17 febbraio 2015

UNICOOP FIRENZE: SUO FRATELLO MORI' SUL LAVORO, ORA E' A RISCHIO IL RISARCIMENTO





 




Una segnalazione di Unicoop Firenze ai servizi sociali sulla presunta incapacità del fratello di Claudio Pierini, morto nei magazzini della stessa Unicoop mentre lavorava, mette a rischio il risarcimento. La vicenda ricostruita nell'articolo di Fabrizio Morviducci per La Nazione.


Non bastava la tragedia di una morte sul lavoro. Per il fratello di Claudio Pierini, l'uomo che ha perso la vita ai magazzini Unicoop Firenze di via dei Pratoni nel 2011, anche l'umiliazione di finire di dover finire sotto amministrazione di sostegno. Un'umiliazione con altre conseguenze: il rischio di perdere la costituzione di parte civile nel processo penale che vede imputati per omicidio colposo tre dirigenti di Unicoop per la morte del fratello. Ma è durante la prima udienza che sarebbe emerso l'assurdo.

«Abbiamo saputo - ha detto l'avvocato di Pierini, Mattia Alfano - che era arrivata una segnalazione ai servizi sociali di Scandicci riguardo una presunta incapacità del fratello della vittima a gestire il patrimonio. Per questo era stato nominato un amministratore di sostegno. Una decisione presa con un'unica visita da parte dei servizi sociali. Il pm così ha richiesto un amministratore di sostegno; il giudice lo ha nominato, prenderà servizio il prossimo 14 marzo. Noi abbiamo presentato ricorso, ma il rischio è che se non fosse accolto, il fratello di Pierini perderà il suo ruolo di parte civile e il risarcimento per la morte del fratello, almeno in sede penale. Chi ha presentato la segnalazione ai servizi sociali? L'amministratore ha dichiarato davanti al giudice che è stata Unicoop Firenze a chiedere l'interessamento dell'assistente sociale di Scandicci».

Quindi proprio la controparte processuale avrebbe chiesto l'intervento per far dichiarare incapace il fratello di Claudio Pierini. «Il 30 marzo - ha concluso l'avvocato Alfano - si terrà la nuova udienza del processo. E la pronuncia del giudice sul nostro ricorso è necessaria. Voglio comunque che si sappia che il mio assistito, dalla morte del fratello ha utilizzato il primo denaro ricevuto per chiudere debiti e bollette arretrate; ha vissuto con una provvisionale versata da Unicoop.»

Una vicenda assurda: Claudio Pierini è deceduto nel luglio 2011 mentre era al lavoro. Ha perso il controllo del suo mezzo mentre stoccava merci all'interno del grande magazzino di approvvigionamento in via dei Pratoni. Oggi, a distanza di quattro anni, non è ancora finita. La lunga battaglia di carte bollate per avere giustizia dopo quel tragico incidente si arricchisce di un nuovo episodio, non proprio edificante.


17 febbraio 2015

Fabrizio Morviducci

La Nazione

16 febbraio 2015

MORTO SUL LAVORO, SE LA COOP SI DIMENTICA DI CLAUDIO PIERINI

E' una storia che risale al 2011. Ma che oggi, a quattro anni di distanza, vede compiere un passo verso l'ingiustizia.








Un morto sul lavoro. Ai magazzini di approvvigionamento della Unicoop Firenze in via Pratoni a Scandicci. Il primo in tanti anni. Un procedimento penale in corso con tre indagati per omicidio colposo. E l'inizio di una storia che sembra avere come protagonisti i forti contro i deboli. Con i primi che provano ad approfittarsi dei secondi in una vicenda che non tutela i diritti di un uomo. Non tutela il diritto al dolore, alla sofferenza, alla dignità. Ad un risarcimento per la morte di una persona cara avvenuta in circostanze tutte da chiarire. Per dare giustizia, se solo bastasse, alla morte di un uomo. Da quel giorno Mattia Alfano, avvocato fiorentino, si batte con determinazione, insieme al collega Guido Ferradini, per garantire i diritti di un uomo morto sul posto di lavoro.
E' una storia che risale al 2011. Ma che oggi, a quattro anni di distanza, vede compiere un passo verso l'ingiustizia.

I FATTI - Claudio Pierini muore il 21 luglio 2011 mentre lavorava. Stava effettuando delle manovre con un muletto nel reparto profumeria del centro di stoccaggio. Una chiazza d'olio sul pavimento non era stata asciugata e nel percorrere quel tratto col muletto Pierini ha perso il controllo del mezzo, finendo contro una scaffalatura e subendo un impatto violentissimo. Un'agonia atroce durata qualche minuto tra lo strazio dei colleghi. Poi la morte.

LA SOLIDARIETA' DEI COLLEGHI - Moltissime le parole di solidarietà verso la famiglia ed i lavoratori. Anche dall'Unicoop Firenze che in quelle ore diffonde un messaggio di cordoglio stringendosi “attorno alla famiglia” a cui esprime “vicinanza e dolore per quanto accaduto”. I colleghi di Pierini iniziano una colletta di solidarietà per i cari. Un affetto encomiabile, commovente. Disperatamente utile. 10.000 euro per chi aveva lasciato. Un piccolo, quantomai grande, contributo di solidarietà da chi, per anni, ha condiviso la stessa divisa da lavoro.

E' MORTO UN UOMO - Perché “il morto sul lavoro” è anche un uomo. Con tutti quelli che possono essere i problemi che hanno le persone e che lasciano fuori dalle fabbriche e dalle aziende. E quei colleghi sapevano che le ore passate in quei magazzini da Claudio Pierini servivano a mandare avanti una situazione economica familiare non facile, come le tante che affliggono molti italiani. Affitto di casa, condivisa con il fratello rimasto senza lavoro dopo il fallimento della propria ditta di artigiano, bollette, rate della macchina. La vita quotidiana con un solo stipendio per due persone. Quella tragedia si abbatte su quella famiglia come un ciclone.

PROBLEMI ECONOMICI - Non ci sono risparmi in casa e quei soldi raccolti dai colleghi servono per pagare il funerale e correre a saldare gli affitti arretrati e le bollette delle utenze ormai disattivate. Denaro che finisce velocemente proprio per pagare quei debiti accumulati. Questo sarà un problema in tutta la vicenda. Arriveranno anche gli emolumenti del tfr di Claudio Pierini. Soldi che gli spettano, nessun regalo o atto di generosità.

PROBLEMI DI SALUTE – Emergerà anche che Claudio Pierini, morto a Luglio 2011, da Marzo era in possesso di un certificato di medicina del lavoro che gli vietava l'utilizzo di macchine di movimentazione a causa dell'assunzione di un farmaco che ne avrebbe limitato i riflessi. Quindi Claudio Pierini non poteva e non doveva guidare quel muletto che lo ha portato incontro alla morte.

LA GIUSTIZIA – Ad una incredibile ed incomprensibile distanza di quattro anni ad oggi è in corso un procedimento penale che vede tre indagati per omicidio colposo, due amministratori ed il responsabile del magazzino Unicoop. La famiglia Pierini si è costituita parte civile ed è rappresentata dagli avvocati Alfano e Ferradini.

QUALI DIRITTI? - Ma quel che accade oggi, lascia increduli e apre un oscuro sipario su alcune dinamiche che lasciano poco spazio alla tutela dei diritti di un lavoratore ma prima ancora a quelli di un uomo. Perchè quella situazione di difficoltà economica sarà oggetto di discriminazione.

LA COOP SEGNALA LA FAMIGLIA AI SERVIZI SOCIALI: “INCAPACI DI GESTIRE SOLDI” - Sarà un funzionario di Unicoop a segnalarla ai servizi sociali. A chi scrive appare una forma di autotutela cercando qualsiasi via d'uscita davanti ad un risarcimento danni che si prospetta estremamente importante anche per le responsabilità oggettive dell'azienda rilevate fin dai primi momenti dopo la morte di Claudio Pierini. Una segnalazione squalificante anche verso la memoria dell'uomo a cui si imputa di avere un fratello che non è in grado di gestire il patrimonio economico. Quando questo signore ha avuto la sola colpa di aver completamente ripianato i debiti accumulati e di aver vissuto con altri 50.000 euro di provvisionale pagati da Unicoop.
Un'azienda evidentemente preoccupata per l'esborso economico del risarcimento e che a loro dire garantirebbe al fratello un patrimonio che lui non sarebbe capace di amministrare.

“FRATELLO DEL MORTO INCAPACE AMMINISTRARE SOLDI” - E qui va in scena ciò che lascia senza parole. Ma anche senza diritti. Unicoop segnala appunto la situazione ai servizi sociali che con un' unica visita, redigono una relazione in cui si tratteggerebbe una condizione di incapacità della gestione delle cose da parte del fratello del Pierini. In pratica è incapace di intendere e di volere.

“DATE UN AMMINISTRATORE DI SOSTEGNO” - Così viene chiesto dal pm un amministratore di sostegno che il giudice del tribunale di Firenze nomina e che il prossimo 14 marzo prenderà ufficialmente il suo incarico. E il fratello di Claudio Pierini perderà i suoi diritti. Sarà controllato perchè incapace. In pratica il giudice concorda con Unicoop sul fatto che il fratello del Pierini sia incapace di gestire una ingente somma di denaro e che lui e la moglie sono in un lungo stato di disoccupazione. Quasi voluta, appare capire dalle conclusioni del giudice.

LA DISOCCUPAZIONE E' UNA COLPA - Quasi come se per un uomo, lo stato di disoccupazione fosse una colpa personale. Una punizione da espiare. Come se per un 50enne, che ha sempre lavorato nella sua ditta di imbianchino con il proprio furgone, sia facile ripartire dopo essere fallito con la propria piccola attività, aver perso il lavoro, la dignità e forse molta della stima in se stesso.
Questa per il giudice è la colpa del fratello di Pierini. Colpevole forse anche di aver avuto una forma depressiva dopo la morte tragica di un fratello.

“LIMITATA LIBERTA' DI UN UOMO SENZA MOTIVO” - “E' stata limitata la libertà personale di un uomo senza una perizia di un Ctu, senza alcuna visita specialistica– scrive l'avvocato Alfano nel suo reclamo contro la decisione del tribunale di nominare un amministratore di sostegno – senza che ci sia stato un contraddittorio o che semplicemente il signor Pierini venisse chiamato a poter rispondere di queste azioni di incapacità che gli venivano imputate”.

"NESSUNA CERTIFICAZIONE MEDICA" - "Non esiste documentazione sanitaria che consenta di ritenere il Pierini sia infermo o menomato a livello fisico o psichico in misura tale da rendere impossibile provvedere ai propri interessi” scrive il legale sottolineando come "la conclusione, davvero incredibile a cui giunge l'assistente sociale è quella per cui il Pierini non sarebbe stato in grado di gestire i suoi averi quando con le somme ricevute ha saldato i debiti pregressi accumulati con il fratello".

E' un appello ai diritti civili quello dell'avvocato Mattia Alfano nel suo reclamo. Che si scontra solo con il cinismo processuale di una cooperativa che al lavoratore in questo caso non pensa e non ha pensato. E che lascia da parte anche la dignità umana davanti alla forza dei soldi. Una vicenda, quella della morte di Claudio Pierini, che continueremo ad approfondire nei prossimi giorni con altri articoli e documenti. Non capiamo come un giudice possa accogliere la richiesta della parte imputata di privare dei propri diritti la parte offesa. Non lo capiamo soprattutto quando vediamo che è l'azienda contro il suo lavoratore morto. Quando l'azienda dispiaciuta pensa a come risarcire il meno possibile un proprio lavoratore morto. Quando si negano i diritti. Quando si è deboli. E quando i forti provano ad approfittarsene. 



16 febbraio 2015

Matteo Calì

http://www.ilsitodifirenze.it

03 febbraio 2015

PRESTITO SOCIALE, I RENDIMENTI DELLE COOP NEL 2015



I recenti casi dei crac di alcune Coop ripropongono il problema delle tutele e della sicurezza dei risparmi dei soci prestatori

Possiamo comunque notare che per quanto riguarda le remunerazioni dei soci, le nove coop della grande distribuzione si muovono in ordine sparso. Segue un quadro aggiornato






Si parla ancora troppo poco del prestito sociale delle cooperative e dei vari aspetti, soprattutto quelli legati alla sicurezza e alla trasparenza. I recenti casi di cronaca che hanno coinvolto due coop friulane, la storica Coop Operaie di Trieste e la CoopCa, dovrebbero invece far maggiormente riflettere. Se poi usciamo dall'ambito della distribuzione e passiamo all'edilizia, i casi che vedono travolti i soci prestatori si moltiplicano, partendo da quello della Coopcostruttori di Argenta al recente crac della Orion. Milioni di euro di piccoli risparmiatori immolati sull'altare di una cooperazione che non li tutela adeguatamente, ma beffati forse anche dalla loro ingenuità. Ci sono infatti dei miti duri da sfatare, come quello che le coop non possono fallire perché ben amministrate o per antichi retaggi ideologici. Da questo punto di vista lo slogan La Coop sei tu si è rivelato efficacissimo, ma non proprio veritiero.

Quel milione e duecentomila soci prestatori che riversano sui libretti delle nove maggiori Coop della grande distribuzione circa 11 miliardi, dovrebbe essere più informato, più attento e più partecipe, vista la carenza di controlli e trasparenza che periodicamente emerge con i disastri a cui abbiamo accennato. In buona sostanza invece il socio coop tipico
si rimette alla fiducia incondizionata che ripone nella Coop. Sarà bene ricordare invece che il prestito sociale coop non è presidiato da Bankitalia, né assistito dai fondi di garanzia che viceversa proteggono la clientela bancaria fino a 100mila euro per depositante e che le regole che lo disciplinano sono lasciate all'autodeterminazione delle singole Coop e le verifiche affidate al controllo interno. Per essere ancora più chiari, stiamo parlando d'un mondo autoreferenziale che rifugge a qualsiasi controllo esterno. Fatta questa doverosa premessa mostriamo come le nove maggiori coop remunerino i soci prestatori con modalità ed interessi diversi che di seguito mettiamo a confronto. I rendimenti sono al netto della ritenuta fiscale del 26%. I dati si riferiscono ai bilanci del 2013.

Le Coop Emiliane (Distretto Adriatico)

Coop Adriatica
Patrimonio netto 942,9 milioni
Utile di esercizio 32,8 milioni
Soci 1.258.000
Soci prestatori 248.771

Prestito sociale 2.079 milioni

Rendimenti del prestito sociale dal 1° febbraio 2015
Fino a 15.000 euro - 0,59%

Da 15.001 a 25.000 - 1,04%
Da 25.001 a 36.000 - 1,55%

Coop Consumatori Nordest
Patrimonio netto 796,4 milioni
Utile di esercizio 8,3 milioni

Soci 628.906
Soci prestatori 120.039

Prestito sociale 1.381 milioni

Rendimenti del prestito sociale dal 1° gennaio 2015
Fino a 3.000 euro - 0,30%

Da 3.001 a 16.000 - 0,44%
Da 16.001 a 27.000 - 1,11%
Da 27.001 a 36.000 - 1,85%
La cooperativa ricorre inoltre ad un complesso sistema di incentivi per il quale rimandiamo a
questa pagina

Coop Estense
Patrimonio netto 678,7 milioni
Utile di esercizio 7,3 milioni

Soci 693.171
Soci prestatori 88.990

Prestito sociale 809 milioni

Rendimenti del prestito sociale dal 1° gennaio 2015
Fino a 9.000 euro - 0,555%

Da 9.001 a 18.000 - 0,74%
Da 18.001 a 27.000 - 1,11%
Da 27.001 a 36.000 - 1,85% 


Le Coop del distretto Nordovest

Coop Lombardia

Patrimonio netto 489,6 milioni
Utile di esercizio 3,2 milioni

Soci 1.055.852
Soci prestatori 107.192

Prestito sociale 1.095 milioni

Rendimenti del prestito sociale dal 1° dicembre 2014
Fino a 4.000 euro - 0,52%

Da 4.001 a 17.000 - 0,74%
Da 17.001 a 36.000 - 1,26% 


Novacoop
Patrimonio netto 720,5 milioni
Utile di esercizio 10,2 milioni

Soci 718.043
Soci prestatori 78.433

Prestito sociale 736 milioni

Rendimenti del prestito sociale dal 1° dicembre 2014
Fino a 4.000 euro - 0,52%

Da 4.001 a 17.000 - 0,74%
Da 17.001 a 36.000 - 1,26%

Coop Liguria
Patrimonio netto 660,3 milioni
Utile di esercizio 25 milioni

Soci 540.628
Soci prestatori 88.486

Prestito sociale 672 milioni

Rendimenti del prestito sociale dal 1° gennaio 2015
Fino a 4.000 euro - 0,59%

Da 4.001 a 17.000 - 0,67%
Da 17.001 a 27.000 - 0,96%
Da 27.001 a 36.093 - 1,55%

Le Coop del centro Italia (Distretto Tirrenico)

Unicoop Firenze
Patrimonio netto 1.442 milioni
Utile di esercizio 26,8 milioni

Soci 1.225.000
Soci prestatori 247.779

Prestito sociale milioni 2.230

Rendimenti del prestito sociale dal 1° febbraio 2015

Per qualsiasi importo fino a 35.500 euro - 0,74%
Rendimenti del prestito sociale vincolato dal 1° marzo 2015
Prestito vincolato a 18 mesi - 1,48%


Unicoop Tirreno
Patrimonio netto 258,6 milioni
Utile (perdita) di esercizio -24,3 milioni

Soci 942.466
Soci prestatori 121.200

Prestito sociale milioni 1.164

Rendimenti del prestito sociale dal 1° dicembre 2014
Fino a 5.000 euro - 0,44%

Da 5.001 a 25.000 - 0,63%
Da 15.001 a 25.000 - 1,11%
Da 25.001 a 35.000 - 1,48%
 

Coop Centro Italia
Patrimonio netto milioni*
Utile (perdita) di esercizio*

Soci  525.000
Soci prestatori 88.000

Prestito sociale milioni 630.000
*Dati non reperibili in rete

 

Rendimenti del prestito sociale dal 1° gennaio 2015
Per qualsiasi importo fino a 36.093 euro - 0,52%
Rendimenti del prestito sociale vincolato dal 1° gennaio 2015
Prestito vincolato a 12 mesi - 0,92%

Prestito vincolato a 24 mesi - 1,48%
Prestito vincolato a 36 mesi - 1,85%



3 febbraio 2015

 


18 dicembre 2014

MAFIA CAPITALE E LA MUTAZIONE GENETICA DELLE COOP



Nelle vicende di Mafia Capitale che gettano una luce pessima sul mondo cooperativo, Mario Frau, ex dirigente Coop, vede una continuità in quella che nel suo libro La Coop non sei tu, definì la mutazione genetica delle
Cooperative





Il post che segue è un insieme di riflessioni sul mondo Coop di Mario Frau dopo lo scandalo Mafia Capitale. Frau è stato Direttore alla programmazione e sviluppo di Novacoop e membro della Direzione dell'Associazione Nazionale Cooperative di Consumo. Lo abbiamo conosciuto nel 2010, dopo aver letto il suo libro La Coop non sei tu dal significativo sottotitolo: La mutazione genetica delle Coop, dal solidarismo alle scalate bancarie. Su quel libro il blog intervistò l'autore
 
                                                                   ***
 
Nel mio saggio La Coop non sei tu ho più volte usato il termine mutazione genetica riferendomi ai cambiamenti che hanno coinvolto le grandi coop. Che ci sia stata tale trasformazione - meglio sarebbe usare il termine degenerazione - che ha investito diffusamente alcune grandi Coop che operano in una pluralità di settori dell’economia, lo confermano i fatti di questi giorni emersi a Roma. Tale mia convinzione è supportata anche dalla progressiva finanziarizzazione di tutto il sistema cooperativo e l’affermazione al proprio interno di una casta autoreferenziale di intoccabili, l’assenza di adeguati controlli democratici da parte dei soci, che sono stati emarginati ed esclusi da qualsiasi processo decisionale. Il modello solidaristico è stato abbandonato, per sposare tout court la logica del profitto, omologandosi alle imprese capitalistiche. Si è così affermato una sorta di organismo geneticamente modificato che, godendo di molti privilegi, crea una distorsione del mercato e anziché distinguersi dalle imprese di capitali, ha finito per scimmiottarle, omologandosi ad esse. Dopo la nascita del PD, che ha indubbiamente affievolito il collateralismo, alcune coop hanno cominciato a intessere rapporti anche con gli altri partiti.

Il verminaio che sta uscendo dallo scandalo di Mafia Capitale dà idea di un malcostume diffuso e tollerato. Non credo che sia un fenomeno isolato, come dimostra anche la recente vicenda dell’Expo, ma è presumibile che abbia investito anche altre grandi cooperative. Ho letto un interessante articolo a firma di Andrea Cangini, che merita essere riportato in parte: Ad esempio Salvatore Buzzi, protagonista dello scandalo Mafia Capitale si sapeva che aveva precedenti per truffa e omicidio, fondatore di una cooperativa di ex detenuti e da lì divenuto membro, a Bologna, del consiglio di sorveglianza del Consorzio nazionale servizi (Cns). «Ti presento il capo delle cooperative rosse di Roma», disse Alemanno a Berlusconi mentre Buzzi gli tendeva la mano. «In Cns sono riverito», ha detto Buzzi in un’intercettazione. E l’incarico di sorvegliante che gli è stato affidato dimostra che non ha detto il falso. Ora, pur evitando facili moralismi, è chiaro che la parola «valori» esibita da Legacoop sul proprio sito s’è persa. Si è persa perché si è persa l’identità di un’associazione di lavoratori nata per nobili ideali, ma cresciuta male. La base, ancora popolata di persone che ci credono, è sconcertata. E non se ne esce costituendosi parte civile nel processo capitolino. Se ne esce affrontando la realtà. La realtà di un’associazione di imprese perfettamente calata nella logica capitalista. Urge metter mano, se non alla Costituzione, almeno allo statuto.

Qualche giorno fa che Poletti ha rilasciato una intervista a Repubblica, sostenendo che era assolutamente normale partecipare a quella cena (quella con Buzzi e esponenti del clan dei Casamonica), dichiarando testualmente: come presidente di Legacoop ho partecipato sempre alle iniziative ed alle assemblee delle cooperative aderenti. Era dunque assolutamente normale che partecipassi alla cena organizzata dalla cooperativa sociale 29 giugno, che aveva per obiettivo il reinserimento sociale e lavorativo dei detenuti e delle persone più deboli. Fa presente Poletti che quando si vive in questo mondo e si vede come lavorano le cooperative sociali, non si pensa che possano esistere comportamenti come quelli che oggi vengono alla luce. Mi permetto solo di fare qualche osservazione. Tutto bene, Poletti, ma chi aveva il compito di controllare la correttezza di Buzzi e della cooperativa associata 29 giugno? In primis lo aveva il servizio revisioni di Legacoop, in secundis l'associazione di appartenenza, deputata a controllare e a vigilare, come prevede la legge.

Anche in questa circostanza torna alla mente quello che ebbe a dire un grande sindacalista e uomo di cultura come Bruno Trentin, che dopo la fallita scalata alla BNL da parte di Unipol: le Coop hanno perso l’anima inseguendo ad ogni costo il profitto e l’arricchimento a scapito dei propri valori originari.
 
La mutazione genetica consiste nel fatto che i vari supermercati e ipermercati coop sono diventati le filiali di una grande Banca, senza tuttavia soggiacere ai vincoli e ai controlli imposti alle Banche dalla Banca d’Italia, con la messa a rischio del prestito sociale e dei posti di lavoro come è accaduto recentemente alla coop in Friuli. Tali attività finanziarie, svolte in modo talvolta spregiudicato, spostano ingenti risorse dagli investimenti produttivi sui mercati che non si conciliano con le finalità sociali, etiche e mutualistiche che ne dovrebbero guidare l’attività.

Dopo le vicende di Mafia Capitale viene da chiedersi se ci sia ancora spazio per una realtà cooperativa sana. Credo che ci siano oggi molti spazi per lo sviluppo e il rilancio di un modello cooperativo sano, in grado di offrire alle giovani generazioni una alternativa al precariato e alla disoccupazione, riempiendo gli spazi che le grandi imprese di capitali non riescono ad occupare. Penso che una organizzazione di persone che si mettono assieme per dotarsi di servizi o di un posto di lavoro a condizioni più vantaggiose rispetto al mercato in un momento di generale impoverimento, come accade in questo periodo, sia di estrema attualità. Per fortuna non tutto il sistema cooperativo è composto da coop degenerate e corrotte, governate da caste autoreferenziali che non rispondono mai a nessuno del loro operato e meno che mai ai propri soci. Il problema della partecipazione dei soci alla vita sociale delle cooperative ha assunto negli ultimi anni, a causa della diffusa disaffezione, un aspetto molto preoccupante, per non dire patologico. Di norma alle assemblee separate di bilancio partecipa una percentuale bassissima degli aventi diritto e approvano ad occhi chiusi qualsiasi decisione, molto spesso non comprendendo neppure il significato di ciò che vanno ad approvare. Nell’ultimo decennio sono nate cooperative di ogni genere che praticano salari da fame, non pagano i contributi previdenziali ed evadono le imposte. Esse agiscono ai margini della legalità, facendo concorrenza sleale alle imprese e alle cooperative sane e solo in qualche occasione finiscono nelle maglie della giustizia. Vengono chiamate cooperative spurie, sono cooperative controllate da pochi capi bastone (i negrieri del terzo millennio) dediti alla intermediazione di manodopera, sia Italiana che straniera che svolge lavori dequalificati, con turni e ritmi di lavoro massacranti, come nel caso della logistica. Anche questo fenomeno, da combattere con ogni mezzo, è la prova di come la mutazione genetica delle coop si sia spinta molto avanti, direi quasi tollerata.

Diversa è per fortuna la situazione di molte piccole e medie cooperative, dove spesso il presidente è realmente espressione dei soci e vive del proprio lavoro partecipando onestamente al successo del sodalizio. La partecipazione e il controllo da parte dei soci si sviluppa in modo libero e senza ostacoli, in nome della trasparenza e del rispetto delle regole statutarie e democratiche condivise. Ciò detto, occorrono urgenti provvedimenti legislativi per arginare fenomeni come quelli accaduti nella Coop 29 giungo di Roma e in altre cooperative. 

Per concludere, ritengo indispensabile una riforma organica della legislazione sulla cooperazione in modo da garantire maggiormente i soci circa il rispetto dei principi solidaristici e mutualistici, della correttezza amministrativa ed etica dei propri manager.

 
Mario Frau

18 dicembre 2014
 


17 dicembre 2014

PROCESSO UNICOOP FIRENZE TRE ANNI DI UDIENZE MA ERA TUTTO INUTILE

In sei sotto accusa per non aver valutato i rischi per i dipendenti

Reati prescritti prima del rinvio a giudizio

La rabbia degli operai


«NON contesto niente. Ma chiedo di capire come sia stato possibile fare un processo per malattie professionali che all'ultimo momento, dopo parecchie udienze, d'improvviso sono state dichiarate prescritte. Prescritte addirittura in data precedente al rinvio a giudizio, anzi prima ancora dell'avvio dell'inchiesta».

Giorgio Stefanini è un dipendente di Unicoop Firenze ed è un cittadino che non riesce a comprendere come la giustizia possa essere tanto contraddittoria. Con il collega Luigi Del Prete si era costituito parte civile in un processo nel quale due dirigenti di Unicoop Firenze e quattro medici erano accusati di lesioni colpose aggravate per non aver valutato i rischi legati alla movimentazione manuale dei carichi da parte degli addetti al magazzino di Scandicci e per non aver attuato le necessarie misure di prevenzione. Stefanini e Del Prete lavoravano su muletti privi di servosterzo, con i quali dovevano sollevare pancali, talvolta pesantissimi, facendo leva sui manubri. Ad ambedue, come ad altri colleghi, sono state diagnosticate anni fa ernia del disco e lesioni alle braccia, «con aumento all'insorgenza di nuove patologie». Stefanini lavora ancora oggi sui muletti. Del Prete è in pensione. Insieme sono tornati in tribunale per esprimere il loro sconcerto sull'esito del processo. Al loro fianco c'è Gabriele Rinaldi dell'Unione sindacale di base, a cui si deve - spiegano - un miglioramento delle condizioni di lavoro.

La denuncia della Asl - ricordano - risale al 2004. Il fascicolo d'inchiesta porta la data del 2008. Il 30 giugno 2010 la procura cita a giudizio per lesioni colpose due dirigenti Unicoop e quattro medici. Il processo parte a singhiozzo. Prima finisce davanti a un giudice onorario, poi viene assegnato al giudice Breggia che fissa un fitto calendario ma poi passa ad altro incarico, infine approda davanti al giudice Francesco Maradei. Si tengono varie udienze, vengono sentiti molti testimoni. il 26 giugno 2014 il processo è alle battute finali. In udienza arriva, al posto del collega Paolo Canessa, il pm Massimo Bonfiglio, che prende la parola per sostenere che tutte le accuse sono ormai prescritte. «Il mio avvocato - ricorda Stefanini - ha obiettato che nel 2007 mi era stata diagnosticata una nuova patologia alle braccia, e infatti nel 2010 mi è stata riconosciuta un'altra malattia professionale. Non è servito a nulla. Il giudice si è ritirato e poi ha dichiarato prescritte tutte le accuse». Nella motivazione ha spiegato che la data di consumazione del reato va fissata al momento dell'insorgenza della malattia, e nel caso di Stefanini ha ritenuto «addirittura inverosimile che da un infortunio patito nel 1998 possa essere insorta nuova malattia agli arti superiori nel 2007, per cui tale patologia deve essere considerata solo come un aggravamento della prima, conseguente all'unico infortunio contestato, quello del 1998». Stefanini commenta: «Spiegatemi perché ci sono voluti tanti anni per dirci che il processo era del tutto inutile».


16 dicembre 2014

Franca Selvatici

La Repubblica


14 dicembre 2014

LE COOP RIPARTANO DAL MONDO DI TOLMEZZO

Forse Legacoop dovrebbe fare un congresso straordinario a Tolmezzo. La piccola cittadina della Carnia rappresenta simbolicamente tutto quello che nel mondo Coop non funziona, da Carminati e Mafia Capitale al crac di CoopCa, passando per quello di Coop Operaie


Tolmezzo è un paese di 10.000 abitanti in provincia di Udine, nel cuore della Carnia. Il caso ha voluto che due vicende che impattano fortemente col mondo Coop, diverse per importanza e motivi, abbiano a che fare con questo paese a pochi chilometri dal confine austriaco. Anche il mondo delle Coop è arrivato ad un confine: quello tra legalità e malaffare e tra opacità e trasparenza.

A Tolmezzo, per l'esattezza nel carcere di massima sicurezza, sono stati trasferiti Massimo Carminati e gran parte degli arrestati nell'inchiesta Mafia Capitale che ruota intorno agli affari della famigerata Coop 29 Giugno e al suo presidente, Salvatore Buzzi.

A Tolmezzo si sta affannosamente cercando di salvare CoopCa, Coop Carnica, che ha richiesto il concordato preventivo. La prossima settimana potrebbe essere decisiva con l'incontro tra il vice presidente della Regione Friuli, Sergio Bolzonello, per capire se ci sono i presupposti per un salvataggio. In ballo ci sono 650 dipendenti e 30 milioni di prestito sociale versati da 3.000 soci. La vicenda di CoopCa segue a breve il disastro dell'altra storica coop friulana della distribuzione, più grande nelle dimensioni e nel tonfo, le Coop Operaie di Trieste e Istria, anno di nascita 1903. Anche qui a ballare sono i 600 dipendenti e oltre 100 milioni di prestito di 17.000 soci. La Procura di Trieste ha chiesto al tribunale civile di dichiarare il fallimento delle Coop Operaie e l'immediata adozione di provvedimenti atti a tutelare il patrimonio con nomina di un ufficiale giudiziario. Questo dopo la scoperta di un'enorme bolla finanziaria costituita da cessioni di immobili a società controllate dalle stesse Cooperative Operaie.

Il Prestito Sociale rappresenta da sempre per le Coop più strutturate, ma anche per quelle di minori dimensioni, una risorsa importantissima. Le Coop della grande distribuzione, le cosiddette 9 sorelle (Unicoop Firenze, Coop Adriatica, Coop Consumatori Nordest, Coop Estense, Unicoop Tirreno, Coop Liguria, Coop Lombardia, Novacoop e Coop Centro Italia) raccolgono complessivamente 11 miliardi di risparmi dei soci prestatori. Una potenza di fuoco impressionante. La gestione e i controlli che attengono al prestito sociale sono oggetto di critiche da tempo. In particolare si punta il dito su un sistema dove i controlli sono scarsi e affidati alle stesse coop che non sempre brillano per trasparenza. Un mondo autoreferenziale che non viene sottoposto al vaglio di organismi esterni come invece sarebbe d'uopo. Il prestito sociale delle Coop poggia fondamentalmente su tanta fiducia e poche tutele. Abbiamo scritto più volte della disinvoltura con cui alcuni colossi Coop si lanciano in operazioni finanziarie discutibili, come l'acquisto di Fondiaria-Sai da parte di Unipol o del disastro della partecipazione di Unicoop Firenze in Monte Paschi, costata almeno 400 milioni, dilapidazione di risorse che non ha avuto nessuna conseguenza sui dirigenti responsabili.

Dall'altra parte lo scandalo Mafia Capitale mette il carico da undici su un sistema in cui anche in questo caso controlli e trasparenza paiono lontani come Plutone dalla Terra. E non è certo un fulmine a ciel sereno. Nel tempo ne abbiamo viste purtroppo di vicende torbide. Basti pensare al Mose o all'Expo. E Legacoop? Come al solito balbetta, proprio ora che ha un suo uomo in un ministero chiave. Anzi, balbetta pure lui. Le frasi sono sempre le solite. Ecco cosa dichiarava nel giugno scorso il presidente di Legacoop Veneto, Adriano Rizzi, dopo lo scandalo Mose: «Bene le dimissioni dei coinvolti, cooperazione in campo per il cambiamento». E ora dopo la vicenda della Coop 29 giugno ecco che di nuovo si fa la faccia feroce. Parla Mauro Lusetti, neo presidente di Legacoop nazionale che ha sostituito Poletti: «Fuori subito chi tradisce i nostri valori». Ora, quel subito induce quantomeno a qualche sorriso, se non ad un ghigno. Anche uno dei più apprezzati cooperatori, Adriano Turrini presidente di Coop Adriatica, fa sentire la sua voce: «Tolleranza zero e rinnovamento». Vedremo. Tutto questo invocare misure drastiche quando sotto il naso ti hanno fatto passare di tutto, lascia qualche comprensibile riserva. Ci limitiamo a constatare che finora si è ignorato per negligenza o per altro, il Problema, mentre la slavina via via assumeva dimensioni sempre più preoccupanti.

Il ministro Poletti ha poco da indignarsi per la nota foto in cui è ritratto a cena con i sodali che sappiamo. E' stato a capo di Legacoop per ben 12 anni. Dovrebbe rispondere non della singola cena, ma di come funziona il mondo Coop. Ecco cosa dovrebbe spiegare Giuliano Poletti. Legacoop vuol fare finalmente un'operazione di profonda pulizia e trasparenza? Prenda coraggio e proceda davvero e celermente, altrimenti la slavina sarà un'enorme valanga e sbandierare il mondo valoriale Coop a quel punto non servirà.


14 dicembre 2014



26 novembre 2014

"UNICOOP TIRRENO CANCELLA LE TUTELE": E' STATO DI AGITAZIONE

La decisione presa dopo l’esito negativo della trattativa tra Unicoop Tirreno e le organizzazioni sindacali. La privatizzazione dei magazzini di Vignale e Anagni prevedeva accordi di tutela per i lavoratori, garanzie che ora si vogliono cancellare. Unicoop Tirreno ha dato infatti solo una risposta, ed è la peggiore mai data: disdire tutti gli accordi sottoscritti dal 2000 ad oggi. L’etica che professa l’azienda non è che uno slogan. Efficace all’esterno, forse, ma con i lavoratori usa due pesi e due misure”.


 
Riotorto (Livorno), 25 novembre 2014 - Le organizzazioni sindacali, in testa la UilTucs, proclamano lo stato di agitazione dei lavoratori della Coop di Riotorto.
"Fallita la trattativa, e in assenza di tutele, non resta che proclamare lo stato di agitazione. E, se le garanzie non vengono ripristinate, arrivare allo sciopero. E’ la decisione presa dopo l’esito negativo della trattativa tra Unicoop Tirreno e le organizzazioni sindacali, in testa la UilTucs (Unione italiana lavoratori del turismo, commercio e servizi) di Livorno rappresentata dal segretario territoriale Sabina Bardi. La trattiva riguarda i lavoratori della sede di Vignale Riotorto, uno dei centri di distribuzione più importanti di tutta la Toscana, fallita dopo anni di difficoltà e “scelte molto discutibili”.

Parola della UilTucs, che spiega come già nel 2000 la Cooperativa iniziò la privatizzazione dei magazzini di Vignale (Livorno) e Ariccia (Roma), successivamente diventato Anagni (Frosinone). “Solo dopo anni– specifica il segretario UilTucs di Livorno Sabina Bardi – vennero raggiunti degli accordi fra le parti sociali e l'azienda, salvaguardando i lavoratori della Coop. Il primo passo dell'azienda fu quello di aprire procedura di mobilità, successivamente furono raggiunti accordi globali, dapprima nei singoli reparti e poi per ogni singolo lavoratore. In ogni tipo di stesura venivano sottoscritte dalla Cooperativa le garanzie che sarebbero state inviolabili e irrinunciabili nei confronti dei lavoratori dipendenti Coop, qualora avessero aderito alla privatizzazione. Garanzie che ora si vogliono cancellare. Coop ha dato solo una risposta, ed è la peggiore mai data: disdire tutti gli accordi sottoscritti dal 2000 ad oggi. L’etica che professa l’azienda non è che uno slogan. Efficace all’esterno, forse, ma con i lavoratori usa due pesi e due misure”.

"Altro aspetto da non sottovalutare - continua il comunicato - poi, è il fatto che spesso le garanzie non siano state applicate neanche dalle aziende appaltatrici. L’ennesimo mancato rispetto di garanzie, e di dignità, che ha spinto la UilTucs a prendere decisioni drastiche e interrompere il tavolo di negoziazione proclamando lo stato di agitazione. Ma non solo. “Se Coop non ritira la disdetta degli accordi – conclude Bardi – siamo pronti a indire uno sciopero. Anche se questo comporterebbe magazzini e negozi bloccati con una perdita di incasso di svariati milioni di euro”. Una cifra da capogiro rispetto alle poche centinaia di euro che, paradossalmente, sarebbero sufficienti a mantenere in vita gli accordi.




25 novembre 2014

La Nazione


 

08 novembre 2014

UNICOOP FIRENZE E' USCITA DA MPS, MA NESSUN DIRIGENTE HA PAGATO



Unicoop Firenze è uscita definitivamente da Mps, ma come si è arrivati a questo disastro?

Una ricostruzione storica che ne ripercorre le tappe principali, il contesto e i gravi danni






Giovedì 6 novembre scorso, il presidente del consiglio di gestione di Unicoop Firenze, Golfredo Biancalani, ha confermato che Unicoop Firenze è uscita completamente e "definitivamente" da Mps. Per noi - ha detto - Mps è un capitolo chiuso, siamo usciti nel secondo semestre 2013 ed è una scelta definitiva.

E fa bene a chiarirlo, Biancalani, dopo le tante reticenze sulla vicenda della partecipazione della coop fiorentina nella "più antica banca del mondo" e le ingenti perdite riportate e quantificabili in circa 400 milioni di euro. Fa bene perché Mps si trova di nuovo ad affrontare i marosi della finanza e in prossimità dell'ennesimo aumento di capitale che avrebbe costretto anche Unicoop, se fosse rimasta nell'azionariato, a mettere nuovamente mano al portafoglio. Inutile ricordare che siamo stati da sempre critici su questa operazione finanziaria e alla luce dei fatti, a ragione. Ai colleghi e ai soci prestatori sarà utile per una riflessione sapere che nessuno dei dirigenti apicali e non, responsabili di questo immane disastro, ha pagato in termini di carriera per quello che è stato il più grande depauperamento di risorse della storia di Unicoop Firenze. Anzi, Campaini, il presidente storico che ha seduto a lungo del Cda di Monte Paschi insieme a Mussari e Vigni è stato nominato, nel giugno scorso,  presidente onorario di Unicoop Firenze, carica creata ad hoc per lui, non si sa con che remunerazione. A questo punto la Coop Fiorentina ha presidenti ad abundantiam, ben tre. Il già citato Biancalani quale presidente del consiglio di gestione, Daniela Mori presidente del consiglio di sorveglianza al posto di Campaini che diventa presidente onorario.

Sarà però utile un riassunto cronologico di come siamo arrivati a mettere la parola fine alla partecipazione di Unicoop in Mps tanto discutibile più che discussa, visto che la Coop fiorentina ne ha sempre parlato solo quando costretta dalle pressioni giornalistiche, evitando con cura l'argomento.

Com'è cominciata

Unicoop Firenze comincia ad investire nella banca senese tra il 2002 e il 2003. Negli anni successivi la partecipazione salirà fino ad assestarsi attorno ad una quota di poco inferiore al 3%. L'intenzione era quella di sostenere la Fondazione MPS creando uno zoccolo duro nell'azionariato nel tentativo di vincolare la banca al territorio e offrire servizi finanziari ai soci. Dice Campaini: L'ingresso risale al 2002-2003, periodo in cui era forte il timore che gli istituti bancari diventassero preda dei concorrenti stranieri. In più si stava discutendo di introdurre una norma che imponesse alle fondazioni bancarie di scendere sotto il tetto del 30% nella proprietà degli istituti: in sostanza si voleva ridimensionare il ruolo delle Fondazioni e permettere l'ingresso di nuovi soggetti nel mondo bancario. Decidemmo di fare l'operazione sulla base di due considerazioni. Primo, ci interessava garantire la permanenza del momento decisionale della banca sul territorio toscano.[...] In Toscana non sarebbe rimasta una banca vera e propria se anche il Monte fosse stato inglobato nel gioco delle compravendite bancarie. Diventando soci del Monte, puntavamo a potenziare la componente toscana della banca [...] La seconda considerazione che ci ha mosso è stata il desiderio di creare con il Monte nuovi servizi finanziari per i nostri soci a condizioni vantaggiose. Va reso noto un altro pensiero di Campaini per cui la borsa è sinonimo di speculazione e incompatibile con la cooperativa, egli sostiene infatti: Per quanto mi riguarda, sono del parere che la Borsa sia assolutamente incompatibile con la società cooperativa, sono due cose agli antipodi. La Borsa è fatta esclusivamente di capitali, le cooperative sono società di persone. Poi, come ho già detto in precedenza, Borsa è sinonimo di speculazione, acquisto azioni perché voglio guadagnarci sopra. Come potete notare siamo in un gorgo di contraddizioni, ma volendo tracciare un esile ponte tra affermazioni così antitetiche si può cercare affannosamente di interpretare che obtorto collo Campaini e Unicoop Firenze abbiano superato antiche remore puntando ad un investimento in borsa che non si stancheranno mai di definire strategico. E' una paroletta che non significa un gran che, borsa e Coop sono concettualmente agli antipodi, ma in buona sostanza si vuol sostenere che l'investimento in Mps non è di tipo strettamente finanziario, quindi speculativo, ma stabile e tende a rafforzare la toscanità della banca. Con questa lunga, ma doverosa premessa passiamo alle date successive.

Le tappe successive dell'investimento strategico e un pizzico di trading

Fino al 23/12/2005 risultava in Consob una
comunicazione (si veda sotto la colonna "situazione precedente") per cui la quota di Unicoop Firenze era del 2,427%.

Tra l'aprile del 2009 e il maggio del 2011 il numero delle azioni possedute è di 185.176.232, come si può verificare a pag. 29 di questo documento e a pag. 3 di quest'altro, pari al 2,76%.

Al 29 marzo 2012 la quota risulta essere del 2,727% come si può leggere dal prospetto Consob sotto la colonna "situazione precedente". 

Al 27 aprile 2012 le azioni, dopo l'adesione all'aumento di capitale della banca, salgono a 318.503.114 come si può leggere a pag. 44 del documento di registrazione depositato presso la Consob. La quota è del 2,73%

Al 29 aprile 2013 però le azioni salgono inaspettatamente a 430.403.114 pari al 3,68%.
Si veda pag. 53 del documento di registrazione depositato presso la Consob. Quindi Unicoop Firenze ha acquistato un ulteriore pacchetto di 111.900.000 azioni, come si può leggere in questo articolo.

Al 18 luglio 2013 però, Unicoop risulta aver già rivenduto le 111.900.000 azioni, tornando al precedente quantitativo di 318.503.114, come si può leggere a pag. 51 del documento di registrazione depositato presso la Consob. La quota è di nuovo al 2,73%. In pratica Unicoop Firenze ha effettuato attività di trading comprando e rivendendo quel pacchetto di azioni. Alla faccia della borsa che è speculazione, oppure proprio per questo. Al 26 novembre 2013 Unicoop Firenze risulta scesa al 1,776%, come da prospetto Consob.

Siamo all'epilogo. Le quote sotto il 2%, non rilevanti, scompaiono dai prospetti della Consob. Biancalani dichiara che l'uscita completa è stata effettuata nel corso del secondo semestre del 2013. Bisogna ritenere che il 1,776% sia stato venduto entro il 31/12/2013, visto che a fine novembre risultava ancora.

Le perdite riportate a bilancio

Finora Unicoop Firenze ha svalutato le azioni Mps una prima volta nel bilancio del 2008 per 189 milioni e in seguito nel bilancio 2012 per 197,9 milioni per un totale di 387 milioni. Va inoltre aggiunto il pasticcio del cosiddetto prestito Fresh, per il quale rimandiamo a
questo articolo
.

Il prestito sociale di Unicoop Firenze

Ha risentito molto del clima di sfiducia generato dal coinvolgimento della Coop fiorentina nell'azionariato di Mps. Basti pensare che esso ammontava a ben 2,814 miliardi di euro alla fine del 2010 ed è sceso a 2,229 miliardi alla fine del 2013. E' ovvio che sul decremento del prestito abbia influito anche la crisi, ma basta un raffronto con il prestito sociale delle altre grandi Coop per rendersi conto che la fuga dai libretti in Unicoop Firenze è stata di misura ampiamente più marcata, e spiegabile in queste proporzioni solo con l'effetto negativo della partecipazione in Mps.

A futura memoria

In conclusione di quella che rimane forse la pagina più nera di Unicoop Firenze, la cooperativa ha tradito un mandato etico investendo i soldi dei soci in attività finanziarie rischiose che nulla hanno a che vedere coi valori mutualistici; ha depauperato enormi risorse che potevano essere investite altrimenti; ha fallito nel progetto dell'investimento strategico che mirava a vincolare, a fianco della Fondazione Mps, la banca al territorio. Ha inoltre danneggiato la propria immagine e procurato giustificati motivi di preoccupazione nei soci prestatori e nei dipendenti. A fronte di tutto questo disastro nessuno ha pagato.


26 ottobre 2014

PRESTITI SOCIALI COOP, TANTA FIDUCIA E POCA VIGILANZA


Le regole sono lasciate all'autodeterminazione del sistema cooperativo ma il crack di Tieste mostra che non bastano


 

Alla luce della recente richiesta di fallimento delle Cooperative Operaie di Trieste, Istria e Friuli avanzata dalla Procura, il giornalista Gianfranco Ursino per l'inserto Plus24 de Il Sole 24 Ore, torna ad occuparsi del mondo del risparmio Coop che nonostante coinvolga 1,2 milioni di soci e raccolga 10,86 miliardi di risparmio, soffre di evidenti mancanze di controlli e garanzie, di opacità e di scarsa trasparenza informativa. Ursino ha già scritto vari articoli sull'argomento, sempre pubblicati dalla medesima testata. Quelli ripresi dal blog sono leggibili qui.  Di seguito è possibile leggere gli articoli e l'intervista al presidente di Legacoop, comparsi sull'edizione del 25 ottobre 2014. Questo corsivo è del blog.

                                                                    ***


Gli stress test condotti ormai con cadenza periodica sulle banche dalle autorità di vigilanza andrebbero estesi al sistema delle cooperative. Anche perché ormai sono delle vere e proprie banche: l'aggregato delle nove grandi cooperative di consumatori rientra tranquillamente tra le prime 30 posizioni se inserite nella graduatoria dei depositi da clientela. Molte coop sono anche attive nella vendita di servizi finanziari alla clientela, mutui immobiliari, polizze assicurative e carte di credito.

Ma in un contesto di persistente crisi economica, negli ultimi anni la redditività delle cooperative di consumo è stata messa a dura prova, ponendo sempre con maggiore insistenza alcuni interrogativi sui rischi che corrono i soci nel versare i propri risparmi nei libretti di prestito sociale. Un fenomeno che nonostante coinvolga 1,2 milioni di soci e raccolga 10,86 miliardi di risparmio (solo considerando cooperative di risparmio che operano col marchio Coop) non è presidiato da Bankitalia, né assistito dai fondi di garanzia che proteggono la clientela bancaria fino a 100mila euro per depositante.

Le regole che lo disciplinano sono lasciate all'autodeterminazione delle singole Coop e le verifiche affidate al controllo interno. Anche i criteri suggeriti dal livello associativo (Ancc-Legacoop) per il momento sono insufficienti per vincolare policy d'investimento che restano sconosciute ai soci, costretti a rilasciare una delega che lasci ampi margini di manovra a chi gestisce i loro risparmi dirottandoli in gran parte in investimenti in gruppi finanziari.

Prestito sociali, quindi, che dovrebbero essere destinati al conseguimento dell'oggetto sociale e che, invece, producono "finanza per la finanza" più che per l'impresa cooperativa. La richiesta di fallimento delle Cooperative Operaie evidenzia che non ci sono prestiti sociali sicuri, perché non esistono Coop troppo grandi da non poter fallire. sulla scia della crisi dei consumi, ma anche della cosiddetta "finanza strategica". Quest'ultima negli anni ha in più occasioni imposto alle Coop di svalutare le partecipazioni detenute nelle varie Unipol, Carige, Mps. In particolare l'attuale disciplina dei prestiti sociali dispone che, le Coop con più di 50 soci, devono contenere l'ammontare dei prestiti entro il triplo (il quintuplo in presenza di costose garanzia suppletive) del patrimonio formato dal capitale sociale, riserva legale e riserve disponibili, anche se indivisibili, risultanti dall'ultimo bilancio approvato.

La delibera Cicr del 19 luglio 2005 e le istruzioni di Banca d'Italia disciplinano il requisito patrimoniale, ma non specificano se considerare il patrimonio netto civilistico o consolidato. Finora le associazioni di categoria hanno dato indicazioni alle associate di considerare il valore indicato nel bilancio civilistico, ma la vicenda delle Coop Operaie, con operazioni infragruppo realizzate per aumentare il patrimonio netto civilistico a discapito di quello consolidato dovrebbe suggerire qualche accorgimento.

Per il momento è rimasta lettera morta la stessa disposizione che attribuisce alle associazioni del movimento cooperativo un ruolo promozionale per avviare uno schema di tutela sul modello  dei fondi di tutela interbancari. Ma come spiega il presidente di Legacoop nell'intervista di seguito qualcosa si sta muovendo. Ed anche il Governo nel decreto competitività ha fatto una prima mossa. Il crack annunciato delle Coop operaie di Trieste  forse aiuterà a introdurre le attese maggiori tutele per i soci prestatori.

In arrivo obblighi e trasparenza

Oggi nemmeno tutte le grandi cooperative pubblicano i bilanci sul web
 
La centralità del socio è un dichiarato punto fermo delle cooperative. Eppure non tutte le Coop pubblicano sul loro sito web, per trasparenza e correttezza informativa nei riguardi dei soci, i bilanci civilistici consolidati, il regolamento del prestito, i relativi fogli informativi e le linee guida cui deve attenersi nell'investire i risparmi dei soci. Anche perché ad oggi l'unica tutela per i prestatori risiede nella solidità patrimoniale delle Coop e quindi devono essere messi nelle condizioni di verificare lo stato di salute delle loro imprese a cui prestano i soldi.

Dall'ormai consueta ricognizione condotta da Plus24 tra le nove grandi Coop, rispetto allo scorso anno hanno pubblicato i bilanci sui loro siti Coop Liguria e Unicoop Firenze, mentre ha fatto retromarcia Coop Nordest (o perlomeno al momento sul sito non è stato pubblicato il bilancio 2013). Novità su questo fronte potrebbero però arrivare a giorni. L'art. 17bis del decreto competitività approvato lo scorso agosto, prevede che il Ministro dello sviluppo economico (Mise) deve definire con un decreto attuativo le misure che le cooperative al consumo con più di 100mila soci dovranno adottare per migliorare i livelli di coinvolgimento dei soci nei processi decisionali.

E tra le misure suggerite è previsto anche l'aumento di trasparenza dei dati finanziari e di bilancio della cooperativa, inclusa la nota integrativa, anche attraverso la loro pubblicazione integrale sul sito della società. i 30 giorni di tempo che aveva il Mise sono già trascorsi, ma contattati da Plus24 dal Ministero fanno sapere che il decreto è stato adottato ma è in corso di pubblicazione. Dove non è arrivata l'autoregolamentazione, forse arriverà la nuova norma.

Quei rendimenti azzoppati dal fisco

Le offerte attuali
I tassi pagati dai libretti sono compresi tra lo 0,65% e il 3,1% annuo lordo
 
Per disporre della liquidità necessaria per realizzare il proprio oggetto sociale, le Coop nel corso degli anni si sono impegnate a garantire ai soci prestatori una remunerazione sostenibile e in linea con il mercato dei titoli di stato a breve termine. Ma negli ultimi anni hanno dovuto fronteggiare sempre di più le offerte lanciate dalle banche con i conti deposito vincolati ad alta remunerazione.

Attualmente i rendimenti offerti dai libretti di risparmio Coop uscirebbero spesso perdenti dall'analisi rischio-rendimento con altri prodotti finanziari. Per giocare ad armi pari con le banche, alcune cooperative hanno deciso di affiancare alla storica offerta dei libretti di risparmio liberi (con somme che il socio può disporre in qualsiasi momento) anche i prestiti sociali vincolati. I tassi attuali riconosciuti ai soci prestatori si collocano, a seconda della Coop e dell'importo, fra lo 0,65% e il 3,1% al lordo della ritenuta fiscale.

Di recente i prestiti sociali hanno anche perso il loro appeal fiscale della ritenuta al 12,5% che invece non è cambiata per strumenti finanziari concorrenti come i titoli di stato e i Buoni fruttiferi postali. In più, l'aumento dell'aliquota al 26% sugli interessi corrisposti ai soci prestatori, varato con la legge 89 del 23 giugno 2014, si applica sugli interessi divenuti esigibili dal primo luglio 2014, ma anche con effetto retroattivo su quelli maturati in precedenza.
 
A dicembre una proposta per rafforzare le tutele

Intervista a Mauro Lusetti presidente Legacoop
 
«La vicenda delle Coop operaie è certamente seria e traumatica in sé e non è nostra intenzione sottovalutarla». Esordisce così Mauro Lusetti, presidente di Legacoop, che prosegue: «Dobbiamo però sottolineare che i singoli casi come questo, per quanto gravi, sono una netta minoranza rispetto a un sistema cooperativo che nelle sue articolazioni ha affrontato questi anni di crisi, tenendo sul piano dell'occupazione e delle capacità di generare valore. A partire dal sistema delle coop di consumo, che a fronte di una drammatica caduta dei consumi, ancora nel 2013, ha registrato nella sua generalità risultati di bilanci positivi»

Ma anche in passato singole Coop per ragioni di mercato o per scelte imprenditoriali si sono trovate in difficoltà?

Il sistema cooperativo ha saputo esprimere sostegno, solidarietà ai soci  e quando possibile, supporto ai piani di rilancio.

E nel caso di Coop Operaie?

Data la caratteristica del provvedimento del Tribunale di Trieste, è nell'ambito delle nuove condizioni che i soggetti cooperativi interessati (in primis Coop Nordest, ndr) valuteranno se e cosa fare al fine di recuperare un quadro sociale ed economico sostenibile.

Riconosce che devono essere fatti passi in avanti sul fronte delle tutele? A che punto è l'attivazione di uno "schema di garanzia dei prestiti sociali" che Bankitalia già affida alle associazioni di categoria?

Da tempo Legacoop ha deciso di introdurre rigorose norme di autodisciplina obbligatorie per le proprie associate. In particolare le regole sulle quali abbiamo lavorato riguardano i principi di trasparenza, informazione ai soci, responsabilità degli amministratori e, qualora necessario, di intervento nei confronti delle coop inadempienti. Fino a prevedere sanzioni molto severe, proprio a tutela dei soci prestatori.
 
Tempi previsti?

Già nell'imminente congresso di Legacoop del prossimo dicembre porteremo una proposta organica sulla materia.

E sul rapporto prestito soci/patrimonio netto?

Questo sarà uno dei punti che verrà attentamente verificato nel nuovo impianto regolamentare.




25 ottobre 2014

Gianfranco Ursino

Plus24 - Il Sole 24 Ore



A RISCHIO 103 MILIONI DI 17MILA SOCI DELLE COOP OPERAIE



La Procura di Trieste ha chiesto il fallimento e punta il dito sulle operazioni immobiliari infragruppo  




 «Passaggi di immobili infragruppo, per gonfiare il patrimonio netto e rientrare - solo fittiziamente - nei parametri per il prestito sociale, la cui entità non deve superare il quintuplo del patrimonio netto stesso». Con questo incipit la Procura della Repubblica di Trieste ha chiesto al Tribunale civile il fallimento delle Cooperative Operaie di Trieste, Istria e Friuli.
 
Nel contempo è stato nominato un amministratore giudiziario che, «per salvare la società e conservarne il patrimonio», come prima misura ha disposto la sospensione dei rimborsi del prestito sociale, ovvero dei soldi che i soci hanno prestato alla Cooperativa e che, almeno per il momento (si spera), non possono ritirare. Oltre 100 milioni di euro, di proprietà di 17mila piccoli risparmiatori, «serviti in questi anni - continua la Procura - come una stampella per reggere tutta la struttura. Soldi che di fatto non esistono più». Un artifizio contabile, per il quale al momento risulta unico indagato per falso in bilancio l'ex presidente Livio Marchetti e, secondo le indagini condotte dai Pm Federico Frezza e Matteo Trapani, è stato messo in atto «per tamponare una gestione in perdita costante e irreversibile da ben più di un quinquennio».

Ma la gravità della situazione, legata alle pesantissime perdite di esercizio, e le irregolarità erano evidenti da tempo. «Le perdite per complessivi 12,1 milioni di euro, prodotte dalla gestione commerciale delle Cooperative Operaie di Trieste, sono state coperte nei bilanci grazie alla contabilizzazione di plusvalenze di 15 milioni su vendite di immobili ceduti internamente a società controllate al 100%». E' quanto sosteneva Plus24 il 26 gennaio 2013, nell'ambito delle ampie inchieste che questo giornale da anni dedica alla carenza di tutele per i soci prestatori delle cooperative di consumo. In quell'occasione veniva anche sottolineato a Pier Paolo Della Valle, ex direttore generale Coop Operaie (silurato pochi giorni fa da Marchetti) che, alla luce delle operazioni infragruppo, il rapporto con i prestiti sociali se si fosse preso come riferimento il patrimonio netto consolidato sarebbe stato pari a 8,2 volte, più del quintuplo del massimo consentito. A questa osservazione Della Valle rispondeva questo punto è stato «già affrontato con la vigilanza cooperativa e ormai è acclarato che il patrimonio da considerare è quello civilistico e non consolidato. Tuttavia, vorrei sottolineare che le operazioni immobiliari non sono altro che l'emersione di una riserva occulta. Potevamo fare anche una rivalutazione dei valori immobiliari iscritti a bilancio e non sarebbe cambiato nulla». Dichiarazioni che, rilette oggi, lasciano ulteriormente con l'amaro in bocca i malcapitati 17mila cittadini che si fidavano molto di più delle Coop sotto casa che delle banche.

Adesso è emersa la totale mancanza di una reale azione di vigilanza che, in questo caso, poiché il Friuli Venezia Giulia è Regione a statuto speciale, viene esplicata non solo attraverso le associazioni di rappresentanza del movimento cooperativo, ma anche da parte della Regione, in virtù della legge regionale 27/2007. «Tutte le revisioni effettuate dal 2007 al 2013 dai revisori su incarico di Confcooperative o della Lega delle Cooperative - afferma Sergio Bolzonello, assessore alle Attività produttive e vicepresidente della Giunta regionale - si sono concluse con la mancata emersione di irregolarità o di rilievi sulla situazione contabile e gestionale della società, tali da indurre ad adottare eventuali provvedimenti sanzionatori da parte dell'Amministrazione regionale».

Ma anche alla Regione spettano specifici compiti e funzioni di vigilanza sull'operato delle cooperative. «Nella revisione straordinaria effettuata nel 2012 - continua Bolzonello -, laddove il revisore ha verificato la regolarità della globale situazione patrimoniale della società, seppur in presenza di una sofferenza dell'attività caratteristica, si è rilevata comunque la sussistenza di un patrimonio netto positivo e il rientro del prestito sociale nei limiti e nel rispetto delle condizioni previste dalla normativa di riferimento. Né il collegio sindacale, né la società di revisione incaricata hanno evidenziato alcuna irregolarità nella gestione patrimoniale della cooperativa». Solo la recente azione della Procura è stata determinante per dare una svolta al caso.
 
 
 
25 ottobre 2014
 
 
Plus24 - Il Sole 24 Ore
 
 
 

21 ottobre 2014

LA DURA VIA PER LA DEMOCRAZIA SINDACALE IN UNICOOP FIRENZE


I rappresentanti alla sicurezza sono un elemento essenziale di democrazia sindacale, ma la vicenda verificatasi in Unicoop Firenze dimostra quanto sia stato difficile veder riconosciuto il diritto a questa basilare delega





Avevamo già scritto di quanto fosse difficile vedere riconosciuti diritti elementari di democrazia sindacale in Unicoop Firenze. Questi si esplicitano principalmente nella possibilità di eleggere i propri rappresentanti, che siano delegati o alla sicurezza. Se non fosse che nel luglio del 2011, all'interno dei magazzini Unicoop di Scandicci, si è verificato il primo infortunio mortale in una piattaforma logistica italiana, la vicenda che andiamo a raccontare avrebbe talmente del surreale da apparire comica. Invece non lo è.

Stiamo parlando della nomina e/o elezione dei Rappresentanti alla Sicurezza per il Lavoratori (RLS) in Unicoop Firenze, un gruppo che conta quasi 8.000 dipendenti dislocati in ben oltre 100 unità produttive. Una nomina che sarebbe dovuta avvenire nel periodo immediatamente successivo alle elezioni RSU (Rappresentanze Sindacali Unitarie) avvenute nel maggio del 2013 e che invece ha avuto luogo solo nei giorni scorsi. Infatti solo adesso si stanno effettuando i corsi obbligatori per la formazione degli RLS presso gli uffici di Scandicci.

Andiamo per ordine:
Nel settembre 2012 viene sottoscritto il Verbale di Accordo del nuovo Contratto Integrativo Aziendale. Tutti sanno che, come da tradizione, contemporaneamente si arriva ad una intesa tra Organizzazioni Sindacali Confederali ed Unicoop Firenze sulla rappresentanza sindacale all'interno del gruppo. Vengono indicati i criteri elettivi, il numero dei delegati, la composizione degli organismi interni e soprattutto le ore di "agibilità sindacale", ovvero le ore di permesso retribuite che l'azienda mette a disposizione. Questo vale non solo per le RSU ma anche per gli RLS, per i quali deve essere indicato il numero e la dislocazione all'interno delle varie Unità Produttive, oltre a stabilirne i criteri di eleggibilità.

Questo è l'accordo che regola l'elezioni RSU che, con indecente ritardo, si sono svolte nel maggio 2013. Ma questo è anche l'accordo che nessuno pare conoscere o avere. Il sindacato di base USB ne fa formale richiesta ad azienda e sindacati anche prima di partecipare al suddetto rinnovo elettorale, ma il fantomatico accordo viene negato. Successivamente i delegati eletti della USB ne chiedono conto in via informale anche al Segretario Regionale Uiltucs, ad un membro dell'Esecutivo aziendale Filcams ed anche all'ex delegato rsu/rls dei magazzini per la Uiltucs. Tutti negano di aver mai sottoscritto tale accordo (anche se in seguito le loro firme risulteranno esserci).

Nel marzo del 2014 sempre la USB promuove una vertenza per "comportamento antisindacale" (ex-art.28) nei confronti di Unicoop Firenze. Lo fa per molteplici motivi. L'azienda le sta negando la stanza spettante alle RSU dei magazzini e si rifiuta di consegnarle l'Accordo sulle Rsu/Rls sottoscritto con le OO. SS. confederali. Unicoop viene condannata e dunque si vede costretta a rendere noto il famigerato accordo (e a concedere la stanza, ovviamente).

Si scopre che è datato 5 settembre 2012, perciò di poco antecedente alla sottoscrizione dell'Integrativo. Tutto come da antica e consolidata tradizione. Gli RLS previsti per l'intero gruppo Unicoop sono scandalosamente pochi. Non si capisce neanche se siano 43 o 48 perchè c'è addirittura un evidente errore di calcolo nell'attribuzione degli stessi. Poco cambia in effetti, visto l' esiguità del numero. Per il magazzino di Scandicci, quasi 300 dipendenti divisi in vari reparti e in tre turni di lavoro, è previsto un solo delegato alla sicurezza! Dopo la morte del nostro collega la Direzione Aziendale e i vertici delle Organizzazioni Sindacali di categoria si erano impegnati ad un cambio di passo  in materia di sicurezza sul lavoro e mai avremmo potuto immaginare che queste parole si sarebbero potute tradurre in un atteggiamento talmente irresponsabile e beffardo.

Fortunatamente i delegati RSU dei magazzini non erano stati con le mani in mano nell'attesa di ottenere l'accordo e stante l'immobilismo delle OO.SS. confederali avevano indetto nel gennaio del 2014 delle elezioni che indicassero un terzo membro RLS che andasse ad aggiungersi ai due RSU, così come previsto dal Dlgs 81 del 2008. Esso indica infatti un minimo di tre RLS come spettanti alle Unità Produttive con più di 200 addetti. Ma la Direzione di Unicoop Firenze ha insistito nel non riconoscere la legittimità di tale elezione citando per l'appunto un diverso accordo intercorso fra Unicoop e le OO.SS. Filcams-Cgil, Uiltucs-Uil e Fisascat-Cisl. L'accordo è quello del 5 settembre e non viene mostrato, forse per vergogna. Ce ne sono tutti i motivi.

I delegati USB non mollano. Insistono per essere riconosciuti e come detto vengono finalmente in possesso dell'accordo. A questo punto qualcosa improvvisamente cambia. Unicoop pare ravvedersi anche dopo che USB minaccia una campagna stampa che denunci l'accaduto. Convoca al tavolo i sindacati firmatari dell'accordo del 5 settembre in modo da poterlo migliorare. L'iniziativa aziendale però incontra un comportamento inspiegabilmente ostruzionistico da parte sindacale che  si traduce in un nulla di fatto. Pazzesco. Nel luglio di quest'anno Unicoop si vede costretta ad un'azione unilaterale che implementa di ben 16 unità gli RLS previsti e, manco a dirlo, riconosce tutti e tre i RLS del magazzino di Scandicci.

Sappiamo che la vicenda potrà risultare talmente ingarbugliata e grottesca da apparire inverosimile. Ma questi sono i fatti per come li abbiamo visti e per come li conosciamo e se qualcuno avrà avuto l'interesse e la pazienza necessari alla lettura di questo resoconto, non potrà che essersi convinto, così come noi, dell'atteggiamento deficitario da parte di Unicoop Firenze, ma soprattutto del comportamento dei Sindacati Confederali estremamente superficiale ed omissivo.

Di seguito potrete trovare il link all'intero Accordo RSU/RLS del 5 settembre 2012. Vi troverete anche il monte ore di "agibilità sindacale" concessa da Unicoop Firenze: 36.140 ore annue di permessi in gran parte riservate ai membri degli organismi sindacali.

Accordo RSU/RLS del 5 settembre 2012