21 novembre 2010

CARICHE DELLA POLIZIA CONTRO I LAVORATORI DEI MAGAZZINI BILLA













Un copione che si ripete.
Stavolta sono i lavoratori della cooperativa CLO (Coop Lavoratori Ortomercato) che ha in appalto l'attività di facchinaggio dei magazzini dei supermercati Billa a Lacchiarella (MI), che sono in lotta per i più elementari diritti.
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Ieri, alle 3 del mattino, i manifestanti sono stati caricati dalla polizia che ha attaccato il blocco sulla strada che porta ai magazzini.

LUNEDI’ 22 INIZIATIVA AI SUPER BILLA

LA LOTTA ALLA COOP CLO VA AVANTI

lavoro stabile, salario, diritti per tutti i lavoratori: italiani e immigrati

I “soci”-lavoratori della Coop. Lavoratori Ortomercato (CLO), che effettuano movimentazione merci ai magazzini di Lacchiarella (MI) del supermercato BILLA (Rewe Group), sono in lotta contro i turni massacranti, la scarsa prevenzione antinfortunistica, il sottoinquadramento rispetto alle mansioni, salari inferiori a quanto previsto, i soprusi dei capetti, le minacce e le umiliazioni inflitti a chi rivendica i propri diritti. Molti di questi “soci”-lavoratori sono immigrati e, quindi, devono subire queste condizioni di supersfruttamento, per paura di perdere il permesso di soggiorno.

All’iniziativa sindacale dei lavoratori la CLO ha risposto con 2 licenziamenti di rappresaglia, trasferimenti in altre sedi dei “soci”-lavoratori più attivi, provvedimenti disciplinari pretestuosi a raffica.

La BILLA intanto “tace”, perchè ha tutto l’interesse a che i “soci”-lavoratori della CLO siano supersfruttati: così riesce ad ottenere appalti a prezzi più convenienti!

Oggi sabato 20/11, alle 3 di mattina, l’ennesima iniziativa di lotta dei “soci”-lavoratori della CLO e dei lavoratori, precari e studenti che li appoggiano, è stata duramente caricata da polizia e carabinieri, che hanno attaccato il blocco sulla strada che porta ai magazzini. Come sempre polizia e carabinieri servono a perpetuare lo sfruttamento dei lavoratori, a contrastare le lotte e il diffondersi della protesta, a cercare di impedire l’unificazione e la solidarietà tra i lavoratori, a reprimere le forme di lotta che possono incidere sulle tasche padronali.

Governo e padroni, per “superare” la fase di crisi e rilanciare i loro profitti, stanno attaccando a tutto campo le nostre condizioni di lavoro e i nostri diritti.

Il DDL “collegato sul lavoro” appena approvato e il progetto di controriforma dello statuto dei lavoratori (in corso di presentazione), sono l’applicazione legislativa a tutti i lavoratori del piano Marchionne per la Fiat di Pomigliano: decontrattualizzare, precarizzare, cancellare i diritti.

Di questo disegno sono parte integrante la “sanatoria truffa” e la legislazione anti immigrati. Il ricatto del permesso di soggiorno, che condanna una quota crescente di lavoratori immigrati a subire supersfruttamento e lavoro nero, contribuisce a ridurre i salari e i diritti di tutti i proletari.

LE LOTTE CONTRO LO SFRUTTAMENTO E LA PRECARIZZARIONE, LE MOBILITAZIONI CONTRO LA “SANATORIA TRUFFA” E PER I DIRITTI DEGLI IMMIGRATI, DEVONO DIVENTARE UN’UNICA MOBILITAZIONE. MIGLIORI CONDIZIONI DI VITA E DI LAVORO, IL RISPETTO E LA GARANZIA DEI DIRITTI PER TUTTI, POSSONO ESSERE OTTENUTI SOLO CON L’UNIONE E CON LA SOLIDARIETA’ DI CLASSE, CONTRO OGNI FORMA DI SFRUTTAMENTO, CONTRO OGNI FORMA DI DISCRIMINAZIONE!

La lotta alla coop CLO e al polo Billa di Lacchiarella prosegue!

Non solo scioperi dei lavoratori, ma anche una campagna contro la Billa.

DA LUNEDI 22 ORE 18.00

INIZIATIVE AI SUPERMERCATI BILLA

BOICOTTA CHI SFRUTTA I LAVORATORI


I lavoratori licenziati devono essere reintegrati al posto di lavoro. I due della CLO, come pure quelli della Coop Papavero che, senza lavoro dai primi di settembre, stanno ancora aspettando le sentenze delle cause “urgenti” contro il loro licenziamento illegittimo, fatto per rappresaglia contro le lotte alla GLS Italy di Cerro al Lambro.

Coordinamento di sostegno alle lotte delle cooperative



20 novembre 2010

metropolis


20 novembre 2010

AVVISO URGENTE A TUTTI I PRECARI, QUELLI COOP INCLUSI


ENTRO IL 20 GENNAIO 2011 DEVONO ESSERE IMPUGNATI TUTTI I CONTRATTI A TERMINE SCADUTI



L’oramai famigerato “collegato lavoro” ha un nome definitivo, e cioè la legge 4 novembre 2010, n. 183, ed è stata sulla «Gazzetta Ufficiale» del 9 novembre 2010 e pertanto entrerà in vigore dal 24 novembre 2010. Da tal data vi sono 60 giorni per impugnare tutti i contratti a termine già scaduti a quella data, decorso tale tempo nessuna violazione potrà essere più dedotta al fine di chiedere la stabilizzazione del rapporto.

L’impugnativa deve essere stragiudiziale, e cioè è sufficiente una normale lettera raccomandata, e non serve che sia mandata da un sindacato ma da un avvocato ben potendo essere spedita dallo stesso lavoratore purchè sia chiaramente indicato sia i contratti intercorsi che l’intenzione di impugnarli. Sal momento dell’’impungazione decorrono altri 270 giorni per l’azione giudiziaria vera e propria e quindi è indispensabile rivolgersi ad un legale.

Forum Diritti Lavoro


ITALCARNI, PASSO AVANTI

Passo avanti nella vertenza Italcarni di Carpi: dopo 84 ore di sciopero raggiunta l'intesa su alcuni punti.

Salvati i posti di lavoro. Ma il problema del settore, dicono i sindacati, è il lavoro nero.



Importante passo avanti, dicono Cgil e Cisl, nella vertenza di Italcarni, la cooperativa di Carpi che a maggio aveva avviato la procedura di mobilità per 43 lavoratori e annunciato l'intenzione di appaltare due reparti.

Dopo innumerevoli incontri, e 84 ore di sciopero, si sono raggiunte alcune intese, in particolare che ci sarà un solo appalto, la macellazione sporca, con la garanzia che la ditta appaltatrice rispetterà contratti e relazioni sindacali.

Il personale, anche dopo varie uscite volontarie e incentivate, verrà ricollocato, e l'eventuale costituzione di una nuova impresa sarà nel segno della continuità. Riconfermato, poi il codice etico e la responsabilità sociale d'impresa, propria della cooperativa.

I sindacati, infine, sottolineano i problemi che vive il settore, per colpa del troppo lavoro nero e grigio – dicono Cgil e Cisl – e della mancata valorizzazione dei prodotti locali.

viaEmilianet.it


19 novembre 2010



16 novembre 2010

SPUNTA L' IPOTESI NEW COMPANY PER ALCUNI NEGOZI UNICOOP FIRENZE

Campaini come Marchionne?
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Nel contratto integrativo in corso, Unicoop vorrebbe mettere i punti fermi col sindacato per realizzare una "nuova compagnia" che assorbirebbe alcuni negozi storici definiti non redditizi

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Il tutto nel silenzio complice dei sindacalisti che stanno partecipando alla trattativa



Oramai non si tratta più soltanto di voci. L' intenzione di Unicoop Firenze di creare una Nuova Società (NewCo.) non solo si palesa ad ogni incontro per il rinnovo dell' Integrativo Aziendale, ma sembra essere divenuto un elemento pregiudiziale per il proseguimento della contrattazione.

Quello che non trapela sono i dettagli dell' operazione che Unicoop intende portare a compimento.
Sappiamo solo che l' intenzione è di raggruppare una serie di piccoli negozi (si parla di 15-20) sotto una nuova insegna, della quale Unicoop sarà forse solo una partecipante (non si sa eventualmente in che percentuale e chi saranno i nuovi soci). Il criterio in base al quale è stata operata la scelta dei punti vendita sarebbe la loro "non redditività".

Insomma si vuol creare quella che in gergo si chiama una "Bad Company", cioè una compagnia che raccolga tutte le "criticità economiche" del gruppo.
Niente vieta di pensare, infatti, che nel nuovo progetto possano, adesso o in futuro, entrare a far parte anche IPER o SUPERmercati, qualora la loro redditività risultasse negativa o fosse comunque giudicata tale.

Sono invece sono chiari i motivi di questa operazione, sulla quale la direzione di Unicoop sta così tanto insistendo. Sono esattamente gli stessi che hanno spinto Marchionne a fare una scelta analoga.

Abbassare il costo del lavoro, per prima cosa.
I lavoratori che faranno parte della nuova società risponderanno infatti al solo CCNL (niente integrativo dunque) e l' orario sarà innalzato a 40 ore settimanali, con l'azzeramento dei livelli, dell' anzianità, ecc.

La scelta per chi già è impiegato presso i punti vendita coinvolti è quella di accettare le nuove condizioni contrattuali o di farsi trasferire, magari a qualche decina di chilometri di distanza.

Noi crediamo però che nel caso Unicoop ci siano alcune aggravanti.
Lo scopo mutualistico e sociale che ne è prerogativa, impedirebbe l' adozione di certe manovre riservandole ad imprese più votate al profitto a tutti i costi. Non è forse quello che Campaini professa?

Non è forse Unicoop, forte dei propri utili, in grado di sopportare deboli perdite di bilancio legate a piccoli ma "storici" punti vendita, dimenticando l' importante ruolo sociale che essi ancora oggi rappresentano?

C'è inoltre il timore, vista l' inesistenza di un trasparente piano di ristrutturazione e di rilancio, di una futura chiusura dei punti vendita in quota alla newco se questi non dovessero tornare ad essere produttivi.
Chiusura che non sarebbe più messa in atto da Unicoop, ma dalla Nuova Società, limitandone così gli effetti negativi sull'immagine di Unicoop Firenze.

Immaginiamo che per i colleghi che dovessero trovarsi nella nuova compagnia, come consolazione sia fatto omaggio del profetico libro di Turiddo Campaini, Un'altra vita è possibile. E' il caso di dire che mai titolo fu così azzeccato.

Altro aspetto preoccupantemente poco chiaro è il ruolo dei sindacati.
Soprattutto la CGIL, generalmente tenace oppositrice di manovre di questo tipo, pare tacere.
Non vorremmo che la triade Filcams/Uiltucs/Fisascat ci tenessero in serbo qualche sgradito scherzetto!

Pare che, in particolare, la Filcams del territorio fiorentino sia possibilista rispetto al progetto targato Unicoop.
Per adesso consigliamo a tutti i colleghi/e di tenere occhi e orecchi bene aperti, anche perchè Unicoop Firenze pare davvero avere una fretta diabolica e alquanto sospetta nel voler chiudere l' operazione!

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14 novembre 2010

ICHINO PARLA: UN GRUPPO DI SINDACALISTI CGIL RESTITUISCE LA TESSERA DEL PD

Clamorosa contestazione di alcuni sindacalisti Cgil dopo l'intervento di Ichino ad un convegno del PD.

«Proprio lui scelto per trarre le conclusioni ? – dice Barigozzi - ma siamo matti ?»


Si allarga la distanza tra una parte della Cgil e quello che fu il partito di riferimento. Alcuni sindacalisti Cgil compiono un gesto clamoroso e restituiscono la tessera del PD dopo aver saputo che proprio Ichino è stato chiamato a concludere il convegno sul lavoro organizzato dal presidente PD della provincia di Ferrara.

La cosa è nell'aria da tempo. La Fiom si era già portata avanti col lavoro cercando in Di Pietro un nuovo riferimento parlamentare, ritenendo evidentemente ormai inaffidabile il PD.

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«Non ci riconosciamo più, dice il leader della ribellione, Francesco Barigozzi, membro della segreteria della Cgil ferrarese. L'idea che abbiamo sul mondo del lavoro ormai è distinta e lontana dalle posizioni del Pd e i lavoratori ci contestano».

Pietro Ichino, senatore pidiessino con idee liberal, fa bisticciare Pd e Cgil, provocando addirittura, a Ferrara, un terremoto in quello che, una volta, era il sindacato di riferimento del Pci. Ora invece la Cgil sbatte la porta in faccia al Pd e i sindacalisti ferraresi lavano i panni sporchi in pubblico.

La crisi è clamorosa perché si tratta della prima volta che un gruppo di dirigenti sindacali ex-Pci-Ds-Pd decidono di restituire la tessera Pd, con tanto di motivazione, un duro j'accuse verso Pier Luigi Bersani, verso il segretario locale, Paolo Calvano e verso il plenipotenziario ferrarese del Pd, Dario Franceschini, colpevoli di simpatizzare per Ichino.

Il leader della ribellione, Francesco Barigozzi, membro della segreteria della Cgil ferrarese dice che le questioni tutt'altro che superficiali, «l'idea che abbiamo sul mondo del lavoro ormai è distinta e lontana dalle posizioni del Pd». «Nelle assemblee – aggiunge Barigozzi - ci sentiamo criticare aspramente, i lavoratori ci contestano l'adesione a un partito percepito ormai come lontano dalle loro esigenze».

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato l'arrivo a Ferrara di Pietro Ichino, invitato dalla presidente Pd della Provincia, Marcella Zappaterra, a concludere un convegno sul lavoro, con tanto di benedizione dei dirigenti Pd.

«Proprio lui scelto per trarre le conclusioni ? – dice Barigozzi - ma siamo matti ?».

Il senatore ha colto il clima teso ma se n'è infischiato e ha insistito sulla necessità di introdurre un'organizzazione del lavoro che aumenti la produttività.

«Se rifiutiamo e squalifichiamo, con accuse ingiuste, il piano di investimenti della Fiat a Pomigliano – ha attaccato Ichino - quale speranza realistica di riscatto possiamo dare al nostro Mezzogiorno? Marchionne ha ragione: non c'è niente di anticostituzionale nel suo piano. Un sindacato minoritario non può paralizzare l'applicazione di un accordo firmato e approvato con referendum dalla maggioranza dei lavoratori».

E ancora: «Andare in deroga su certi punti al contratto nazionale di lavoro non può essere considerato un tabù, visto che quello dei metalmeccanici risale addirittura al 1972. Oggi serve un sindacato capace di raccogliere la sfida dell'innovazione, che non è sempre negativa a prescindere. Trincerarsi è inutile, al pari di sbandierare l'italianità come è stato fatto nei casi di Alitalia e Telecom, con gli esiti disastrosi che adesso vediamo».

Apriti cielo. Barigozzi e il suo gruppo sono andati all'attacco della presidente della Provincia, rea di avere flirtato con Ichino e hanno distribuito un volantino che incomincia con le parole di una canzone (Cirano) di Francesco Guccini: «Facciamola finita... politici rampanti, venite portaborse, ruffiani e mezze calze, coraggio liberisti buttate giù le carte. A chiarire definitivamente il senso e lo stile di questa amministrazione mancava solo l'abbraccio spassionato a Pietro Ichino. Ma qual è il reale colore di questa amministrazione di centro sinistra ? Come può essere definita? Mal-destra?».

Ne è seguito lo sbarazzarsi pubblicamente delle tessere Pd.

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Carlo Russo

Italia Oggi

IN CASO DI MALATTIA IL LAVORATORE PUO' ASSENTARSI DAL DOMICILIO PER GRAVI MOTIVI

La cassazione sez. lavoro sostiene che affinchè sia legittimo il licenziamento discipinare motivato sulla base della mancanza del lavoratore dal proprio domicilio nel periodo di malattia è necessario il vaglio da parte del Giudice sulla sussistenza di un serio e giustificato motivo



La Cassazione, Sez. Lavoro, con
sentenza del 21 ottobre 2010 n. 21621, afferma che affinchè sia legittimo il licenziamento discipinare motivato sulla base della mancanza del lavoratore dal proprio domicilio nel periodo di malattia è necessario il vaglio da parte del Giudice sulla sussistenza di un serio e giustificato motivo.

Nel caso di specie, la lavoratrice, affetta da sindrome depressiva, si è trovata nella necessità di dover ricorrere urgentemente al proprio medico di fiducia, non presentandosi alla visita prescritta dal medico fiscale.

La Corte afferma che “per giustificare l’obbligo di reperibilità in determinati orari non è richiesta l’assoluta indifferibilità della prestazione sanitaria da effettuare, ma è sufficiente un serio e fondato motivo che giustifichi l’allontanamento dal proprio domicilio”.

Si riporta un estratto della suddetta sentenza:

I Giudici di merito hanno, invero, approfondito tutti i comportamenti addebitati alla C., partendo dalle due contestazioni: la prima, del 5 luglio 2004 relativa alla sua assenza – alle ore 18,30 del 28 giugno 2004 – dal suo domicilio, in occasione del primo controllo medico fiscale, e la seconda, per essere stata vista, nei giorni 6 ed 8 luglio 2004, rimanere in spiaggia per qualche ora.

A differenza dei Giudici di merito, la società ricorrente ha trascurato la gravità dello stato patologico a carico della C. e le sue manifestazioni di tipo emorragico, tutte richiedenti specifici trattamenti terapeutici anche urgenti.

Anche quanto alla seconda contestazione (l’essere stata vista recarsi al mare, a i trecento metri di distanza dal suo domicilio, e restare ivi per qualche ora della mattinata), la decisione adottata dai Giudici di merito appare del tutto ragionevole, una volta escluso, nel particolare caso, che la breve esposizione al sole da parte della lavoratrice potesse pregiudicare o ritardare la sua guarigione.

La sentenza impugnata ha altresì compiuto una attenta disamina della complessiva condotta della C., prima e dopo la malattia. Ciò ha consentito – da una parte – di evidenziare la sua totale incensuratezza, oltre all’assenza di precedenti addebiti a suo carico, nell’intero arco di 17 anni di carriera lavorativa alle dipendenze della società ricorrente, e dall’altra, il suo spirito collaborativo nel manifestare la sua disponibilità a sottoporsi ad una serie di visite fiscali anche a distanza di un giorno l’una dall’altra, il che depone chiaramente per la sua buona fede e l’assenza di intenti elusivi.

Ma anche a non voler trascurare qualche aspetto negativo della sua condotta, resta inconfutabile la sproporzione esistente tra la medesima condotta ed il licenziamento disciplinare il quale costituisce la estrema ratio (cfr. Cass., n. 21213 del 2005).

In conclusione, una volta escluso che possano ritenersi sussistenti le condizioni le condizioni individuate dalla giurisprudenza, al fine di considerare gravemente inadempiente la condotta complessiva del lavoratore che si allontani dal luogo in cui questi deve trascorrere il periodo di malattia, appare condivisibile il giudizio espresso dalla Corte di appello di Lecce, secondo cui la breve assenza della resistente non assume rilevanza in sè e per sè, in mancanza di altri elementi che ne evidenzino l’influenza negativa sia sullo stato di salute, che sull’assetto funzionale del rapporto di lavoro.”

13 novembre 2010

SoSlavoro.org


Corte di Cassazione Sez. lavoro - Sent. del 21.10.2010, n. 21621

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13 novembre 2010

STATUTO DEI LAVORI: CARTA STRACCIA?

Il punto più importante è ovviamente dato dalla previsione che tutti i diritti, salvo quelli definiti indisponibili dalla legislazione europea siano definibili da accordi tra le parti e non attraverso la legge come accade oggi



Il moribondo Governo Berlusconi prova a lasciare ad imperitura memoria il suo segno di classe facendo varare, al suo quasi ex ministro del welfare Sacconi, un disegno di legge di smantellamento della quarantennale legislazione democratica sul lavoro che ha una sola ragion d’essere: ricordare a tutti che la situazione è cambiata e che non esiste, in un serio paese capitalista, la possibilità di mantenere una legislazione a tutela della parte più svantaggiata, il lavoro, rispetto agli interessi dei padroni – il capitale.

Per fare questa operazione in “articulo mortis” Sacconi, con il solito veleno nella coda, prefigura un sostanziale smantellamento delle tutele per i lavoratori, invero da molto tempo sotto attacco, e soprattutto prevede che tale riforma in pejus sia sostanzialmente affidata alle parti sociali, cioè la Confindustria e le associazioni sindacali “comparativamente più rappresentative”, con buona pace di qualsiasi richiesta di normazione sulla rappresentanza e rappresentatività che così viene sepolta per sempre con grande giubilo dei sindacati complici.

Il punto più importante è ovviamente dato dalla previsione che tutti i diritti, salvo quelli definiti indisponibili dalla legislazione europea – sciopero, sicurezza, associazione sindacale, riposo, ecc. (peraltro da tempo in Italia resi praticamente inesigibili) – siano definibili da accordi tra le parti e non attraverso la legge come accade oggi e che tali accordi possano anche derogare le leggi.

Insomma gli accordi tra le parti divengono essi stessi legge, ma senza che ci sia la possibilità, ad esempio per la Corte Costituzionale, di verificarne il rispetto della Carta Costituzionale come invece avviene per le Leggi, mentre le parti sociali assurgono all’inedito e incostituzionale ruolo di legislatori.

Ora è chiaro a tutti che le probabilità che questo disegno di legge abbia una qualche possibilità di vedere la luce siano alquanto ridotte, vista la condizione in cui versa il governo Berlusconi, ma è altrettanto chiaro che si tratta di un segnale a futura memoria. C’è un governo che fa/ha fatto da robusta stampella agli interessi del capitale, che ha reso complici di questo progetto le confederazioni sindacali concertative e che, se riconfermato, saprà continuare nella sua missione.

Non affidiamoci però alla speranza che l’attuale governo cada.
Non è affatto scontato che un governo diverso da questo non persegua lo stesso identico fine anche se a formarlo saranno altre forze politiche, magari le stesse che hanno sostenuto in passato quei governi tecnici che hanno prodotto i più pesanti arretramenti degli ultimi cinquant’anni nelle nostre condizioni di vita e di lavoro.

Bozza Ddl Statuto dei Lavori

Relazione Ddl Statuto dei Lavori 2010


12 novembre 2010

USB

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12 novembre 2010

SINDACATI, ASSE IDV-FIOM







Di Pietro spon
sorizza la proposta delle tute blu
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Sulla Rappresentanza sindacale la Fiom ha trovato uno sponsor politico. L'Idv ha presentato un disegno di legge, facendo sua la proposta di iniziativa popolare su cui le tute blu della Cgil avevano raccolto 100mila firme, depositandole la scorsa estate in parlamento.

L'iniziativa presentata ieri in una conferenza stampa alla Camera dal presidente e dal responsabile nazionale del welfare dell'Idv, rispettivamente Antonio Di Pietro e Maurizio Zipponi, insieme al segretario della Fiom, Maurizio Landini, peraltro arriva a pochi giorni dalla dichiarazioni della leader della Cgil. Susanna Camusso si è detta favorevole a trovare una soluzione sul tema della rappresentanza «per via pattizia» con Confindustria, Cisl e Uil partendo dal documento unitario del maggio del 2008, sul modello di quanto fatto in occasione dell'accordo interconfederale del 20 dicembre del 1993 sulla costituzione delle Rsu. La numero uno della Cgil non ha chiuso la porta alla soluzione legislativa, ma ritenendo una priorità definire al più presto le regole per stabilire cosa fare in caso di accordi separati, ha scelto la strada dell'intesa con le controparti che - come è noto - sono contrarie alla soluzione per via legislativa.

Nel merito, il Ddl si pone l'obiettivo di misurare l'effettiva rappresentanza dei sindacati firmatari di contratti e accordi applicati nell'unità produttiva di riferimento (oltre ai sindacati monocategoriali dei quadri presenti nel Cnel). A regime saranno considerati rappresentativi i sindacati con almeno il 5% del comparto o dell'area contrattuale, considerando la media tra il dato associativo e il dato elettorale. La certificazione a livello nazionale è affidata al comitato paritetico istituito presso il Cnel.

Quanto all'efficacia erga omnes dei contratti, è vincolata dal fatto che siano sottoscritti dai sindacati che rappresentino almeno il 51% dei lavoratori (come media tra dato associativo e dato elettorale nel comparto o il 60% dei lavoratori in base al solo dato elettorale). I contratti devono essere approvati con un referendum con voto segreto dalla maggioranza assoluta dei lavoratori interessati. Il Ddl, inoltre, disciplina la costituzione delle Rsu in tutti i luoghi di lavoro.

«Il nuovo governo che verrà dopo Berlusconi - ha detto Di Pietro - dovrà mettere al primo posto il lavoro, ma da subito assieme alla Fiom. proponiamo un disegno di legge per ristabilire un diritto fondamentale democratico e per garantire la rappresentanza dei lavoratori». Maurizio Landini è convinto «sia necessaria una legge che dia diritto ai lavoratori di votare, condizione anche per ricostruire l'unità sindacale».

Si tratta di un asse tra l'Idv e la Fiom? Per il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi «il Pd e la Cgil devono chiederselo», è «legittimo che si formino affinità elettive».

Forti critiche dalla minoranza "riformista" della Fiom: «sono in assoluto disaccordo - spiega Fausto Durante -, non ricordo precedenti di una conferenza stampa del segretario generale della Fiom con un leader di partito. Mentre si esalta l'autonomia e l'indipendenza della Fiom, si mortifica il ruolo di migliaia di metalmeccanici che hanno raccolto le firme. Quelle firme sono della Fiom non di Di Pietro».

11 novembre 2010

Giorgio Pogliotti

Il Sole 24 Ore



La proposta di Idv e Fiom

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ESSELUNGA N. 1 NELLA CRESCITA DEI SUPERMERCATI ITALIANI

La redditività di Esselunga è di gran lunga superiore a quella della concorrenza

La Coop leader per dimensioni





Caprotti re dei supermercati italiani. Il patron di Esselunga esce bene dal confronto dei numeri, alla luce dei dati di bilancio 2009 censiti da R&S-Mediobanca.
Numero uno assoluto per redditività, Esselunga è anche il gruppo che è cresciuto di più negli ultimi anni, tanto da sorpassare Carrefour nelle vendite al dettaglio.

Per giro d'affari, però, il sistema Coop è ancora irraggiungibile: con 11,98 miliardi è il doppio dei suoi più grandi concorrenti. Per fatturato totale (incluso l'ingrosso), Carrefour è seconda con 6,075 miliardi, seguita da Esselunga con 5,83 miliardi (tutto retail). Tuttavia quest'ultima, che negli ultimi cinque anni si è ingrandita di un terzo, ha aumentato le vendite anche lo scorso anno (+4,8%), mentre tutti gli altri player, Coop escluse, hanno visto calare il giro d'affari (-4,2% Carrefour, -5,2% Pam, -2,7% Auchan).

Nessuno però batte Caprotti per redditività: basti dire che vanta un Roe (return on equity) che sfiora il 17%, quando gli altri, se non l'hanno negativo, arrivano a malapena al 2%. Eppure non lesina in personale: tra gli scaffali, ogni mille metri quadri, girano 51 addetti contro i 33 delle Coop (per non parlare di Pam che arriva appena a 20). Il fatto è che, pur avendo il minor numero di punti vendita (139 contro i 1.775 di Auchan-Sma che è il marchio più esteso), li fa rendere bene. Il fatturato per metro quadro è infatti di 16mila euro, più del doppio rispetto ai 7mila medi delle Coop (UniCoop Firenze arriva però a 12.451 euro).

Ma il segreto è nei "consumi", la voce di bilancio che rappresenta i costi vivi di acquisto di beni e servizi (senza considerare il costo del personale e gli ammortamenti), che incide per meno del 79% sul fatturato consentendo a Esselunga di esprimere un valore aggiunto al top del settore, pari a oltre il 21% dei ricavi. Il vantaggio è mantenuto fino in fondo, con un utile corrente che si attesta al 6,3% del giro d'affari. Nulla a che vedere con la scarsa redditività dei concorrenti. Il sistema-Coop, che esprime il secondo miglior risultato, arriva appena al 2,1%. E tuttavia il 60% dell'utile corrente non deriva dal core business, bensì dall'attività collaterale, e peculiare, nella gestione finanziaria.

Lo scorso anno infatti le Coop avevano per le mani un tesoretto di 11,8 miliardi, raccolto dai soci-consumatori e impiegati in gran parte in titoli per lo più obbligazionari (6,8 miliardi in tutto). Ma una parte dei fondi (1,5 miliardi) è investita stabilmente nella finanza del sistema: 728 milioni nel controllo di Holmo (57,38% del capitale) che è la holding a capo di Unipol, la compagnia di cui le Coop detengono anche una quota diretta raddoppiata lo scorso anno al 2,5%. Una parte è investita in Carige (66 milioni per l'1,66% del capitale) e in Mps (369 milioni per una quota del 3,6%). Quest'ultima partecipazione continua a far segnare minusvalenze (altri 31 milioni lo scorso anno dopo i 189 milioni del 2008), però nel complesso il portafoglio finanziario delle Coop ha reso quasi il 4%. Meglio dei BoT.

12 novembre 2010

Antonella Olivieri


Il Sole 24 Ore

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11 novembre 2010

AL PRECARIO NON FAR SAPERE CHE PENSIONE AVRA'


L'Inps censura per ordine pubblico





Al precario non far sapere, altrimenti nel suo piccolo si “incazza di brutto”. Ci hanno pensato sopra a lungo all’Inps e alla fine hanno scelto di “oscurare” il dato. Una censura per motivi di ordine pubblico come ha spiegato il presidente Antonio Mastrapasqua: “Se dovessimo dare la simulazione della pensione ai parasubordinati rischieremmo un sommovimento sociale”. La “simulazione” di cosa? Di quanto un “parasubordinato”, cioè un lavoratore precario prenderà di pensione tra qualche decennio dopo aver versato per una vita i relativi contributi. Il risultato sarebbe invariabilmente una pensione inferiore al minimo, roba da poche centinaia di euro al mese. Quindi meglio “oscurare”.

Oscurare dove? Ma sul sito dell’Inps ovviamente. E anche nei quattro milioni di lettere che lo stesso Inps sta per inviare a domicilio agli altrettanti precari italiani che versano contributi previdenziali. L’Inps nelle settimane scorse ha scritto anche ai lavoratori a tempo indeterminato. Una lettera in cui si spiega come fare per apprendere dal web quanto hanno versato e quanto incasseranno come pensione. La lettera che arriva ai precari è invece una lettera “muta”, non rimanda ad alcuna consultazione possibile. Il precario non può sapere perché, per ammissione dello stesso Inps, è meglio che non sappia. Quindi al precario si dice quanto paga ma si nasconde quanto “rendono” i suoi contributi. Precario dunque neanche avvisato, visto che in nessun caso, conti alla mano, può essere salvato.

6 ottobre 2010

blitz quotidiano

PROSEGUE L'INCHIESTA DEL MATTINO DI PADOVA SULLA "CRICCA DELLA LOGISTICA"

COSI' GABBAVANO I MAGAZZINI GENERALI

Willi Zampieri, Floriano Pomaro, Renzo Sartori: le intercettazioni che scottano

Un mare di sigle fra coop, scarl e srl, per un solo fine: l'uso strumentale della disciplina giuridica delle cooperative al fine di arricchirsi alle spalle di enti pubblici, imprese e lavoratori. Ne è convinta la Procura della Repubblica di Padova che nel settembre scorso ha concluso un'indagine sulla «cricca della logistica» che ha portato a decine di indagati e tre arresti: l'imprenditore Willi Zampieri, 40 anni di Saonara (è ai domiciliari), il consulente fiscale Paolo Sinagra Brisca di Padova, 62 anni (ha l'obbligo di dimora), e la consulente del lavoro Patrizia Trivellato, 57 anni, residente a Padova (ha l'obbligo di dimora).
Leggi il seguito dell'articolo di Paolo Baron.


GLI APPALTI «SCONVENIENTI»

Logistica a vantaggio dei privati, i costi sui Magazzini




Un affare da quasi 6 milioni. «Girato» da Magazzini Generali a Floriano Pomaro, l'eminenza grigia della logistica. E' un esempio di come sia stata "cannibalizzata" la società controllata al 57% dal Comune, a beneficio della "cricca". Autunno 2006. Il consulente Pier Giorgio Cargasacchi (64 anni, ufficio in via Bonafede 5) scrive una lettera ufficiale al direttore di Magazzini Renzo Sartori per proporre una «collaborazione consulenziale» in materia di logistica e trasporti.
Leggi il seguito dell'articolo di Ernesto Milanesi



SINDACALISTI ADDOMESTICATI CON I SOLDI

A tenere rapporti con i rappresentanti della Cisal Faisa era Cesare Temporin



Temporin: «Chi?». Rosa: «Quello che avete licenziato per mhm...». Temporin: «Giusta causa?». Rosa: «Sì». Temporin: «Ma mi hai detto tu come fare la lettera». Rosa: (ridendo) «E, infatti, sono incompatibile». Temporin: (ridendo) «Sei incompatibile». Rosa: «Va beh, niente, comunque adesso vediamo». Temporin: «Comunque senti, se c'è bisogno ci vediamo. Gli ho fatto il modello F22, ci sediamo al tavolino, se lui riuscisse a lavorare io non è che avrei problemi, eh, però ha dei problemi, ha fatto un infarto in cella, eh? Il problema mio è che non posso far fare nessuna movimentazione di carico». Rosa: «Vedo un attimo e ti faccio sapere».
Leggi il seguito dell'articolo di Paolo Baron



IL SISTEMA PADOVANO DEI MAGAZZINI GENERALI «ESPORTATO» A PARMA GRAZIE A SINCRO






Un asse consolidato negli anni. Un'intesa che continua nel segno della logistica. Renzo Sartori e Floriano Pomaro operano in coppia anche fuori dal Veneto. Sartori, 53 anni, ingegnere, residente in via Marangon 38, ciellino di comprovata fede: è stato assessore nella prima giunta Zanonato, quindi presidente e direttore generale di Magazzini Generali, sempre «connesso» con l'universo della Compagnia delle Opere. Pomaro, nato a Lendinara (Rovigo) il giorno di Ferragosto del 1964, è residente in città in via Rizzetto 2/C: comincia come autotrasportatore di ortofrutta dal Polesine al Maap, poi entra nel «giro» del facchinaggio e diventa l'eminenza grigia della logistica. Fra l'autunno 2006 e l'inizio 2008, Sartori e Pomaro hanno gestito il «contratto provvisorio» dell'affare Bernardi: 26 milioni di capi d'abbigliamento da movimentare, a scadenza settimanale, nella rete distributiva. Una vicenda che il mattino ha documentato, in attesa di ulteriori verifiche tuttora in corso.
Leggi il seguito dell'articolo di Ernesto Milanesi

6-7-8-9 novembre 2010

Ernesto Milanesi - Paolo Baron

Il Mattino di Padova


Quella telefonata di Stefan «Vogliono Acqua & Sapone» «Non ce la faranno mai»

La prima parte dell'inchiesta:
LA CRICCA DELLA LOGISTICA

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10 novembre 2010

SUPERMERCATO COOP DI QUARRATA PRONTO PER NATALE



Adesso è sicuro. Entro Natale la Coop aprirà il suo primo supermercato a Quarrata.

Incerto il numero delle nuove assunzioni che verrà valutato in base all'impatto del nuovo supermercato su punti vendita di Agliana e Pistoia, per ora si parla di 20 nuovi posti.




La struttura è già pronta: realizzata dalla ditta Giusti per l'edilizia, sorge tra via Montalbano e via Einaudi. Devono ancora essere ultimati alcuni lavori interni di organizzazione e arredo dei locali e per questo Unicoop Firenze non vuole sbilanciarsi su date certe per l'inaugurazione.

«L'obiettivo - fanno sapere - è ovviamente quello di aprire entro Natale, ma ci sono ancora da mettere appunto alcuni lavori: speriamo di farcela». Il supermercato, in effetti, doveva aprire a fine novembre, ma si sono verificati alcuni ritardi. In ogni caso, in via Einaudi, a pochi passi da un altro centro della grande distribuzione, l'Eurospin, presto aprirà un nuovo punto vendita Coop: un supermercato di medie dimensioni con un parcheggio da circa 120 posti auto. All'interno del supermercato troveranno lavoro alcune decine di dipendenti. Forse una quarantina.

«Ancora non possiamo calcolare di preciso quanti dipendenti lavoreranno all'interno della struttura - spiegano da Unicoop - All'inizio passeremo un periodo di rodaggio nel quale verranno assunti una parte dei dipendenti. Valuteremo poi quali saranno le conseguenze dell'apertura di Quarrata sui punti vendita di Agliana e Pistoia. Se queste ultime avranno avuto un calo di vendite, potremmo pensare di spostare il personale da Agliana e Pistoia, su Quarrata».

Le assunzioni iniziali, dunque, saranno calibrate in modo da permettere, in futuro, una manovra di questo tipo. Fatto sta che, già a luglio, al centro per l'impiego di Quarrata appariva l'annuncio per venti posti di lavoro da addetto alle casse, ai banchi e agli scaffali. A breve sarà inoltre indetta un'assemblea tra i molti soci Coop di Quarrata (alcune migliaia di tessere) per la presentazione del progetto. «Presenteremo il progetto ai soci e proporremo loro anche la possibilità di portare avanti attraverso il loro eventuale impegno e disponibilità, alcune iniziative di partecipazione sociale, come facciamo anche in altre realtà».

I lavori di realizzazione del supermercato sono iniziati ad ottobre dell'anno scorso, dopo la concessione comunale rilasciata nel settembre. Si tratta una medio-struttura di 1700 metri quadri, oltre alla quale Giusti per l'edilizia ha realizzato anche alcuni complessi residenziali e altre opere di urbanizzazione come le fogne, la rete idrica, l'illuminazione pubblica e un parcheggio che sarà consegnato al Comune al termine di tutti i lavori. All'interno della stessa lottizzazione, infatti, la ditta costruttrice sta realizzando un nuovo parcheggio pubblico da 150 auto, che si attesterà sul viale Montalbano e andrà ad aggiungersi a quello di pertinenza del supermercato. La realizzazione dell'opera, nel suo insieme, ha un costo che oscilla intorno ai 7 milioni di euro.

9 novembre 2010

Marta Quilici

Il Tirreno

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09 novembre 2010

LA CRICCA DELLA LOGISTICA


Era Floriano Pomaro l'eminenza grigia dei Magazzini Generali





Floriano Pomaro a sinistra nella foto


Dall'inchiesta della Procura della Repubblica e della Guardia di Finanza è affiorata recentemente la «cricca della logistica». Sono finiti in manette Willi Zampieri, 40 anni, a capo di una rete di consorzi e cooperative del facchinaggio; i consulenti Paolo Sinagra Brisca, 62 anni, e Patrizia Trivellato, 57 anni. A tutti e tre sono, in seguito, stati concessi gli arresti domiciliari. Secondo l'accusa, devono rispondere di evasione fiscale pari a una ventina di milioni di euro, oltre alla truffa e al falso.

Nei faldoni dell'inchiesta compare anche il nome di Floriano Pomaro, 46 anni, residente in città in via Rizzetto 2/C. Ecco il suo ritratto di vera eminenza grigia del business della logistica, non solo a Padova. Era un ragazzo di Lendinara (Rovigo) che trasportava frutta e verdura fino al Mercato di Padova. Ma ha sempre avuto il guizzo da «padroncino» che sa nutrire l'intraprendenza personale all'ombra del «giro giusto» di quelli che contano. Così nell'ultimo lustro è diventato insostituibile ogni volta che la logistica si inabissava nel labirinto di società, coop, consorzi e fatturazioni incrociate. Pomaro (nato il giorno di Ferragosto del 1964) è diventato sinonimo di affari nel quadrante di Padova Est tanto da comparire 14 volte nella visura storica della Camera di commercio.

All'inizio, faceva base a Saonara con tre società a responsabilità limitata (cessate) in perfetta sintonia con la sua iniziale attività: Gsg (275 lire su 20 milioni di capitale nel 1995), Fruit Service (6 milioni di quote su 30 milioni, impresa cancellata nel 2003) e Ortoservice (10 dei 50 milioni, chiusura datata 1999). Carica cassette nel Polesine: prodotti agricoli per i grossisti del Maap. Sta al volante su e giù per l'autostrada, in piena notte a sfidare la nebbia. Ma si fa notare a Padova, abbastanza per spiccare il primo salto con la
coop Consorzio Europa e la scarl Eurocoop. Dall'autotrasporto «semplice» al facchinaggio che significa mettere un piede dentro Magazzini Generali, l'unica società direttamente controllata dal Comune.

Renzo Sartori (ciellino Doc, ex assessore della giunta Zanonato) ricopre prima la carica di presidente, poi quella di direttore generale nell'ultimo mandato amministrativo di Magazzini affidato a Venanzio Rosina (uomo-simbolo della Cna). E' il momento giusto, perché il controllo pubblico sulla «catena della logistica» viene spezzato dalla nuova alleanza fra ciò che resta delle storiche cooperative rosse e la galassia che fa capo alla Compagnia delle Opere.

Girano bei soldi, il lavoro di facchinaggio diventa su chiamata, le piattaforme si privatizzano. E Pomaro è lì pronto a darsi da fare, più che disponibile. Se Willi Zampieri è stato dipinto come il dominus della logistica opaca intorno a Corso Stati Uniti, allora Floriano Pomaro ha le carte in regola per incarnare l'eminenza grigia in un mondo che non può prescindere dalle "coperture" come dalla manovalanza di pronto intervento.

Il nome di Pomaro rispunta sempre. Con Multiservizi Srl, che nasce per sfalciare il verde e poi si allunga fin dentro il core business di Magazzini. Del resto, con Plurigest Sas di Pomaro & C anche il bar interno è sotto controllo: una buona occasione di diversificare gli investimenti. Il vecchio camionista non si lascia sfuggire nuove opportunità. Ecco costituita la Carrozzeria Officina Nordest Srl, insieme a Trasporti & Servizi Srl. Quest'ultima con sigla Tiesse apre la nicchia del noleggio dentro Magazzini: muletti, attrezzature, finanche le auto di rappresentanza in leasing. Non basta, perché c'è My Net Srl che si occupa della distribuzione del gasolio. Pomaro risulta già così gestire un piccolo monopolio.

Eppure le società si moltiplicano, dimostrando in modo incontrovertibile anche le connessioni dirette con Zampieri e Sartori. Il ragazzo di Lendinara tratta con il primo, ma lavora spalla a spalla soprattutto con il secondo. Log System è la Scarl con sede in Corso Stati Uniti, 18. Capitale di 11 mila euro. Una società-imbuto nata nel 2002: Magazzini Generali la crea, perché una volta stipulati i contratti si avvale di Log System che affida il lavoro direttamente alle cooperative. Presidente del CdA era Federico Dianin, 54 anni, con residenza in Corso Stati Uniti 18. Consiglieri di amministrazione (insieme a Pomaro) Loris Cervato, 42 anni, Villafranca, via Balla 25/e; Renzo Sartori, 52 anni, ex direttore di Magazzini; Moreno Lando, 52 anni, Piove di Sacco, via Paolo VI 18/c. Magazzini Generali deteneva il 18% della società con Logycoop Srl (società con Pomaro) al 10,5%; My Net Srl (ancora Pomaro) e Sdag Gorizia al 10% ciascuno; Eurocoop (sempre Pomaro) al 6%. Nelle 14 quote sotto il 2% compare anche Tiesse, altra sigla di Pomaro. Sembra che siano stati i "maestri" di Target Service, coop di Rimini, a riprodurre l'architettura capace di diluire le grandi commesse dentro il vortice della privatizzazione.

Intanto con le imprese edili che fanno capo alla Compagnia delle Opere scatta l'operazione «torre della logistica» con la formula del leasing in costruendo. Rappresenta un altro capitolo dell'immobiliarismo all'interno dell'area vasta che comprende Consorzio Zip, Magazzini e Interporto: le torri fioriscono ovunque. Resta il fatto che Pomaro incamera un paio di piani all'interno della struttura concepita da Magazzini. E proprio a quell'indirizzo hanno sede legale un bel po' di attività.

In Polesine, nonostante il clamoroso fallimento Bic (fondi europei nebulizzati dal crac), resiste un altro link con il locale Interporto. Nel CdA siede Stefania Sorze, vice direttore di Magazzini prima della nascita del maxi-polo della logistica: è riuscita abilmente a negare ogni responsabilità nella gestione dei fondi sociali europei, oggetto dell'inchiesta di magistratura e Fiamme Gialle nel 2007; tuttavia, è un altro nome di tutta evidenza nelle indagini recenti.

Pomaro, invece, risulta in contatto con personalità di primo piano. E' il caso diServizi Logistici, la Srl che ha iniziato la sua attività nell'ottobre 1997. Impresa privata con sede (di proprietà) in via Svezia. Era vincolata nei primi cinque anni a non fare concorrenza a Magazzini Generali. Nel 1999 ha aperto un magazzino in Corso Spagna; nell'ottobre 2004 si sono aggiunti quelli di via Nuova Zelanda e via Inghilterra; poi un magazzino a Conselve in via della tecnica. Nel CdA il ruolo di presidente (e, in sostanza, proprietario) è affidato a Leonardo Padrin, consigliere regionale Pdl. Amministratore delegato era Paolo Zampieri: 62 anni, nato e residente a Este, ex direttore di Magazzini. Consiglieri Moreno Lando, 50enne residente a Piove di Sacco e Walter Stefan, 55 anni di Saonara, all'epoca consigliere provinciale e braccio destro del presidente Vittorio Casarin. In seguito alle perquisizioni dei finanzieri a Magazzini, il 26 ottobre 2007 Renzo Sartori si dimette. Al suo posto viene nominato Roberto Ongaro, 60 anni di Ponte San Nicolò, uomo del Pd ed ex presidente del Consorzio Zip. Pomaro è sulla cresta dell'onda. Si affida per la contabilità a Natalia De Silvestro, la commercialista di fiducia della CdO. Coltiva a modo suo la «sussidiarietà» nel Consorzio nazionale operatori logistici. E compare anche nella Salute & Persona, società di mutuo soccorso, come nella Task Coop.

Non è più l'uomo dei facchini. Ormai Pomaro intraprende strade sempre più impegnative, ben al di là dei confini veneti. E' sbarcato a Parma, dove c'era da guadagnarsi una mega-commessa industriale chiavi in mano. Ma anche al Marr di Rimini con tanto di biglietto da visita. E gli affari vanno bene anche con le piattaforme in Basilicata e Campania, come a Roma. L'eminenza grigia della «logistica alla padovana» ormai vince premi.

In portafoglio, Pomaro risulta attualmente detenere 3.667 euro di quote (su 11 mila) di New Gest Srl; un milione di lire (su 10 milioni) della Scarl Eurocoop nel febbraio 1999; altri 15.050 euro di proprietà (su 43 mila) depositati nel marzo 2009 per Multiservizi Srl; ancora 7.500 euro pari al 50% del capitale sociale di Tiesse Srl nel marzo 2010, quando ne deteneva 13.500 nel 2003.

(1 - continua)


Ernesto Milanesi

5 novembre 2010

Il Mattino di Padova


Approfondimenti:

Fondi Europei, gli affari veneti della Compagnia delle Opere


Fatture, buco nero ai magazzini generali

Indagati i vertici di Compagnia della Compagnia delle Opere di Padova

Zampieri, ecco il castello di società

07 novembre 2010

IL DOLORE DELLE COMMESSE

Le commesse di Zara a Firenze hanno infine ottenuto di partecipare al funerale di un loro collega, convincendo l'azienda che aveva inizialmente negato il permesso. Le commesse sarebbero andate alla cerimonia a costo di risultare assenti ingiustificate.

Adriano Sofri, lucido e puntuale come sempre, ci segnala questo gesto che, prima di una valenza sindacale esprime una basilare esigenza di umanità, dignità e rispetto e ne approfitta per sottolineare le contraddizioni di una città come Firenze e del suo sindaco, paladino non solo dei cosiddetti rottamatori, ma anche dei negozi aperti il Primo Maggio, come purtroppo è accaduto quest'anno.

Ieri pomeriggio le avventrici e gli avventori di Zara a Firenze, che sono tanti, non hanno trovato le facce sorridenti delle commesse cui sono abituati. Erano altrove, con le facce serie, al funerale di un loro compagno di lavoro di 21 anni. Si chiamava Andrea, portava la merce dal magazzino di Prato, lo vedevano ogni giorno, parlavano e scherzavano con lui. È morto a Bologna. Era andato a una festa, è stato travolto da un' auto. Ragazze come lui, affrante come sono i giovani dalla morte dei giovani, avevano desiderato esprimere il proprio dolore e partecipare al lutto della famiglia.

Avevano chiesto di spegnere la musica e di abbassare la saracinesca nell' ora del funerale. L' azienda aveva detto di no: sarebbe costato troppo, il negozio deve restare allegro come i clienti se l' aspettano, caso mai una delegazione avrebbe potuto andare al funerale. Allora le commesse hanno raccontato la propria intenzione a Repubblica, e Ilaria Ciuti ne ha scritto sulla pagina cittadina: sarebbero andate anche a costo di risultare assenti ingiustificate. Hanno spiegato che si poteva fare per un ragazzo amato e morto quello che si fa di norma per i "sabati perfetti": si chiamano cosìi sabati in cui l' azienda ricorre alla chiamata di giovani delle agenzie "interinali" per fare il pieno di vendite.

A quel punto l' azienda ha autorizzato chi volesse a partecipare al funerale, a titolo personale, e ha mandato fiori e un proprio rappresentante: ragionevole decisione. Così le giovani donne di Zara hanno abbracciato i famigliari del loro amico, e sono tornate alla loro allegra musica quotidiana portandosi dentro il silenzio commosso e composto della cerimonia. È una piccola grande storia.

I negozi a Firenze sono aperti 363 giorni all' anno. Si è già riattizzata la discussione sul proposito di ripetere l' obbligo di lavorare il Primo maggio, com' è successo malauguratamente quest' anno. Il sabato non è fatto per l' uomo e la donna, e nemmeno il Primo maggio, ma uomini e donne e bambini per un perenne orario di apertura. Fu un peccato che il bravo sindaco di Firenze assecondasse questa inversione, la descrivesse come un mettersi al passo coi tempi. È un peccato che l' abbia appena ribadito, replicando alla raccomandazione di Epifani e del presidente della Regione, di fare la festa del lavoro e non la festa al lavoro.

I tempi hanno un passo pesante. Firenze merita un passo leggero, anche oltre le vetrine, anche nel retrobottega. Firenze è per me come quel celebre Vaso Francois, il pezzo più prezioso del suo Museo Archeologico, reincollato assieme da centinaia di frantumi, che si vede vibrare al passaggio di un autobus nella via. E' una città di preziosi restauratori. Oggi si apre l' incontro dei rottamatori, cui vanno i migliori auguri, con l' eccezione di quella parola dal sen fuggita. Il mondo ha bisogno di riparazione, di manutenzione, non di rottamazione. Tanto più ne ha bisogno Firenze. Vale per i motori, per la monnezza, per le città e le persone e la politica. E per la compravendita universale.

Si dice già che si voglia tenere aperto a Santo Stefano e perfino a Natale. I sindacati toscani dei commessi -tutti, qui c' è unità- hanno consegnato alla regione 50 mila firme contro la deroga agli accordi (e alle leggi) sui giorni festivi. C' era tutto questo sullo sfondo. Tuttavia questa delle commesse di Zara non è stata una prova sindacale. È stata la più normale e irresistibile manifestazione di umanità. Di un riscatto del tempo.

Adriano Sofri

6 novembre 2010


La Repubblica

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04 novembre 2010

CAMUSSO: SENTENZE RISPETTATE A MELFI, MA ANCHE A PIEVE EMANUELE

La neo segretaria fa finalmente riferimento ad una vicenda simbolo per quanto riguarda il rispetto dei diritti e delle sentenze citando la lotta dei lavoratori di una coop sociale che ha l'appalto dei magazzini Gs-Carrefour, della cui vertenza il blog si è spesso occupato.

Ma Camusso sa bene che negli appalti della grande distribuzione non esiste solo quel caso.


Auspichiamo che non si facciano "sconti" alle grandi Coop, ma sarà chiedere un pò troppo?

Le sentenze vanno rispettate. Per garantire la legalità e il rispetto dei diritti dei lavoratori. A Melfi, di cui tanto si parla, come a Pieve Emanuele, di cui si parla molto meno». Susanna Camusso, neo segretario generale della Cgil, non transige: «Non si agisce calpestando le regole». Milanese, 55 anni, ex socialista, oggi vicina al Partito democratico, Camusso è la prima donna ad approdare, dopo cento anni, alla guida della più grande formazione sindacale italiana, cinque milioni e mezzo di iscritti. Un ruolo che, prima di Epifani e Cofferati, fu di Bruno Trentin, Luciano Lama, Giuseppe di Vittorio. Velista provetta («Mio padre portò in mare me e le mie tre sorelle, sin da piccole»), ha il compito non facile di raddrizzare una rotta. Un sindacato capace ancora di portare in piazza un milione di persone, come lo scorso 25 giugno, ma sotto attacco. E isolato. Con la Fiat che si rifiuta di far lavorare gli operai reintegrati dal giudice, con Federmeccanica a un passo dalla disdetta dell' ultimo contratto dei metalmeccanici, e con la sconfitta nel referendum sul nuovo contratto Fiat a Melfi. La incontriamo a Torino. La camminata baldanzosa, le mani nelle tasche dei pantaloni, Camusso sfoggia il look sportivo chic, la sua divisa: abbronzata, pantaloni a sigaretta, mocassini, una borsa griffata. «È un regalo di mia figlia Alice, ventenne neolaureata».

Nata sotto il segno del Leone, è pronta a contrattaccare. «Il momento non è facile, ma non esageriamo col pessimismo. Ben venga un nuovo autunno di conflitti. A patto di capire che conflitto significa riconoscere l' interlocutore, e discutere con lui, non considerarlo nemico e volerlo annientare». A Pieve Emanuele, nell'hinterland milanese, la vertenza riguarda 64 lavoratori e un sindacalista, licenziati dal Gruppo Gs-Carrefour e dalla cooperativa RM e consorzio Gemal. Reintegrati dal giudice, l'azienda nega loro il rientro al lavoro.

La Fiat ha fatto scuola?

«L'attacco è forte, ma non dobbiamo trasformare quel caso in un modello».

Come risponde a Marchionne, l'ad Fiat che vi sfida chiedendo un nuovo patto sociale?

«Siamo pronti a discutere un patto per l'industria italiana, la produttività e l'occupazione, nel quale il governo fissi priorità e convenienze. Le imprese investano risorse e i lavoratori accettino più turni di lavoro, più formazione, più qualità. Quando la Fiat, in passato, ci ha chiesto di collaborare per gli investimenti, abbiamo accettato anche 18, 19, 20 turni. Ma non possiamo accettare il divieto di sciopero. Ci rifletta la Fiat. Sbaglia quando dice che lavorerà solo con chi sta alle sue regole. Ogni luogo di lavoro deve essere un luogo in cui vigono condizioni condivise».

Però il 62 per cento dei lavoratori di Pomigliano vi ha sconfessato, non seguendo la Fiom e approvando col referendum il nuovo accordo con Fiat. E lo scorso gennaio voi non avete firmato l'accordo sulla riforma del modello contrattuale. Non vi state autoescludendo?

«Sono le imprese che decidono di non voler più discutere e fanno accordi separati. È un giochino dalla vita breve: noi restiamo convinti del valore del contratto nazionale, il solo strumento che garantisce diritti a tutti. Il nostro sistema produttivo è fatto di tantissime imprese, piccole e piccolissime, dove Confindustria, è noto, è la prima a negare la contrattazione decentrata o territoriale. Se non c'è un contratto valido per tutti, chi garantisce la retribuzione, l'inquadramento e i diritti? Chi si schiera con i lavoratori immigrati, i più deboli?».

Al governo cosa chiedete?

«Difficile anche chiedere a questo governo... Non c'è solo il problema dell'industria automobilistica, alla quale il governo offre solo incentivi. C'è la chimica, col governo incapace di far ripartire gli impianti della Vinyls di Porto Torres. Questo governo non ha alcuna idea per lo sviluppo e la politica industriale. Non si pone il problema dell'alimentazione a basso impatto ambientale, né della domanda pubblica. Si pensa solo a smantellare le regole: per la prima volta, il ministro del Lavoro, Sacconi, si è presentato non come super partes, ma come attore della divisione sindacale».

Che cosa significa essere leader di un sindacato?

«È una grande responsabilità. Ma in un organismo che conosco bene, e dove le decisioni si prendono in modo collettivo. Nell'interesse di tutti».

La sua esperienza comincia da giovanissima, negli Anni 70. Cosa è cambiato?

«Quasi tutto. Non solo per la globalizzazione, la crisi, la recessione. Allora il lavoro, la produttività, erano al centro di tutto. Oggi è il denaro a produrre altro denaro, i lavoratori sono fantasmi, le fabbriche sono scomparse dall' agenda politica e dai media. Se ne parla solo in occasione di vertenze drammatiche. E in quei rari casi, il soggetto non è più l'individuo che lavora, ma la tipologia del lavoro. I diritti sono passati alle cose, non alle persone».

In un Paese dove un giovane su quattro non ha lavoro, metà dei vostri iscritti sono pensionati.

«Vero, ma nella Filcams, i lavoratori dei servizi, l'età media è 30 anni. Il sindacato rispecchia l'età del paese. E in Italia l'età media si è impennata. Per i giovani, abbiamo un piano che prevede l'ingresso nel lavoro pubblico. Non in modo precario, ma attraverso concorsi, con la certezza di un reclutamento equo. Sanità, assistenza, istruzione: le grandi infrastrutture pubbliche dovrebbero essere valorizzate, con investimenti forti. Il governo le bistratta, le vede solo in termini di costi. Sottovalutare il lavoro pubblico è una delle straordinarie ingiustizie di questa stagione».

Tute blu, ma non solo. In Lombardia ha seguito i lavoratori del settore agroalimentare.

«Il 25 per cento del Pil lombardo viene dall'agricoltura. Moltissimi addetti sono di origine extracomunitaria, e la presenza femminile è altissima. Ho maturato una sensibilità precisa per l'ambiente e la qualità dei cibi. Una delle battaglie di quel periodo è stata per il reintegro di una lavoratrice, licenziata per avere denunciato ingredienti pericolosi».

Camusso alla Cgil, Marcegaglia in Confindustria: è il trionfo del femminismo?

«Purtroppo no. C' è ancora moltissimo da fare, per le donne. E non è questione di battaglie di genere».

Attenta da sempre alle tematiche femminili, laica, nel 2005 Camusso è stata promotrice del movimento Usciamo dal silenzio, che ha portato 200 mila persone a Milano a manifestare in difesa della libertà femminile e della legge sull'aborto...

«In Cgil la metà sono donne, ma, in generale, nel mondo del lavoro e nella società le disparità sono notevolissime. La condizione delle donne è specchio della democrazia di un Paese. E la nostra democrazia non gode certo di ottima salute».

Chi la conosce dai primi tempi, la ricorda come una ragazza affascinante...

«C'erano sindacalisti che usavano il ruolo per sedurre le operaie, e operai rigorosi che non perdonavano a Togliatti di aver lasciato la moglie per la Jotti».

Donna, giovane, e bella: mai un problema?

«Solo una volta, nel 1978: gli operai di un'impresa che impiantava piattaforme subacquee chiesero al mio posto un esperto, e maschio».

3 novembre 2011

Rita Cenni

Oggi.it

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03 novembre 2010

LA LAGUNA DI MATTEOLI E L'INCIUCIO TRA LA DESTRA LEGATA ALLA CAMORRA E LE COOP ROSSE















La laguna di Orbetello


Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti è anche sindaco di Orbetello. L’amministrazione di sinistra che governa la Regione e quella di destra che comanda a Orbetello, potrebbero concedere alla Laguna Azzurra Srl (delle coop rosse e della famiglia Marano) il permesso di costruire 200 mila metri cubi a pochi chilometri dai porti dell’Argentario.

Le acque tranquille della laguna di Orbetello da un mese a questa parte sono agitate da un’onda lunga partita da Napoli. Arresti, bancarotte, affari tra coop rosse e imprenditori di destra legati alla camorra: mai si era visto nulla del genere all’ombra dell’Argentario. Tutto comincia il 6 ottobre 2010 quando il gip di Napoli concede ai pm Catello Maresca e Clelia Mancuso gli arresti domiciliari per l’ex senatore di Forza Italia Salvatore Marano, 55 anni e per i suoi due fratelli maggiori, Francesco (70 anni) e Stefano (65 anni). Costruttori molto chiacchierati di Melito, a nord di Napoli, i Marano sono accusati di avere venduto case sulla carta e di avere ottenuto fidi allegri per le loro società poi fatte fallire.

Il ruolo dei Marano
Gli arresti qui fanno rumore non per le accuse di bancarotta ma perché, grazie all’indagine, vengono a galla gli interessi trasversali sulla laguna di Orbetello. Nel silenzio della politica locale, una società privata sta realizzando una delle più imponenti opere di riqualificazione e bonifica d’Italia. Ora si scopre che la Laguna azzurra srl è di proprietà delle coop rosse e del gruppo Marano, capeggiato dal politico Salvatore ma anche dal fratello Stefano, indagato (e prosciolto) anni fa per i suoi rapporti con il clan Di Lauro.

Il 27 settembre scorso, appena 10 giorni prima dell’arresto dei Marano, la Laguna Azzurra aveva presentato alla presenza di Comune, Ministero dell’Ambiente e Regione, il suo progetto per la bonifica della zona. Primo passo di una grande operazione speculativa che ha come scenario 55 ettari tra la stazione della ferrovia e la laguna, disseminati di stabilimenti industriali in disuso per 400 mila metri cubi.

La Sitoco ha dato lavoro a 200 famiglie per 70 anni, ma ha lasciato qui pesanti tracce sul terreno e nelle acque. La fabbrica della Montecatini dal 1908 al 1978 ha prodotto concimi chimici trasformando con gli acidi la pirite delle miniere dell’Argentario. Alla laguna ha lasciato un monumento di archeologia industriale, fabbriche in mattoncini rossi, ma anche due isolotti di materiale inquinante per un paio di ettari e una montagna di rifiuti che rilasciano veleni. Il 26 novembre del 2006 il governo ha stanziato 6,7 milioni per la bonifica. Comune e Provincia sognano la nascita di “un centro integrato nell’ex stabilimento Sitoco che privilegi attività di ricerca e didattica ambientale, artigianato, commercio, turismo, nautica e gestione connessa alla laguna e direzionale in genere”. La società ovviamente punta a costruire anche villette e appartamenti per massimizzare l’utile. Non è stato ancora stabilito cosa e quanto potrà costruire ma anche ipotizzando un indice edificatorio dimezzato rispetto ai capannoni attuali si arriverebbe a un valore commerciale di decine di milioni di euro.

L’amministrazione di sinistra che governa la Regione e quella di destra che comanda a Orbetello, potrebbero concedere alla Laguna Azzurra Srl (delle coop rosse e della famiglia Marano) il permesso di costruire 200 mila metri cubi a pochi chilometri dai porti dell’Argentario. Non sarà un caso se a rilevare nel 2004 all’asta fallimentare per 7,2 milioni di euro lo stabilimento e i terreni si sia presentata la Laguna Azzurra, con il suo azionariato diviso equamente tra i meridionali vicini alla destra e i settentrionale delle coop rosse. Le quattro società “napoletane” con sede a Roma (Ieron, Dodecapoli, Gigli di Castiglia e Lucumone) detenevano fino al 2009 il 50% mentre il restante 50 dell’azionariato era diviso tra i veneti della Coop Clea di Campolongo Maggiore, gli emiliani della Cmr di Argenta e della Coop costruttori di Fiorenzuola d’Arda e i toscani del Consorzio Etruria, che hanno ceduto poi il posto alla Cooperativa dei muratori e sterratori di Montecatini nel 2008. In quell’occasione, il “gruppo Marano” ha ceduto il 10% e così oggi la guida di Laguna Azzurra è passata alle coop che esprimono l’amministratore. Secondo i pm, il politico Salvatore Marano era “il gestore di fatto della Laguna Azzurra, determinando le scelte imprenditoriali della società, pur senza essere investito di ruoli apicali nell’organigramma della medesima”. L’uomo forte dell’impresa era, però, Stefano Marano, che possedeva attraverso il figlio e due cognati 3 quinti delle società “napoletane” azioniste di Laguna azzurra.

Le indagini dell’Antimafia
Stefano Marano compare più volte negli atti della commissione Antimafia della scorsa legislatura, dove si legge che il boss Paolo Di Lauro fu fermato nel 1995 “insieme ad altri pregiudicati quali Prestieri Maurizio, Fusco Francesco, Mazzola Raffaele a bordo della Mercedes targata Napoli V12679, nella disponibilità della ditta edilizia Marano facente capo appunto alla famiglia Marano”. Non solo. Stefano Marano “era stato controllato il 18 maggio 1995 in compagnia di Riccio Domenico (nato a Napoli), ritenuto riciclatore del clan Di Lauro e rimasto ucciso il 21 novembre 2005”, a Melito. Il pm Corona raccontò che anche il figlio del boss, Cosimo Di Lauro, era stato trovato nel 2004 in una casa nella disponibilità di Stefano Marano.

Storie vecchie che non hanno impressionato gli amministratori di Orbetello. Il sindaco dal 2006 è il ministro Altero Matteoli, ma l’uomo forte della laguna è il suo amico e compagno di partito dai tempi del Msi, Rolando Di Vincenzo. A lui le Fiamme gialle di Napoli si sono rivolte nel 2008 per capire il ruolo dei Marano nella Laguna Azzurra. Secondo Di Vincenzo, Salvatore Marano era la persona della società che aveva incontrato “con maggiore frequenza” e “con il quale si sono instaurati anche rapporti amicali”.

Di Vincenzo ha strappato il Comune ai rossi nel 1997 e nel 2003 è stato nominato commissario del Governo per la bonifica della laguna, con il placet del ministro all’ambiente Matteoli. Nel 2006, avendo superato i due mandati, ha lasciato il municipio all’amico ministro e ora si è appena ricandidato. Matteoli gli ha lasciato la delega all’urbanistica e il ruolo di commissario delegato a risanare la laguna grazie a una serie di stanziamenti milionari, l’ultimo dei quali di 6,8 milioni attribuito dal governo Berlusconi nel 2008. “Naturalmente – tiene a precisare Di Vincenzo – le spese vengono sostenute dal commissario solo per la parte pubblica dell’area mentre per la parte di proprietà privata paga Laguna Azzurra”. Nel silenzio di destra e sinistra, l’unico ad avanzare qualche dubbio è il consigliere comunale di Rifondazione, Giuliano Baghini: “Dopo gli arresti vorrei capire se c’è un legame tra i lavori della Laguna Azzurra dei Marano e i 6,7 milioni di euro stanziati nel novembre 2006 dal Governo Prodi per bonificare la ex Sitoco”. A dirigere i lavori di bonifica per Laguna Azzurra c’è Francesco Antonio Martino di Grosseto. L’ingegnere nel 2006 fu sentito nell’ambito dell’indagine Poseidone dell’allora pm Luigi De Magistris.

I bonifici all’ingegner Papello
L’indagato principale di quell’inchiesta era Giovanbattista Papello (poi prosciolto a Catanzaro ma non a Roma per un filone laterale), responsabile del Commissariato all’emergenza. Quando scoprirono che Martino pagava parcelle al responsabile del Commissariato, i carabinieri rimasero sorpresi. Lui, senza fare una piega, spiegò: “Nel 2002-2003 ho versato bonifici all’ingegner Papello di circa 180 mila euro perché ha svolto su mio incarico lavori presso la laguna di Orbetello negli anni 1999-2001: si tratta di prestazioni professionali, regolarmente pagate e fatturate. Successivamente Papello mi ha contattato per lavori in Calabria, in quanto confidava sulla mia elevata professionalità nel settore”. In una precedente informativa dei carabinieri si leggeva: “Papello è in stretto contatto con Martino, amministratore di società che si occupa di tecnologie ambientali e consulente del ministero dell’Ambiente (allora guidato da Matteoli, ndr)”. Oggi Papello è direttore amministrativo e tesoriere della “Fondazione della Libertà” del ministro Matteoli.

3 novembre 2010

Il Fatto Quotidiano