiom. proponiamo un disegno di legge per ristabilire un diritto fondamentale democratico e per garantire la rappresentanza dei lavoratori». Maurizio Landini è convinto «sia necessaria una legge che dia diritto ai lavoratori di votare, condizione anche per ricostruire l'unità sindacale».

Si tratta di un asse tra l'Idv e la Fiom? Per il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi «il Pd e la Cgil devono chiederselo», è «legittimo che si formino affinità elettive».

Forti critiche dalla minoranza "riformista" della Fiom: «sono in assoluto disaccordo - spiega Fausto Durante -, non ricordo precedenti di una conferenza stampa del segretario generale della Fiom con un leader di partito. Mentre si esalta l'autonomia e l'indipendenza della Fiom, si mortifica il ruolo di migliaia di metalmeccanici che hanno raccolto le firme. Quelle firme sono della Fiom non di Di Pietro».

11 novembre 2010

Giorgio Pogliotti

Il Sole 24 Ore



La proposta di Idv e Fiom

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08 settembre 2010

LANDINI (FIOM): DA FEDERMECCANICA DECISIONE GRAVE ED IRRESPONSABILE

Contratto metalmeccanici. Landini (Fiom): “Da Federmeccanica decisione grave e irresponsabile. Il Comitato centrale di domani assumerà le decisioni necessarie”


Il Segretario generale della Fiom-Cgil, Maurizio Landini, ha rilasciato oggi la seguente dichiarazione.

“Quella assunta oggi da Federmeccanica è una decisione gravissima e irresponsabile, che lede i principi democratici del nostro Paese. Si decide, infatti, di cancellare il Contratto nazionale di lavoro, in accordo con sindacati minoritari e impedendo alle lavoratrici e i lavoratori di potersi esprimere sul loro contratto.”

“Si tratta di una violazione delle regole e della rottura dei principi democratici alla base degli equilibri sociali.”

“Per la Fiom, l’unico contratto in vigore rimane, sotto ogni punto di vista, quello del 2008 firmato da tutti e votato dalle lavoratrici e i lavoratori.”

“Domani il Comitato centrale della Fiom assumerà tutte le decisioni necessarie.”


7 settembre 2010

Fiom-Cgil/Ufficio Stampa


Intanto FIOM procede contro il settimanale Panorama per diffamazione


07 settembre 2010

FEDERMECCANICA: DISDETTO CONTRATTO 2008. "MISURA CAUTELATIVA DOPO MINACCE FIOM"

Gli industriali annunciano "sin da ora" il recesso dal contratto valido fino al primo gennaio 2012. Il presidente Ceccardi: "Decisione a fronte delle possibili azioni giudiziarie del sindacato". "Nessuna spinta da Fiat. E dopo Pomigliano necessario adeguare le relazioni industriali"


Il direttivo di Federmeccanica ha dato mandato al presidente Pierluigi Ceccardi di comunicare fin d'ora il recesso dal contratto nazionale siglato il 20 gennaio 2008 e valido fino al 2012. Lo stesso Ceccardi ha spiegato che la decisione di considerare già spirato il contratto è avvenuta "a fronte delle minacciate azioni giudiziarie della Fiom relative all'applicazione di tale accordo" ed è comunicata "in via meramente tecnica e cautelativa allo scopo di garantire la migliore tutela delle aziende". La disdetta avviene a far data dal primo gennaio 2012. Per Landini, segretario generale della Fiom, è una "decisione politica grave, irresponsabile e illegittima".

L'invito Fiom: "Non si ceda a diktat Fiat". Proprio la Fiom, attraverso il segretario generale Maurizio Landini, aveva invitato nelle ultime ore Federmeccanica a non accettare quello che viene visto come un "diktat" di Fiat, perché "meccanismi di confronto sotto diktat alla lunga non aiutano neanche le imprese". In sostanza, la Fiom aveva invitato gli industriali della meccanica a non cedere alle pressioni di Marchionne, che senza deroghe al contratto del 2008 aveva paventato l'uscita di Fiat da Federmeccanica. "I problemi che la crisi pone si possono affrontare anche discutendo di investimenti e di maggiore utilizzo degli impianti. Senza bisogno di deroghe ma applicando il contratto nazionale e le regole che ci sono" aveva concluso Landini.

"Nessun diktat, tutelare aziende". "Fiat non ha spinto per niente - è la replica di Ceccardi -, l'accelerazione che abbiamo imposto oggi è per tutelare le esigenze delle aziende metalmeccaniche e di un milione di lavoratori che dipendono da esse".

"Relazioni industriali da adeguare". Il presidente di Federmeccanica ha poi spiegato che "il consiglio direttivo ha preso in esame l'evoluzione dei rapporti sindacali nel settore dopo il rinnovo del contratto nazionale del 15 ottobre 2009 e la vicenda relativa allo stabilimento Fiat di Pomigliano d'Arco". "Il convincimento unanime è la necessità di proseguire con determinazione nell'adeguamento delle relazioni industriali, sindacali e contrattuali alla domanda di maggior affidabilità e flessibilità che proviene dalle imprese per consentire loro una migliore tenuta rispetto all'urto della competizione globale".

"Cgil partecipi a cambio delle regole". "E' urgente - prosegue Ceccardi - una regolamentazione condivisa del sistema di rappresentanza, sulla cui necessità esiste generale consenso e disponibilità dichiarata dalle parti". Tale regolamentazione, ricorda il presidente di Federmeccanica, è prevista dall'accordo interconfederale del 15 aprile 2009, non sottoscritto dalla Cgil. L'auspicio di Federmeccanica è che anche l'organizzazione guidata da Guglielmo Epifani facia marcia indietro e che "le confederazioni attivino al più presto un tavolo per regolamentare la materia per via pattizia".

Landini: "Strappo alla democrazia". Appresa la decisione di Federmeccanica, Maurizio Landini esprime un giudizio durissimo: "E' una decisione politica grave, irresponsabile e illegittima. Il contratto del 2008 è in vigore fino alla fine del 2011 e ha una sua ultrattività qualora venga presentata una piattaforma per il suo rinnovo". Si tratta secondo il leader della Fiom di "uno strappo alle regole democratiche grave perché si impedisce ai lavoratori di decidere sul loro contratto e si sceglie di trattare con i sindacati che non hanno alcun mandato in questa direzione e in ogni caso rappresentano la minoranza dei dipendenti metalmeccanici".

Fiom: "Noi non ci saremo". Quanto all'incontro del 15 settembre, in cui Federmeccanica e sindacati si confronteranno sulle possibili deroghe al contratto nazionale dei metalmeccanici, Landini spiega che "la Fiom non parteciperà a tavoli che cancellano il contratto nazionale. Non partecipiamo perché non sono trattative ma semplicemente dettature della Fiat".

"Importante manifestazione del 16 ottobre". Domani, al comitato centrale della Fiom "decideremo tutte le iniziative necessarie- conclude Landini -. E più importante ancora è la manifestazione del 16 ottobre per la difesa dei diritti del contratto e della democrazia del nostro Paese".

Fim Cisl: "Per noi non cambia nulla". "Per noi il contratto del 2008 era già decaduto dal punto di vista formale e sostanziale. Quindi non si tratta di alcuna novità". Così Giuseppe Farina, numero uno di Fim Cisl. "Ripeto, nessuna novità sotto il cielo dal punto di vista sindacale".

7 settembre 2010

La Repubblica.it



03 settembre 2010

POMIGLIANO E GLI ACCORDI SEPARATI: UN VULNUS LETALE PER LE RELAZIONI INDUSTRIALI

Si chiama concession bargaining e consiste nello scambiare occupazione contro salari e diritti. Rischia di finire il modello europeo nel quale il sindacato ha condizionato le strategie dell’impresa ed emancipato il lavoro


Le vicende che in questi mesi hanno interessato la Fiat giungono al culmine di una stagione segnata dal moltiplicarsi dei segnali di rottura nel nostro sistema delle relazioni industriali. Ciò che a lungo era sembrato connotarlo positivamente, grande autonomia collettiva e un’astensione della legislazione unica nel suo genere, precipita ora col venir meno delle condizioni politiche che ne avevano a lungo retto il funzionamento. Fra pluralismo competitivo delle organizzazioni sindacali e mancanza di norme legali in tema di rappresentanza e contrattazione, la chiave di volta è consistita nel salvaguardare politicamente e su basi volontarie rapporti leali e responsabili fra Cgil, Cisl e Uil. Al principio maggioritario, foriero di rotture certe, si è preferito quello tendenzialmente unanimistico, l’unico in grado di preservare l’unità d’azione fra sigle diverse e distinte per storia e cultura. Ciò non ha ovviamente impedito rotture anche gravi, come quelle che dal ‘48 in poi hanno a fasi alterne costellato la storia sindacale italiana. Ma è negli ultimi due anni che il susseguirsi di questi episodi ha assunto una frequenza tale da preludere a una svolta epocale e regressiva. Essa appare aggravata dalle sfide poste dal post-fordismo, dalla competizione globale, dalla crisi economica di questi ultimi due anni. Un quadro che pone in serissime difficoltà i movimenti sindacali.

Sotto l’assedio dalle delocalizzazioni, la contrattazione collettiva è ovunque sulla difensiva, attestata da una contrazione sia della copertura (clamorosa nei nuovi stati membri) che della qualità dei suoi contenuti. Si chiama concession bargaining e consiste nello scambiare occupazione contro salari e diritti. Un modello che ricorre sempre più spesso in tutti i paesi più industrializzati.

L’accordo di Pomigliano va letto in questa complessa cornice. E’ un accordo concessivo: in cambio della promessa di cospicui investimenti per l’occupazione, si chiede l’aumento dei turni e dei ritmi di lavoro, la riduzione delle assenze per malattia, il congelamento del conflitto. Esso pone problemi che attengono all’efficacia della contrattazione, alla legittimazione degli agenti contrattuali, al rapporto fra livelli contrattuali. Si tratta di un accordo aziendale, dunque ritenuto dotato di efficacia generalizzata per via della sostanziale indivisibilità degli interessi collettivi su cui interviene. Tale orientamento, prevalente fra i giuristi, viene però disatteso dai giudici del lavoro, per lo più inclini a considerare quello aziendale come un contratto di diritto comune, efficace solo fra le parti che lo hanno sottoscritto.

A Pomigliano è stato siglato un accordo separato, senza e contro una delle organizzazione più rappresentative dello stabilimento: la Fiom. Un dissenso significativo, robustamente corroborato da quel 40% di lavoratori che lo hanno bocciato nel referendum dello 23 giugno, pone un problema sostanziale di governabilità dell’accordo e i vertici Fiat lo hanno capito. La situazione è resa ancora più complicata dal fatto che tale accordo contiene deroghe al contratto nazionale, secondo quanto sì previsto dal CCNL – anch’esso separato – siglato nell’ottobre 2009, ma in contrasto con quello unitario e formalmente in vigore del 2008. Da qui l’intenzione della Fiom di impugnare l’accordo dinanzi al giudice e quello di Fiat/Federmeccanica di disdettare definitivamente il CCNL unitario del 2008, ben prima della sua scadenza naturale.

Fra gli obiettivi dell’accordo di Pomigliano vi è quello di contrastare l’assenteismo e ridurre la conflittualità. I sindacati firmatari divengono responsabili non solo di ogni loro violazione della tregua, ma anche dei comportamenti posti in essere dai lavoratori dello stabilimento, iscritti e non iscritti. Pena sanzioni per il sindacato, con tagli su permessi e contributi, e finanche per il lavoratore, suscettibile di licenziamento. Una obbligazione di mezzi che si trasforma in obbligazione di risultato. Nulla impedisce che i sindacati si impegnino a rispettare le clausole di tregua che hanno sottoscritto, ma in nessun caso ciò può arrivare a configurare il trasferimento di un diritto fondamentale della persona (art. 40) alla potestà di una o più organizzazioni sindacali.

Nel dibattito giornalistico si citano altri modelli nazionali per denunciare l’eccesso conflittualità nel nostro paese ed esaltare la flessibilità altrui. Gli scioperi: in calo verticale da anni, si omette di considerare come il loro drastico contenimento nei paesi nordici avviene sì su basi legali stringenti ma in presenza di sindacati monopolistici e a fronte di diritti sindacali di codeterminazione da noi sconosciuti, proprio sui temi di Pomigliano. Malgrado ciò nulla ha potuto impedire che il conflitto sia periodicamente esploso fuori da ogni controllo pure lì. Le deroghe: si esalta il modello tedesco delle clausole di uscita dal contratto nazionale, tralasciando di ricordare lo smottamento che hanno provocato sul grado di copertura di quest’ultimo.

Il vizio genetico di Pomigliano risiede nell’accordo quadro per la riforma del sistema contrattuale, stipulato senza e contro la Cgil nel gennaio 2009. Un accordo separato sulle regole generali mai visto prima, reso possibile e aggravato dall’assenza di qualunque disciplina legale in tema di rappresentanza. Qui si pone la chiave di una exit strategy dal caos in cui sta precipitando tutto il sistema: regole esigibili e democratiche con cui misurare la rappresentatività dei negoziatori. Come avviene ovunque nel mondo. Oggi un tale approdo appare compromesso dall’esacerbarsi delle tensioni fra i sindacati, alimentato ad arte dall’attuale governo. In questo scenario è difficile immaginare che si possa giungere ad un intervento super partes del legislatore. Ma le libere intese fra sindacati si sono prestate ad un uso opportunistico da parte di Cisl e Uil, come con gli accordi sperati del commercio (2008) e dei meccanici (2009).

L’assenza della Cgil dalla sigla dei contratti potrebbe, ad una lettura formalistica, preludere ad una sua esclusione dai vantaggi che l’ordinamento riconosce alle sole organizzazioni firmatarie (presentazione liste; ripartizione eletti Rsu; trattenute; permessi). Ci proveranno. A Melfi è già stato impedito ai delegati della Fiom di tenere un’assemblea. Una deriva gravissima. Occorre recuperare senso della misura e della responsabilità. Anche perché la Cgil può ritenersi tecnicamente svincolata dagli obblighi assunti dagli altri con accordi separati. Invocare l’ultrattività dei vecchi contratti; scatenare un contenzioso giudiziario paralizzante. Una condizione di libertà che, foriera di ingovernabilità del sistema, può trasformarsi in un’arma formidabile per riconquistare sul campo quel riconoscimento che il governo e gli altri sindacati intendono negarle. Della serie chi semina vento… Si è per anni impedito al legislatore di intervenire su tutta questa materia e il risultato è ora che tutto il potere passa nella mani dei giudici, coi costi e le incertezze che ciò comporta. A chi e a cosa serve avere provocato questo prevedibilissimo caos?

Questo accordo segna uno spartiacque di portata storica? Potrebbe darsi. Altri proveranno infatti ad emularlo e la moneta cattiva scaccia sempre quella buona. Si dice che l'era dell'antagonismo è finita, fingendo di non vedere come quello capitalistico contro il lavoro non è mai stato così pugnace come di questi tempi. Fra precarizzazioni e ristagni salariali le prove sono innumerevoli. Ciò che invece rischia di finire per davvero, in quest’epoca di competizione selvaggia, è il modello europeo di relazioni industriali, in cui per varie vie il sindacato ha potuto/saputo condizionare le strategie dell’impresa ed emancipare il lavoro. Condizionamento che non è mai stato tanto marginale quanto oggi. Assumere questa consapevolezza, e agire di conseguenza per impedire che ciò si compia definitivamente, può essere un modo per fare tesoro delle brutte vicende di questi mesi.

3 settembre 2010

Salvo Leonardi (Ires Cgil)

rassegna.it

23 giugno 2010

I CONFINI DEL LINGOTTO

L'ACCORDO DI POMIGLIANO CI FARA' DIVENTARE TUTTI UN PO' CINESI.

Mentre in Asia si allarga la rivolta operaia per ottenere più diritti e migliori salari, l'accordo Fiat rischia di fare da apripista a peggiori condizioni normative e salariali per tutto il mondo del lavoro in Italia. Il fondato timore è quello di un ricatto "di chi vuole usare Polonia e Cina per insediare un dispotismo asiatico in fabbrica qui, quando la speranza è che l'anelito alla dignità e alla libertà in fabbrica faccia saltare il dispotismo in Cina", come scriveva lucidamente Adriano Sofri nell'articolo di ieri su
La Repubblica.


A POMIGLIANO prevale il sì all'accordo con la Fiat. Non stravince, come la sua direzione avrebbe gradito. Dobbiamo però augurarci che la Fiat non prenda pretesto dal risultato inferiore alle attese per mandare a monte l'accordo, oppure per imporlo senza modificarne una virgola. Non soltanto nell'interesse dei lavoratori, ma anche della Fiat, e del paese, per le conseguenze sociali e politiche che ciò potrebbe avere. Vediamo perché.

In Italia la Fiat produce 650.000 vetture l'anno con 22.000 dipendenti. In Polonia ne produce 600.000 con 6.100 operai. In Brasile le vetture prodotte sono 730.000 e i dipendenti soltanto 9.400. Inoltre il costo del lavoro in quei due paesi, contributi sociali inclusi, è molto più basso. È vero che in Italia si costruisce un certo numero di vetture di classe più alta che non in Polonia o in Brasile. Pur con questa correzione il rapporto auto prodotte/dipendenti resta nettamente sfavorevole agli stabilimenti Fiat in Italia.

Ne segue che su due punti non vi possono essere dubbi. Le aspre condizioni di lavoro che Fiat intende introdurre a Pomigliano, dopo averle sperimentate con successo all'estero, sono la premessa per introdurle prima o poi in tutti gli stabilimenti italiani, da Mirafiori a Melfi, da Cassino a Termoli. Dopodiché interi settori industriali spingeranno da noi per imitare il modello Fiat. Dagli elettrodomestici al tessile e al made in Italy, sono migliaia le imprese italiane medie e piccole che possono dimostrare, dati alla mano, che in India o nelle Filippine, in Romania o in Cina le loro sussidiarie vantano una produzione pro capite di molto superiore agli impianti di casa. Che tale vantaggio sia stato acquisito con salari assai più bassi, sistemi di protezione sociale minimi o inesistenti, e orari molto più lunghi, non sembra ormai avere alcuna rilevanza. Certo non per il governo, e perfino per gran parte dei sindacati. Con l'applicazione totale del modello Fiat, le imprese si sentirebbero autorizzate a far ritornare una parte della produzione delocalizzata in Italia, alla semplice condizione che essa sia accompagnata da salari e condizioni di lavoro che si approssimano sempre più a quella dei lavoratori dei paesi emergenti.

Si tratta di vedere fino a che punto conviene alla Fiat voler passare testardamente alla storia delle relazioni industriali e della globalizzazione come l'impresa italiana che allo scopo di esportare al meglio i suoi prodotti ha dimostrato che si può apertamente importare il peggio delle condizioni di lavoro, per di più ricevendo il plauso del governo. Così facendo, infatti, la Fiat correrebbe, e farebbe correre al paese, diversi rischi. Il primo, se il suo modello tal quale prendesse piede, è quello di contribuire alla stagnazione della domanda interna, che è stata ed è uno dei maggiori fattori della recessione globale in cui il mondo si sta avvitando. D'accordo che lavoratori sfiniti dalla fatica e con i salari, al netto dell'inflazione, pressoché fermi da oltre un decennio, consumano pur sempre qualcosa in più di un disoccupato. Ma il modello Fiat farebbe tendenza, aprendo nuovi spazi di disuguaglianza di reddito tra gli strati inferiori e medi e il dieci per cento dello strato più alto della piramide sociale; i cui membri, per quanto affluenti, difficilmente compreranno quattro o cinque Panda a testa.

Un secondo rischio è quello di far crescere le tensioni sociali. Se il governo alzasse mai lo sguardo dai sondaggi, e il management Fiat dai diagrammi della produttività e dei costi di produzione, potrebbero rendersi conto che disoccupazione, sotto-occupazione, tagli allo stato sociale e percezione di una corruzione dilagante stanno alimentando per conto loro, nel nostro paese come in altri, diffuse situazioni di insofferenza per la curva all'ingiù che la qualità della vita ha ormai palesemente imboccato, e per le iniquità di cui molti si sentono vittime. Ampliare il numero dei malcontenti moltiplicando i lavoratori che sono perentoriamente costretti a scegliere, come a Pomigliano, tra lavoro degradato e disoccupazione, o assistervi senza fare nulla, è una pessima ricetta politica. Alla quale un'impresa dovrebbe evitare di aggiungere i suoi particolari ingredienti.

Per altro il rischio maggiore che Fiat corre e fa correre a tutti noi risiede nel dare una robusta mano a coloro che intendono demolire la costituzione repubblicana. La proposta ventilata di modificare come nulla fosse l'art. 41 della suprema legge, perché a qualcuno dà fastidio che la legge determini i programmi e i controlli opportuni affinché l'attività economica possa essere indirizzata a fini sociali, come in fondo si dice in tutte le costituzioni, potrebbe venir liquidata come la dabbenaggine che è; ma se il lodo Pomigliano, chiamiamolo così, si affermasse lasciando intatte le sue licenze costituzionali, i nemici di quell'articolo ne trarrebbero un cospicuo vantaggio. Autorizzandoli pure a mettere in discussione, perché no, l'art. 36, secondo il quale il lavoratore ha diritto, nientemeno, a una retribuzione sufficiente in ogni caso ad assicurare a sé ed alla sua famiglia un'esistenza libera e dignitosa, oltre che proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro. E magari altri articoli a seguire, in tutto il Titolo III che riguarda i rapporti economici.

Portare a Pomigliano il grosso dell'organizzazione del lavoro vigente in Polonia sarebbe già un successo per la Fiat. Sul resto, ivi compresa la percentuale dei consensi alle sue proposte, forse le converrebbe, e converrebbe al paese, non esagerare con le richieste trancianti.

23 giugno 2010

Luciano Gallino

La Repubblica.it



22 giugno 2010

LA CATASTROFE DEL LAVORO



La crisi, restituendo agli Stati un più forte intervento economico - senza per questo ridurre la sovranità delle grandi multinazionali - sospinge il lavoro salariato verso un rinnovato "sacro egoismo".

Pomigliano ha reso clamorosa questa condizione






SE esistesse oggi un'Internazionale dei lavoratori, dovrebbe ammettere una catastrofe simile a quella che travolse la Seconda Internazionale nel 1914, quando le sue sezioni nazionali aderirono al patriottismo bellico, e i solenni principii andarono a farsi benedire. L'Internazionale non esiste e la crisi finanziaria ed economica non è (per ora) una guerra armata. La Seconda Internazionale era stata largamente partecipe dei pregiudizi e delle convenienze colonialiste: differenza minore, dal momento che lavoratori e sindacati dei paesi ricchi si sono guardati finora dall'affrontare il colossale divario con la condizione del proletariato dei paesi poveri.

La crisi, restituendo agli Stati un più forte intervento economico - senza per questo ridurre la sovranità delle grandi multinazionali - sospinge il lavoro salariato verso un rinnovato "sacro egoismo". Pomigliano ha reso clamorosa questa condizione. La Cina è vicina, e gli scioperi della Honda o della taiwanese Foxconn (e i suicidi operai) mettono in vetrina l'andamento da vasi comunicanti che Scalfari ha qui illustrato: gli operai cinesi rivendicano salari meno infimi e condizioni di lavoro meno infami e gli operai occidentali diventano più cinesi. Il punto però è che la nuova Panda ha messo in concorrenza diretta lavoratori italiani e lavoratori polacchi, cioè di due paesi dell'Unione Europea. E anche se una rilocalizzazione italiana dall'est europeo è inedita, come vanta Marchionne, è vero però che da anni la minaccia di trasferire la produzione in Ungheria o in Romania è valsa a far accettare nell'industria occidentale sacrifici di lavoro e salario non molto dissimili da quelli che si impongono a Pomigliano.

In Germania, la difesa dell'occupazione è costata, ben prima della crisi finanziaria, un forte allungamento dell'orario di lavoro a parità di salario - alla Opel da 38 a 47 ore! A Bochum, nel 2004, si trattò proprio di sventare il trasferimento in Polonia. In Francia le 35 ore erano legge, e sono un ricordo imbarazzato. Oggi, alla Opel, saturati i tempi, gli operai cedono - agli investimenti aziendali, a fondo perduto - una metà di tredicesima e quattordicesima, un mese di salario. Il ritorno a un protezionismo "nazionale" fu vistoso con il prestito offerto dalla Merkel alla Magna in cambio della salvaguardia dell'occupazione tedesca, violando le regole europee sulla concorrenza. Ma si tratta di una tendenza generale, di cui gli incentivi governativi alla Fiat furono un capitolo ingente. Sarebbe interessante sapere in quante fabbriche italiane (Fiat inclusa) condizioni di lavoro largamente simili a quelle imposte a Pomigliano sono già in vigore.

Se dunque non c'è una capacità, e neanche una vera volontà - a parte la lettera "di bandiera" di un gruppo di operai di Tichy - di animare una solidarietà europea, tanto meno ci si attenterà a immaginare una simpatia e un legame fra gli operai di Pomigliano e di Tichy e gli scioperanti e i suicidi di Shenzhen, i quali per giunta fabbricano (sono 400 mila solo alla Foxconn) componenti elettroniche per il mondo intero, e non un prodotto esausto come l'auto, sia pure la nuova Panda. Nel momento in cui accentua la sua internazionalizzazione, la Fiat "nazionalizza" gli operai di Pomigliano, con un ultimatum prepotente perfino nel tono. A sua volta, in un gioco delle parti di cui non è affatto detto che sia voluto - che Sacconi e Marchionne siano in combutta: anzi - il governo prende la sfida della Fiat a pretesto per l'abolizione dei contratti nazionali, la liquidazione simbolica della Costituzione, la sostituzione dei "lavori" ai lavoratori, delle cose alle persone. (L'autocertificazione per cui oggi si pretende di rifare la Costituzione, veniva garantita dal Capezzone quondam radicale in un progettino dal titolo "Sette giorni per aprire un'impresa").

La famigerata "anomalia" di Pomigliano è perciò largamente pretestuosa: serve a far passare per una cruna il cammello del conflitto sociale e dei diritti sindacali. Un precedente prossimo c'è, ed è l'Alitalia: anche lì era facile trovare le anomalie, e fare piazza pulita delle norme. Pomigliano è "anomala" dalla fondazione, come ha raccontato Alberto Statera, con la sua combinazione fra una maggioranza di operai venuti dalla campagna e da assunzioni clientelari, e una minoranza di reduci da altre fabbriche e lotte. Si raccontava, il primo giorno dell'Alfasud, che fossero entrati in fabbrica 3 mila operai, e ne fossero usciti 2.980, perché venti erano evasi durante l'orario di lavoro, avendone già abbastanza. Ma l'industria cinese, quella che fabbrica gli iPad, è fatta largamente di contadini scappati dai villaggi.

Un dirigente mandato da Torino al passaggio dall'Iri alla Fiat, nel 1986, avrebbe poi raccontato agli intimi Pomigliano in termini più coloriti del dialogo fra Chevalley e il principe nel Gattopardo. A Pasqua, si aspettavano una gratifica e un agnello. Il manager, magari anche per l'assonanza col nome della dinastia, provò a monetizzare gli agnelli. Uno sciopero lo costrinse a cedere in extremis. Al rientro dopo la festa lo sciopero riprese, e il dirigente costernato si sentì dire che l'agnello avrebbe dovuto essere vivo, e non macellato. Bisognava che prima ci giocassero i bambini. Sarà una leggenda. Anche sull'assenteismo e sulla camorra a Pomigliano corrono storie vere e leggende, utilizzabili a piacere.

Sarà vero che al direttivo provinciale di Cisl e Uil partecipano seicento dipendenti di Pomigliano? Marchionne deve saperlo, e non da oggi. Deve averci pensato almeno da quando ribattezzò la fabbrica col nome di Giambattista Vico, per riparazione: il più grande intellettuale della Magna Grecia. Non bastava un'intitolazione a passare dall'assenteismo alla scienza nuova, e nemmeno la deportazione dei cattivi a Nola. Ma appunto, il colore locale fa comodo a tutti, e anche a rovesciarlo in un ipertaylorismo - parola buffa, perché il taylorismo è iperbolico per definizione, e caso mai bisogna ridere amaro delle chiacchiere sulla fine del lavoro manuale e della fatica. I 10 minuti in meno di pausa - su 40 - la mezz'ora di mensa spostata a fine turno, e sopprimibile, lo straordinario triplicato - da 40 a 120 ore - e una turnazione che impedisce di programmare la vita, sono già un costo carissimo. Aggiungervi le limitazioni allo sciopero e il ricatto sui primi tre giorni di malattia è una provocazione o un errore, di chi vuole usare Polonia e Cina per insediare un dispotismo asiatico in fabbrica qui, quando la speranza è che l'anelito alla dignità e alla libertà in fabbrica faccia saltare il dispotismo in Cina.

Non c'è l'Internazionale, viene fomentata la guerra fra poveri, si fa la guerra ai poveri, questa sì dappertutto. Perché l'altra lezione venuta in piena luce grazie a Pomigliano è che la storia degli operai "garantiti" opposti ai "precari" era del tutto effimera, e i nodi sono al pettine, per operai e pensionati. Termini Imerese chiude, Pomigliano chissà, Mirafiori... Chi garantisce chi? Dei due modelli presunti - lavorare di meno o consumare di più - è destinato a prevalere, da noi ricchi, il terzo: lavorare di più e consumare di meno. Il "movimento epocale" di redistribuzione del reddito, invocato da Scalfari, va insieme a un cambiamento radicale dei modi di vivere e consumare (si chiamano, chissà perché, "stili": come se ci fosse stile in una coda di autostrada). Erano provvisori i "garantiti", siamo provvisori "noi ricchi" del mondo.

Questione di tempo, e l'economia va più svelta della stessa demografia. Prediche al mondo vorace che esce dalla povertà a spallate, perché non si ingozzi di automobili e telefonini come noi, non ne possiamo fare. Abbiamo dato l'esempio dell'ubriachezza consumista, possiamo solo provare a darne uno pentito, di sobrietà. Sbrigandoci.

22 giugno 2010

Adriano Sofri

La Repubblica.it