14 settembre 2010

I CONTRIBUTI DEI LAVORATORI DELLE COOPERATIVE NON ERANO VERSATI. EVASIONE DA 30 MILIONI

Ventuno le persone indagate dalla guardia di finanza.
I consorzi si aggiudicavano i servizi di facchinaggio di importanti gruppi industriali del settore alimentare




Trenta milioni di euro tra oneri previdenziali e fiscali e contributivi non versati, 18 milioni di euro in contanti, titoli di società ed immobili sequestrati. sono alcuni dei dati emersi nell'operazione della Guardia di finanza di Padova che dalle prime luci dell'alba di oggi sta procedendo a numerose perquisizioni tra Veneto, Emilia Romagna, Piemonte e Toscana.

Ventuno le persone indagate e tre destinatari di ordinanze di custodia cautelare in carcere per il reato di associazione per delinquere finalizzata all'evasione fiscale.

Secondo le stime della guardia di finanza, il sodalizio criminale incassava denaro per oltre 10mila euro giornalieri, frutto dei saldi non versati alle casse degli enti previdenziali dei titolari delle cooperative, che invece li consegnavano ai capi dell'organizzazione, finiti in carcere, che li reinvestivano in attività lecite quali bar e negozi.

Tra i destinatari delle ordinanze di custodia cautelare in carcere anche un consulente fiscale che lavorava a tempo pieno per la banda, ed aveva il compito di "fabbricare" documenti che facessero apparire la situazione contabile delle numerosissime cooperative, intestate a titolari di comodo, in regola.

Sotto la copertura delle cooperative riunite in consorzi, centinaia di lavoratori, in maggioranza stranieri, ma con anche molti italiani tra le fila della manovalanza, si aggiudicavano i servizi di facchinaggio di importanti gruppi industriali del settore alimentare, soprattutto nel nord Italia.

"L'organizzazione criminale che abbiamo sgominato - ha detto il comandante provinciale della Guardia di finanza, colonnello Ivano Maccani - sfruttava centinaia di lavoratori che non potevano permettersi di ammalarsi , di fruire di un periodo di maternità, le ferie e la pensione erano una chimera". Una quaranta le perquisizioni compiute in otto province del nord Italia.

Tutti gli indagati sono accusati di evasione fiscale ed altri reati connessi alla gestione di una ramificata rete di cooperative di facchinaggio che impiegava oltre un migliaio di lavoratori che venivano pagati in maniera irregolare e nella gran parte dei casi senza che avvenisse il relativo versamento degli oneri previdenziali e fiscali.

"Il sistema illecito collaudato - ha aggiunto - era decisamente redditizio e concorrenziale , in grado di sbaragliare la concorrenza grazie a prezzi nettamente inferiori alla media di mercato, e si era già diffuso dal Veneto all'Emilia Romagna , al Piemonte, alla Toscana . Grazie all'arresto dei vertici dell'organizzazione ed al sequestro di beni mobili ed immobili per 18 milioni di euro abbiamo impedito che si espandesse in altre regioni ove aveva già fissato i suoi avamposti".

14 settembre 2010

gonews.it

COOP SOCIALI. "NO AGLI APPALTI AL MASSIMO RIBASSO"

Il presidente di Federsolidarietà in visita in Friuli Venezia Giulia

Intanto una maxi operazione della Guardia di Finanza di Padova contro il lavoro nero in quattro regioni. Oltre mille i lavoratori vittime di sfruttamento: 21 persone sono indagate e tre arrestate.


«La legge regionale 20/2006 è uno strumento indispensabile per sostenere lo sviluppo del settore sociale, che nella nostra regione dà lavoro a più di 5mila addetti: auspichiamo che nel bilancio 2011 la legge sia rifinanziata senza ulteriori contrazioni». Lo ha affermato Giuliana Colussi, presidente di Federsolidarietà Fvg (Federazione regionale di Confcooperative che raccoglie 152 cooperative sociali, per un totale di oltre 9mila soci, 5mila addetti e un fatturato aggregato 2009 di 130milioni di euro), incontrando il presidente nazionale di Federsolidarietà, Giuseppe Guerini, in visita a Udine.

Il comparto della cooperazione sociale è «fortemente cresciuto negli ultimi anni – ha aggiunto Colussi – ma su di esso però gravano preoccupazioni per l’immediato futuro: preoccupazioni legate al taglio dei contributi regionali». «Da un lato – ha proseguito la presidente – la Regione ha tagliato i fondi della legge 20 dedicati a sostenere le cooperative sociali, dall’altro gli Enti locali praticano in maniera diffusa il ricorso a gare al massimo ribasso per l’aggiudicazione degli appalti di servizi». Confcooperative, quindi, chiede che si superi questa logica in favore di quello dell’offerta economicamente più vantaggiosa. «I ribassi fanno sì che spesso le cooperative non siano in grado di sostenere nemmeno gli incrementi del costo del lavoro», ha spiegato il segretario generale di Confcooperative Fvg, Nicola Galluà. «È necessario quindi garantire il giusto mix tra prezzo e qualità dei servizi offerti: solo in questo modo si possono preservare le professionalità e le competenze che le cooperative hanno acquisito nel corso degli anni e allo stesso tempo erogare servizi di qualità alle famiglie». Per affrontare la crisi, la scelta di Confcooperative è puntare alle aggregazioni valorizzando il ruolo dei consorzi. «La collaborazione e la creazione di sinergie tra le cooperative della nostra regione – ha concluso Giuliana Colussi – non può che essere la via obbligata per restare competitivi, sia per valorizzare le competenze maturate a livello regionale, sia per individuare nuove aree di sviluppo».

Sul concetto di “fare squadra” tra cooperative, si è soffermato anche Giuseppe Guerini. «La cooperazione sociale – ha detto il presidente della realtà che conta 5.500 coop sociali e 200mila lavoratori – è al servizio del Paese per costruire un welfare partecipato e che risponda sempre meglio alle esigenze delle famiglie italiane: è necessario, quindi, risolvere alcune criticità in essere, quali la scarsa disponibilità di risorse da utilizzare a supporto dei progetti sociali e la necessità di conciliare dimensioni organizzative diverse tra le coop».

Tra i progetti che Federsolidarietà Fvg coordinerà nel prossimo triennio, il volontariato giovanile e il servizio civile (in collaborazione con Arci e Acli); “Ri-giochiamo” (servizio per promuovere l’attività di riciclo e l’educazione ambientale avviato insieme al Ministero dell’Istruzione, alle 4 Province e ad alcune aziende private); “Monds par te”, catalogo di promozione condivisa tra 6 coop sociali; “Ponti digitali”, iniziativa d’incubatoio d’impresa ed “Equosolda Fvg”, per la promozione di servizi nel campo della distribuzione automatica e della comunicazione.

14 settembre 2010

Vita.it

11 settembre 2010

LA COOP NON SEI TU: SECONDA PARTE DELLA NOSTRA INTERVISTA A MARIO FRAU


Quella che segue è la parte conclusiva dell'intervista a Mario Frau, autore del libro La Coop non sei tu, realizzata dal Blog Lavoratori Unicoop

Prima parte dell'intervista


BLOG
Siamo testimoni diretti dei rapporti pacifici e accomodanti tra Coop e sindacati confederali (in special modo con Cgil-Filcams, gli altri fanno numero) a volte fin troppo accondiscendenti, se non complici, verso decisioni aziendali discutibili. Sul libro lei scrive invece di una Cgil non proprio allineata ai voleri di Novacoop, tanto che Gillone pensò di dare priorità al rapporto con Cisl e Uil sperando così di scavalcare il problema, ma in realtà acuendo la conflittualità interna. Le risulta che le cose siano poi mutate? E' a conoscenza di delegati che poi hanno fatto carriera in Novacoop? Che lei sappia, esistono sindacati di base in Novacoop?
M. F.
Non mi risulta che in Novaccop esista una presenza significativa dei sindacati di base. Per quanto riguarda l'esperienza che fu fatta agli inizi degli anni '90 in Novacoop di dare agibilità di spazio a Cisl e Uil in funzione anti-Cgil, si è trattato di un episodio limitato che non ha prodotto alcun risultato degno di nota. La strategia della nuova Direzione del personale mi pare sia quella di sviluppare rapporti diretti con i soci e con i dipendenti con l'obiettivo di ridurre il peso del sindacato.

BLOG
Lei in sostanza descrive le strutture dirigenziali della Coop come vere oligarchie, se non monarchie, o gerontocrazie, dominate dal cinismo e dalle lotte di potere. Speculazione edilizia, attaccamento alle poltrone, stipendi faraonici, uso indiscriminato del
outsourcing, corsie privilegiate per le concessioni commerciali con giunte amiche, dipendenti spiati e mobbizzati. Inoltre i soci non contano niente nelle assemblee, non hanno quasi mai il beneficio del ristorno e percepiscono remunerazioni risibili sui libretti, nel caso essi siano anche soci prestatori. Tutto questo senza avere la garanzia dei conti correnti bancari. Come spiega allora, oggi che il muro di Berlino è crollato da 21 anni, questa anacronistica fidelizzazione di tipo ideologico del sociocliente?
M. F.
C'è innanzitutto da evidenziare che in molti territori i soci non hanno alternative perché l'unica insegna presente è la Coop. Spesso in alcune realtà c'è solo il supermercato o l'ipermercato Coop, a parte qualche piccolo concorrente che non fa ombra. Dove la presenza Coop è massiccia e dominante, i consumatori non hanno possibilità di scelta. In altre realtà esiste ancora il socio ideologizzato che sceglie la Coop per partito preso. La tessera sociocoop con la quale si può pagare la spesa è un formidabile strumento di fidelizzazione. Inoltre il socio, rispetto ad altri investimenti finanziari, ha molti vantaggi: tassazione ridotta (20% anziché 27%), assenza di costi di gestione, comodità. E' anche vero che trattandosi di un prestito che comporta dei rischi, la remunerazione dovrebbe essere più alta (ma questo andrebbe a discapito del conto economico della cooperativa). Non c'è dubbio che Coop ha un suo know how in materia di fidelizzazione del cliente che altre catene non possono copiare. Ciò per Coop rappresenta un vantaggio competitivo rispetto ai propri concorrenti.
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BLOG
A pagina 309 lei scrive: "E' degno di nota il fatto che quel misero 1,43% di margine operativo (bilancio Novacoop 2008 - nota blog) risulta drogato da cospicui «contributi di entrata» (una vera e propria tangente legalizzata) erogati dai fornitori per entrare con i loro prodotti all'interno dei nuovi ipermercati [...]". Può spiegare meglio questo concetto di contributo, parola che anche in Unicoop Firenze abbiamo sentito pronunciare sovente?
M. F.
La questione è molto semplice: quando si apre un grande ipermercato, si creano occasioni di business anche per i produttori e fornitori. In Coop si chiede di pagare il pedaggio per poter entrare nell'elenco dei fornitori mediante un contributo una tantum da pagarsi generalmente al momento dell'apertura del nuovo punto di vendita. E' un contributo che per quelle cooperative che realizzano nuove aperture consente di corroborare i magri margini della gestione caratteristica. Non sempre i fornitori sono così felici e contenti di essere spremuti per poter lavorare (perché di questo di tratta).

BLOG
L'attualità del mondo del lavoro ci pone di fronte a dinamiche regressive in fatto di diritti e tutele. Senza addentrarci nel Marchionne pensiero, che paventiamo possa essere emulato anche dalle Coop, il problema dei diritti sindacali primari in Coop rimane principalmente connesso alla gestione dell'appalto della logistica e dei magazzini. Testimonianze sempre più numerose ci parlano delle cooperative sociali che hanno in gestione questi appalti, come un agglomerato nefasto di negazione di diritti e di tutele, di sopraffazione nei confronti dei soci-lavoratori e che talvolta risultano infiltrate dalla malavita organizzata. Non potrebbe essere l'inizio di una rinnovata rinascita di valori se le Coop (o Conad) imponessero rapporti di lavoro improntati a rispetto dei contratti, dei diritti sindacali e dell'applicazione delle norme di sicurezza nei confronti della cooperativa appaltatrice?
M. F.
Tutte le nove sorelle a marchio Coop hanno margini operativi piuttosto risicati. Per poter competere hanno la necessità di comprimere il costo del lavoro. Il ricorso al outsourcing è una delle strade spesso praticate. Spesso subappaltano interi pezzi del ciclo produttivo e cooperative spurie (sono il moderno caporalato), dove i costi vengo sì ridotti, ma a scapito dei lavoratori che subiscono turni massacranti, non hanno diritti sindacali e percepiscono stipendi da fame. Sono lavoratori di serie B. Occorre a mio avviso porre un freno alle esternalizzazioni e, quando si fanno, occorre sottoscrivere un accordo sindacale che sotto il profilo etico, salariale e di diritti non crei lavoratori di serie B.

BLOG
Nel suo libro c'è un'ampia panoramica dei brutti vizi delle Coop, dell'immeritata fama di azienda ai problemi sociali e alla solidarietà, tranne poi adottare tutt'altri comportamenti appena voltato l'angolo. La parte del leone la fa ovviamente Novacoop, la realtà da cui lei proviene e che conosce meglio.
Se dovessimo assegnare il premio ipocrisia a punti, ovviamente quest'ultima vincerebbe. Ma da un punto di vista meramente qualitativo, se così si può dire, Unicoop Firenze con la vicenda nota come i ladri di merende e Coop Lombardia col grande fratello, hanno una marcia in più. Però il premio per il comportamento più disgustoso e ributtante lo vince a pieno titolo, secondo il nostro parere, la Coop Centro Italia del presidente Giorgio Raggi, con la vicenda della zona in località Sant'Antonio su cui doveva nascere l'Ipercoop, poi destinata dal comune de L'Aquila alla Protezione Civile in seguito al sisma dell'aprile 2009 e il successivo ricatto della Coop di chiudere i tre supermercati presenti nella zona mettendo in mobilità i 90 dipendenti, se non fosse stata concessa l'area per l'Ipercoop. Lei ricostruisce perfettamente la vicenda nel capitolo intitolato "[...] lavoratori usati come «scudi umani»." Non trova che tra quelle che racconta, sia la vicenda più raccapricciante e più geneticamente modificata? A noi ha fatto pensare a quegli imprenditori che la notte del terremoto se la ridevano al telefono. Con la differenza che loro sono stati giustamente sputtanati in mondovisione.
M. F.
Ritengo che le tre vicende narrate siano parimenti raccapriccianti, ma la vicende dei lavoratori Coop de L'Aquila, usati come scudi umani, sia indubbiamente quella più censurabile dal punto di vista etico e della responsabilità sociale.
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BLOG
Come sta andando il libro? Abbiamo l'impressione che vada oltre le aspettative dell'editore. Quali sono le reazioni che provengono dagli ambienti delle Coop, se ve ne sono?
M. F.
Il libro ha suscitato un interesse che non mi sarei aspettato. Ho ricevuto tante attestazioni di apprezzamento e di stima, anche da parte di ex colleghi Coop. Qualcuno ha fatto anche qualche rilievo ritenendolo eccessivamente critico. Lo scopo del libro non era quello di gettare fango, ma di denunciare le degenerazioni e, nello stesso tempo, avanzare qualche modestissima proposta per recuperare almeno in parte i valori solidaristici e mutualistici originali.


Leggi la prima parte dell'intervista





11 settembre 2010


(2- Fine)

10 settembre 2010

COOP LANCIA L'ALLARME SUI PREZZI

Vincenzo Tassinari (Coop Italia):
«C'è il rischio di un nuovo tsunami nelle materie prime. Nel 2007 esprimemmo una preoccupazione analoga e putroppo ci azzeccammo. Oggi potremmo assistere a un ritorno della speculazione finanziaria proprio sulle materie di prima necessità»



La ripresa che non c'è, è quella dei consumi. E potrebbe ancora ritardare se dovesse nuovamente consolidarsi un'ondata speculativa sulle materie prime, della quale già si avvertono segnali inquietanti. Il rapporto Coop 2010 su "Consumi e distribuzione", presentato ieri a Milano, riflette da un lato il timore delle famiglie italiane per il futuro - con una propensione a spendere ancora anestetizzata dai postumi della crisi - dall'altro quello di uno degli attori più importanti della grande distribuzione: si parla tanto di deflazione, ma il rischio vero potrebbe essere quello di un'inflazione alimentare al 5%.

A lanciare l'allarme prezzi è stato Vincenzo Tassinari, presidente del consiglio di gestione di Coop Italia: «C'è il rischio di un nuovo tsunami nelle materie prime. Nel 2007 esprimemmo una preoccupazione analoga e putroppo ci azzeccammo. Oggi potremmo assistere a un ritorno della speculazione finanziaria proprio sulle materie di prima necessità».

Il rapporto registra «numerosi segnali di allarme in particolare nell'area dei cereali, solo in parte riconducibili a fattori oggettivi di calo della produzione, come la riduzione del raccolto in Europa, gli incendi in Russia, le alluvioni in Pakistan, India e Cina». Il timore di fondo è che la crescita dei prezzi che già si osserva sui mercati possa degenerare in una spirale speculativa, tale da far lievitare l'inflazione nel comparto alimentare intorno al 5%. Con la fragilità della ripresa in atto, sarebbe un altro colpo fatale alla domanda interna.

Al di là delle statistiche e delle serie storiche, pur interessanti, che fotografano il ritrarsi del consumatore di fronte alla peggior crisi economica dal dopoguerra (a subire le maggiori contrazioni nel triennio 2007-2009 sono stati beni di prima necessità come pane e cereali, pasta, latte, olii, conserve di pomodoro) sono alcuni segnali comportamentali e le nuove attitudini a destare preoccupazione.

Il rapporto evidenzia, ad esempio, che a livello europeo i nostri consumatori sono diventati tra i più apprensivi. Così una spesa imprevista di 1000 euro mette in ansia 2/3 dei cittadini italiani, mentre il 21%, contro una media Ue del 12%, ammette difficoltà nel provvedere alle cure dei figli, capitolo di spesa che si pensava intoccabile.

Con la crisi che morde soprattutto tra i giovani (e a Sud), dove la flessione degli occupati tra il 2007 e il 2009 è stata del 14% nella fascia d'età dai 15 ai 24 anni e dell'11% in quella tra 25 e 34 anni, è difficile per Coop Italia essere ottimisti: «Senza occupazione non c'è ripresa», ha detto Aldo Soldi, presidente di Ancc-Coop, invitando il governo a varare politiche di sostegno alla domanda interna: «Bisogna rimettere soldi nelle tasche degli italiani», ha aggiunto. In che modo? Ad esempio proseguendo con le liberalizzazioni di alcuni settori merceologici chiave, come la distribuzione di prodotti farmaceutici, dei carburanti e dei servizi finanziari e assicurativi. Coop auspica una serie di azioni convergenti che potrebbero generare, secondo stime interne, una maggior capacità di spesa di circa 3mila euro all'anno per nucleo familiare, pari a 250 euro al mese.

Nella riduzione generale della spesa si salva al momento solo l'elettronica di consumo, che dall'inizio della crisi (estate 2008) al maggio di quest'anno ha continuato a crescere registrando un +16%. Palmari, netbook, televisori Lcd trainano una domanda che vede spesso protagonisti i giovani secondo un paradosso apparente: ma non erano loro secondo le statistiche del rapporto, in termini occupazionali, i più colpiti dalla crisi? Vero, ma fino a un certo punto, poiché quando si tratta di palmari e notebook sono loro a comprare, ma i genitori a pagare, probabilmente dopo aver risparmiato su altre voci del carrello della spesa.

10 settembre 2010

Attilio Geroni

Il Sole 24 Ore

LA COOP NON SEI TU: NOSTRA INTERVISTA A MARIO FRAU


Mario Frau, autore del libro La coop non sei tu, risponde alle domande del Blog Lavoratori Unicoop

Oggi pubblichiamo la prima delle due parti dell'intervista

Nei prossimi giorni seguirà la parte conclusiva






BLOG

Parliamo di come nasce questo libro. A nostro avviso le motivazioni che l’hanno indotta a scriverlo non inficiano minimamente la sua importante testimonianza. Non ci stupisce come il suo conflitto con il presidente Gillone, l’abbia spinta, insieme ad altri episodi, verso una riflessione critica più generale. Tuttavia vorremmo domandarle: perché, se lei non condivideva molti comportamenti della dirigenza di Novacoop fin dalla fine degli anni ‘80 ed avvertiva la deriva dei suoi valori fondativi, ha atteso di essere messo in disparte per maturare solo in seguito la decisione di rivelare gli imbarazzanti retroscena? Insomma, i maliziosi (che immaginiamo non manchino) su questo argomento hanno occasione di dire la loro.
M.F.
La decisione di scrivere il libro l’ho presa dopo aver riordinato il voluminoso archivio personale (bilanci, relazioni, documenti interni, articoli di giornale, verbali di riunioni dei consigli di amministrazione, appunti personali ecc.) accumulato in circa 25 anni di lavoro nel mondo coop. Il profondo disagio che mi sono trascinato per anni, attraverso la rilettura dei documenti del mio archivio, si è come ampliato in modo esponenziale, dandomi la rappresentazione esatta di come lentamente ma inesorabilmente l’organizzazione nella quale ho lavorato per circa 25 anni si era radicalmente trasformata. In una parola le coop si sono omologate in tutto e per tutto alle imprese di capitale dedite solo ed esclusivamente al profitto. I valori di socialità e di mutualità sono quasi scomparsi del tutto, avendo sposato la logica del mercato e del profitto. Da qui la decisione di scrivere il libro. Vi posso garantire che è stata una scelta sofferta.
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BLOG
Negli anni ’80 piccole e medie realtà cooperative hanno messo in atto processi di fusione che hanno portato alla nascita di quelle che adesso vengono definite le 9 grandi sorelle della grande distribuzione cooperativa. Adesso si parla di ulteriori aggregazioni, prima fra queste quella tra Coop Lombardia, Coop Liguria e la sua Novacoop. Chi prenderà il timone? Come saranno gestiti gli esuberi, che non mancheranno, specialmente nelle figure di medio ed alto livello? Secondo il suo parere questa è una decisione presa in Legacoop a livello nazionale e coinvolgerà a catena anche le realtà Coop più forti, come quelle del distretto adriatico e del distretto tirrenico al fine di ridurre i costi ed essere più competitive?
M.F.
Per competere in un mercato sempre più agguerrito e globalizzato occorre abbandonare il localismo e il provincialismo, realizzando imprese di dimensioni più grandi, superando le attuali dimensioni territoriali regionali così come si fece con grande difficoltà agli inizi degli anni sessanta quando iniziò un processo di fusione delle piccole coop che operavano all’ombra di ogni campanile e sotto la tutela delle Sezioni socialista e comunista. Occorrerebbe quindi superare il Consorzio NORD OVEST per dare vita ad una grande cooperativa destinata ad operare nelle tre regioni del Nord Ovest, che è l’unico modo per abbattere i costi delle strutture a monte (Centri logistici, sedi amministrative, snellimento del numero dei dirigenti e quant’altro) e conseguire l’obiettivo di un forte recupero di redditività e di margine operativo. Si realizzerebbe in questo modo una grande cooperativa con un fatturato di oltre tre miliardi di euro di giro d’affari e con una massa critica adeguata a competere in un mercato sempre più agguerrito. Sempre che l’obiettivo primario sia quello di offrire vantaggi ai soci e ai consumatori, in termini di prezzi, servizi e salari, e non di mettere al primo posto l’accumulazione della cooperativa.
Solo che per fare questo è necessario mettere da parte i personalismi, i localismi e soprattutto il potere e i privilegi di casta di ristretti gruppi oligarchici e autoreferenziali che stanno ai vertici delle tre cooperative del Nord Ovest. Dell’ineluttabilità di una scelta in tale direzione sembra essersene accorto anche il Presidente della Novacoop Ernesto Dalle Rive che nella sua relazione all’assemblea di Bilancio svoltasi a Baveno il 26 giugno 2010 ha dichiarato con enfasi: «Vogliamo dare ai quasi due milioni di soci coop di Piemonte, Liguria e Lombardia non solo una cooperativa più grande ma una grande cooperativa. Tale obiettivo – ha sottolineato Dalle Rive – porterebbe alla creazione della più grande impresa cooperativa del nostro paese, la quinta impresa distributiva italiana per dimensioni». Il progetto sembra molto ambizioso e interessante, ma deve essere accompagnato da una riscoperta dei valori di socialità, di mutualità e di democrazia interna in modo che non si venga a creare un ulteriore distacco tra la nomenclatura e i soci. Ritengo che in prospettiva, stante i risicati margini operativi, anche nel Distretto Adriatico e in quello Tirrenico, un processo di fusioni sia ineluttabile. Del resto anche in questi due Distretti alcune cooperative faticano a realizzare margini operativi significativi e, in alcuni casi, sono addirittura in rosso. Un simile processo ovviamente non deve comportare licenziamenti, ma ricollocazioni all’interno del sistema coop più generale, facendo salvi i diritti acquisiti.

BLOG
All’apice delle distorsioni che lei attribuisce alla dirigenza di Novacoop, c’è la scellerata scelta di appoggiare Giovanni Consorte nella scalata a BNL. Secondo le sue fonti, Campaini (Unicoop Firenze) disse di no a Consorte per non fare uno sgarbo al Monte dei Paschi di cui la cooperativa toscana è azionista: quindi non era l’etica dell’operazione a turbarlo. L’intreccio tra Coop e finanza è comunque presente in molte altre forme, tanto che le attività finanziare sono preponderanti rispetto a quelle puramente commerciali. Non parliamo poi delle agevolazioni fiscali -tema al quale lei dedica ampio spazio- e dell’enorme vantaggio del prestito sociale. Come mai, secondo il suo parere, neanche la destra al governo si è adoperata in maniera decisa per una revisione legislativa che ponga dei paletti a questa distorsione della concorrenza, delegando di fatto il tutto alla paludata Commissione alla Concorrenza di Bruxelles?
M.F.
L'intreccio coop/finanza riguarda ormai tutto il sistema coop. Ormai le attività finanziarie superano di gran lunga l’attività caratteristica, cioè quella commerciale. Questa è la ragione – ma non la sola – che mi ha indotto a coniare il termine “organismi geneticamente modificati.” Ritengo che la mission di coop sia quella di vendere prodotti qualificati a prezzi più convenienti rispetto a quanto offre il mercato (cosa che oggi non avviene).
Per quanto riguarda la posizione di Campaini rispetto alla scalata alla BNL ritengo che vi fossero sia interessi nobili e condivisibili (evitare l’omologazione e non mischiarsi con i furbetti del quartierino) ma nello stesso tempo ha anche pesato il rapporto con il Monte dei Paschi di Siena, una banca legata al territorio e di cui Unicoop è socia da lungo tempo.

BLOG
Parliamo di bilanci. Nel 2008 se ne videro delle belle. Gli investimenti finanziari delle Coop, spesso spericolati e in netta perdita, sono magicamente ritornati all’utile nel 2009, prevalentemente attraverso operazioni immobiliari con società controllate (si veda il caso emblematico di Coop Consumatori Nordest). Secondo lei come si arriva a questa sincronia decisionale delle 9 sorelle che si riscontra anche in altre scelte?
M.F.
I bilanci delle nove grandi coop faticano a realizzare margini operativi significativi attraverso la gestione caratteristica. A tale gap si cerca di fare fronte con la gestione finanziaria, ivi compreso il prestito da soci, e con l’attività di carattere immobiliare. Purtroppo l’andamento dei mercati finanziari e le stesse difficoltà registrate da U.G.F. negli ultimi bilanci, nell’ultimo periodo non hanno consentito risultati di segno positivo. Rimane la gestione immobiliare: ma fino a quando? E’ noto che alcune cooperative hanno bilanci che non vanno in rosso solo per i proventi delle attività immobiliari.

BLOG
Del legame tra Coop e partiti di sinistra (specialmente PCI, PDS, PD) lei tratta in modo ampio ed esplicito. Pensa che questi rapporti si stiano evolvendo in una forma diversa, anche alla luce di quanto recentemente accaduto alla Festa de PD, dove Legacoop ha deciso per la prima volta di non partecipare ai dibattiti?
M.F.
Con la nascita del P.D. i rapporti stanno cambiando. Si assiste ad una sorta di balcanizzazione, dove in alcuni territori e con alcuni personaggi degli ex D.S. i rapporti sono ancora forti e consolidati. E’ anche vero che se le coop vogliono continuare a fare business devono aprirsi, in alcuni territori dove la sinistra ha perso peso e potere, a rapporti di collaborazione in una situazione geopolitica in forte cambiamento.


8 settembre 2010

(1- Continua)

LA COOP NON SEI TU (Seconda parte intervista)

08 settembre 2010

I SINDACATI DISTRIBUISCONO PASTA AI DIPENDENTI DEL SUPER


Sessantadue pacchi di generi alimentari ai lavoratori del magazzino Carrefour in causa con l'azienda




I sindacati distribuiscono cibo. Domani a mezzogiorno e mezza verranno distribuiti presso la sede della Filt Cgil della Lombardia in via San Gregorio 48, sessantadue pacchi di generi alimentari alle lavoratrici e ai lavoratori del magazzino Gs Carrefour che, ricorda il sindacato, «da più di 93 giorni non percepiscono alcun stipendio e, nonostante due sentenze che obbligano il reintegro dei lavoratori, questi non vengono riammessi sul proprio posto di lavoro».

Domani inoltre, rende noto la Filt Cgil, presso il Tribunale di Milano avrà inizio un altro procedimento giudiziario che porterà ad una nuova sentenza. «Finalmente - aggiunge poi il sindacato - il gruppo esce da un'ambiguità non più sostenibile. Ora chiediamo che il gruppo Gs Carrefour dia delle garanzie sul reintegro dei lavoratori nei magazzini di Pieve Emanuele presso soggetti che detengano ancora la commessa di GS-Carrefour, dalla quale i lavoratori sono stati estromessi con violenza e non per libera scelta».

L'intenzione è di proseguire nella mobilitazione in forme nuove. Nelle prossime ore sarà inviata una lettera alla direzione centrale di Carrefour in Francia «perché anche oltralpe si sappia di cosa sta accadendo in Italia, in totale spregio delle leggi del nostro paese».

7 settembre 2010

il Giornale.it

LANDINI (FIOM): DA FEDERMECCANICA DECISIONE GRAVE ED IRRESPONSABILE

Contratto metalmeccanici. Landini (Fiom): “Da Federmeccanica decisione grave e irresponsabile. Il Comitato centrale di domani assumerà le decisioni necessarie”


Il Segretario generale della Fiom-Cgil, Maurizio Landini, ha rilasciato oggi la seguente dichiarazione.

“Quella assunta oggi da Federmeccanica è una decisione gravissima e irresponsabile, che lede i principi democratici del nostro Paese. Si decide, infatti, di cancellare il Contratto nazionale di lavoro, in accordo con sindacati minoritari e impedendo alle lavoratrici e i lavoratori di potersi esprimere sul loro contratto.”

“Si tratta di una violazione delle regole e della rottura dei principi democratici alla base degli equilibri sociali.”

“Per la Fiom, l’unico contratto in vigore rimane, sotto ogni punto di vista, quello del 2008 firmato da tutti e votato dalle lavoratrici e i lavoratori.”

“Domani il Comitato centrale della Fiom assumerà tutte le decisioni necessarie.”


7 settembre 2010

Fiom-Cgil/Ufficio Stampa


Intanto FIOM procede contro il settimanale Panorama per diffamazione


07 settembre 2010

FEDERMECCANICA: DISDETTO CONTRATTO 2008. "MISURA CAUTELATIVA DOPO MINACCE FIOM"

Gli industriali annunciano "sin da ora" il recesso dal contratto valido fino al primo gennaio 2012. Il presidente Ceccardi: "Decisione a fronte delle possibili azioni giudiziarie del sindacato". "Nessuna spinta da Fiat. E dopo Pomigliano necessario adeguare le relazioni industriali"


Il direttivo di Federmeccanica ha dato mandato al presidente Pierluigi Ceccardi di comunicare fin d'ora il recesso dal contratto nazionale siglato il 20 gennaio 2008 e valido fino al 2012. Lo stesso Ceccardi ha spiegato che la decisione di considerare già spirato il contratto è avvenuta "a fronte delle minacciate azioni giudiziarie della Fiom relative all'applicazione di tale accordo" ed è comunicata "in via meramente tecnica e cautelativa allo scopo di garantire la migliore tutela delle aziende". La disdetta avviene a far data dal primo gennaio 2012. Per Landini, segretario generale della Fiom, è una "decisione politica grave, irresponsabile e illegittima".

L'invito Fiom: "Non si ceda a diktat Fiat". Proprio la Fiom, attraverso il segretario generale Maurizio Landini, aveva invitato nelle ultime ore Federmeccanica a non accettare quello che viene visto come un "diktat" di Fiat, perché "meccanismi di confronto sotto diktat alla lunga non aiutano neanche le imprese". In sostanza, la Fiom aveva invitato gli industriali della meccanica a non cedere alle pressioni di Marchionne, che senza deroghe al contratto del 2008 aveva paventato l'uscita di Fiat da Federmeccanica. "I problemi che la crisi pone si possono affrontare anche discutendo di investimenti e di maggiore utilizzo degli impianti. Senza bisogno di deroghe ma applicando il contratto nazionale e le regole che ci sono" aveva concluso Landini.

"Nessun diktat, tutelare aziende". "Fiat non ha spinto per niente - è la replica di Ceccardi -, l'accelerazione che abbiamo imposto oggi è per tutelare le esigenze delle aziende metalmeccaniche e di un milione di lavoratori che dipendono da esse".

"Relazioni industriali da adeguare". Il presidente di Federmeccanica ha poi spiegato che "il consiglio direttivo ha preso in esame l'evoluzione dei rapporti sindacali nel settore dopo il rinnovo del contratto nazionale del 15 ottobre 2009 e la vicenda relativa allo stabilimento Fiat di Pomigliano d'Arco". "Il convincimento unanime è la necessità di proseguire con determinazione nell'adeguamento delle relazioni industriali, sindacali e contrattuali alla domanda di maggior affidabilità e flessibilità che proviene dalle imprese per consentire loro una migliore tenuta rispetto all'urto della competizione globale".

"Cgil partecipi a cambio delle regole". "E' urgente - prosegue Ceccardi - una regolamentazione condivisa del sistema di rappresentanza, sulla cui necessità esiste generale consenso e disponibilità dichiarata dalle parti". Tale regolamentazione, ricorda il presidente di Federmeccanica, è prevista dall'accordo interconfederale del 15 aprile 2009, non sottoscritto dalla Cgil. L'auspicio di Federmeccanica è che anche l'organizzazione guidata da Guglielmo Epifani facia marcia indietro e che "le confederazioni attivino al più presto un tavolo per regolamentare la materia per via pattizia".

Landini: "Strappo alla democrazia". Appresa la decisione di Federmeccanica, Maurizio Landini esprime un giudizio durissimo: "E' una decisione politica grave, irresponsabile e illegittima. Il contratto del 2008 è in vigore fino alla fine del 2011 e ha una sua ultrattività qualora venga presentata una piattaforma per il suo rinnovo". Si tratta secondo il leader della Fiom di "uno strappo alle regole democratiche grave perché si impedisce ai lavoratori di decidere sul loro contratto e si sceglie di trattare con i sindacati che non hanno alcun mandato in questa direzione e in ogni caso rappresentano la minoranza dei dipendenti metalmeccanici".

Fiom: "Noi non ci saremo". Quanto all'incontro del 15 settembre, in cui Federmeccanica e sindacati si confronteranno sulle possibili deroghe al contratto nazionale dei metalmeccanici, Landini spiega che "la Fiom non parteciperà a tavoli che cancellano il contratto nazionale. Non partecipiamo perché non sono trattative ma semplicemente dettature della Fiat".

"Importante manifestazione del 16 ottobre". Domani, al comitato centrale della Fiom "decideremo tutte le iniziative necessarie- conclude Landini -. E più importante ancora è la manifestazione del 16 ottobre per la difesa dei diritti del contratto e della democrazia del nostro Paese".

Fim Cisl: "Per noi non cambia nulla". "Per noi il contratto del 2008 era già decaduto dal punto di vista formale e sostanziale. Quindi non si tratta di alcuna novità". Così Giuseppe Farina, numero uno di Fim Cisl. "Ripeto, nessuna novità sotto il cielo dal punto di vista sindacale".

7 settembre 2010

La Repubblica.it



MPS ACCELERA SUGLI IMMOBILI

Nella società consortile che ha acquisito gli immobili, faranno ingresso alcuni soggetti collegati al mondo cooperativo

Tra i nomi che circolano c’è quello di Manutencoop




L'operazione vale complessivamente 2,2 miliardi: i paletti di Bankitalia


Mps punta a chiudere entro fine anno l’operazione di valorizzazione del suo patrimonio immobiliare strumentale e la cessione del patrimonio non strumentale: due operazioni distinte sulle quali il management di Rocca Salimbeni (impegnati i due vice-direttori generali Marco Massacesi e Nicola Romito) ha ripreso la lavorare in settembre. L’importo totale ammonta a 2,2 miliardi di euro: 1,7 miliardi il valore di mercato dei palazzi strumentali e 500 milioni quello dei beni non strumentali.

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L’operazione di maggiori dimensioni del gruppo bancario presieduto da Giuseppe Mussari resta quella sul patrimonio strumentale: un’operazione abbastanza complessa che si era fermata alla luce del nuovo quadro regolamentare Bankitalia approvato a febbraio (la disciplina, con profili prudenziali, in materia di cessione degli immobili da parte delle banche) e che dovrà dunque essere soggetta al via libera definitivo da parte di via Nazionale.

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La valorizzazione del patrimonio strumentale riguarda 680 immobili per un valore di libro di 1,2 miliardi di euro e per un valore di mercato di circa 1,7 miliardi: se andrà a buon fine, con tutti i condizionali del caso, il capital gain lordo per Banca Monte dei Paschi dovrebbe attestarsi a 500 milioni.

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I palazzi in questione sono infatti già stati ceduti a una società consortile partecipata da Banca Mps, Sansedoni (società immobiliare che ha tra gli azionisti la Fondazione Mps e la stessa Banca Mps), Mediobanca (che è anche advisor dell’operazione) e Axa. Questi soggetti, secondo il piano allo studio, dovranno diminuire il loro peso nella società consortile che vedrà l’ingresso di alcuni soggetti collegati al mondo cooperativo e attivi soprattutto nel facility management: tra i nomi che circolano c’è quello di Manutencoop.

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La fase due dell’operazione è invece di natura finanziaria e riguarda la cartolarizzazione del finanziamento necessario all’acquisto del patrimonio da parte della società consortile: per poco meno di 1,7 miliardi, se si esclude la componente equity (cioè i capitali propri) utilizzata. La cartolarizzazione, soggetta alle autorizzazioni della Consob, potrebbe tuttavia avvenire separatamente dalla ricerca di partner per la società consortile.

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Il management di Mps, se arriverà il semaforo verde da parte di Banca d’Italia, dovrebbe così riuscire a portare a termine quell’operazione di riorganizzazione del proprio patrimonio immobiliare iniziata già nel 2009, con la suddivisione tra beni strumentali e non, volta sia alla valorizzazione sia ad ottimizzare la gestione.

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Proprio sul patrimonio non strumentale è in corso una cessione: 260 immobili per un valore di circa 500 milioni. Si tratta di un portafoglio eterogeneo, sul quale sono in corso sia trattative su singoli beni sia colloqui di più ampio respiro con investitori istituzionali per una cessione di pacchetti di immobili.

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Proprio le cessioni immobiliari sono un passaggio-chiave del rafforzamento patrimoniale dell’istituto. In particolare, l’operazione sugli immobili strumentali era stata congelata in attesa di un chiarimento interpretativo sull’effettiva possibilità di portare a patrimonio la plusvalenza (420 milioni su 1,7 miliardi di valore della cessione), con un’incidenza di 40 punti base nei conti del gruppo.

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Dopo la vendita degli sportelli a Intesa Sanpaolo e Cassa di Risparmio di Genova (50 e 22 agenzie), Banca Mps punta così a chiudere il cerchio sul piano di cessioni annunciato dopo l’acquisto di Antonveneta per migliorare i coefficienti patrimoniali dell’istituto. Il tier al 7,5% grazie ai Tremonti bond ha ricevuto un ulteriore beneficio di 25 punti base derivante dal perfezionamento delle cessioni di sportelli a Intesa e Carige. E ora si attende la fine dell’anno per cercare di migliorare ulteriormente la situazione.

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4 settembre 2010

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Carlo Festa

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Il Sole 24 Ore - Plus

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03 settembre 2010

DA TRE MESI SENZA STIPENDIO: LAVORATORI CARREFOUR: 'RISPETTINO LA SENTENZA, CI RIDIANO IL LAVORO'



Milano. Tre mesi senza stipendio per 64 lavoratori della cooperativa R.M che opera presso il G.S Carrefour di Pieve Emanuele. Dopo essere stati licenziati perchè non avevano accettato le condizioni di rinnovo del contratto (diminuzione dello stipendio e primi tre giorni di malattia non pagata) i 64 operai hanno ottenuto sentenza positiva da parte del Tribunale di Milano che obbligava la R.M a reintegrarli, ma tutti e 64 sono stati respinti ai cancelli pochi giorni fa con la spiegazione che la cooperativa non lavorava più per Carrefour. Morale i 64 sono a piedi e senza foglio di licenziamento non potendo così cercare un altro lavoro senza perdere tutti gli anni di contributi versati presso R.M. Oggi l'incontro in prefettura con Carrefour, R.M e i sindacati. Abbiamo parlato con i lavoratori per capire come stanno le cose e con Ettore Montagna segretario Filt-Cgil.

30 agosto 2010

Servizio ed interviste di Federica Giordani

c6.tv


POMIGLIANO E GLI ACCORDI SEPARATI: UN VULNUS LETALE PER LE RELAZIONI INDUSTRIALI

Si chiama concession bargaining e consiste nello scambiare occupazione contro salari e diritti. Rischia di finire il modello europeo nel quale il sindacato ha condizionato le strategie dell’impresa ed emancipato il lavoro


Le vicende che in questi mesi hanno interessato la Fiat giungono al culmine di una stagione segnata dal moltiplicarsi dei segnali di rottura nel nostro sistema delle relazioni industriali. Ciò che a lungo era sembrato connotarlo positivamente, grande autonomia collettiva e un’astensione della legislazione unica nel suo genere, precipita ora col venir meno delle condizioni politiche che ne avevano a lungo retto il funzionamento. Fra pluralismo competitivo delle organizzazioni sindacali e mancanza di norme legali in tema di rappresentanza e contrattazione, la chiave di volta è consistita nel salvaguardare politicamente e su basi volontarie rapporti leali e responsabili fra Cgil, Cisl e Uil. Al principio maggioritario, foriero di rotture certe, si è preferito quello tendenzialmente unanimistico, l’unico in grado di preservare l’unità d’azione fra sigle diverse e distinte per storia e cultura. Ciò non ha ovviamente impedito rotture anche gravi, come quelle che dal ‘48 in poi hanno a fasi alterne costellato la storia sindacale italiana. Ma è negli ultimi due anni che il susseguirsi di questi episodi ha assunto una frequenza tale da preludere a una svolta epocale e regressiva. Essa appare aggravata dalle sfide poste dal post-fordismo, dalla competizione globale, dalla crisi economica di questi ultimi due anni. Un quadro che pone in serissime difficoltà i movimenti sindacali.

Sotto l’assedio dalle delocalizzazioni, la contrattazione collettiva è ovunque sulla difensiva, attestata da una contrazione sia della copertura (clamorosa nei nuovi stati membri) che della qualità dei suoi contenuti. Si chiama concession bargaining e consiste nello scambiare occupazione contro salari e diritti. Un modello che ricorre sempre più spesso in tutti i paesi più industrializzati.

L’accordo di Pomigliano va letto in questa complessa cornice. E’ un accordo concessivo: in cambio della promessa di cospicui investimenti per l’occupazione, si chiede l’aumento dei turni e dei ritmi di lavoro, la riduzione delle assenze per malattia, il congelamento del conflitto. Esso pone problemi che attengono all’efficacia della contrattazione, alla legittimazione degli agenti contrattuali, al rapporto fra livelli contrattuali. Si tratta di un accordo aziendale, dunque ritenuto dotato di efficacia generalizzata per via della sostanziale indivisibilità degli interessi collettivi su cui interviene. Tale orientamento, prevalente fra i giuristi, viene però disatteso dai giudici del lavoro, per lo più inclini a considerare quello aziendale come un contratto di diritto comune, efficace solo fra le parti che lo hanno sottoscritto.

A Pomigliano è stato siglato un accordo separato, senza e contro una delle organizzazione più rappresentative dello stabilimento: la Fiom. Un dissenso significativo, robustamente corroborato da quel 40% di lavoratori che lo hanno bocciato nel referendum dello 23 giugno, pone un problema sostanziale di governabilità dell’accordo e i vertici Fiat lo hanno capito. La situazione è resa ancora più complicata dal fatto che tale accordo contiene deroghe al contratto nazionale, secondo quanto sì previsto dal CCNL – anch’esso separato – siglato nell’ottobre 2009, ma in contrasto con quello unitario e formalmente in vigore del 2008. Da qui l’intenzione della Fiom di impugnare l’accordo dinanzi al giudice e quello di Fiat/Federmeccanica di disdettare definitivamente il CCNL unitario del 2008, ben prima della sua scadenza naturale.

Fra gli obiettivi dell’accordo di Pomigliano vi è quello di contrastare l’assenteismo e ridurre la conflittualità. I sindacati firmatari divengono responsabili non solo di ogni loro violazione della tregua, ma anche dei comportamenti posti in essere dai lavoratori dello stabilimento, iscritti e non iscritti. Pena sanzioni per il sindacato, con tagli su permessi e contributi, e finanche per il lavoratore, suscettibile di licenziamento. Una obbligazione di mezzi che si trasforma in obbligazione di risultato. Nulla impedisce che i sindacati si impegnino a rispettare le clausole di tregua che hanno sottoscritto, ma in nessun caso ciò può arrivare a configurare il trasferimento di un diritto fondamentale della persona (art. 40) alla potestà di una o più organizzazioni sindacali.

Nel dibattito giornalistico si citano altri modelli nazionali per denunciare l’eccesso conflittualità nel nostro paese ed esaltare la flessibilità altrui. Gli scioperi: in calo verticale da anni, si omette di considerare come il loro drastico contenimento nei paesi nordici avviene sì su basi legali stringenti ma in presenza di sindacati monopolistici e a fronte di diritti sindacali di codeterminazione da noi sconosciuti, proprio sui temi di Pomigliano. Malgrado ciò nulla ha potuto impedire che il conflitto sia periodicamente esploso fuori da ogni controllo pure lì. Le deroghe: si esalta il modello tedesco delle clausole di uscita dal contratto nazionale, tralasciando di ricordare lo smottamento che hanno provocato sul grado di copertura di quest’ultimo.

Il vizio genetico di Pomigliano risiede nell’accordo quadro per la riforma del sistema contrattuale, stipulato senza e contro la Cgil nel gennaio 2009. Un accordo separato sulle regole generali mai visto prima, reso possibile e aggravato dall’assenza di qualunque disciplina legale in tema di rappresentanza. Qui si pone la chiave di una exit strategy dal caos in cui sta precipitando tutto il sistema: regole esigibili e democratiche con cui misurare la rappresentatività dei negoziatori. Come avviene ovunque nel mondo. Oggi un tale approdo appare compromesso dall’esacerbarsi delle tensioni fra i sindacati, alimentato ad arte dall’attuale governo. In questo scenario è difficile immaginare che si possa giungere ad un intervento super partes del legislatore. Ma le libere intese fra sindacati si sono prestate ad un uso opportunistico da parte di Cisl e Uil, come con gli accordi sperati del commercio (2008) e dei meccanici (2009).

L’assenza della Cgil dalla sigla dei contratti potrebbe, ad una lettura formalistica, preludere ad una sua esclusione dai vantaggi che l’ordinamento riconosce alle sole organizzazioni firmatarie (presentazione liste; ripartizione eletti Rsu; trattenute; permessi). Ci proveranno. A Melfi è già stato impedito ai delegati della Fiom di tenere un’assemblea. Una deriva gravissima. Occorre recuperare senso della misura e della responsabilità. Anche perché la Cgil può ritenersi tecnicamente svincolata dagli obblighi assunti dagli altri con accordi separati. Invocare l’ultrattività dei vecchi contratti; scatenare un contenzioso giudiziario paralizzante. Una condizione di libertà che, foriera di ingovernabilità del sistema, può trasformarsi in un’arma formidabile per riconquistare sul campo quel riconoscimento che il governo e gli altri sindacati intendono negarle. Della serie chi semina vento… Si è per anni impedito al legislatore di intervenire su tutta questa materia e il risultato è ora che tutto il potere passa nella mani dei giudici, coi costi e le incertezze che ciò comporta. A chi e a cosa serve avere provocato questo prevedibilissimo caos?

Questo accordo segna uno spartiacque di portata storica? Potrebbe darsi. Altri proveranno infatti ad emularlo e la moneta cattiva scaccia sempre quella buona. Si dice che l'era dell'antagonismo è finita, fingendo di non vedere come quello capitalistico contro il lavoro non è mai stato così pugnace come di questi tempi. Fra precarizzazioni e ristagni salariali le prove sono innumerevoli. Ciò che invece rischia di finire per davvero, in quest’epoca di competizione selvaggia, è il modello europeo di relazioni industriali, in cui per varie vie il sindacato ha potuto/saputo condizionare le strategie dell’impresa ed emancipare il lavoro. Condizionamento che non è mai stato tanto marginale quanto oggi. Assumere questa consapevolezza, e agire di conseguenza per impedire che ciò si compia definitivamente, può essere un modo per fare tesoro delle brutte vicende di questi mesi.

3 settembre 2010

Salvo Leonardi (Ires Cgil)

rassegna.it

LA CGIL-FILCAMS: GROTTESCO IL COMPORTAMENTO DI CARREFOUR DI VIA PIEVE EMANUELE



La Filcams-Cgil di Milano sulla vicenda del deposito GS-Carrefour di cia Pieve Emanuele



La vicenda dei lavoratori licenziati dalla cooperativa RM/Gemal, che gestisce parte del deposito GS/Carrefour di Pieve Emanuele, ha assunto contorni grotteschi con conseguenze drammatiche e inaccettabili.

Dopo ben due sentenze della magistratura che intimano alla cooperativa il loro reintegro immediato, i lavoratori sono ancora fuori dai cancelli e senza stipendio da mesi.
Neanche l’incontro in prefettura di lunedì ha sortito effetti positivi e la trattativa riprende oggi, in seguito alle giuste iniziative di lotta messe in atto dai lavoratori anche verso Carrefour.

Il punto è proprio il ruolo chiave che il gruppo francese può e deve giocare in questa vertenza, abbandonando velocemente la posizione pilatesca di osservatore esterno allo scontro in atto.
Fin dall’inizio della vicenda la Filcams Cgil ha ripetutamente chiesto a Carrefour di intervenire nei confronti del consorzio per chiedere una soluzione positiva, con il rispetto dei diritti dei lavoratori e della legalità.

Appaiono quindi pretestuose le motivazioni con cui l’azienda precisa di non poter procedere a nessuna riassunzione, visto che i lavoratori non sono suoi dipendenti. Non è accettabile che chi genera un processo di terziarizzazione così significativo e in un punto così nevralgico possa chiamarsi fuori dalla gestione delle conseguenze.

Se si tagliano pesantemente i diritti, si ricattano i lavoratori e non si applicano due sentenze della magistratura nel deposito GS/Carrefour, questo è per forza anche un problema di Carrefour. Non è quindi “strumentale e inesatto”chiamarla in causa, anche con le iniziative d’informazione alla clientela e con le sacrosante lotte dei lavoratori.

La Filcams Cgil di Milano auspica quindi che nell’incontro di oggi si giunga a una definizione positiva della vertenza, ribadisce la condivisione delle posizioni espresse dalla Filt Cgil, la fattiva solidarietà ai lavoratori licenziati e alle loro famiglie e la propria disponibilità ad iniziative comuni verso Carrefour.

1 settembre 2010

Neuroniattivi Blog


CASO TERREMERSE, "DALLA REGIONE UN MILIONE IN QUATTRO ANNI"

Mondini (Ucd) presenta un ordine del giorno sui fondi dati dalla Regione alla coop fino al gennaio scorso presieduta da Giovanni Errani, fratello del governatore Vasco. "Un'enormità di denaro"


OLTRE un milione
di euro in poco più di quattro anni. A tanto ammonta il saldo pagato dalla Regione a Terremerse, dal 2004 al 2008, per fatture, contributi e progetti realizzati dalla cooperativa di Bagnacavallo fino al gennaio scorso presieduta da Giovanni Errani, fratello del governatore Vasco. «Si tratta di un’enormità di denaro — attacca il consigliere comunale dell’Ucd di Imola, Riccardo Mondini — mai concessa a nessun’altra cooperativa agroalimentare in regione». L’elenco dei pagamenti, estratto dalla contabilità regionale, verrà allegato nei prossimi giorni all’ordine del giorno che Mondini ha già presentato in Comune a Imola. Un ordine del giorno che verrà discusso mercoledì in aula, come annunciato in settimana dal sindaco imolese Daniele Manca.


«PRIMA del 2004 — continua Mondini — a Terremerse erano state elargite poche migliaia di euro. Un andamento in linea con tutte le altre cooperative del settore attive in regione. Poi da quando i bilanci di Terremerse hanno avuto qualche difficoltà stranamente sono aumentati questi contributi». Dei bilanci scricchiolanti di Terremerse ne parlò ampiamente anche il Carlino. La mente torna al 2006 e ai giorni furibondi del caos animato da iscritti Cia. Giordano Zambrini si dimise dal ruolo di presidente di Pempa-Corer e consigliere di Terremerse: «Obiettivi mancati e poco rispetto», aveva commentato motivando le sue dimissioni in polemica con i vertici del gruppo guidato da Giovanni Errani. Seguirono contestazioni a raffica, quattro voti contrari al bilancio di Terremerse dall’assemblea dei delegati (era il luglio 2006) e tanti dubbi su quei conti.

Sui bilanci gli interrogativi erano costanti anche da parte dei soci. Nella lista di Mondini compaiono somme molto diverse tra loro per un totale di 1.060.064 euro. Tra le voci in elenco spiccano i 309.097 euro nel 2008 per il progetto ‘Kiwi Pempa-Corer’, ma il più delle volte «nelle fatture non è specificata la ragione» precisa il consigliere. «Non è possibile per un privato fare impresa in Emilia-Romagna finché si continuano a usare due pesi e due misure — evidenzia Mondini —. L’imprenditoria privata non cooperativa nel territorio imolese o lavora per la cooperazione in situazioni ‘ancillari’ o non esiste». Ieri, contattato telefonicamente, Giovanni Errani non ha voluto rilasciare commenti in merito all’argomento sollevato da Mondini.

2 settembre 2010

Cristina Degli Esposti

Il Resto Del Carlino - Ravenna


02 settembre 2010

FILT-CGIL LOMBARDIA: MOBILITAZIONE GS-CARREFOUR CONTINUA


Proseguiranno le iniziative di mobilitazione degli operai delle cooperative che lavorano per il gruppo Carrefour nella provincia di Milano



Lo annunciano la Filt-Cgil e la Cgil Lombardia al termine dell'incontro che era stato convocato questa mattina in Prefettura per trovare una soluzione alla vertenza apertasi sul licenziamento di 62 magazzinieri del Gs-Carrefour di Pieve Emanuele.

"La proposta delle controparti - spiegano i sindacati dopo la riunione - e' un passo indietro rispetto all'incontro precedente. Per questa ragione si assumono ogni responsabilita' sulle iniziative che metteremo con certezza in campo".
Mobilitazione che proseguira' "nei prossimi giorni" anche per chiedere che il gruppo Gs-Carrefour giochi "un ruolo attivo nella risoluzione di questa controversia".

All'incontro di oggi - fanno sapere ancora la Filt-Cgil e la Cgil Lombardia - erano presenti solo i lavoratori, le rappresentanze sindacali e la Prefettura. La proposta rivolta ai sindacati, vale a dire "l'apertura della cassa integrazione immediata", e' stata "da subito" rigettata dal momento che "la cassa integrazione si concluderebbe il 31 dicembre 2010 lasciando i lavoratori nuovamente senza impiego".

Da parte loro, le rappresentanze sindacali hanno formulato una nuova proposta rivolta alle controparti, la cui disponibilita' sara' verificata nelle prossime 48 ore dalla Prefettura: si tornera' a chiedere il "reintegro dei 62 lavoratori nel polo logistico di Pieve Emanuele da parte della societa' R.M.", mentre il sindacato si rende disponibile a "verificare la necessita' di apertura degli ammortizzatori sociali fino al primo ottobre 2010".

Nei giorni scorsi era stato proposto il reintegro da parte della cooperativa R.M. e del consorzio Gemal di 26 dei 62 lavoratori licenziati, con la cassa integrazione per gli altri.
Gia' questa ipotesi - ricordano i sindacati - "era stata giudicata irricevibile perche' fuori dalla sentenza che obbliga il reintegro di tutti i 62 lavoratori"

1 settembre 2010

Cli/Cre

AGI news on

01 settembre 2010

IL FAR WEST DELLA LOGISTICA. I SINDACATI: DILAGA L'ILLEGALITA'

Lavoratori lasciati a casa senza retribuzione, imprese che aprono e chiudono ogni due anni.

Straordinari e orari di lavoro senza controllo con rischi per la sicurezza.
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Ampio ricorso ai contratti a tempo determinato che tengono in scacco i lavoratori, per lo più stranieri.


E la giungla dei subappalti rende difficile far rispettare le regole.

Un campo minato, fatto d'irregolarità, precarietà, mancato rispetto delle norme previste dal contratto nazionale, se non veri e propri soprusi. E' il settore della logistica, dove, stando al resoconto di Paolo Chiacchio della Filt Cgil "sono molte le cose che non vanno". Solo nei giorni scorsi, alcuni dipendenti di una delle cooperative che operano nel territorio di Parma (la Gps), avevano denunciato, esasperati, la difficile situazione con cui si trovano a convivere quotidianamente. Ma la loro storia, ripresa anche dai media locali, non è che la punta di un iceberg: "E' una delle tante mosche nere del settore" commenta il sindacalista. A far esplodere la rabbia dei dipendenti della Gps, che impiega circa 90 persone, tutte per lo più indiane, è stato il mancato rimborso del 730. "L'azienda lo ha sì messo in busta paga - spiega Chiacchio - ma poi figura una trattenuta, come recupero acconto, quasi se avessero anticipato dei soldi dello stipendio per esempio, ma non è così".

Nel territorio di Parma e provincia sono almeno un centinaio le cooperative che operano nel settore. Il comparto offre occupazione in modo preponderante agli stranieri. Chiacchio dipinge un quadro a tinte piuttosto fosche: "Non si rispettano le norme sull'orario di lavoro, sulle retribuzioni, la gestione degli straordinari e poi c'è un largo uso del contratto a tempo determinato". I controlli per far sì che venga garantita la contrattazione nazionale, formalmente applicata dal 90% delle aziende secondo il sindacalista, sono difficili: non solo per l'elevato numero di lavoratori stranieri, spesso poco informati sui loro diritti e facilmente ricattabili con il mancato rinnovo del contratto, ma anche per la natura stessa in cui il settore tende a organizzarsi. Si direbbe una sorta di piramide con al vertice l'azienda che produce, che affida poi la logistica a un consorzio, che passa a sua volta le commesse a un tot di cooperative, che a loro volta possono subappaltare ad altre coop. "In questa filiera si verifica un forte filtro di risorse, con le tariffe che vengono erose a ogni passaggio, e con esse anche i diritti. Diventa difficile anche organizzare un'assemblea sindacale".

Il sindacato negli ultimi anni ha provato a intervenire, cercando di fare in modo che le cooperative applicassero il contratto nazionale, evitando le deroghe, che ancora restano per quanto riguarda tredicesime e ferie. "Spesso è un'applicazione teorica, rimane impossibile la verifica reale" ribadisce Chiacchio. C'è anche chi prova a rispettare le norme, ma l'illegalità finisce col danneggiare anche i soggetti virtuosi, costretti a subire la concorrenza sleale di chi non agisce in un regime di regolarità. Tra le strade esplorate dal sindacato quella di coinvolgere più attivamente i committenti: "E' l'unico modo per arginare la deriva, sono aziende che operano nel territorio, che devono difendere un'immagine".

L'irregolarità diffusa finisce con l'investire anche la sicurezza dei lavoratori. Un problema comune al trasporto su gomma, ma lì almeno il cronotachigrafo quantifica gli straordinari: "La logistica è senza controllo. Il non rispetto degli orari, specie per i carrellisti, incide sulla sicurezza. Gli incidenti non mancano". E poi c'è la crisi, dietro alla quale si mascherano altri comportamenti scorretti che finiscono per ripercuotersi ancora una volta sui lavoratori: "Ci sono cooperative che tengono fermi i lavoratori, senza retribuzione. Certo spesso le rotazioni sono condizionate anche dai clienti, e ci sono realtà che cercano di agire correttamente, ma molte lasciano a casa i lavoratori e non li pagano." E verificare, controllare è sempre difficile vista anche la "volatilità" delle coop: "Alcune ogni due anni chiudono, mandano via il personale, e poi riaprono con un altro nome e altri soci" conclude Chiacchio. E' così il gioco al ribasso continua.

1 settembre 2010

Raffaele Castagno

La Repubblica - Parma


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Anche il sindacalista Fulvio di Giorgio (S.I. Cobas) aveva parlato di far west dopo l'omicidio dell'avvocato Pasquale Maglione che pare maturato negli ambienti delle coop sociali facilmente permeabili all'infiltrazione mafiosa:




LA PROTESTA DEI LAVORATORI DEI MAGAZZINI GS-CARREFOUR DI VIA PIEVE EMANUELE A MILANO AL SUPERMERCATO DI ASSAGO



LA TELENOVELA CENTRO COMMERCIALE DEL CASALONE (GR) NON FINISCE

Dopo la Coop anche il Gruppo Etruria Sma fa ricorso al Tar, peraltro già notificato a Comune, Provincia e Regione, per l’annullamento del parere favorevole della Conferenza dei Servizi sul rilascio dell’autorizzazione all’apertura di un centro commerciale al Casalone.


Secondo le società del Gruppo Etruria-Sma l’autorizzazione sarebbe stata data in violazione delle previsioni urbanistiche dell’area, che la variante anticipatrice del novembre 2008 trasformava da commerciale a artigianale e commercio all’ingrosso. «Non possiamo condividere la decisione della Conferenza dei servizi — afferma il direttore generale di Etruria-Sma, Graziano Costantini — presa dopo che le due precedenti conferenze erano state rinviate per carenza di istruttoria in ordine ai presupposti per l’autorizzazione, poi rilasciata».

Costantini ricorda poi come la variante al Piano regolatore abbia destinato a commercio all’ingrosso e zona artigianale l’area in questione, destinazione peraltro non variata successivamente e quindi non idonea al rilascio di autorizzazioni per il commercio al minuto. «La regione — prosegue il direttore generale di Sma — adduce il fatto che nel 2000 il Comune aveva rilasciato concessioni edilizie per la realizzazione di un centro commerciale. Ma come è possibile che quelle concessioni siano ancora valide, dieci anni dopo, considerato che la allora proprietaria del sito aveva rinunciato, su richiesta del Comune, alla realizzazione del centro commerciale, chiedendo poi gli oneri di urbanizzazione ? Com’e’ possibile che un titolo edilizio riesca a superare, derogandola, anche la pianificazione urbanistica di un territorio?». Ma Sma ricorda anche come appaia a dir poco singolare il fatto che il comune di Grosseto già nel 2001 chiedesse con insistenza a Unicoop Tirreno di rinunciare alla realizzazione del centro commerciale perché sussistevano gravi problemi di viabilità e parcheggio.«Come è pensabile — ricorda Costantini — che 10 anni dopo, senza che sia stato realizzato alcun intervento sulla viabilità, il problema non sussista più? Inoltre per rifornire questo centro commerciale sarà necessario far uscire i mezzi da Grosseto Nord, costringendoli ad attraversare tutta la città fino al Casalone. E poi se c’erano problemi di posti auto, con le leggi nazionali, regionali e comunali che nel frattempo hanno raddoppiato gli standard di parcheggio indispensabili per le autorizzazioni ai centri commerciali, come è possibile pensare che oggi quei requisiti siano soddisfatti se già allora erano un problema?».

Oltre a dubbi di legittimità, Costantini esprime anche tutta la propria perplessità riguardo alla presenza di due centri commerciali in una città delle dimensioni di Grosseto, soprattutto in un momento di recessione come quello attuale. «Iin un momento in cui tutti sono concordi nel dire che l’offerta supera largamente la domanda — ricorda il direttore di Sma — è opportuno aumentare l’offerta, anche quando potrebbero non sussistere i requisiti? Noi di Etruria Sma, che siamo sempre stati favorevoli alla concorrenza e che mai ci siamo battuti per evitare aperture di nostri concorrenti su tutto il territorio nel quale operiamo, oggi pensiamo che queste forzature su Grosseto appaiano del tutto incomprensibili. Peraltro nel capoluogo maremmano sono già presenti ben otto insegne della distribuzione alimentare : Coop, Conad, Pam, Sma, Sidis, Penny, Lidl, EuroSpin. Quanti di questi punti vendita riusciranno a rimanere aperti e quanti invece saranno costretti a chiudere, licenziare personale ed impoverire il livello di servizio oggi assicurato ai quartieri? Dovremo tutti andare a fare la spesa con l’auto, anche chi non può? Sono questi i motivi che ci hanno spinto a ricorrere al Tar, a fianco di Unicoop, contro le decisioni che già di per se appaiono sofferte da parte delle autorità competenti».

28agosto 2010

La Nazione