21 gennaio 2011

PREVICOOPER E TFR NEL 2010

Clicca sulla tabella per ingrandire

Ecco il grafico delle 3 linee di fondi di Previcooper (dicembre 2009-dicembre 2010)

Rendimenti ad 1 anno (periodo dicembre 2009-dicembre 2010):
Sicuro: +1,279%
Bilanciato: +2,627%
Dinamico: +3,565%

Rendimenti a 2 anni (periodo dicembre 2008-dicembre 2010):
Sicuro: + 8,327%
Bilanciato: +12,022%
Dinamico: +16,565%

Rendimenti a 3 anni (periodo dicembre 2007-dicembre 2010):
Sicuro: + 11,798%
Bilanciato: + 5,510%
Dinamico: - 3,364%

Il dato più significativo è quello a 3 anni.
Infatti la riforma sulla previdenza integrativa entrò in vigore nel 2007. E' da quel momento che chi optò affinché il proprio TFR fosse gestito da fondi negoziali o aperti deve fare i conti. Lo stesso dicasi anche per coloro che non optarono per un bel nulla, perché la legge del governo Prodi prevedeva in questo caso che chi non avesse espresso una decisione entro il 30 giugno 2007, la quota sarebbe stata trasferita ai fondi negoziali di categoria (silenzio assenso). Una soluzione alquanto bizzarra, visto che giuridicamente col silenzio assenso si conferma una decisione preesistente, ma probabilmente la logica guida fu quella di fare un bel regalo ai sindacati confederali.

Inoltre la crisi che ancora si abbatte sull'economia e la finanza mondiale (Cina, Brasile e altri paesi emergenti esclusi) ebbe inizio proprio nel giugno del 2007. Il dato a 3 anni ci dice che i rendimenti sono davvero miseri e in un caso addirittura negativi.

Il TFR 2010, che si compone con una rivalutazione fissa dell'1,5% più una parte variabile (indice FOI) ha espresso un rendimento del 3,4% (dato dicembre 2009-dicembre 2010)
Lo scorso anno fu del 2,2%.

Vedi gli anni passati:

2009

2008

.

20 gennaio 2011

COOP ADRIATICA ESCE DA UNIPOL DOPO UN MESE DALL'ENTRATA


Giallo nell'azionariato di Unipol

Coop Adriatica entra ed esce



Giallo nell'azionariato di Unipol. Il gruppo assicurativo bolognese controllato da Holmo spa (società cassaforte delle maggiori cooperative) attraverso Finsoe che detiene il 50,75% dell'azionariato Unipol, è oggetto di strani movimenti nelle partecipazioni.
Coop Adriatica era infatti entrata appena entrata nell'azionariato Unipol il 9 dicembre scorso con una quota del 2,067 attraverso Lima Srl. Ora Consob informa che la quota di Lima il 13 gennaio sale al 3,12% e che la comunicazione è stata resa a seguito della perdita di controllo da parte di Coop Adriatica della Lima Srl. Segue articolo:

Consob: Lima Srl al 3,120% Unipol Gruppo Finanziario Spa
FtaOnline News

La Consob ha reso noto nelle comunicazioni relative alle partecipazioni rilevanti delle società quotate che il 13 gennaio 2011 Lima Srl risultava titolare di una quota pari al 3,120% (diretta proprietà) del capitale di Unipol Gruppo Finanziario Spa. La comunicazione è stata resa a seguito della perdita di controllo da parte di Coop Adriatica della Lima Srl che già deteneva la partecipazione diretta. Sempre in data 13 gennaio 2011 Coop Adriatica Scrl non risultava titolare di partecipazioni nel Gruppo. Il precedente aggiornamento era quello del 9 dicembre 2010 quando Coop Adriatica Scrl risultava titolare del 2,067% del capitale di Unipol Gruppo Finanziario Spa.

20/01/2011

Traderlink

19 gennaio 2011

CONTRATTI, PROPOSTA FEDERMECCANICA: L'AZIENDALE SOSTITUISCA QUELLO NAZIONALE



Dopo il referendum Mirafiori


L'associazione delle imprese metalmeccaniche: servirà a accelerare sul fronte della flessibilità




Roberto Santarelli, direttore generale di Federmeccanica


I contratti aziendali dovranno in alcuni casi sostituire quello nazionale. È la proposta avanzata da Federmeccanica per accelerare «il processo di flessibilizzazione e decentramento delle relazioni contrattuali, avviato con l'Accordo Interconfederale del 2009 e sviluppato con il contratto nazionale di categoria». In particolare, secondo l'associazione delle imprese metalmeccaniche «è necessario anche prendere in considerazione l'ipotesi di integrazione dell'Accordo con la previsione della possibile alternatività tra contratto specifico per determinate situazioni aziendali e contratto nazionale, fermi restando, eventualmente, alcuni contenuti minimi comuni».

OK DAL MINISTRO - La proposta piace al ministro del Lavoro Maurizio Sacconi e al vicepresidente di Confindustria, Alberto Bombassei mentre viene bocciata dal leader della Cisl Raffaele Bonanni. «Abbiamo un contratto nazionale che vale ancora due anni: nessuno metta il carro davanti ai buoi», dice Bonanni. Per Sacconi «è materia delle parti» ma il contratto aziendale «è equiordinato a quello nazionale che non sparisce». Sarebbe però, ha spiegato «cedevole» rispetto a quello aziendale. «Dove si produce, il contratto aziendale definisce meglio lo scambio fra le parti». Per Bombassei la proposta di Federmeccanica «è di buonsenso». «Lasciamo che lavorino perchè non c'è ancora un qualcosa di definito - aggiunge - Faranno le proposte e poi le condivideremo o meno. Siamo presenti ma lasciamo all'autonomia delle parti fare le loro proposte».

CRITICHE ALLA FIOM - «Valutazione concordemente positiva» - da parte di Federmeccanica - per l'esito del referendum di Mirafiori che, si legge in una nota del'associazione di Confindustria, «consente l'avvio dell'investimento nel sito, dopo quanto già convenuto per Pomigliano». Inoltre Federmeccanica ha espresso un giudizio molto duro sulla Fiom e sullo sciopero generale del settore proclamato per il 28 gennaio. «Evidenzia la lontananza dei vertici nazionali di quell'organizzazione dalla realtà economica del settore e delle imprese impegnate in una difficile sfida per recuperare produzione e occupazione fortissimamente falcidiate dalla crisi», commenta il consiglio direttivo dell'associazione. Critico con Confindustria il giudizio dell'ex presidente di Federmeccanica, Massimo Calearo. «Sulla Fiat», dice, «il vertice confindustriale ha voluto gestire, fallendo, una partita che spettava a chi da sempre si occupa di questa materia, come appunto Federmeccanica».

LANDINI: INACCETTABILE - La Fiom considera «inaccettabile» l'ipotesi avanzata oggi da Federmeccanica di modificare l'accordo interconfederale sul modello contrattuale per prevedere la possibile «l'alternatività» tra contratto aziendale e nazionale. «Mi chiedo - ha detto il segretario generale della Fiom, Maurizio Landini - se un'azienda può scegliere di non applicare il contratto nazionale a cosa serva Federmeccanica. Per la Fiom questo è un modello inaccettabile, vuol dire che non ci sono più due livelli contrattuali, nazionale e aziendale (o territoriale) ma uno solo. «Stanno inseguendo la Fiat - ha concluso - ma così sbagliano, si fanno del male da soli».

CAMUSSO: ALTRO ERRORE - «Federmeccanica sbaglia per la quarta volta». Così il segretario generale della Cigl, Susanna Camusso. A margine di un convegno sulle donne, Camusso ha ricordato che gli altri tre errori della federazione delle aziende metalmeccaniche riguardano «il contratto separato, le deroghe e l'idea di inventarsi un altro contratto».

19 gennaio 2011

Corriere della Sera.it



PRIMO STOP PER LA GDO, IL 2010 CHIUDE IN FRENATA

Confermate le voci che vedrebbero una tornata di bilanci negativi nel 2010 per la grande distribuzione

Si spiega così anche la mano pesante delle Coop sui contratti integrativi in corso di trattativa, l'iniziativa della newco di Unicoop Firenze e le misere remunerazioni sugli interessi dei libretti del prestito sociale

Tassinari (Presidente del consiglio di gestione di Coop Italia):
«Di fronte a una situazione generale che sembra tenere rispetto ad altri settori – aggiunge – nella grande distribuzione esistono aree di sofferenza se non peggio. Per esempio il sud è veramente una catastrofe e anche al nord i consumi si sono ridotti. Il nostro settore è nel pieno della crisi e il calo delle vendite a rete corrente lo dimostra: per la prima volta le nuove aperture nel 2010 sono state inferiori alle chiusure e questo è preoccupante. Anche i distributori possono fallire e chiudere.»

Il 2010 non si è chiuso bene per il settore della grande distribuzione moderna e le aspettative degli operatori non sono rosee nemmeno per quest'anno. Secondo le ultime rilevazioni di SymphonyIri Group le vendite nei super e ipermercati hanno registrato una flessione dell'1,6% a rete omogenea e, fatto che non capitava da oltre trent'anni, sono scese anche considerando le nuove aperture.

A dimostrazione che, salvo alcuni casi in controtendenza, «anche le aziende della grande distribuzione stanno pagando il prezzo della crisi economica generale: il settore non è anticiclico, come sostengono in molti». A parlare è Vincenzo Tassinari, presidente del consiglio di gestione di Coop Italia. «Di fronte a una situazione generale che sembra tenere rispetto ad altri settori – aggiunge – nella grande distribuzione esistono aree di sofferenza se non peggio. Per esempio il sud è veramente una catastrofe e anche al nord i consumi si sono ridotti. Il nostro settore è nel pieno della crisi e il calo delle vendite a rete corrente lo dimostra: per la prima volta le nuove aperture nel 2010 sono state inferiori alle chiusure e questo è preoccupante. Anche i distributori possono fallire e chiudere. È anche possibile che siano rallentati gli investimenti nelle nuove aperture il che può andar bene nelle aree già ad alta concentrazione di negozi, ma non in quelle dove invece sarebbe necessario il loro sviluppo».

Il saldo negativo tra aperture e chiusure è il sintomo che «abbiamo raggiunto livelli di saturazione piuttosto alti – spiega Maniele Tasca, direttore generale di Selex – un fattore che è diventato più critico in una situazione, come quella attuale, di frenata dei consumi. C'è più prudenza da parte degli operatori: diversi sono usciti dai mercati del sud e c'è la tendenza a spostare gli investimenti sulle ristrutturazioni piuttosto che sulle nuove aperture».

Queste ultime stanno portando via quote di mercato alla distribuzione invece che aggiungerne, secondo Francesco Pugliese, direttore generale di Conad. E aggiunge: «Siamo in una situazione veramente di debolezza del settore: scendono i consumi alimentari, il carrello si impoverisce perché le famiglie tendono a preferire prodotti con il miglior rapporto tra prezzo e qualità, e aumenta la pressione promozionale».

Ecco perché il calo delle vendite a rete corrente non stupisce Gianni Cavalieri, nuovo presidente di Interdis, secondo cui, invece che puntare sulle nuove aperture, sarebbe meglio consolidare l'attività dei punti vendita già esistenti. «Il mercato non cambia – spiega Cavalieri –. I consumi scendono, i budget delle famiglie non cambiano e la spesa si ripartisce su un numero maggiore di punti vendita. Ci sono tre fattori da considerare: il paniere della spesa è cambiato, perché sono cambiati gli indici di priorità delle famiglie; l'incertezza economica e occupazionale abbassa inevitabilmente i consumi e si assiste a un reale calo del potere d'acquisto. Serve una politica generale di incentivi al consumo, anche da un punto di vista psicologico».

Paolo Barberini, presidente di Federdistribuzione, aggiunge: «Purtroppo nel 2010 i consumi sono stati molto deboli e ciò ha influito sulle vendite della distribuzione. Le incertezze in ambito lavorativo, la diminuita disponibilità economica e le preoccupazioni per il futuro hanno frenato gli acquisti delle famiglie, inducendole a comprimere anche la spesa alimentare, solitamente più rigida alle variazioni del reddito. La gdo ha tutelato il potere d'acquisto dei consumatori con più promozioni e prezzi più bassi a scapito dei fatturati per sostenere i volumi, determinando però una riduzione degli indicatori di redditività»

Una situazione «complicata», la definisce Barberini, «che si ripete da qualche anno e che rischia di portare a un calo degli investimenti del settore e a una sua minor capacità di creare occupazione. Per uscire da questa condizione occorre una politica di liberalizzazioni dei mercati per abbattere vecchie posizioni di rendita, di sostegno ai redditi delle famiglie per incrementare i consumi e di incentivi agli investimenti per favorire nuove aperture e soprattutto ammodernamenti delle reti commerciali, così da alimentare un indotto di pmi locali e attivare un virtuoso impegno occupazionale»

19 gennaio 2011

Marika Gervasio

Il Sole 24 Ore

18 gennaio 2011

CRICCA DELLA LOGISTICA NEGATO IL PATTEGGIAMENTO E PROCESSO RINVIATO A FINE MARZO

Per il Pm le pene che proponevano le difese di Willi Zampieri e Patrizia Trivellato erano troppo blande.
Prossima udienza tra oltre due mesi. Il terzo imputato è Paolo Sinagra Brisca.
Un caso da 30 milioni di euro

Willi Zampieri


PADOVA
. Si è aperto oggi ed è stato immediatamente rinviato al 28 marzo il processo alla "cricca della logistica". Le accuse sono di associazione a delinquere finalizzata alla falsità materiale commessa in privato, omesso versamento di ritenute previdenziali e assistenziali e evasione fiscale. Si tratta del giudizio immediato chiesto dal Pm Orietta Canova per l'imprenditore Willi Zampieri, la consulente del lavoro Patrizia Trivellato e il commercialista Paolo Sinagra Brisca.

Secondo l'accusa i tre avrebbero messo in piedi un giro di cooperative, che aprivano e chiudevano, omettendo così di pagare i contributi a un centinaio di lavoratori e le tasse. In questo modo, oltre a proporsi sul mercato offrendo servizi a prezzi insostenibili per la concorrenza, avrebbero accantonato nel tempo circa 30 milioni di euro: 18 milioni dovuti all'Inps; 12 evasi al Fisco.

Zampieri e la Trivellato in precedenza avevano chiesto il patteggiamento che è stato rifiutato dal Pm Canova: troppe esigue le pene proposte. Zampieri voleva chiudere i conti con la giustizia patteggiando tre anni e quattro mesi (Codice alla mano ne rischia invece fino a sette) e la Trivellato due anni (può essere condannata fino a cinque).

17 gennaio

Carlo Bellotto


il mattino di Padova

17 gennaio 2011

ZUCCHELLI (COOP ESTENSE) ALLA PRESIDENZA DI DICO

Rivoluzione ai vertici del brand discount di Coop

Il presidente di Coop Estense, Mario Zucchelli, assume la presidenza


Il format discount non sta vivendo momenti felici, non esiste infatti un attore che si possa considerare soddisfatto delle risultanze dei numeri che porta il mercato. In questo contesto Coop, che attraverso il Brand Dico occupa una importante quota di mercato, e che per anni non ha mai sviluppato in maniera seria l’insegna, ha deciso di rinnovarne i vertici. Questa, di per sé, sarebbe già una notizia.

Ma la vera novità risiede nei nomi delle persone che sono state chiamate a guidare il nuovo corso dell’azienda di Prato. Il nuovo Presidente è infatti Mario Zucchelli, personaggio di spicco del mondo Cooperativo, emiliano, già Presidente della fortissima Coop Estense, e grande antagonista di Bernardo Caprotti, Patron di Esselunga.

Insomma alla poltrona della Presidenza è arrivato uno dei nomi che più contano nel mondo Cooperativo, e questo non può non essere percepito come un forte segnale. Ma il processo di cambiamento è ancora più profondo, infatti come Amministratore Delegato è stato nominato un giovane e capace manager, il dott. Antonio Lanari che non appartiene al mondo Coop, bensì proviene dal grande competitor Eurospin.

17 gennaio 2010

Andrea Meneghini

GDO News

L'ACCORDO MIRAFIORI FA GIA' SCUOLA. PER ESEMPIO NELLE FABBRICHE MARCEGAGLIA

L’assunzione prevede alcune clausole in deroga al contratto nazionale.

I neoassunti dovranno lavorare a ciclo continuo, quindi sia di sabato sia di domenica, con 26 ore di straordinario al mese.

Inoltre, agli apprendisti non verranno pagati i premi di risultato e di produzione per un valore di circa 400 euro al mese.

In attesa di capire se la vittoria di stretta misura nel referendum alla Fiat di Torino riporterà il sereno nelle relazioni sindacali e se il gruppo della famiglia Agnelli ora manterrà la sue promesse di investimento e rilancio dell’auto in Italia, si possono già toccare con mano le prime ricadute dell’accordo sottoscritto da Cisl e Uil a Mirafiori.

In altre parole, la firma di accordi che derogano il contratto nazionale, non verrà più visto come un fatto eccezionale, ma rischia di diventare prassi consolidata. E, guarda caso, uno dei primi episodi assinilabili si registra negli stabilimenti Marcegaglia. Il gruppo che fa capo alla presidente di Confindustria vuole assumere a tempo indeterminato 250 apprendisti ora precari per le fabbriche di Gazoldo (Mantova), Casalmaggiore (Cremona), Ravenna e Forlì con una paga mensile di 1.700 euro.

A prima vista, una regolarizzazione con uno stipendio anche di discreto livello. Il fatto è che, secondo la Fiom Lombardia, l’assunzione prevede alcune clausole in deroga al contratto nazionale. Del tipo che neoassunti dovranno lavorare a ciclo continuo, quindi sia di sabato sia di domenica, con 26 ore di straordinario al mese. Inoltre, agli apprendisti non verranno pagati i premi di risultato e di produzione per un valore di circa 400 euro al mese.

Ma casi di questo genere andranno inevitabilmente a crescere. E’ ovvio: perchè quello che vale per Mirafiori e il gruppo Marcegaglia non dovrebbe valere anche per altre fabbriche? E cosa potrà impedire agli imprenditori di chiedere ai sindacati di firmare accordi “locali” se anche il Governo appoggia quanto accaduto alla Fiat? Ma non sarà forse il caso di rivedere, semmai, con il concorso di tutte le forze sociali la materia del lavoro, prima che diventi troppo complicata a colpi di accordi singoli che hanno tutto il sapore di una deregulation che non porterà nulla di buono? Ad esempio, potrebbe accadere che una impresa in cui il sindacato è forte è compatto si rifiuta di firmare accordi in deroga e in quella a fianco – e magari concorrente – dove il sindacato è debole o diviso l’accordo in deroga passa. Ha senso tutto ciò?

15 gennaio 2010

Luca Pagni

La Repubblica


LE SCELTE DI MPS PESANO SUI CLIENTI

Ci occupiamo di Monte dei Paschi per la presenza di Unicoop Firenze col 3% nell'azionariato dell'istituto senese.

Il presidente di Unicoop Campaini siede nel CdA insieme al suocero di Casini, Francesco Gaetano Caltagirone, nel patto di minoranza.

Nel 2008 la perdita sulle azioni MPS determinò il primo bilancio in rosso della storia del colosso cooperativo toscano che dovette svalutare il titolo da 2,52 euro per azione a 1,5 euro. La minusvalenza fu di 189 milioni di euro.

Adesso va molto peggio. Al 31 dicembre 2010 il titolo dell'istituto senese valeva appena 0,85 euro. Immaginiamo che Unicoop non svaluti nuovamente il titolo nel bilancio dell'anno appena concluso e che lo iscriva nuovamente al valore di 1,5 euro.

Ma i numeri del disastro sono facili da decifrare. A fine 2010 Unicoop Firenze contava una perdita complessiva su azioni MPS di circa 300 milioni di euro, meno 66% sull'investimento complessivo. Una vera débacle che pagano anche i soci con rendimenti sul libretto del prestito sociale inferiori al Bot dello stato italiano.

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DAL 2007, il Monte Paschi di Siena (Mps) ha perso quasi l' 80% del proprio valore: quasi il doppio del settore in Europa.

Eppure Mps dovrebbe essere il prototipo di banca radicata sul territorio: poco rischiosa, virtuosa e redditizia. Ma, purtroppo, legare la propria attività a un' economia destinata alla stagnazione significa sofferenze in aumento e clienti sempre meno redditizi. Per Mps si aggiungono la lentezza nel tagliare i costi operativi; il peso di acquisizioni a prezzi inflazionati proprio alla vigilia della crisi, e una patrimonializzazione tra le più basse in Europa. La crescita esigua degli utili non basta a ricostruire rapidamente il patrimonio, senza tener conto dei quasi 2 miliardi di Tremonti bond da ripagare, e dei dividendi che il socio Fondazione esige.

La via dell' aumento di capitale sembrerebbe obbligata. E qui cominciano i problemi. La Fondazione che controlla la banca col 55% del capitale sociale (e il 46% dei diritti di voto) non vuole farsi diluire, ma non ha risorse per la ricapitalizzazione: la partecipazione nella banca (80% del suo patrimonio) è immobilizzata per evitare una minusvalenza da 1,6 miliardi; c' è poi un altro miliardo di investimenti immobilizzati (private equity e similari). Rimangono meno di 500 milioni di attività liquide; troppo poco. Così, scatta la caccia alla plusvalenza (contabile) per rimpolpare gli utili (contabili) di Mps.

Nel 2009, 220 milioni di utili netti ne scontano 292 di plusvalenza dalla cessione dell' asset management; altri 200 da cessioni nei primi 9 mesi del 2010 (utile netto di 357). Ma per chiudere l' anno in bellezza (contabile) servivano i 430 milioni di plusvalenza, ottenuti cedendo i propri sportelli, con affitto garantito per 24 anni, a un Consorzio appositamente costituito (da Mps, Mediobanca, e alcune società di servizi). Il Consorzio, con 55 milioni di capitale, compra gli immobili di Mps per 1,674 miliardi, grazie a un mutuo di 1,673 miliardi erogato da Mps.

Un' esagerazione, anche per gli standard delle banche italiane: come si possono considerare veritieri prezzo e transazione, visto che l' acquirente è interamente finanziato dal venditore? Quindi, per non apparire creditore del Consorzio, Mps finanzia una Stichting olandese (forma di fondazione poco trasparente, senza patrimonio e quindi soci espliciti) che utilizza il prestito per costituire Casaforte, una srl italiana da 100 mila euro di capitale; che acquista da Mps il credito nei confronti del Consorzio.A sua volta il Consorzio riversa gli affitti degli sportelli a Casaforte per sostenere l' onere del debito. Qualche giorno prima di Natale, giusto in tempo per la chiusura del bilancio, il cerchio si chiude con il collocamento di 1,536 miliardi di obbligazioni Casaforte presso il pubblico (e 133 milioni presso istituzionali).

Si tratta di obbligazioni a lungo termine (scadenza 2040; stimata effettiva 2030) prive di garanzia esplicita da parte di Mps, che pagano il 3% e, dal 2012, l' Euribor +1,05% (maè 1,755% lo spread che l' emittente, in una nota del prospetto da 332 pagine, definisce congruo col proprio rischio), con possibilità di rimborso anticipato dal 2020, non quotate, illiquide e quindi cedibili prima della scadenza solo a Mps (che si impegna a riacquistarle, valutandole però sulla base di uno spread fisso aumentato a 1,46%) e gravate da quasi 6% di commissioni e costi vari. È lo stesso emittente a stimare che il bond, illiquido e rischioso, nell' 89% dei casi renderà, alla scadenza, quanto un titolo liquido e privo di rischio; e addirittura meno, nell' 8% dei casi. Chi mai vorrebbe comperarlo? I risparmiatori clienti di Mps, naturalmente. Chissà se hanno capito che l' emittente nonè la banca.O che la banca sta scaricando su di loro il rischio di una transazione immobiliare fatta solo per riportare una plusvalenza contabile a fine anno? Ma non è finita.

Dal 2020 Mps ha il diritto di riscattare tutte le azioni degli altri soci del Consorzio; e nella stessa data Casaforte può rimborsare anticipatamente tutto il debito. Insomma, fra 10 anni Mps può smontare tutto, riprendersi gli immobili a prezzo di perizia, e lasciare gli investitori con un pugno di mosche. Ma la contabilizzazione dell' agognata plusvalenza è assicurata. Ai risparmiatori clienti di Mps, un sentito grazie.

15 gennaio 2010

Alessandro Penati

La Repubblica

16 gennaio 2011

I LAVORATORI DELLA COOP ALFA SCRIVONO AI CONFEDERALI LA LORO RABBIA

Non esiste solo Fiat e Marchionne e il marchionneismo c'era da prima.

A ricordarcelo l'ennesimo caso di sopruso e assenza dei più elementari diritti nelle Coop sociali, ormai un elenco senza fine.

In questo caso i lavoratori di Coop Alfa ritengono responsabili i sindacati confederali (per cui anche Cgil che almeno tramite Fiom è così intransigente sui diritti) colpevoli di firmare accordi con clausole capestro.



LETTERA APERTA ALLE SEGRETERIE DELLE CONFEDERAZIONI SINDACALI CGIL, CISL E UIL, AI LORO FUNZIONARI E RSA.

Siamo i “65”, lavoratrici e lavoratori della coop Alfa, in occupazione nei magazzini Corena srl di Nerviano, appalto Parrini, per la lavorazione della resa nazionale dei giornali invenduti, scriviamo la presente, per comunicare i nostri pensieri, a voi che dovreste esserne la naturale estensione e traduttori in testo, di leggi e regole che difendano i nostri diritti ad un posto di lavoro ed una retribuzione degna che siano lontani dalla schiavitù, a cui siamo condannati a causa anche delle vostre firme e sigle che hanno sancito, sanciscono e sanciranno quei contratti collettivi nazionali che determinano la nostra vita lavorativa.

Ci chiediamo quanti di voi, effettivamente, conoscono la situazione di precariato, soprusi, ricatti, che angosciano il mondo della cooperazione, nel settore dei trasporti e della logistica e non; forse in questi giorni state recependo qualcosa, grazie alle battaglie, che noi lavoratrici e lavoratori della coop Alfa, come molte altre realtà simili alla nostra (coop Papavero di Cerro al Lambro, CLO appalto Billa, consorzio Elios appalto Ta.Imm. Varedo....e tutti gli altri), abbiamo intrapreso e che stiamo portando avanti da anni e in maniera pesante ed eclatante dal 27 dicembre 2010, da quando siamo in occupazione, senza stipendio, senza riscaldamento, senza certezze né futuro, ma con la convinzione che non è possibile continuare in questo modo, si necessita un azione collettiva, nazionale e radicale, che colpisca nel profondo, il cancro che sta divorando lavoro e lavoratori, sicuri di essere un esempio, per tutte quelle realtà che si rispecchiano in noi.

La nostra situazione ha attirato molto la curiosità dei media, che hanno dato voce e risonanza alla piaga che ci affligge, anche per colpa di un sistema che non funziona e che necessita di importanti cambiamenti. Forse è proprio per questa visione mediatica che il Signor Nino Cortorillo, Segretario della Filt Cgil Lombardia, senza nemmeno conoscerci, con il quale non abbiamo mai avuto il piacere di incontrarci, si è preso la briga di scrivere per nostro conto e a nostro nome, comunicati e lettere, che riguardano la nostra situazione, azione di basso profilo, preferita a quella di apporre la semplice firma sui comunicati scritti, da noi lavoratori con l'aiuto dei nostri funzionari sindacali, che sono qui con noi, giorno e notte e che sopportano con noi il peso di questa “guerra”, che ci vede a nostro malgrado protagonisti. Come al solito i pregiudizi, i luoghi comuni e le ragioni politiche, prevalgono sul buon senso e su quello che realmente sarebbe meglio e sicuramente fatto nell'interesse dei lavoratori.

A tale argomento, la nostra curiosità è richiamata, dalle informazioni che ci giungono, dai tavoli sui quali Voi, Signori Confederali, state decidendo le regole, che decideranno l'evolversi o probabilmente, come successo negli ultimi anni, l'involversi del nostro futuro lavorativo.

Soprattutto, il nostro occhio vigile, si è soffermato su quella piccola regola, chiamata “clausola sociale”: la società subentrante nel servizio in appalto deve assorbire, alle stesse condizioni normative ed economiche, i lavoratori addetti all'appalto. Ciò rappresenterebbe un ancora di salvezza per molti lavoratori, che oggi vivono invece le angherie dei padroni che ad ogni cambio di appalto, spesso con cooperative, applicano il ricatto del lavoro a condizioni peggiori o il licenziamento, mettendo di fatto in mezzo ad una strada, le intere maestranze, prive di un ricollocamento, nella maggior parte dei casi anche senza ammortizzatori sociali. Sappiamo che questa clausola di salvaguardia occupazionale, eliminerebbe gran parte dei dispositivi di ricatto, ma sia i padroni che l'Asso.coop non la vogliono integrare nei contratti e voi confederali siete pronti anche questa volta ad accomodare.

Se questa regola fossa già stata in vigore, pensate che la nostra situazione sarebbe stata questa? O forse è corretto dire che a quest'ora saremmo tutti occupati e contenti, ricollocati nella società subentrante nell'appalto....

Altra piaga che affligge il mondo della cooperazione, è l'affidamento della commessa in più sub-appalti in serie, che di fatto non fanno altro che limare le retribuzioni e levare diritti, ad ogni passaggio, dei lavoratori che sono gli esecutori finali delle lavorazioni. Non sarebbe forse meglio mettere un limite a queste catene? Non basterebbe forse un solo intermediario tra committente e lavoratori?

Sarebbe ora che cominciaste ad apporre la vostra firma, soltanto su accordi propositivi, migliorativi, a favore dei soci lavoratori di cooperativa, invece di continuare a dare seguito alla nascita di deroghe, protocolli d'intesa e contratti ad hoc, con condizioni di sfruttamento e schiavitù, alle quali nessun essere umano dovrebbe essere mai obbligato a sottostare.

Proprio in questi giorni, si sta trattando il rinnovo del CCNL trasporti e logistica, la nostra situazione, insieme a tutte le altre, la nostra battaglia dovrebbe essere orgoglio per tutti voi, donandovi la necessaria forza e spinta, per portare avanti, quelle che riteniamo, le necessarie modifiche, alle regole di questo gioco perverso, nel quale siamo stufi di essere sempre le vittime sacrificali, a vantaggio dei padroni che fanno da carnefici.

Oltre questo, siamo convinti, bisognerebbe coordinare una movimentazione su tutto il territorio nazionale, non divisi, non con medaglie sul petto, ma tutti uniti sotto un unica bandiera, che porti i colori della dignità e dei diritti umani nel mondo del lavoro, per la nostra generazione e per quelle che verranno; per un futuro migliore, ci vuole un inversione di tendenza adesso, qui nel presente, se vogliamo evitare che il nostro paese, finisca in una spirale, che non potrà altro che condurci alla povertà, alla disoccupazione e al sotto sviluppo.

Questo è il malessere che noi denunciamo, ponendo voi come porta voci delle nostre richieste, idee e pensieri, in quelle sedi di istituto, su quei tavoli, dove in gioco ci sono le nostre vite.

Sperando che le nostre parole genuine e sincere, allarghino i vostri orizzonti, vedute e posizioni, dandovi la giusta ispirazione e coraggio, nonché coscienza, ricordandovi la bandiera che simboleggia gli ideali per i quali vi battete e i lavoratori che rappresentate, in quello che farete, oggi e in futuro, noi, lavoratrici e lavoratori, della coop Alfa, dal nostro "piccolo grande presidio", in occupazione forzata, siamo disponibili a qualsiasi confronto costruttivo, atto a migliorare, non solo la nostra precaria situazione, ma anche quella di tutto il settore della cooperazione, nel mondo dei trasporti e della logistica.

Sicuri e convinti di quello che siamo, ovvero “lavoratori liberi”, liberi da schiavitù e sfruttamento, vi invitiamo ad approfondire le realtà come le nostre, che sono tantissime, sparse su tutto il territorio nazionale e cogliendo l'occasione, porgiamo distinti saluti.


LE LAVORATRICI E I LAVORATORI

DELLA COOP ALFA

IN OCCUPAZIONE NEI MAGAZZINI

CORENA SRL - NERVIANO



IL DOPO MIRAFIORI: RAPPRESENTANZA E DEMOCRAZIA, LA PROPOSTA CGIL

Il direttivo approva, senza voti contrari, un documento per la legge sulla rappresentanza sindacale.

Centralità della Rsu, soglia al 5%, verifica di mandato e referendum i punti centrali. Lunedì verra inviato a Cisl e Uil. "L'accordo sia interconfederale"



Con 112 sì, 14 astenuti e nessun voto contrario, il direttivo della Cgil ha varato un documento sulla democrazia e rappresentanza sindacale che intende proporre a Cisl e Uil. Il testo ratificato dal direttivo di oggi (15 gennaio), secondo fonti di Corso d’Italia, sarà oggetto di una lettera che lunedì la segretaria generale, Susanna Camusso, invierà prima alle altre organizzazioni sindacali e poi alla Confindustria.

L'obiettivo è quello di arrivare a un accordo interconfederale che porti a una legge sulla rappresentanza e sull'attuazione dell'erga omnes. Il sindacato vorrebbe avviare il prima possibile una discussione con le altre due confederazioni per affrontare il difficile momento nel rapporto tra le parti sociali.

La Cgil auspica che il testo, approvato dal parlamentino a larghissima maggioranza, si tramuti presto in un accordo che diventi poi documento utile per il Parlamento per una legge sulla rappresentanza. Ecco cosa prevede il documento:

Elemento fondamentale è la centralità data alla Rsu (Rappresentanza sindacale unitaria) che la Cgil chiede di “estendere e diffondere a tutti i settori nelle aziende sopra i 15 addetti in cui si devono eleggere Rsu interaziendali e-o territoriali per le imprese minori". Particolare rilievo assumono, poi, le regole per la verifica del mandato in caso di dissenso su un accordo.

“Ci esercitiamo sulla funzione del mandato e dell'allargamento della coalizione per non lavorare nella logica dell'esclusione, insieme a tema della libertà dei lavoratori di scegliere ed eleggere i loro rappresentanti attraverso la generalizzazione del voto delle Rsu”, prosegue. Rsu che per la Cgil devono esistere in tutte le aziende sopra i 15 dipendenti mentre per quelle al di sotto occorrerà comunque trovare altre forme di aggregazione.

Sono inoltre quattro inoltre i punti qualificanti del documento: la soglia di rappresentanza; il ricorso al voto certificato o al referendum al termine di ogni negoziato che si chiuda unitariamente sulla bozza di accordo vincolante per tutti; una verifica del mandato a chiudere la trattativa attraverso la consultazione dei lavoratori, in caso invece di dissenso; l'ipotesi di un referendum abrogativo ma come 'estrema ratio'.

La soglia di rappresentanza è prevista al 5 per cento per considerare un sindacato rappresentativo a livello nazionale, territoriale ed aziendale, misurata su un mix tra il numero degli iscritti certificati dall'Inps e i voti collezionati nelle Rsu.

Tutti gli accordi siglati al termine di un negoziato che si chiudano unitariamente, e dunque senza contrasti tra sindacati, saranno inoltre sottoposti al voto certificato o al referendum dei lavoratori per il quale occorrerà il 51 per cento dei voti perché sia approvato o bocciato. Un esito finale che sarà vincolante per tutti.

In caso invece sorgessero dissensi tra i sindacati su alcuni punti del negoziato ed il sindacato, o i sindacati, favorevoli all'intesa non raggiungessero un 'quorum' comunque superiore alla maggioranza semplice di rappresentanza, si dovrà avviare una verifica del mandato a chiudere attraverso un voto certificato da parte dei lavoratori o referendum per il quale varra' sempre la maggioranza semplice.

Il referendum abrogativo, infine, è considerato uno strumento da utilizzare come 'estrema ratio'. Lo potranno chiedere anche i lavoratori e chi non siede al tavolo delle trattative, ma attraverso una raccolta di firme. Non potrà essere proposto invece dai sindacati che avessero scelto di sottoporre l'accordo ad una verifica del mandato a chiudere.

15 gennaio 2011

rassegna.it

15 gennaio 2011

LA DEMOCRAZIA SINDACALE NEI LUOGHI DI LAVORO NON E' UN PROBLEMA SOLO DI OGGI

Dei due referendum abrogativi del 1995 sull'art. 19 dello Statuto dei Lavoratori, passò solo quello che abrogava il comma «a» fortemente voluto dalla Cgil e penalizzante per una più libera rappresentanza sindacale

Ora si cercherà di far rientrare Fiom tagliata fuori, anche in virtù del buon risultato di Mirafiori, che per nemesi storica paga le conseguenze di quel referendum vittorioso


Quanto sta avvenendo alla Fiat e intorno la Fiat ci impone di rilanciare con urgenza una riflessione sulla democrazia e la rappresentanza nei luoghi di lavoro. In primo luogo va dato un giudizio netto su quanto va facendo Marchionne in giro per l'Italia. Da Pomigliano a Torino è in corso una barbara offensiva sul piano dello sfruttamento e delle regole delle relazioni industriali fin qui conosciute nel nostro Paese.

Ciò avviene con il beneplacito non solo dei sindacati complici firmatari dei vari contratti che si vanno definendo a misura addirittura di “sito” produttivo – una newco diversa per ogni stabilimento con un contratto ”nazionale” ad hoc – ma anche con il sostanziale via libera del PD, del Governo e, sebbene velato da qualche fastidio, di confindustria. Detto ciò, e avviato tutto quello che è necessario mettere in campo per contrastare questo progetto di restaurazione autoritaria del comando di impresa, è bene anche soffermarsi su quanto sta accadendo dal punto di vista degli strumenti che Marchionne usa per riuscire nel suo intento.

Il contratto stipulato per Pomigliano si rifà costantemente, per quanto attiene le relazioni sindacali, a quanto all’uopo previsto dall’articolo 19 dello Statuto dei Lavoratori (legge 300/70). Quando cioè Marchionne e Cisl, Uil, Ugl e Fismic affermano che le Rappresentanze sindacali aziendali potranno essere costitute solo ad iniziativa delle organizzazioni sindacali firmatarie del contratto, applicano pedissequamente quanto contenuto nel citato articolo 19 dopo che questo è stato mutilato di una sua parte con il Referendum del ’95.

Ai senza memoria ricordiamo brevemente la storia dell’articolo 19 dello Statuto; fino al 1995 esso si componeva così: Art. 19. Costituzione delle rappresentanze sindacali aziendali.

1. Rappresentanze sindacali aziendali possono essere costituite ad iniziativa dei lavoratori in ogni unità produttiva, nell’ambito:
a)
delle associazioni aderenti alle confederazioni maggiormente rappresentative sul piano nazionale;
b)
delle associazioni sindacali, non affiliate alle predette confederazioni, che siano firmatarie di contratti collettivi nazionali o provinciali di lavoro applicati nell’unità produttiva.
2. Nell’ambito di aziende con più unità produttive le rappresentanze sindacali possono istituire organi di coordinamento.

Nel 1995 furono promossi due referendum su questo specifico testo. Uno promosso dalle forze del sindacalismo di base che intendeva abrogare totalmente le lettere a) e b) del comma 1, con l’obiettivo di rendere indispensabile giungere immediatamente ad una legge di regolazione della rappresentanza e rappresentatività nei luoghi di lavoro, in attuazione dell’articolo 39 della Costituzione Italiana, per riempire il vuoto normativo creato, appunto, dall’abrogazione totale dell’articolo 19.

L’altro venne promosso dalla sinistra sindacale di allora, guidata dall’ex segretario confederale della Cgil Fausto Bertinotti, primo firmatario Paolo Cagna, che intendeva abrogare solo la lettera a) dell’articolo 19, quella cioè che consentiva la costituzione delle RSA anche alle associazioni sindacali affiliate a Confederazioni maggiormente rappresentative.

Tutti e due i referendum furono ammessi dalla Corte Costituzionale ma al primo, quello dell’abrogazione totale, mancarono circa 5.000 voti per raggiungere il quorum (dato fortemente contestato dai promotori e quasi certamente ci furono brogli di cui non riuscimmo mai a venire a capo).

Il secondo invece raggiunse il quorum e da allora l’articolo 19 dello Statuto dei Lavoratori è esattamente quello che oggi utilizza Marchionne per far fuori tutte le organizzazioni non firmatarie del nuovo contratto per gli stabilimenti di Pomigliano e Mirafiori.

E’ evidente che ciò non sarebbe stato possibile se l’articolo 19 fosse stato abrogato tutto o fosse rimasto vigente come scritto dal legislatore, essendo tutte le organizzazioni categoriali presenti in quelle aziende affiliate a Confederazioni considerate maggiormente rappresentative. E così coloro che oggi più di tutti si ergono a paladini della democrazia, quelli che si fanno promotori di comitati e associazioni a sostegno, sono proprio quelli che allora fornirono lo strumento che oggi le controparti utilizzano.

Ma perché una parte consistente della sinistra di allora si schierò per il referendum parziale? E’ del tutto evidente che la vittoria del referendum totale avrebbe imposto la definizione di una legge che andasse nel senso voluto dai promotori, cioè quello di una definizione per legge delle regole di democrazia e rappresentanza nei luoghi di lavoro che contenesse in se elementi di maggiore democrazia e pluralismo sindacale. Ciò avrebbe consentito una ancora più forte crescita del sindacalismo di base che poteva davvero diventare l’alternativa credibile alla deriva concertativa delle organizzazioni sindacali storiche e all’entrismo nella Cgil propugnato invece proprio dai promotori del secondo referendum. L’effetto di quel referendum, assieme alla vittoria di quello promosso dai radicali che impediva la raccolta automatica delle quote sindacali attraverso la ritenuta in busta paga operata dai datori di lavoro, fu devastante per tutto il sindacalismo di base che, da
un giorno all’altro si vide senza alcun diritto nei luoghi di lavoro e privato della possibilità di raccogliere le quote di adesione attraverso la trattenuta automatica in busta paga. Esattamente quello che, a 16 anni di distanza, in una mutata fase politica e dei rapporti di forza, sta accadendo alla Fiom.

Certo è bene oggi mettere in campo ogni possibile strumento per cercare di fermare la dottrina Marchionne, soprattutto perché l’attacco profondo, oltre che alle libertà sindacali, è soprattutto alle condizioni d vita e di lavoro degli operai della Fiat. Vorremmo però ricordare a tutti che quanto accade oggi alla FIOM è accaduto 16 anni fa al sindacalismo di base e, all’epoca, non trovammo proprio nessuno che costituisse comitati e raccogliesse firme per difendere le libertà e il pluralismo sindacale, eppure mettemmo in campo centinaia di iniziative in splendida solitudine. Se qualcuno avesse riflettuto di più allora su cosa stava accadendo nei luoghi di lavoro, forse oggi non saremmo costretti a batterci per difendere il diritto dei lavoratori Fiat ad organizzarsi con chi meglio credono. Comunque è tempo di rimettere in pista una battaglia forte e ampia perché torni la democrazia vera nei luoghi di lavoro, in tutti i luoghi di lavoro.

Ben vengano quindi tutti gli scioperi e le iniziative di lotta contro la nuova “FilosoFiat”. La USB con il “Forum Diritti/Lavoro” ha già avviato un largo processo di discussione per giungere al più presto alla stesura di una proposta di legge di iniziativa popolare sulla rappresentanza e la democrazia sui luoghi di lavoro, ma soprattutto sta avviando un confronto ampio con tutte le organizzazioni sindacali conflittuali e con i movimenti in lotta per costruire assieme lo Sciopero generale e generalizzato, tra le cui parole d’ordine non potranno che esserci anche quelle della democrazia e dell’indipendenza.

31 dicembre 2010

USB Unione Sindacale di Base

14 gennaio 2011

IL MODELLO MIRAFIORI CONQUISTA CARREFOUR

Piccoli Mirafiori avanzano

Filcams-Cgil assai più conciliante della sorellastra Fiom




Nella vertenza-Fiat il termine-chiave è flessibilità. Nel commercio «già la si sperimenta da anni», ammette Ferruccio Fiorot, segretario nazionale Fisascat, la federazione servizi e commercio della Cisl. Marchionne chiede un maggior utilizzo degli impianti per investire in Italia? In Carrefour gli impianti sono i punti vendita e «nel nuovo accordo integrativo aziendale si premiano proprio gli straordinari domenicali e festivi», dice Paolo Andreani, segretario nazionale Uiltucs, organismo di categoria della Uil.

Meno incline al parallelismo Maria Grazia Gabrielli, Filcams Cgil: «in Carrefour abbiamo ricostruito un contratto integrativo aziendale. In Fiat si chiede persino la deroga al contratto nazionale», dice. Ma «l'atteggiamento che hanno avuto i vertici del gruppo francese nel 2009 (con la disdetta unilaterale dell'integrativo aziendale, ndr.) è lo stesso della Fiat: rompere le relazioni sindacali».

I confederali, ora alla prova di Mirafiori, hanno sperimentato una comunanza d'intenti per la «Fiat del commercio»: Carrefour. La seconda multinazionale al mondo nella grande distribuzione è riuscita laddove il Lingotto ha diviso. Raggiungendo uno schema di accordo – ora sottoposto alla consultazione dei quasi 22mila dipendenti italiani del gruppo – che dovrebbe essere ratificato il prossimo 9 febbraio.

L'ACCORDO – Al netto delle logiche differenze categoriali – industria metalmeccanica la Fiat, leader nei servizi e nel commercio, Carrefour – di core business e di modello organizzativo aziendale, i sindacati hanno accettato il piano proposto dal gruppo francese. Eccone i termini, per traslazione «simili» alle proposte dei vertici torinesi: prestazione oraria domenicale e festiva in straordinario retribuita con il 60% di maggiorazione per il periodo natalizio, bonus forfettari negli altri periodi dell'anno (per un massimo di 400 euro), un meccanismo di salario variabile per i neo-assunti (nel 2010, ndr.) legato alla produttività e con la prospettiva di un consolidamento nella retribuzione fissa nel caso la redditività dell'azienda torni ai livelli pre-crisi. E anche pause pagate (sia con un contratto part-time, sia full-time), come previsto dal precedente contratto integrativo aziendale.

In altri termini maggiore produttività, minore assenteismo – «anche se nel commercio siamo lontani dai livelli di assenteismo tipici della Fiat», precisa Fiorot (Fisascat Cisl) – per un ritorno in busta paga per i dipendenti, al netto della componente variabile, sulla quale Gabrielli (Filcams Cgil), esprime qualche riserva «perché condizionata dai livelli di produttività ante-crisi». L'azienda, dal fronte suo, si è detta disponibile a tornare ad investire in Italia (come auspica Marchionne per la Fiat) e «in un momento di crisi come questo se Carrefour avesse voluto delocalizzare all'estero, ciò avrebbe significato un impoverimento per il tessuto nazionale», dice Andreani (Uiltucs).

Scongiurato il rischio trasferimento «la volontà è quella di realizzare, nel biennio 2011-2012, una forte politica di investimenti proseguendo nella rimodulazione del modello commerciale», dice Francesco Quattrone, direttore risorse umane di Carrefour Italia. Per un'azienda che nel 2008 chiudeva in rosso il proprio bilancio puntare ancora sulla grande distribuzione organizzata in Italia è una scommessa. Condizionata dall'esito della consultazione. Ma i sindacati sembrano uniti e non ci dovrebbero essere sorprese.

Fabio Savelli

14 gennaio 2011

Corriere della Sera.it

12 gennaio 2011

COOP ESTENSE, SOTTOSCRITTO L'ACCORDO DI TRANSIZIONE PER IL NUOVO INTEGRATIVO

L'aria di mirafiori spira sulle decisoni? Il dubbio è legittimo

La Fisascat Cisl prende in mano la situazione

Un accordo di transazione rinvia il rinnovo dell'integrativo dopo la sottoscrizione del contratto nazionale (ricordiamo che Cisl e cgil di categoria non hanno presentato piattaforme unitarie)

Ranieri (Cisl): «Ora starà alle parti individuare un nuovo riferimento contrattuale»


Le organizzazioni sindacali Fisascat Cisl, Filcams Cgil e Uiltucs Uil hanno siglato con la direzione aziendale di Coop Estense un importante accordo di transizione che delinea il percorso per il rinnovo del contratto integrativo aziendale scaduto il 30 aprile 2007 e che interessa circa 5.600 lavoratori.

Tra i punti qualificanti del documento l’impegno a riprendere il confronto per il rinnovo dell’integrativo subito dopo la sottoscrizione del contratto nazionale della Distribuzione Cooperativa e comunque non oltre il 30 aprile 2011 prevedendo la sottoscrizione entro il 31 ottobre 2011. Nel merito la direzione di Coop Estense si è impegnata inoltre a procedere ad un incremento delle risorse umane e ad aumentare l'orario di lavoro a circa 1.000 lavoratori part-time.

“Il testo concordato unitariamente – ha dichiarato il segretario generale della Fisascat Pierangelo Raineri – rappresenta un significativo strumento per lavorare ad un rinnovo di un contratto integrativo rispondente alle mutate condizioni di mercato e del settore anch’esso colpito dalla crisi dei consumi”.
“Ora starà alle parti – ha proseguito Raineri - individuare un nuovo riferimento contrattuale maggiormente rappresentativo ed in grado di rispondere alle legittime necessità aziendali e alle altrettante legittime aspettative delle lavoratrici e dei lavoratori”.

A commentare positivamente la soluzione negoziale è intervenuto il segretario nazionale della Fisascat Vincenzo Dell’Orefice che ha definito le linee concordate “un equilibrato punto di riferimento per riavviare il confronto negoziale sul contratto integrativo aziendale e che rappresenta un utile contributo al rafforzamento delle relazioni sindacali”.

11 gennaio 2011

Riviera24.it

Appelli inascoltati:
10.01.11 - Coop Estense - Lo sciopero non può più essere rinviato!!!




10 gennaio 2011

CONTRATTI PIRATA NELLA FILIERA COOP

La denuncia arriva della Cgil-alimentare dell'Emilia Romagna che sottolinea come la Coop Work Group di Rimini che occupa circa 80 soci lavoratori cinesi a 4,5 euro l'ora


SANTARCANGELO - "Nella filiera della Coop l'appalto ed il subappalto vengono utilizzati per produrre profitto sulla pelle dei lavoratori. E' il caso della Coop Adriatica che utilizza le forniture della ditta Melograno di Santarcangelo che appalta la produzione della quarta gamma (verdura fresca imbustata e pronta per l'alimentazione) ad un'altra cooperativa, la Coop Work Group di Rimini che occupa circa 80 soci lavoratori cinesi, nella quale non viene applicato il contratto nazionale di lavoro".

Questa la denuncia della Cgil-alimentare dell'Emilia Romagna che - in una nota a firma del segretario regionale Flai, Ivano Gualerzi, e del segretario regionale generale Antonio Mattioli - afferma: "Queste lavoratrici percepiscono 4,5 euro l'ora ed a loro viene applicato un contratto "pirata" siglato da sindacati autonomi e l'Unci, associazione di cooperative costituita appositamente per derogare le norme contrattuali; questo contratto e' gia' stato giudicato dalla magistratura lesivo della dignita' del lavoratore.

A questo punto - sottolinea la Cgil - e' inderogabile ed urgente un incontro con le centrali cooperative e la Regione Emilia Romagna per individuare soluzioni e norme atte ad impedire il radicamento nei nostri territori di sfruttamento, illegalita' e competizione fondata sulla dequalificazione del lavoro e del prodotto".

10 gennaio 1011

Romagna Noi


09 gennaio 2011

LA PARTITA FIOM IPOTECA LA CGIL


Fiom e le altre Cgil: così vicine, così lontane




«Facciamo fatica a intenderci. È sempre difficile conoscere l'orto del vicino. Certo, però, la Fiom tende a isolarsi. Mi farebbe piacere che i suoi dirigenti capissero di più i problemi della cassiera dell'ipermercato o della ragazza incinta che lavora da un notaio». Franco Martini è un uomo di buonsenso, apprezzato dentro alla Cgil per il suo pragmatismo. Fratello dell'ex presidente della Regione Toscana, Claudio Martini, oggi guida la Filcams, il terziario che esprime il 6% degli iscritti totali della Cgil, all'incirca la stessa quota della Fiom. «Vorrei che anche loro - continua Martini - adottassero il punto di vista che ogni giorno devo adottare io. Un sindacato moderno non può soltanto confrontarsi con i problemi della classe operaia. Deve anche trattare con la solitudine delle persone».

La Cgil non è un monolite. Nelle ultime settimane la questione Mirafiori ha attribuito ai metalmeccanici una centralità che ha fatto spiccare, con la dura lucentezza di una vecchia chiave a stella da fabbrica degli anni Settanta, la loro compattezza ideologica e le loro radici in un Novecento di cui perpetuano, nel 2010-2011, i riti e i miti. E ha oscurato le ragioni degli altri: i sindacalisti che non si possono permettere troppa ideologia e il cui riformismo nasce da un confronto continuo con i cambiamenti indotti dalla globalizzazione, multinazionali e Pmi nel mare aperto dei mercati, produttività delle fabbriche e diritti dei lavoratori, inclusi quelli con una minore cifra politica in senso classico.

La segretaria generale, Susanna Camusso, è impegnata nella complessa operazione di impedire processi disgregativi ponendo rimedio alle spinte frazionistiche di una Fiom che, nello scontro con Sergio Marchionne, ha preso a muoversi come un corpo autonomo. «La Fiom è parte fondamentale della Cgil - dice la bersaniana Valeria Fedeli, leader dei tessili -. Sui diritti costituzionali, come quello di sciopero o di rappresentanza, siamo con loro. Però, fra noi e loro, deve prendere il via un dibattito serio. Loro sono loro. Noi siamo tutto il resto della Cgil: dopo il 2009, dunque dopo la mancata firma del nostro sindacato all'accordo sul modello contrattuale, tutte le categorie della Cgil hanno rinnovato i contratti insieme alle altre sigle. La Fiom non l'ha fatto. Perché?».

Fra i riformisti del sindacato, dunque, nessuna voglia di conventio ad excludendum. Allo stesso tempo, con questa dirigenza dei metalmeccanici, una resa dei conti non può mancare. La partita, però, non si limita al confronto fra la Camusso e il segretario dei metalmeccanici Maurizio Landini. All'interno della Cgil più riformista, si sovrappongono le stratificazioni. Ci sono personalità formatesi dentro alla tradizione comunista (come Martini e Fedeli) e altre dentro a quella socialista, prima fra tutte la Camusso. E, sull'attività sindacale in sé e per sé, sussistono idee e pratiche che si sono modellate su diversi paesaggi industriali: l'identità ideologica della Fiom nasce dentro la grande fabbrica fordista dove ancora oggi restano gli ultimi operai in carne e ossa, qualcosa di abbastanza simile alle tute blu degli ultimi cinquant'anni di capitalismo italiano, qualcosa di molto distante dagli operai-piccoli imprenditori delle filiere e dei distretti.

Nelle prossime settimane queste impostazioni differenti, a tratti inconciliabili, non potranno non confrontarsi. La road-map è già prefissata: oggi la segreteria della Cgil e quella della Fiom, martedì 11 e mercoledì 12 a Chianciano l'assemblea nazionale delle Camere del lavoro, giovedì 13 e venerdì 14 il referendum a Mirafiori, sabato 15 il direttivo nazionale della Cgil e venerdì 28 gennaio lo sciopero indetto dai metalmeccanici. Al termine di questo calendario, si capirà quali saranno i rapporti di forza fra le diverse anime che compongono il corpaccione della Cgil (a fine 2009 oltre 5,7 milioni di iscritti).

Dal punto di vista tecnico-tattico, si comprenderà cosa faranno i dirigenti dell'area di Nichi Vendola e Paolo Ferrero "Lavoro e società" (in segretaria nazionale rappresentata da Nicola Nicolosi), finora con la Camusso ma sempre più affascinati dalle sirene massimaliste della Fiom e poco convinti dalla linea del segretario di apporre una firma tecnica all'accordo di Mirafiori, in caso di vittoria dei sì al referendum. E, sotto il profilo strategico, si verificherà se i riformisti, che per ora riconoscono alla Camusso una leadership non solo formale, potranno muoversi in un contesto in cui l'agenda non sarà più fissata da una categoria come la Fiom che, in termini di iscritti, pesa per non più del 6% e che, al congresso del maggio 2009, ha ottenuto il 17% dei voti, contro l'83% della mozione Epifani-Camusso.

Dunque, proprio il referendum di Mirafiori e una eventuale firma tecnica produrranno effetti sistemici in grado di modificare i rapporti fra minoranza massimalista e maggioranza riformista. «Nessuno mette in dubbio la tradizione e la qualità del gruppo dirigente della Fiom - riflette a questo proposito Onorio Rosati, segretario generale della Camera del Lavoro di Milano - però c'è un elemento che proprio non funziona. Ed è la differenza fra il loro livello nazionale e il loro livello locale. In sede nazionale, dicono sempre di no. Quando, lontano dai riflettori, sorgono problemi locali, la Fiom è invece molto più pragmatica. Trova gli equilibri e firma le intese».
Questa divaricazione fra dimensione nazionale e locale produce una speciale ideologia della buona sconfitta. «Storicamente - nota Rosati - la Fiom ha teorizzato l'indipendenza del sindacato. Sono convinti di potere fare da soli e meglio degli altri. E, alla fine, arrivano a sostenere, come fa Landini, che se a Mirafiori prevalgono i sì, non sarà una sconfitta. Non è vero: se vincono i sì, sarà una sconfitta. Ricominciano dal senso delle parole, per cortesia».

Ricominciare dal significato delle parole è una operazione essenziale, secondo Rosati, anche per evitare di costruire un vocabolario in cui la complessità viene cancellata e il modello di relazioni industriali, seppur in chiave antitetica e contrappositiva, è soltanto quello "neo-marchionnesco". «Le relazioni industriali italiane - conferma Fedeli, allenatasi nella palestra della ristrutturazione del tessile - sono articolate e vanno modulate, in maniera originale, sempre più secondo i cambiamenti imposti dalla globalizzazione. Non si può permettere che tutto sia schiacciato sullo scontro Fiom-Fiat».

Dunque, è interesse della Cgil più riformista e negoziatrice evitare che una ipotetica sconfitta della Fiom a Mirafiori la prossima settimana divenga la sconfitta di tutto il sindacato.
Molti aspetti rifiutati dai metalmeccanici per Pomigliano e Mirafiori sono già applicati dagli alimentaristi (il 5% degli iscritti alla Cgil). «Su turni e orari di lavoro - spiega la segretaria Stefania Crogi, di estrazione socialista - abbiamo una contrattazione aziendale molto significativa». Come nel caso di un'altra meno nota "Pomigliano".

Carrefour aveva cancellato il contratto aziendale. «Una risposta traumatica - dice Martini - a una competitività che, nella Gdo, è su scala globale». Il tavolo fra sindacati e impresa ha ora recuperato il premio aziendale e la pausa. Questa ipotesi sarà sottoposta alle assemblee dei lavoratori nei prossimi giorni. «L'importante è fare di tutto per restare dentro al sistema», nota Martini. Che con malizia aggiunge: «Se in Carrefour ci fosse stato Marchionne, il risultato non l'avremmo ottenuto perché, come Cgil, ci avrebbe tagliato fuori». Chissà. Certo, però, un Marchionne della grande distribuzione, al tavolo, avrebbe trovato il riformista Martini e non il massimalista Landini.

Stefania Crogi Flai Cgil (agroindustria) I RIFORMISTI
«Molti aspetti rifiutati per Pomigliano e Mirafiori sono applicati dagli alimentaristi»
Valeria Fedeli Filtea Cgil (tessili)
«Tutte le categorie della Cgil hanno rinnovato i contratti con le altre sigle La Fiom no, perché?»
Franco Martini Filcams Cgil (commercio)
«Loro tendono troppo a isolarsi; così però si perdono di vista i bisogni delle persone»
Onorio Rosati Camera del lavoro di Milano
«Sono convinti di poter fare da soli e meglio degli altri; devono ripensare al loro vocabolario»

9 gennaio 2011

Paolo Bricco

Il Sole 24 Ore


06 gennaio 2011

UNICOOP TIRRENO E IL PROGETTO DEL NUOVO BORGO TRA ROSIGNANO E CASTIGLIONCELLO

Il progetto di Unicoop Tirreno che è proprietaria del 98% dei terreni, è conosciuto come H5, ossia un borgo ex novo che collegherà, di fatto, Rosignano Solvay con Castiglioncello.

L'altro progetto residenziale dovrà prendere corpo a monte di via Lungomonte a Rosignano Solvay dovrà passare la valutazione di impatto ambientale.

L'assessore all'urbanistica del comune di Rosignano Marittimo, Margherita Pia, fa parte della direzione regionale di Legacoop. Dal 2006 al 2009 è membro del consiglio di amministrazione di Unicoop Tirreno.


ROSIGNANO. Il 2011 potrebbe essere l'anno decisivo per il progetto conosciuto come H5, ossia un borgo ex novo che collegherà, di fatto, Rosignano Solvay con Castiglioncello. E mentre per il progetto residenziale che dovrà prendere corpo a monte di via Lungomonte a Rosignano Solvay dovrà passare la valutazione di impatto ambientale, per la zona a mare dell'H5 (ossia quei campi tra Rosignano e Caletta) si sta lavorando attivamente sull'istanza preventiva.

Istanza preventiva - che tradotto significa un progetto di fattibilità prima di avviare l'iter all'edilizio vero e proprio - che Unicoop Tirreno ha già presentato e depositato in Comune e che ora è al vaglio dei tecnici degli uffici competenti. «Credo - dice l'assessore all'urbanistica - che nel giro di due o tre mesi l'istanza precventiva presentata da Unicoop Tireno potrà essere visionata e valutata prima di tutto dalla commissione consiliare nel rispetto delle competenze».

Ma, trattandosi di un'area delicata, vicina al mare, al porto turistico Marina Cala de' Medici ed al centro di Rosignano Solvay nonché di un piano di lottizzazione quanto mai vasto, il progetto dell'istanza preventiva sarà visionato anche dai cittadini, che potranno suggerire anche delle soluzioni sulla tipologia di servizi. Questo sarà un passaggio propedeutico alla predisposizione da parte di Unicoop del piano attuativo, che indicherà funzione e servizi dell'intera nuova area.

«L'area avrà diverse funzioni - spiega Margherita Pia - qui è previsto un centro di grande distribuzione (si sposterà qui l'attuale supermercato Coop, ndr) con una galleria commerciale, una serie di negozi di vicinato, bar, aree da destinare allo sport ed alla cultura, piazza e zone ad uso pubblico più la parte dell'edilizia privata». Insomma, un piccolo paese completamente da disegnare e progettare.

Dopo l'esame della commissione consiliare, l'istanza preventiva con allegato il progetto sarà presentato ai cittadini. Un percorso di partecipazione, così come previsto dal Regolamento urbanistico, attivato perché per questo maxi intervento sarà interessata un'area ritenuta nevralgica dagli stessi amministratori. Per lo stesso sindaco rappresenta una delle priorità. Durante il percorso di partecipazione i cittadini potranno finalmente conoscere un progetto di cui ormai si parla da circa venti anni, sollevare dubbi e proporre idee. Dopo l'istanza preventiva, inizierà l'iter vero e proprio.

Insomma, Unicoop sta muovendo i primi significativi passi e dal libro dei sogni si potrebbe passare finalmente al libro dei fatti. Rimangono, però, sul campo alcuni problemi da risolvere, sollevati anche per il progetto dell'H5 a monte di Rosignano Solvay: il primo riguarda il depuratore dei liquami a Rosignano, l'altro è quello dell'approvvigionamento idrico e della qualità dell'acqua potabile. Per quanto riguarda il depuratore l'accordo tra Comune ed Ato permetterà di raddoppiare la sua funzione: «da 30mila a 60mila abitanti equivalenti - spiega l'assessore all'ambiente Daniele Donati - ed Asa si è impegnata a predisporre entro il 2011 la progettazione per poi, a fine anno, dare inizio ai lavori».



4 gennaio 2011

Il Tirreno.it


 

04 gennaio 2011

LA COOP DI COMPIOBBI RESTERA' COM'E' ADESSO









I negozi Coop di Compiobbi e Fiesole


Il negozio di Coop di Compiobbi non sarà ampliato così come era previsto dal piano urbanistico 2009 e promesso da Unicoop.

Il sindaco, dopo un incontro con Unicoop Firenze in novembre, aggiunge che sia per il punto vendita del suo paese che per quello di Fiesole, entrambi inclusi in una lista di 17 negozi che dovrebbero passare ad una NewCo, «i dati non incoraggianti delle due strutture sono indicatori di difficoltà che la società cercherà di risolvere razionalizzando alcune situazioni».

Nessuna rassicurazione riguardo al personale.

A COMPIOBBI e a Fiesole si potrà continuare a fare la spesa nei supermercati Copp, ma il promesso ampliamento resta un miraggio. «Non si prevedono chiusure - ha detto il sindaco Incatasciato durante l'ultimo consiglio comunale - i dati non incoraggianti delle due strutture sono indicatori di difficoltà che la società cercherà di risolvere razionalizzando alcune situazioni, ma smentisce categoricamente la previsione di una chiusura del punto vendita di Compiobbi e tantomeno quello di Fiesole».

A CHIEDERE spiegazioni in merito al futuro dei due supermercati è stato il gruppo consiliare "Cittadini per Fiesole", allarmato da alcuni articoli usciti sulla stampa, dove invece si affermava che la società Unicoop aveva intenzione di chiudere i due centri In-Coop del territorio comunale. La notizia aveva sollevato una certa apprensione fra la popolazione locale, già duramente penalizzata dalla progressiva chiusura di alcuni negozi e che attualmente, specie per gli anziani e per tutti coloro che non posseggono l'auto, rende davvero difficile fare la spesa. La situazione è considerata particolarmente critica nella valle dell'Arno. Una risposta avrebbe dovuto arrivare a breve con il progetto di riqualificazione dell'area di piazza Mazzini, a Compiobbi, recepito nel 2009 dal Piano Urbanistico comunale. La variante ridisegna infatti l'area principale del paese, grazie al recupero di spazi dismessi sia con la creazione di nuovi appartamenti sia di nuovi negozi. Cuore dell'operazione avrebbe però dovuto essere proprio Coop, che aveva promesso un sostanziale ampliamento del supermercato di piazza Mazzini.

«ALL'INCONTRO avuto con la dirigenza a metà novembre ci sono state date delle assicurazioni sulle dismissioni ma purtroppo ci è stato anche comunicato che l'auspicato ampliamento del punto vendita di Compiobbi sarà molto ridotto rispetto a quanto previsto nel Piano Urbanistico del 2009 - ha proseguito Incatasciato - Noi comunque rendere migliore l'area di piazza Mazzini e attuare lo stesso il prima possibile il Piano di Recupero dell'intero isolato, che non riguarda solo la Coop ma anche altri negozi e il recupero residenziale delle volumetrie dismesse dalla ex azienda CGT. Questo progetto rappresenta un'importante opportunità per l'intera frazione e per la valle, e lo porteremo avanti anche senza la Coop».

4 gennaio 2010

Daniela Giovannetti

La Nazione


ATAF IN DEFICIT, MA DA' BUONI SPESA COOP

«Perche' Ataf SpA, la societa' partecipata che si occupa del trasporto pubblico a Firenze, dona ai suoi dipendenti 4 buoni da spendere al'Ipercoop per un totale di 100 euro?»

A sollevare il caso e' il deputato e coordinatore fiorentino del Pdl, Gabriele Toccafondi.
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La notizia non ha avuto un gran risalto, probabilmente perché a sollevare il caso in terra di toscana è un deputato del Pdl e ancor di più perché coinvolge "l'intoccabile" Unicoop Firenze, che in terra di toscana dice la sua, eccome. Ma la vicenda non è da prendere sottogamba. Anzi ci appare di una gravità sospetta, circondata da omertoso silenzio: giornalistico, politico e istituzionale, nonché aziendale.

Aggiungiamo che, visto che Unicoop Firenze è impegnata a tagliare i costi del proprio personale come sta cercando di fare ad esempio con la creazione della NewCo dove immettere 17 negozi Coop, a quanto pare con i suggerimenti di un autorevole esponente della CGIL, e che i circa 8.000 dipendenti di Unicoop non ricevono né hanno mai ricevuto NULLA, questa regalia è totalmente incomprensibile, o meglio fa pensare a ipotesi alquanto sospette.
Ricordiamo che Toccafondi parla di buoni spesa da 100 euro per TUTTI i dipendenti ATAF.
Va da se che si tratta di 140.000 euro. Con questi fondi, qualche negozio dei 17 forse si risanava. A meno che Unicoop abbia interessi diversi. E qui ognuno faccia le proprie riflessioni.

''Perche' Ataf SpA, la societa' partecipata che si occupa del trasporto pubblico a Firenze, dona ai suoi dipendenti 4 buoni da spendere al'Ipercoop per un totale di 100 euro? Da quanto apprendo i buoni potranno essere spesi fino ad aprile e tutta l'operazione sara' a costo zero per l'azienda. L'Ataf pero' e' in deficit e poteva trovare il modo per avere nuove entrate invece di donare i buoni da spendere alla coop''. A sollevare il caso e' il deputato e coordinatore fiorentino del Pdl, Gabriele Toccafondi.

''Il problema e' che la merce che puo' offrire Ataf sono biglietti o pubblicita' e ambedue servono per far aumentare le esigue entrate - osserva Toccafondi -. Visto che i dipendenti Ataf sono circa 1400 lo scambio merce sarebbe di una cifra non banale. Ataf e' una azienda in perenne deficit economico e se quest'anno sfiora il pareggio e' solo perche' diverse voci di entrata che dovevano essere distribuite su piu' anni verranno concentrate in questo esercizio economico. Insomma da una parte c'e' un sindaco che vuole rottamare e dall'altra c'e' chi mi sembra pronto per essere rottamato''.

23 dicembre

Adnkronos


03 gennaio 2011

LA CONFINDUSTRIA VA IN CRISI E LE COOP FANNO L'ALLEANZA







La crisi della rappresentanza non è uguale per tutti. Anzi. Picchia duro nell'industria, nei suoi sindacati e nella centenaria Confindustria. Con il caso Fiat-Chrysler la globalizzazione è entrata per la prima volta, e con prepotenza, anche nelle relazioni industriali. Così non è più detto che la strada dei rapporti sociali sia prevalentemente nazionale. Nell'incertezza c'è chi corre ai ripari, rafforzandosi, mettendo un po' di fieno in cascina, superando le vecchie barriere ideologiche, gli antichi legami culturali e gli apparentamenti partitici del secolo passato. I grandi raggruppamenti delle cooperative italiane hanno deciso di cominciare a mettersi insieme. Si chiamerà l'"Alleanza delle cooperative" oppure la "Federazione delle cooperative". Il nome uscirà prima del 26 o 27 gennaio quando a Roma verrà pubblicamente celebrato il patto tra Lega Coop (le cooperative rosse), la Confcooperative (le bianche) e l'Agci (le laiche).

Alleanza molto graduale, ma che in ogni caso chiude con la stagione delle divisioni politiche e anche con quella, più recente, dello scontro tra "coop bianche" e "coop rosse" provocato dal tentativo di Unipol (Lega) di lanciare un'opa sulla "Banca nazionale del lavoro". Si volta pagina e la nascente Alleanza riguarderà il centro e non le aree regionali, non intaccherà i rispettivi organigrammi né i patrimoni di ciascuno. Si comincerà con una sorta di portavoce unico (come hanno già fatto con "Rete Imprese Italia" i commercianti e gli artigiani) in particolare nel rapporto con il governo nazionale e gli organismi comunitari di Bruxelles. La lobby delle cooperative punta a fare massa critica, a far pesare insieme le sue 43 mila imprese (dall'agro-alimentare alla grande distribuzione, dalle banche alle costruzioni fino alle cooperative dei servizi alla persona) con 1,1 milioni di lavoratori e un fatturato superiore a 125 miliardi di euro l'anno.

31 dicembre 2010

POTERI FORTI - Roberto Mania

La Repubblica.it


Le principali associazioni cooperative