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14 dicembre 2013

PRATO, SEI CAMIONISTI OCCUPANO LA CECCHI LOGISTICA

Sono stati licenziati.  Sotto accusa la Cecchi, la Driver ma anche la Cgil: «Siamo stati esclusi perché siamo iscritti al sindacato Cobas. Gli iscritti alla Cgil sono stati tutti riassunti».

La situazione di tensione viene da lontano e aveva già portato ad uno sciopero lo scorso luglio: «erano stanchi di lavorare per 4 euro l'ora senza garanzie»



PRATO. Quando sono arrivati in azienda, nel piazzale della Cecchi Logistica, in portineria, hanno trovato un elenco di nomi. Chi era compreso nell’elenco aveva una “richiesta” di togliere le proprie cose dai camion e restituire alla cooperativa Driver, di cui sono soci lavoratori, il materiale utile ai trasferimenti con i tir. Già nei giorni scorsi tutti i dipendenti della Driver avevano ricevuto una raccomandata con cui la cooperativa li informava che era stato interrotto il rapporto di lavoro con il cliente Corriere Cecchi e che di conseguenza i “soci” avrebbero perso i requisiti per rimanere all’interno della coop. In sintesi avevano ricevuto la lettera di licenziamento. Quelli della lista, sei camionisti, così come tutti gli altri dipendenti anche se con una differenza sostanziale. Mentre gli altri avevano già in mano la riassunzione nella nuova coop scelta dalla Cecchi, la “Work distribuzione” di Padova, i sei erano rimasti fuori dal passaggio.

Ecco quindi che gli esclusi non hanno avuto esitazioni ed hanno cominciato un presidio nel piazzale della Cecchi con la minaccia di rimanere lì finché non avessero chiarimenti. Sotto accusa la Cecchi, la Driver ma anche la Cgil: «Siamo stati esclusi perché siamo iscritti al sindacato Cobas. Gli iscritti alla Cgil sono stati tutti riassunti».

«Non abbiamo intenzione di andarcene - ha detto Shtenko Vadym, portavoce dei sei camionisti - finché non ci avranno chiarito perché non siamo passati nell’altra cooperativa come gli altri. Credo dipenda dal fatto che noi abbiamo criticato fortemente l’accordo firmato dal sindacato trasporti della Cgil di Prato e regionale con la nuova cooperativa di Padova».

Idee che la Federazione autisti operai del Cobas ha ribadito in un documento con cui si chiedeva l’assunzione dei sei senza costringerli a firmare l’accordo ritenuto “lesivo dei diritti dei lavoratori”.
Intanto dalle 11 di sabato 14 dicembre i lavoratori hanno bloccato i camion nel piazzale e si sono rifiutati di restituire il materiale di lavoro alla Work per un paio d’ore. Hanno resistito anche alla richiesta dei carabinieri di desistere dalla protesta tranne poi accettare di andarsene da lì quando sono stati avvertiti che sarebbero stati denunciati per violazione di proprietà privata se solo avessero messo un piede giù dal camion. «Lunedì (16 dicembre ndr) continueremo la nostra protesta», hanno messo in evidenza i sei lasciando il piazzale parcheggio della Cecchi.

Una storia vista più volte nel mondo delle cooperative dove nel passaggio degli appalti si lasciano fuori i dipendenti sgraditi tanto che l’avvocato della Cgil Sergio Lalli nelle scorse settimane aveva denunciato la situazione difficile che si vive in questo settore. In questo caso specifico del malcontento c’era già da tempo e una parte dei lavoratori (la metà in servizio alla Driver) aveva protestato “sequestrando” i camion giusto lo scorso luglio. Il motivo? La Cecchi aveva cambiato già quattro cooperative in un anno. Troppe per i dipendenti.

Dall’azienda di via Frediani (sabato 14, praticamente chiusa) non si è voluto rilasciare alcuna dichiarazione sull’argomento.Risponde invece alle accuse il segretario dei trasporti della Cgil di Prato Leandro Innocenti che a novembre aveva denunciato la giungla delle coop nel settore dei trasporti. «Con la nuova cooperativa a cui è stato affidato il lavoro - spiega - siamo riusciti a raggiungere un accordo che era sempre stato impossibile con le precedenti coop. Un accordo migliorativo per i dipendenti. Un accordo che coinvolge tutti coloro che lo sottoscrivono: non so cosa possa essere successo con i sei protagonisti della protesta di ieri dal momento che il nostro accordo non è solo per i nostri iscritti ma per tutti. Sono venuto a conoscenza della situazione dal Tirreno.it ma dubito si tratti di un persecuzione sindacale. Credo ci sia altro sotto».

Per contattare l'autrice dell'articolo scrivere a i.reali@iltirreno.it




14 dicembre 2013

Ilenia Reali

iltirreno.gelocal.it

12 dicembre 2013

FINTE COOP PER SFRUTTARE 200 LAVORATORI: 13 ARRESTI E 13 MILIONI SEQUESTRATI

L'inchiesta nasce dalla denuncia di un sindacalista Cobas

Sono più di 200 i lavoratori vittime del giro di fittizie cooperative scoperchiato dal Comando provinciale della Guardia di Finanza di Pavia con 13 arresti e il sequestro di 13 milioni di euro su 30 stimati di frode fiscale

 

Finte coop «utilizzate e poi artatamente dismesse al solo fine di consentire ai committenti di assumere manovalanza a buon mercato in totale spregio non solo dei contratti collettivi nazionali ma anche delle più elementari regole di igiene e sicurezza sul lavoro», riassume il gip Luigi Varanelli, «nonché per consentire la totale evasione di qualsivoglia onere contributivo, assicurativo e fiscale, con conseguente danno patrimoniale all'Erario e soprattutto agli stessi lavoratori».

Secondo l'indagine nata a Pavia dalla denuncia di un sindacalista Cobas e coltivata a Milano dal pm Carlo Nocerino - che ora punta a sviluppare con le banche dati di Agenzia delle Entrate-Inps-Prefettura un protocollo di contrasto al fenomeno - un consorzio sarebbe stato «creato al solo scopo di interporsi fittiziamente tra le cooperative "cartiere" di lavoratori e gli effettivi datori di lavoro della manodopera illecitamente collocata», specie la committente «Roto 2000 spa».

Il gip ha concesso l'arresto per tutti i 13 indicati dal pm, ma non per tutti i capi d'accusa proposti. L'associazione a delinquere resta contestata per i reati-fine di frode fiscale, non per l'intermediazione illecita di manodopera (legge Biagi 2003), che è una contravvenzione e per la quale dunque non poteva essere chiesto l'arresto per associazione a delinquere, sodalizio che normativamente deve essere «strutturato stabilmente alla commissione di delitti, non anche di contravvenzioni».

Niente arresto anche per le intimidazioni a «una teste già pesantemente vessata nell'ambiente lavorativo e poi addirittura licenziata proprio per le sua scelta di campo»: qui gli indizi «non sono univoci», e soprattutto i reati hanno «limiti edittali che non consentono l'emissione della richiesta misura cautelare»



11 dicembre 2013

Luigi Ferrarella

Corriere della Sera



10 dicembre 2013

ELEZIONE RLS UNICOOP FIRENZE : USB ROMPE GLI INDUGI AI MAGAZZINI



A otto mesi dalle elezioni delle Rsu in Unicoop Firenze non si è provveduto ancora all'importante designazione dei Rappresentanti alla Sicurezza (RLS)

USB colma il vuoto e nei magazzini annuncia le elezioni Rls per il 16 gennaio 2014




Le elezioni RSU del gruppo Unicoop Firenze si sono svolte a Maggio 2013, quindi sono trascorsi oramai quasi 8 mesi. E' perciò inspiegabile e soprattutto inaccettabile che non si sia ancora provveduto alla nomina o alla elezione dei Rappresentanti dei Lavoratori alla Sicurezza (RLS).

Si perpetua dunque questo ottuso e masochistico ostruzionismo da parte delle Organizzazioni Sindacali confederali di categoria, come già era accaduto per le elezioni delle RSU, che dovettero attendere più di 3 anni dalla scadenza naturale per poter essere indette.

Stavolta ci permettiamo di dire che la gravità del ritardo è resa ancora più evidente vista l'importanza della materia in questione. La mancanza di un delegato RLS regolarmente nominato o eletto ed opportunamente formato può creare danni evidenti alla normale attività lavorativa, facilitando la pratica di cattive abitudini che possono essere causa di gravi infortuni.

Ci sorprendiamo anche di come la stessa dirigenza di Unicoop Firenze stia tollerando così a lungo l'atteggiamento colpevolmente sufficiente delle OO.SS. Ci sono appuntamenti come la Riunione Periodica sulla Sicurezza e pratiche documentali come la redazione di un Documento di Valutazione dei Rischi (DVR), che prevedono obbligatoriamente la presenza dei RLS, perciò Unicoop dovrebbe avere tutto l'interesse alla loro celere individuazione.

A tal proposito duole ricordare che anche le regole che normano l'elezione dei RLS dovrebbero trovarsi all'interno di quel famigerato "accordo rsu" che tutti sanno essere stato firmato da Unicoop ed OO.SS. subito dopo l'approvazione del Contratto Integrativo, ma che nessuno ha mai potuto consultare o anche solo vederne copia e che pare essere gelosamente conservato in chissà quali casseforti!

Per questi motivi la RSU dei magazzini di Scandicci e di Sesto F.no, composta interamente da membri del Sindacato di base USB, hanno deciso di non attendere oltre ed hanno annunciato con regolare comunicazione alla Direzione Logistica l'intenzione di indire le elezioni RLS per il giorno 16 Gennaio 2014.

Le modalità saranno quelle previste dal Decreto Legislativo n.81 del 9 Aprile 2008 e considerate inderogabili, se non in termini migliorativi, sia dai CCNL che dai Contratti Aziendali. Perciò il numero di rappresentanti sarà di 3 per il Ce.Di. di Scandicci (Unità Produttiva con più di 200 addetti) e 1 per il magazzino di Sesto F.no (U.P. con meno di 50 addetti). Come previsto dal medesimo decreto saranno individuati all'interno della stessa RSU, ad eccezione del terzo di Scandicci che sarà invece eletto dai lavoratori. Sembra che la notizia sia stata accolta con favore dai vertici aziendali, questo fa ben sperare per il corretto svolgimento delle elezioni.

In ultimo ci permettiamo di raccomandare a tutti i colleghi/e di interessarsi presso i loro delegati sindacali affinchè in ogni unità produttiva si possa arrivare al più presto alla individuazione dei RLS.


15 dicembre 2012

FACCHINI, I SOTTOPAGATI DA 5 EURO. TRA COOPERATIVE FITTIZIE E INFILTRAZIONI


Queste non pagano i lavoratori per mesi, poi chiudono. Vengono messe in liquidazione e dopo poco tempo riappaiono sul mercato sotto altro nome, in altre città o a volte all'estero.





Merci e facchinaggio. Un mondo fatto di subappalti e sfruttamento. La Cgil lancia l'allarme irregolarità di un settore nevralgico per il mercato dove i sindacati faticano ad entrare. "Il lavoro nero non è il problema principale - spiega Laura Bertoletti della Filt Cgil - i trasportatori, ad esempio, per viaggiare devono avere un contratto con sè. Lo impone il codice della strada, si rischia il sequestro del mezzo se non viene esibito. Eppure pur avendo un contratto in forze spesso ai lavoratori non vengono pagati i contributi. E in alcuni casi neanche gli stipendi. Oggi va di moda non pagare i dipendenti. Succede in tutti i settori, ma in quello dei trasporti il fenomeno è ancora più diffuso".

TRASPORTI: INFILTRAZIONI CRIMINALI. "La mortalità delle aziende - continua Bertoletti - è altissima. Queste non pagano i lavoratori per mesi, poi chiudono. Vengono messe in liquidazione e dopo poco tempo riappaiono sul mercato sotto altro nome, in altre città o a volte all'estero. Questo crea concorrenza sleale. Chi paga regolarmente i lavoratori è meno competitivo sul mercato e soccombe. Dal punto di vista sindacale abbiamo una difficoltà enorme ad intervenire. Quasi nessun dipendente è sindacalizzato e non avendo un luogo fisico di lavoro è quasi impossibile organizzare delle assemblee. In più è estremamente complicato attribuire le responsabilità ai titolari perchè le aziende di trasporti operano in un groviglio di appalti e subappalti dove venire a capo della catena di relazione risulta difficoltoso. In questo campo si può trovare di tutto anche infiltrazioni criminali perchè per i titolari i margini di guadagno possono essere molto alti".

FACCHINI: 5 EURO LORDI ALL'ORA. Per i facchini è ancora peggio. "L'illegalità è ancora più diffusa in questa categoria, - dichiara la funzionaria Filt - i lavoratori sono maggiormente a rischio. E' un sistema di subappalti a consorzi che delegano il lavoro alle cooperative. Pochissime sono vere, tutte le altre sono cooperative fittizie. Per lavorare i dipendenti devono diventare obbligatoriamente soci, ma in realtà non partecipano alle assemblee e a nessun processo decisionale. Sono sottopagati, non viene mai applicato il contratto nazionale, ferie e malattia non sono retribuite, si inventano escamotage per non pagare gli straordinari. Il tutto per 5 euro lordi l'ora. Il tempo di vita medio di queste cooperative è di circa un anno. Gli ultimi mesi non pagano i facchini. Poi spariscono e riaprono con un'altra ragione sociale. La crisi non fa altro che accentuare questi fenomeni".“



13 dicembre 2012


Maria Teresa Improta

Parma Today


Vedi anche:

Bartolini, la cooperativa sulla protesta dei facchini: "Mai pagato in nero"

Interporto, Bartolini: i facchini in sciopero bloccano gli ingressi

Mafia a Parma: le infiltrazioni nella logistica


La logistica a Parma? Nelle mani di una sola società: la Number 1 Logistics Group




28 settembre 2012

MAGAZZINO AUTOGRILL OCCUPATO

Magazzino Autogrill di Pieve Emanuele (MI)  a rischio 110 lavoratori della cooperativa che gestisce 420 punti vendita

La nuova cooperativa che dovrebbe assumerli dal primo ottobre ma ha proposto un quasi dimezzamento dello stipendio per tutti, una riduzione del personale fino al 35% e la rinuncia ai diritti conquistati in questi anni.


Prima sono andati sotto la sede di Autogrill a Rozzano, poi hanno cercato il colloquio con la nuova cooperativa che dovrebbe assumerli dal primo ottobre ma ha proposto un quasi dimezzamento dello stipendio per tutti, una riduzione del personale fino al 35% e la rinuncia ai diritti conquistati in questi anni. Alla fine si sono asserragliati dietro ai cancelli del magazzino di 20mila metri quadrati in via Berlinguer a Pieve Emanuele e sotto l’insegna della “grande A” hanno deciso che l’occupazione non si fermerà fino a che non si riaprirà la discussione.

Sono i 110 lavoratori del magazzino Autogrill, incastonato tra le logistiche di Coop e Gs a Pieve Emanuele, in via Berlinguer. Fuori sventolano le bandiere della Cisl, dentro ci sono loro, volti tirati, ma determinati, con gli striscioni che ricordano che i lavoratori non sono “usa e getta”. E da lunedì, dai cancelli del magazzino che ogni settimana gestisce circa 170mila pacchi destinati a rifornire 420 autogrill non esce e non entra nulla. «Siamo dipendenti di una cooperativa che lavora per Autogrill – racconta Gianni D’Agostino, delegato Cisl – ma da venerdì cambia l’appalto. 

E la nuova coop, la Clo di Siziano del consorzio Silo, non vuole garantire i livelli occupazionali, i salari e gli occupati». «Abbiamo incontrato la nuova coop anche ieri – aggiunge Antonio Palla, coordinatore regionale Fit Cisl Lombardia – ma ha ribadito l’intenzione di sostituire i lavoratori con proprio personale già dal primo ottobre. Siamo preoccupati per quello che potrebbe accadere». Perché ai cancelli si troverebbero schierati, su fronti opposti, lavoratori dell’una e dell’altra parte. 

«Oltre ai tagli di posti di lavoro e di salario, la coop propone un modello organizzativo che garantisce il turn over, «in cui si lavora per periodi precisi in modo da non accumulare ferie e permessi». A ricevere e spedire i croissants o gli scatoloni di snaks che si trovano in autogrill, ci sono uomini e donne che lavorano a Capodanno e di domenica, cui si propone di prendere 4 euro all’ora, come spiega Arianna Puleo, 33 anni di Bornasco, da 14 anni al ricevimento merci: «Sono arrivata che ero una ragazza, ora ho due figlie e mi vogliono cacciare». O Ebelle Patience, 46 anni, residente a Pavia, che nell’impianto lavora da 14. «Anche noi abbiamo contribuito alla costruzione della Grande A, e ora Autogrill ci svende», aggiunge Luciano Ferrara, 33 anni, di Copiano. Dietro ai cancelli, tra striscioni e bandiere, si sente solo una parola: «Resteremo qui a oltranza».



27 settembre 2012

Anna Ghezzi 



 

 

20 agosto 2012

I CANI FUORI DALLA COOP DI PONTEDERA

Il provvedimento preso da Unicoop Firenze per il punto vendita di Via Terracini a Pontedera in seguito ad una sguaiata protesta

Potranno però entrare i cani guida per i non vedenti e quelli di piccola taglia, a condizione che siano contenuti all’interno di un idoneo trasportino.

PONTEDERA. Fido rimane fuori. Adesso è ufficiale. C’è la lettera che lo spiega. La comunicazione che la Unicoop Firenze ha fatto al sindaco del Comune di Pontedera. È stata spedita nei giorni prima di Ferragosto ed è stata messa agli atti lo scorso fine settimana.

La comunicazione di Unicoop riguarda il supermercato di via Terracini a Pontedera. La Coop e il centro commerciale del quartiere Sozzifanti, per intenderci.

Fa riferimento alla legge della Regione Toscana (del dicembre 2009) e spiega che la Unicoop ha «deciso di vietare l’accesso ai cani e a qualsiasi animale domestico all’interno dei propri supermercati alimentari».

Con un’unica eccezione, però: potranno varcare la soglia del supermercato i cani guida per i non vedenti e quelli di piccola taglia, a condizione che siano contenuti all’interno di un idoneo trasportino.


Dal blog: Quando gli animali contano più delle persone


20 agosto 2012

Il Tirreno



13 agosto 2012

PRIMAFROST, INDAGATI I VERTICI AZIENDALI


La procura mette sotto inchiesta almeno cinque persone.

Tra le accuse lo sfruttamento di manodopera e l’estorsione


Svolta nell’inchiesta Primafrost, l’azienda di surgelati di Valdaro messa sotto accusa per irregolarità nelle retribuzioni e per le insufficienti misure di sicurezza adottate nei confronti dei lavoratori. Secondo i sindacati, che nella giornata di ieri hanno tenuto una conferenza stampa, sarebbero quattro le persone indagate dalla procura. In poche parole i vertici della società. In realtà, stando alle indiscrezioni raccolte a palazzo di giustizia, sarebbero molte di più.

Un’indagine nata da una serie di esposti che hanno fatto scattare i controlli della Direzione provinciale del lavoro e dell’Asl. La notizia è stata ufficializzata dal segretario della Fit-Cisl Emmanuele Monti, insieme al collega della Filt-Cgil Marzio Uberti.

I reati ipotizzati sono di intermediazione illecita e sfruttamento della manodopera, somministrazione fraudolenta dei lavoratori, estorsione in concorso. Prese in esame anche le minacce che alcuni lavoratori hanno denunciato di aver subito in passato, come quella di non venire assunti se non avessero abbandonato il sindacato.

Sono state analizzate anche le retribuzioni economiche definite anomale. Alcuni dei reati contestati rientrano, come accennato, nell’ambito della sicurezza sul lavoro, ma da questo punto di vista le prescrizioni dell’Asl sono state in parte rispettate.

Ricordiamo che quindici dei venti lavoratori licenziati hanno firmato un accordo che prevede un esborso, da parte dell'azienda, di settemila euro. In cambio questi operai hanno rinunciato a ogni altra rivendicazione. Vale a dire ai cinque mesi non lavorati, al recupero della differenza retributiva degli ultimi cinque anni e al reintegro in Primafrost come dipendenti dell'azienda e non come cooperativa, così come previsto da un'ordinanza dell'ispettorato del lavoro che aveva comandato l'assunzione di tutti e venti gli operai.

Cinque di loro però hanno tenuto duro e non hanno accettato il compromesso proposto dall'azienda.

Dopo le denunce, secondo il sindacato, sarebbero arrivate le minacce ai lavoratori sindacalizzati. Operai e sindacati hanno messo insieme un dossier fotografico sulle condizioni di lavoro: arrampicati su scaffali e carrelli a quattro o cinque metri di altezza senza protezioni, e senza alcun riconoscimento o indennità per il lavoro svolto a trenta gradi sotto zero, con scarpe antinfortunistiche rattoppate da nastro adesivo. E infine con le uscite di sicurezza bloccate.

Per richiamare l’attenzione sulle precarie condizioni di lavoro, venti operai si sono anche autodenunciati per evasione fiscale.



11 agosto 2012

Graziella Scavazza

Gazzetta di Mantova


09 agosto 2012

QUANDO GLI ANIMALI CONTANO PIU' DELLE PERSONE


Ieri la protesta di alcuni proprietari di cani che hanno preteso e ottenuto di entrare nel punto vendita di Unicoop Firenze a Pontedera con animali al guinzaglio e le giuste tutele del Comune di Roma a protezione dei cavalli che trainano carrozzelle turistiche, ci hanno indotto ad una riflessione. Sugli umani.




Ieri è avvenuta una singolare protesta in un negozio di Unicoop Firenze a Pontedera. Un plotoncino di persone con cane a guinzaglio ha raccolto via facebook il lamento di una cliente che era stata allontanata perché entrata nel punto vendita col suo cane. I cani ed i loro padroni si sono presentati compatti all’ora di massimo afflusso al supermercato e hanno marciato sotto la galleria del centro commerciale con libero ingresso al supermercato, grazie al fatto che la direzione del centro Coop ha chiuso un occhio per non esasperare gli animi ed evitare troppa «cagnara».

Chi intende considerare questa bravata come una protesta animalista, ha completamente sbagliato bersaglio. Qui non si tratta di diritti negati né ai padroni dei cani, né agli animali stessi, i quali si suppone non nutrano uno specifico interesse nell'accompagnare il padrone a far la spesa in un supermercato. Si tratta invece di una prevaricazione bella e buona che va oltre le più elementari norme igienico-sanitarie, nonché di una incivile mancanza di rispetto verso gli altri clienti e i dipendenti. Chi lavora in Coop, come in qualsiasi altra catena di supermercati, conosce bene a quali norme igieniche si debba giustamente sottostare, quali indumenti, anche fastidiosi, debbano essere indossati. Ecco che un gruppo di prepotenti cane muniti, pretende di infischiarsi delle regole e fare di un posto pubblico casa sua. Coop è stata ingiustamente indulgente, perché ha piegato la testa alla prepotenza, al non rispetto delle norme, danneggiando chi le regole le rispetta, siano essi clienti o lavoratori.

L'altro fatto che ci colpisce è che i cavalli che trainano le botticelle (così le carrozzelle romane) siano giustamente tutelati da norme comunali stringenti. Essi infatti non possono essere utilizzati oltre le sei ore di lavoro, nessuna attività dalle ore 13 alle 17 in estate, pause adeguate e divieto di esercizio oltre i 35 gradi e altro ancora.

Ora, i cavalli ed i cani ci stanno molto simpatici, ci piacerebbe che un pò di accortezza fosse riservata anche nei confronti degli umani. Nei magazzini la temperatura supera spesso nel periodo estivo i 30 gradi e il lavoro non è propriamente sedentario. Ricordiamo la protesta dei magazzini Unicoop Firenze di Sesto Fiorentino, giusto un anno fa, ma potremmo citare centinaia di casi, dove nessuna Asl, nessun ente competente si guarda bene di verificare a che temperatura lavorano questi minotauri. E anche recentemente, tra le tutele negate ai lavoratori di magazzino, emerge il problema dello svolgere un lavoro faticoso con temperature impossibili.

Vogliamogli del bene agli animali, ma non ci dimentichiamo degli umani.


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08 agosto 2012

BOLLATE (MI), TRE LICENZIATI. SCIOPERO ALLA "COOP ALA"









Ancora sciopero e presidio di protesta alla coopertiva Ala di Ospiate, che dal 2007 si occupa dell’imballaggio di prodotti per la cosmetica. «Tre licenziamenti non fermeranno la lotta». I lavoratori denunciano: «Lavoro nero per sei mesi, misure di sicurezza inesistenti, 240 ore lavorate 120 pagate, assunti al terzo livello pagati come sesto livello con 4.000 euro annui di differenza, casa in comodato gratuito ma pagata con detrazione in busta paga». E ancora, «dispositivi individuali di protezione nulli, zero informazione-formazione dei lavoratori al rischio, areazione del fabbricato inesistente con 40 gradi medi d’estate, timbratore per il controllo delle ore assente, il locale mensa vicino ai cessi». Non è il primo sciopero.


Bollate, 8 agosto 2012 - Ancora sciopero e presidio di protesta alla coopertiva Ala di Ospiate, che dal 2007 si occupa dell’imballaggio di prodotti per la cosmetica. «Tre licenziamenti non fermeranno la lotta», urlano i lavoratori che da ieri sono tornati a incrociare le braccia davanti ai capannoni di via Trento 59. «Questi licenziamenti sono la risposta che i vertici della coop danno ai lavoratori che si erano resi protagonisti nei giorni scorsi di una lotta per la dignità, contro lo sfruttamento subito tutti i giorni in fabbrica», dichiarano le rappresentanze sindacali dello SiCobas.

I lavoratori denunciano: «Lavoro nero per sei mesi, misure di sicurezza inesistenti, 240 ore lavorate 120 pagate, assunti al terzo livello pagati come sesto livello con 4.000 euro annui di differenza, casa in comodato gratuito ma pagata con detrazione in busta paga». E ancora, «dispositivi individuali di protezione nulli, zero informazione-formazione dei lavoratori al rischio, areazione del fabbricato inesistente con 40 gradi medi d’estate, timbratore per il controllo delle ore assente, il locale mensa vicino ai cessi». Non è il primo sciopero.

La battaglia è iniziata a giugno, proseguita a luglio, ripresa in questi giorni. «La nostra risposta unitaria sarà sempre la lotta, per questo oggi (ieri, per chi legge, ndr) senza alcuna defezione i 17 lavoratori che chiedevano diritti sono ancora fuori dai cancelli e lo saranno ancora nei prossimi giorni. La solidarietà e l’unità che questi lavoratori hanno già dimostrato per Kokilan, licenziato il mese scorso per avere alzato la testa, non verrà certo meno». Fra loro e vertici della coop è uno scambio di accuse.

«Nessuno sfruttamento, non abbiamo mai saltato uno stipendio, svolgiamo un lavoro regolare. Il nostro obiettivo era formare una squadra di lavoro stabile ma in queste condizioni non è possibile», dichiara Anna Zanotti Fragonara, la titolare della società. Un incontro fra le parti c’è già stato. «Dicono che non abbiamo rispettato l’accordo del 9 luglio ma questo non è vero. Di fronte alle assenze ingiustificate di due lavoratori ci siamo trovati costretti a contestare formalmente e prendere dei provvedimenti disciplinari - aggiunge Fragonara -. È vero anche che abbiamo licenziato tre operai, ma questo dopo tre richiami e altrettanti provvedimenti non rispettati. Noi abbiamo tentato ogni via di dialogo, continuare sulla strada della protesta nuoce soprattutto a loro dato che le ore di sciopero non vengono pagate, inoltre, non è questa la strada per sedersi attorno ad un tavolo».



8 agosto 2012

Monica Guerci

Il Giorno




31 luglio 2012

COOP DOVE LO STIPENDIO E' DI 800 EURO AL MESE


La Casa di riposo di Cervere (CN) ospita 32 anziani ed è gestita dalla cooperativa «Azzurra»

Ore di lavoro settimanali: 38. A 6,70 euro lordi l’ora. A fine mese: 800 euro netti. Si superano i mille mensili solo con decine di ore di straordinari, magari di notte.




Lo prevedono alcuni dei contratti della cooperazione che riguardano (stima Confcooperative provinciale) 1500 soci-lavoratori della Granda: in case di riposo, facchinaggio, pulizie. Per Confcooperative e Cgil, Cisl e Uil sono contratti «in pratica fuorilegge», perché alcune settimane fa il ministero del Lavoro, con una circolare specifica, ha dichiarato non validi i contratti detti «Unci»: con paghe più basse e meno tutele per il socio-lavoratore. C’è chi la chiama cooperazione «spuria».

Il ministero del Lavoro ha chiarito che, d’ora in avanti, è riconosciuto valido solo il contratto siglato dalle «associazioni più rappresentative» (Agci, Confcooperative, Legacoop, Cgil, Cisl e Uil). Tutto il resto? Nullo, «e il personale di vigilanza deve recuperare le differenze retributive». I sindacati stanno raccogliendo adesioni di soci-cooperatori, a cui è stato applicato il contratto «Unci» o altri simili.

Ad esempio la Uil Fpl per «difendere» i 12 peratori socio sanitari (Oss) che lavorano nella casa di riposo di Cervere (15 dipendenti, 32 anziani ospiti) ha chiesto al tribunale di Alba che la cooperativa Azzurra, che gestisce il ricovero per anziani, «si metta in regola con le disposizioni vigenti». Il segretario provinciale Giovanni La Motta: «Fino all’anno scorso c’era una sola oss che, ogni notte, affiancata da un volontario, seguiva i pazienti, che sono su tre piani: un lavoro impossibile. Ora volontari non ce ne sono più. Così a questa lavoratrici è stata chiesta una “notte passiva”: cioè non bollare e a fronte di 15 euro dormire nella casa di riposo a supporto di una collega. Ma senza il dovere di intervenire se non in casi di emergenza. Non è previsto dal contratto, con paga molto bassa. Su nostra richiesta è già intervenuto l’Ispettorato del Lavoro; chiederemo anche all’Inps di verificare. Quando al direttore della cooperativa abbiamo chiesto di applicare il contratto specificato dal ministero del Lavoro, ci è stato risposto che era impossibile. Sennò si falliva».

Pietro Luigi Garro è presidente di Azzurra: nata nel ‘96, 250 soci (tra oss, educatori, infermieri), opera nel Cuneese e nel Saluzzese, dalle case di riposo alle Asl ai consorzi socioassistenziali.

Garro: «La circolare del ministero del Lavoro ci ha fatto saltare sulla sedia. Giovedì saremo a Roma per protestare con il Consiglio nazionale Unci, di cui faccio parte. La legge è chiara: anche dentro le cooperative, i lavoratori devono essere pagati non meno dei contratti stipulati dalla associazioni comparativamente più rappresentative. Noi siamo legati all’Unci che riunisce oltre 8 mila cooperative in Italia. Perché l’Unci no e le altre sigle sì? Incomprensibile».

Sulla casa di riposo di Cervere: «Non applichiamo il contratto Unci, ma quello interno della cooperativa, approvato dall’assemblea dei soci, che è molto simile. Non è vero che non ci sono più volontari. Pagare due oss per notte? Possibile solo se gli ospiti fossero il doppio».

Prosegue: «Ad esempio la casa di riposo di Revello: la gestivano noi e il Comune ha bandito una una gara imponendo il contratto Cgil Cisl e Uil. Abbiamo partecipato e vinto: prevede 7,72 euro lordi l’ora. Ma così è raddoppiata la retta della casa di riposo, tanti anziani sono andati via, si sono dovute ridurre le ore di lavoro ai lavoratori. Una sconfitta per tutti. Finora la cooperativa Azzurra ha sempre pagato in tempo, tredicesime e ferie comprese. Ma ora la situazione è difficile: da settembre sono a rischio i servizi che diamo, perché Asl e consorzi pagano con 12 mesi di ritardo. Nella Granda ci sono tante cooperative che non pagano i soci, o a fine anno chiedono lo stato di crisi per i bilanci in rosso e sottopagano i lavoratori. Questo contenimento dei costi ci ha permesso di operare sempre bene, anche di mantenere basse le rette della case di riposo. Non solo: Azzurra dà ogni anno i ristorni, cioè suddivide l’eventuale utile tra tutti i soci. Come un premio di produzione. E con i ristorni non c’è quasi differenza con il contratto unico che il ministero del Lavoro vorrebbe imporre».


31 luglio 2012

Lorenzo Boratto

La Stampa



16 luglio 2012

I LAVORATORI COBAS AD IKEA: «IMPONGA UN APPALTO VIRTUOSO»


I lavoratori della Logistica scrivono ad Ikea in vista del rinnovo del contratto di appalto. Il comunicato del Si Cobas




E’ tempo di un primo bilancio della nostra vertenza. Un bilancio che, come lavoratori delle cooperative in appalto ai magazzini IKEA, vogliamo portare a conoscenza di tutti gli altri lavoratori (in particolare del settore della logistica), della stampa, delle istituzioni e dell’opinione pubblica. Lo facciamo affinché sia chiara la nostra posizione in merito, anche in vista del rinnovo del contratto di appalto (in scadenza).

Con lo sciopero del 14 e 15 giugno abbiamo posto questioni di giustizia economica e sociale altrimenti inascoltate.
Nel nostro comunicato sindacale del 15/06/2012 rimarcavamo quali fossero le nostre richieste: “... il rispetto degli operai da parte dei responsabili, l’equità nella distribuzione del lavoro, giusti livelli di inquadramento e giuste retribuzioni, carichi di lavoro in linea con gli standard di sicurezza, applicazione di un unico contratto, il CCNL Trasporto e Logistica, per tutti gli operai in appalto ai magazzini a fronte del fatto che la coop. San Martino applica invece il contratto Multiservizi.”

Il comunicato diffuso dal Consorzio del 15/06/2012, invece, recitava: “…CGS, consorzio di riferimento con le associate Cristall, Euroservizi e San Martino, fanno presente che a differenza di altri episodi verificatisi in passato in depositi della logistica, l’applicazione del contratto ed il rispetto della normativa in fatto di lavoro non è mai stata in discussione, anzi, le stesse società, rivendicano la correttezza dei propri comportamenti come ripetutamente certificato dagli organi di vigilanza.”

Il Consorzio, più correttamente, avrebbe dovuto parlare di “applicazione dei contratti”, perchè nonostante siamo tutti lavoratori impiegati nella movimentazione merci e quindi abbiamo sviluppato le nostre professionalità su questo tipo di lavoro e non su altro, ci troviamo in una situazione di dumping contrattuale dal momento che a parità di lavoro abbiamo trattamenti salariali e contrattuali diversi a seconda della cooperativa di appartenenza.

Ad aggravare questa ingiustizia il fatto che stiamo parlando di un appalto virtuoso, IKEA, in quanto il committente conferisce un adeguato valore alla commessa, cosa tutt’altro che scontata in questo settore, ed applica al suo stesso personale in forza ai magazzini il CCNL Trasporto e Logistica.
Trovare una benché minima giustificazione alla discriminazione di trattamento che una parte di noi subisce è veramente impresa ardua.
Mentre le cooperative Cristall ed Euroservizi ci inquadrano nel CCNL di riferimento (Trasporto e Logistica) la San Martino ci applica il CCNL Multiservizi. Gli operai della San Martino in IKEA non sono pulitori, manutentori o quant’altro. Sono operai che movimentano merce.

Pretendiamo, quindi, l’applicazione del CCNL corrispondente alla nostra attività rifiutando una frammentazione contrattuale che ci discrimina e non rende giustizia alla nostra condizione di lavoratori.
Se una cooperativa svolge più attività, è giusto che applichi distinti contratti, qualora queste siano autonome fra loro. Una cosa è il pulimento civile ed industriale di aziende di “pulizia e servizi integrati/multiservizi” , ben altra è la “logistica, trasporto merci e spedizioni”.
Il fatto di sentirci dire dalla San Martino che per la cooperativa è prevalente l’attività di multiservizi rispetto a quella della logistica non giustifica ne risolve il problema. Noi vogliamo essere inquadrati e retribuiti per l’attività effettivamente prestata.

E’ compito della San Martino risolvere questo problema di natura amministrativa e contabile. Per noi operai tale problema significa differenziazione al ribasso, perdita di salario, non rispetto della nostra dignità.
Noi rifiutiamo la concorrenza tra lavoratori e denunciamo, oltretutto, che attraverso questo meccanismo di frammentazione contrattuale si produce quella che generalmente viene definita “concorrenza sleale” tra operatori economici. Questa è una delle cause che porta ad abbassamenti del valore delle commesse che poi ricadono su noi lavoratori in termini di abbassamento delle retribuzioni e delle condizioni di vita e di lavoro.

Lo sanno bene altri lavoratori del nostro comparto che si ritrovano in appalti meno virtuosi dove le commesse sono ben al disotto della tariffa minima delle € 15,70 orarie che ad ottobre dello scorso anno fu definita dal Tavolo Interistituzionale a Piacenza dopo il caso della TNT.
Noi questa battaglia la porteremo fino in fondo!
Non lo facciamo solo per noi, lavoratori presso i magazzini IKEA, lo facciamo per tutti quelli che, come noi, si spaccano la schiena ogni giorno, permettendo alle merci di circolare e alle aziende di vendere i loro prodotti, per poi magari sentirci dire che non siamo più idonei per questo lavoro.

E’ aberrante ascoltare i pseudo proclami istituzionali di contrasto a incidenti e morti sul lavoro ogni qual volta questi si verificano, quando a noi “soci”-lavoratori inquadrati in CCNL che, in ragione di quanto previsto dai regolamenti interni delle cooperative e dalla normativa di legge, non ci viene riconosciuto nulla per i primi 3 giorni di malattia. Condizione questa che, giocoforza, ci spinge a lavorare anche se malati per non perdere salario, esponendoci in termini di salute e sicurezza. Nella stragrande maggioranza dei casi, eccetto rarissime situazioni, non vi è nessuna integrazione da parte della cooperativa a quanto corrisposto da INPS e INAIL, creando una gravissima discriminazione nei nostri confronti rispetto a tutti gli altri lavoratori subordinati.
Questo, e non solo questo, ci porta a dire che siamo considerati lavoratori di serie B e che spetta a noi fare qualcosa per migliorare la nostra condizione.

Ad IKEA chiediamo di intercedere presso il Consorzio imponendo che, con il rinnovo dell’appalto in scadenza, venga applicato un unico contratto presso i magazzini: il CCNL Trasporto e Logistica. Questo è nelle facoltà di IKEA e sarebbe un atto molto apprezzato da noi lavoratori.

Alle cooperative chiediamo che vengano riconosciuti i giusti inquadramenti in base alle mansioni effettivamente svolte, senza distinzioni arbitrarie.

A tutti quelli che si ostinano a volerci rappresentare senza il nostro consenso chiediamo di smetterla, perché ridicoli e fuori da ogni logica democratica.

Alle istituzioni e alla forza pubblica ribadiamo che noi operai non siamo un problema di ordine pubblico ma di ordine sociale nella misura in cui siamo sfruttati e calpestati nella nostra dignità.
A tutti, invece, ricordiamo che ci siamo costituiti in sindacato e se qualcuno si ostina a non riconoscere questo dato di fatto vuol dire che non gli interessa il dialogo ed il confronto e vuole costringerci a nuove azioni sindacali e di lotta.
Con lo sciopero ci siamo fatti ascoltare, ma questo non risolve i problemi che abbiamo posto.
Ora vogliamo giustizia e dignità e siamo disposti a perseverare pur di ottenerle.


Lavoratori SI-Cobas delle cooperative in appalto presso i magazzini IKEA


14 luglio 2012

PiacenzaSera.it




12 luglio 2012

STOP ALLE COOP CHE SFRUTTANO IL LAVORO CON CONTRATTI PIRATA

RIBASSI INAMMISSIBILI
«Così si generano distorsioni di mercato e concorrenza sleale» L’allarme del direttore degli ispettori ministeriali

In Piemonte 219 coop irregolari su 300 controllate Le ispezioni hanno confermato un fenomeno diffuso: nelle cooperative sono stati individuati 2400 lavoratori «irregolari», di cui 53 totalmente sconosciuti al fisco


Basta contratti pirata nelle cooperative, che riducono di oltre il 30 per cento il costo del lavoro, generando concorrenza sleale e distorsioni del mercato». L’allarme, che è anche un impegno, lo lancia Paolo Pennesi, direttore generale per l’attività ispettiva del Ministero del Lavoro che ieri è intervenuto all’incontro promosso dall’Alleanza delle cooperative a Torino.

I dati degli Osservatori provinciali sulla cooperazione parlano chiaro: l’anno scorso sulle 300 cooperative controllate in tutto il Piemonte, 80 in provincia di Torino, 219 sono risultate irregolari perché non applicano i contratti collettivi, per fornitura illecita di manodopera, inquadramenti contrattuali errati e per il ricorso al classico lavoro nero. I lavoratori irregolari individuati sono stati 2.400, 53 quelli totalmente sconosciuti al fisco. L’attività d’ispezione ha consentito di recuperare 4,2 milioni di euro di contributi e premi evasi dalle aziende. Un tesoretto che solo nel torinese vale 330 mila euro. Risultati raggiunti con organici limitati, se si pensa che per l’osservatorio di Torino e provincia sono impegnati cinquanta ispettori che non seguono solo le pratiche delle cooperazione, mentre a livello nazionale sono un po’ più di tremila.

I settori produttivi più a rischio irregolarità sono la logistica, i trasporti, i servizi ausiliari all’impresa e quelli socio sanitari. «Le cooperative irregolari – dicono gli ispettori dell’osservatorio torinese – sono di solito di piccole e medie dimensioni, fino ai 150 soci, ma nel corso del 2012 abbiamo individuato irregolarità anche in realtà più grandi, oltre i 500 soci».

La crisi che morde, confermano gli ispettori, è un invito ad eludere le regole, specialmente quando i ribassi sui prezzi dei servizi sono così alti che i committenti sono disposti a cedere il lavoro a cooperative che aggirano le norme. «Rafforzeremo i controlli – assicura Pennesi – per impedire che si applichi il contratto privato Unci-Confsal, associazioni che hanno una rappresentanza minoritaria e applicano ribassi inammissibili al costo del lavoro». A giugno il Ministero ha indicato come contratti di riferimento per il mondo delle cooperative quelli delle associazioni di rappresentanza Confcooperative, Legacoop e Agci, concertati con Cgil, Cisl e Uil. Una presa di posizione che «è il riconoscimento della lotta decennale di queste associazioni alla cooperazione spuria» secondo Giovenale Gerbaudo, presidente di Confcooperative

Piemonte, ma che sta stretta ad altri attori del mercato: «Da mesi aspettiamo un confronto col Ministero per non rimanere ingiustamente tagliati fuori dagli osservatori – dice il presidente nazionale Unci, Paolo Galligioni –. In più, non è vero che le nostre retribuzioni sono più basse e distorsive del mercato, perché buona parte degli stipendi è costituito da eventuali utili che vengono redistribuiti tra i soci».

«4,2» «milioni di euro» «sono i contributi e i premi non versati recuperati dalle 219 cooperative irregolari scoperte in Piemonte nel 2011 grazie ai controlli degli osservatori provinciali sulla cooperazione»



12 luglio 2012

Andrea Ciattaglia

La Stampa



15 maggio 2012

IL PERUVIANO CHE HA FATTO TREMARE ESSELUNGA


















Perfettamente integrato, politicizzato, non disposto a subire umiliazioni di tipo razzista. È il leader del lungo sciopero milanese ai magazzini Esselunga. Una vicenda che racconta il lavoro migrante oltre i luoghi comuni. E che svela i subappalti e il caporalato nel cuore dell’Italia industriale.


Pioltello (Milano) - Luis Seclen è nato a Lima. Da giovane ha partecipato alle manifestazioni contro il regime militare, oggi è quello che si definirebbe un immigrato integrato. Ottima padronanza della lingua, stesso lavoro da anni, figli all’università. Otto mesi fa ha messo tutto a rischio, diventando il leader del primo sciopero multiculturale dell’Italia in crisi. Una lunga vicenda che lo ha portato a scontrarsi con uno degli uomini più ricchi e potenti d’Italia: Bernardo Caprotti, il padrone di Esselunga.

Seclen ci spiega come ha guidato lo sciopero dei migranti al Nord. Protagonisti duecento lavoratori (latinoamericani, africani, pakistani) occupati nelle cooperative che gestiscono in subappalto i magazzini Esselunga di Pioltello, a due passi da Milano. Per mesi hanno impedito ai camion di uscire regolarmente dai cancelli. Hanno costretto la controparte a trattare, nonostante venticinque licenziamenti punitivi, la pressione della polizia, il rischio di rimanere senza lavoro.

«Non lo abbiamo fatto per avere più soldi, ma per la nostra dignità», racconta il lavoratore peruviano a Linkiesta. «Con 1.200-1.400 al mese non stavamo malissimo». La protesta è nata quando i capireparto hanno aggredito un lavoratore con toni razzisti. Un colpo alla testa e una frase che fa male più della violenza: «Così capisci meglio l’italiano». Il primo pensiero è la denuncia ai carabinieri. Il secondo è invece: «Così perdo il lavoro, meglio non fare niente». «Quella frase mi ha colpito», spiega Seclen. Anche se l’aggressione non lo riguarda in prima persona, decide di accusare comunque gli aggressori. Lo chiamano in ufficio, contestandogli ritardi e punendolo con una settimana di sospensione. «Domani non lavori, non c’è bisogno di te – gli dicono. – Come si dice in Italia, avrei dovuto pensare agli affari miei», riflette amaramente.

A Pioltello c’è la sede principale di Esselunga, il supermercato importato nel 1957 da una società Usa di Nelson Rockfeller. Il primo punto vendita italiano ispirato dal modello americano. Oggi circa 250 uomini – provenienti da ogni angolo del mondo – trasportano i colli dai camion ai magazzini (drogheria, salumeria, scatolame). L’estrema precarietà non è dettata dalla crisi: la maggior parte di loro lavora lì da 8 anni.

Il 7 ottobre 2011 è il giorno del primo sciopero. Una vertenza contro il sistema dell’esternalizzazione alle cooperative. «Spesso si lavora a chiamata, al limite del caporalato», denunciano i sindacalisti. «Carichiamo fino a 3mila chili al giorno quando la legge sanitaria ne prevede al massimo la metà. I capireparto ti controllano e ti sollecitano. E se non stai ai loro ritmi, il giorno dopo non ti chiamano». Sembrano le testimonianze che vengono dalle campagne del Sud, siamo invece nel cuore del terziario italiano. Ma scatole e barattoli non arrivano da soli sugli scaffali. Come a Nardò, Rosarno, Castel Volturno - i paesi della raccolta del pomodoro e delle arance - sono i lavoratori stranieri a guidare la protesta.

Dopo la vicenda dell’aggressione, i lavoratori – prima sospettosi e in competizione tra loro – decidono di usare la domenica per riunirsi. Un africano, un pakistano, un filippino e un sudamericano, i più anziani del magazzino di drogheria, diventano i leader. Iniziano i richiami, arriva una strana decurtazione in busta paga (“Contibuto AVF, nessun commercialista è riuscito a spiegarci cos’era”). Ma la mobilitazione prosegue.

«Abbiamo fatto tremare l’Esselunga. Caprotti, più che odiare i comunisti odia i sindacalisti. Siamo stati chiamati al telefono, ci hanno convocato». Seclen prosegue il suo racconto. «Da domani non vogliamo vedere i capireparto violenti, abbiamo detto. Ok, se ne andranno, ma che offrite voi?, ci hanno risposto. Che possiamo offrire, se già lavoriamo come schiavi?».

«E allora abbiamo deciso lo sciopero. Ci siamo resi conto che eravamo inginocchiati. Alzate la testa e guardateli in faccia, ho detto in assemblea. Non immaginate la rabbia e la collera che è uscita dal cuore di questi ragazzi. Abbiamo deciso: sciopero. Abbiamo fermato Esselunga. In Perù ho partecipato a diverse manifestazioni. Ma qui ho visto una festa popolare. Caprotti è sceso dal decimo piano a vedere cosa stava succedendo. Qualcuno gli ha fatto vedere il nostro volantino. Voglio vedere fuori tutti i dodici delegati, ha detto. Conoscendolo, sapevamo che non avremmo più messo piede nel magazzino. Ma i cancelli erano tutti chiusi, i suoi camion non uscivano, nonostante oltre cento poliziotti a proteggere gli interessi dell’azienda. Abbiamo tenuto duro una settimana. Dopo il quarto giorno abbiamo saputo che Esselunga stava cedendo il nostro appalto. Rientriamo a lavorare, la cooperativa aveva paura di perdere tutto».

Poi lunghi mesi di ritorsioni, sospensioni disciplinari, ferie obbligate. E picchetti di due ore, a sorpresa. «Un giorno sono arrivati i carabinieri, io avevo in tasca la sentenza di reintegro del Tribunale, ho detto: voi siete l’autorità, fate rispettare la legge. Fatemi tornare nel mio posto di lavoro». Poi invece è arrivata l’ordinanza del sindaco. «Al mio paese non avevo mai visto nulla di simile. Centocinquanta poliziotti contro il presidio di cinque lavoratori. Irrompono e spaccano tutto. Il datore di lavoro osserva soddisfatto dal decimo piano». Oggi due su 25 hanno ottenuto una sentenza di reintegro. Tutti gli altri sono ancora senza lavoro.


Antonello Mangano

Linkiesta


03 aprile 2012

A MANTOVA LA PRIMAFROST LICENZIA, E IGNORA TUTTE LE REGOLE
















A Mantova è un caso: la Primafrost, azienda di surgelati, ha licenziato 19 operai che si erano autodenunciati per evasione fiscale. La serie di abusi e di mancanze nel rispetto delle norme di sicurezza e fiscali sarebbe lunghissima, tanto che un operaio ha rischiato di rimanere paralizzato. La procura indaga su un caso di abuso esasperato, ma che dimostra che il mondo del lavoro, in Italia, può ancora essere così.


MANTOVA - «Benvenuti alla Primafrost, la centrale logistica del freddo». Così inizia la pubblicità in rete. che risale al 2009.

Così inizia la pubblicità in rete, che risale al 2009 e descrive i punti di forza dell’azienda di stoccaggio di surgelati di Valdaro, frazione di Mantova, in gran parte posseduta da Lombardini Discount (93%) e in parte da Romano Freddi (7%), imprenditore dei surgelati noto in città. Con orgoglio, Elisa Savoia, amministratore delegato della Primafrost, racconta la novità tecnologica del voice picking, un sistema appena introdotto che rende il lavoro più veloce ed efficiente. Lei stessa di dice «molto soddisfatta», e anche gli operai – cosa che, ammette, non aveva valutato – «erano entusiasti». I lavoratori, spiega, «normalmente non mi vengono a dire se sono soddisfatti o meno rispetto a quello che fanno». E sorride.


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18 marzo 2012

FACCHINI APPALTO GLS PIACENZA IN CORTEO


«Se non cambierà intifada anche qua»

«Se non cambierà, intifada anche qua», corteo di facchini in centro
Corteo di protesta in centro dei facchini impiegati in diverse aziende del polo logistico in città. Obiettivo? Sensibilizzare la popolazione e sollecitare l'intervento delle istituzioni della città sul drammatico problema dello sfruttamento del lavoro nelle cooperative

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Si allarga la protesta nel piacentino e nelle Coop che hanno in appalto logistica e magazzini. La lotta dei soci lavoratori è un fiume in piena e pare contaminare l'opaco mondo delle Coop sociali. Sono in genere i sindacati di base come SI Cobas a portare avanti le lotte di questi lavoratori, ultimi tra gli ultimi, per diritti elementari.

Un solo appunto. Lo slogan con riferimento all'intifada non pare azzeccato se, come dicono i lavoratori: ««Siamo stranieri, ma siamo tutti uguali», «Piacentini unitevi a noi, alla battaglia contro questo sfruttamento del lavoro». Per curiosità chi crede può vedere il tenore xenofobo, razzista e fascista dei commenti in fondo alla pagina dell'articolo originale.

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«Se non cambierà, intifada anche qua», corteo di facchini in centro

Non c'è mai stata così tanta gente tutta insieme dall'inaugurazione di dicembre 2011 nella "nuova" piazza Sant'Antonino. Ma queste persone non sono italiane e non stanno festeggiando. Stanno protestando. Sono le decine e decine di facchini impiegati nel polo logistico di Piacenza che hanno portato la loro rabbia per le vie del centro in un assolato sabato di marzo.
«Se non cambierà, intifada anche qua», corteo di facchini in centro

Dopo il caso Tnt del luglio scorso e della Ceva di Cortemaggiore adesso la protesta è arrivata anche alla Gls di via Riva a Montale dove in queste settimane i facchini hanno attuato dei blocchi davanti all'hub per protestare contro la mancanza dell'applicazione del contratto nazionale, le pessime condizioni lavorative e situazioni di caporalato.

I ragazzi, sono tutti molto giovani e quasi tutti nordafricani, sono stati supportati dal sindacato dei Si Cobas. Solo il 15 marzo, dopo una notte di blocco dei tir c'è stato un incontro tra il Comune, la Provincia con i rappresentanti della Gls e della coop Forza 4 che gestisce i facchini. Risultato? Presto dovrebbe esserci un tavolo in Provincia per cercare di risolvere la situazione e confrontarsi sul da farsi. I rappresentanti della Gls però non riconoscono il sindacato dei Cobas. Staremo a vedere.

Intanto però, dicevamo, nella mattina del 17 marzo i facchini con gli esponenenti dei Si Cobas e alcuni rappresanti del partito di Rifondazione Comunista hanno dato vita ad un corteo per le vie della città. Sono partiti dal Cheope, sono passati sul Corso, sullo Stradone Farnese, in via Giordani, in piazza Sant'Antonino, via Scalabrini, piazzaleRoma, via Roma, via Tibini per arrivare ai giardini Margherita. Sono state 3 ore di cori, di canzoni e di protesta pacifica. I ragazzi hanno voluto far conoscere al centro della città, ai piacentini cosa succede in periferia e al polo logistico.

I facchini chiedono i loro diritti, vorrebbero controlli da parte della finanza e dell'ispettorato del lavoro all'interno di queste coop e aziende per verificare la situazione che secondo loro è assolutamente illegale. Inoltre accusano i sindacati confederali (Cgil, Cisl e Uil) di fare combutta con i padroni e di essere assenti in questa battaglia per i diritti dei lavoratori. Parlano di mafia e di lavoro nero nei loro cori e nelle loro denunce.

«Se non cambierà, intifada anche qua», corteo di facchini in centro

Dicono. «Siamo stranieri, ma siamo tutti uguali», «Piacentini unitevi a noi, alla battaglia contro questo sfruttamento del lavoro», «Via la mafia (e la Lega) da Piacenza». Diversi i piacentini affacciati alla finestra a guardare questo corteo colorato e rumoroso, alcuni si fermano per strada. Parlottano. Altri si lamentano del traffico rallentato, molti non capiscono, altri sono solidali. Certo è che questa protesta e i problemi che questi ragazzi portano all'attenzione dei piacentini non possono essere ignorati.

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17 marzo 2012

Il Piacenza


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09 marzo 2012

PRIMA VITTORIA DEGLI OPERAI SAFRA (APPALTO MAGAZZINI ESSELUNGA). IL GIUDICE: TORNATE AL LAVORO

Il giudice ha disposto la riassunzione immediata dei primi due operai licenziati dalle cooperative che operano all’interno dei magazzini Esselunga di Limito, mettendo nero su bianco il rientro nello stesso posto di lavoro



Dopo mesi di battaglie durissime, il fronte dei lavoratori licenziati dal consorzio Safra ha incassato la prima vittoria. Il giudice ha disposto la riassunzione immediata dei primi due operai licenziati dalle cooperative che operano all’interno dei magazzini Esselunga di Limito, mettendo nero su bianco il rientro nello stesso posto di lavoro. A stabilirlo è stata una sentenza del Tribunale del Lavoro, che ieri ha dato ragione ai primi due lavoratori della lunga cordata legale intentata dai sindacati del Si.Cobas. È stata invece rimandata a un’ulteriore udienza che si terrà a maggio la vicenda di altri due lavoratori, licenziati dalle cooperative per scarso rendimento e con l’accusa di presunte minacce nei confronti di quattro colleghi.

Secondo Safra, i due operai avrebbero minacciato i colleghi di percosse se non si fossero iscritti al sindacato. Il giudice ha rimandato l’udienza per dare modo alle parti di acquisire dei testimoni che confermino o smentiscano le accuse messe in campo da Safra. Esultano i sindacati. «È un risultato positivo - afferma Fabio Zerbini, portavoce del Si.Cobas - la sentenza ha dimostrato che i lavoratori sono stati licenziati ingiustamente. Il giudice ha disposto il reintegro con effetto immediato sullo stesso posto di lavoro, quindi torneranno in servizio ai magazzini Esselunga di Limito. Inoltre, ha stabilito il risarcimento delle quattro mensilità perdute a causa del licenziamento».

Fino al giorno prima erano in corso delle trattative tra le parti, sul tavolo della discussione c’era l’ipotesi di un accordo di conciliazione, saltato all’ultimo momento. Sei mesi di cassa integrazione e poi il reintegro in organico, questi i punti dell’accordo saltato.«I lavoratori non hanno accettato la proposta di mediazione - continua Zerbini - perché i legali di Esselunga volevano una clausola con la quale rinunciavano a rientrare in qualsiasi appalto di Safra con Esselunga, quindi non solo nei magazzini di Pioltello, ma in qualsiasi altro sito in Italia. In cambio della firma, avrebbero dato 7mila euro di risarcimento. Sarebbe stata una sconfitta, sappiamo bene che senza la possibilità di rientrare nei magazzini di Limito i lavoratori rischiano di essere trasferiti in chissà quale posto e regione». La sentenza, invece, ha dato ragione agli operai.


8 marzo 2011

Patrizia Tossi

Il Giorno.it


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15 febbraio 2012

EX SAFRA, FACCHINI CHOC: SCHIAVIZZATI DAI CAPORALI

Presidio dei lavoratori delle coop a Limito
Presidio dei lavoratori delle coop a Limito

Rivelazioni da incubo in Tribunale

Magazzini Esselunga di Pioltello, davanti al giudice contro il licenziamento, sono a spasso in 25. I consiglieri provinciali invitano le istituzioni a solidarizzare con la causa. Le tute blu marcano stretto i magazzini in cui operano


«Ci trattano come degli animali, lavorare nei magazzini di Safra è un vero incubo: solleviamo a mano pesi da 40 chili, la voce del capoturno scandisce il ritmo e chi si stanca viene mandato a casa per fare posto a persone più forti». A parlare sono alcuni dei lavoratori licenziati dalle cooperative del Consorzio Safra, terzista di Esselunga, che, ieri mattina, hanno fatto esplodere tutta la loro rabbia davanti ai cancelli del tribunale del lavoro.

E, mentre in aula giudici e avvocati discutevano le prime due cause intentate contro Safra per l’ingiusto licenziamento di 25 operai, davanti ai cancelli del tribunale andava in scena la protesta. «Sono i caporali delle cooperative a decide ogni giorno chi può lavorare e chi invece no - racconta E.E., un lavoratore nigeriano di 32 anni - gli operai si spaccano la schiena sollevando pacchi pesantissimi e chi non riesce viene fatto fuori. Se un lavoratore non è abbastanza veloce, a fine giornata viene chiamato in ufficio per dare spiegazioni e a fine mese gli vengono tolti dei soldi dalla busta paga». Insieme ai lavoratori ieri mattina c’erano i delegati Si.Cobas e alcuni consiglieri provinciali, che da mesi chiedono un intervento del Prefetto per il reintegro dei licenziati.

«Una volta sono svenuto mentre lavoravo - continua E.O., un nigeriano di 26 anni - avevo chiesto al capoturno di fare una pausa perchè stavo male, lui mi ha risposto di firmare un foglio. Credeva che non sapessi leggere l’italiano: su quel foglio c’era scritto che mi rifiutavo di lavorare. Non ho ceduto, ma poi sono uscito in ambulanza». I sindacati denunciano da mesi i ritmi insostenibili all’interno dei magazzini di Limito, forme illegali di caporalato e sfruttamento dei lavoratori. «I turni iniziano alle quattro e mezza del pomeriggio - continua E.O.- e finiscono alle cinque del mattino, poi si riattacca alle undici e chi si rifiuta non viene più richiamato al lavoro. Molti di noi hanno famiglia, abbiamo bisogno di lavorare e quindi è troppo facile ricattarci». Non solo. «La pausa pranzo è di un quarto d’ora, non si può sforare - aggiungono i lavoratori, - le regole della sicurezza non vengono seguite. Durante le riunioni ci mostrano le procedure corrette, quelle che dovremmo seguire per essere in regola, ma poi nei magazzini ci trattano come schiavi e dobbiamo solo correre».

Anche il mondo della politica si è schierato dalla parte dei lavoratori. «Abbiamo chiesto a Esselunga di sedersi al tavolo istituzionale - spiega Diana De Marchi, consigliera provinciale del Pd - non possiamo pensare che l’azienda sia una parte disgiunta dalle cooperative, perchè chiude gli occhi facendo finta di non conoscere tutti gli abusi che vengono commessi all’interno dei magazzini. Tutte le istituzioni devono combattere per cancellare il caporalato, è un modo per fruttare le persone e chi osa alzare la testa per rivendicare un diritto viene lasciato a spasso».


15 febbraio 2012

Patrizia Tossi

Il Giorno.it

31 gennaio 2012

OPERAI SOTTOPAGATI E POI LICENZIATI, LA MAGISTRATURA INDAGA PRIMAFROST

Asl e ispettori setacciano l’azienda di trasporto di surgelati di Valdaro (MN) dopo le denunce sulle condizioni di lavoro insostenibili

Le prime conferme


MANTOVA. Un muro contro muro d’altri tempi per il quale ora è scesa in campo anche la magistratura. Non scende la tensione alla Primafrost, l’azienda che trasporta surgelati dallo stabilimento di Valdaro che la settimana scorsa aveva chiuso le porte ai venti operai iscritti alla Cisl che protestavano per scarsa sicurezza e stipendi irregolari. Ieri il capo della procura di via Poma, Antonino Condorelli, ha annunciato l’apertura di un’inchiesta sulle condizioni della Primafrost.

Un’azione figlia della serie di esposti ricevuti negli ultimi due mesi, soprattutto dalla Fit-Cisl, che si era rivolta anche alla Direzione provinciale del lavoro (l’ex ispettorato) e all’Asl. E sono proprio questi due enti ad aver già fatto scattare una serie di controlli nello stabilimento di Valdaro, dove fino a giovedì lavoravano i venti operai ai quali è stato comunicato che la loro cooperativa (la Bbs di Bresso, gruppo Login) ha perso l’appalto, ora affidato alla Azzurra.

Secondo il sindacato è solo un pretesto: «Le due cooperative fanno riferimento allo stesso consorzio e gli operai sono gli stessi – aveva attaccato il segretario della Fit-Cisl Emmanuele Monti – semplicemente, così come più volte minacciato, l’azienda ha lasciato a casa tutti quelli che non hanno accettato di lasciare il sindacato e smettere di protestare per lo sfruttamento a cui sono sottoposti. Non a caso il licenziamento è scattato all’indomani dell’autodenuncia per evasione alla Guardia di Finanza». E per chi ha accettato di stracciare la tessera della Cisl il posto in azienda è rimasto.

In piedi senza protezione su ponteggi alti 4-5 metri, scarpe anti-infortunistica rattoppate con il nastro adesivo, straordinari pagati come semplici rimborsi per alleggerire buste paga e tasse, mancato riconoscimento per un lavoro a 30 gradi sotto zero che dura fino a 13-14 ore al giorno: queste le condizioni in cui si opera alla Primafrost secondo i dipendenti, che hanno documentato il tutto con un ampio dossier fotografico allegato alla denuncia.

Medicina del lavoro e ispettori (con il nucleo dei carabinieri distaccato a Dosso del Corso) nei giorni scorsi sono stati a Valdaro e ora stanno chiudendo le rispettive relazioni da consegnare alla Procura. Al setaccio i contratti di assunzione, le buste paga, il rispetto della legislazione sul lavoro e la sicurezza nello stabilimento.

Non c’è ancora nulla nero su bianco, ma nella sostanza la polizia giudiziaria avrebbe trovato la conferma di quanto denunciato dal sindacato e dagli operai. Le relazioni di Asl e Ispettorato potrebbero arrivare in Procura già entro la settimana. Poi toccherà al pm valutare e decidere come procedere.

IL SILENZIO DELL'AZIENDA.Titolari e dirigenti di Primafrost hanno scelto questa strada, nonostante da settimane la loro azienda sia al centro dell’attenzione con accuse pesantissime da parte del sindacato e ora abbia addosso anche gli occhi della magistratura. Il primo a sbattere contro il muro del silenzio è stato il segretario della Fit-Cisl Emmanuele Monti, che ha fatto sapere di non essere mai riuscito a parlare con il titolare Giulio Luigi Lombardini.

Nelle ultime ore, oltre ad essersi negati al telefono alla Gazzetta che cercava informazioni, i responsabili di Primafrost hanno respinto anche l’invito al dialogo della Provincia. Palazzo di Bagno ha cercato di contattare l’azienda, che però ritiene di non dover dare spiegazioni né di dover rispondere al telefono.

«Questa situazione è indegna – torna ad affondare la vicepresidente Giovanna Martelli, che ieri ha nuovamente incontrato i lavoratori – non ricordo di aver mai visto un atteggiamento simile da parte di un’azienda. Nei giorni scorsi abbiamo ricostruito l’assetto societario di Primafrost e cercato di parlare con i titolari, ma siamo stati respinti. Ora abbiamo acquisito le lettere di licenziamento per valutare se si possano aiutare gli operai a ottenere il reintegro. Sono disarmati e disorientati. Intanto ci siamo messi in contatto con la Regione per chiedere la messa in mobilità dei lavoratori, i cui dati sono stati girati ai Centri per l’impiego per vedere se esistano collocazioni alternative».


31 gennaio 2011

Gazzetta di Mantova