08 marzo 2011

UNICOOP TIRRENO VERSO LA CESSIONE DELL'IPER DI AFRAGOLA

Entro l'anno Unicoop Tirreno cederà l'Ipercoop di Afragola

A rischio un migliaio di posti di lavoro

Unicoop: «Un ramo secco»


La ritirata di Unicoop Tirreno dalla Campania è una cronaca di una fine annunciata. La storia che comincia qualche hanno fa, è stata gestita da Unicoop Tirreno in modo pessimo, con contenziosi con i dipendenti e danni alla propria immagine notevoli. Vano il coinvolgimento di Unicoop Firenze con l'iniziativa del Distretto Tirrenico che doveva investire in Campania e che è stato abbandonato. Ora tocca all'Ipercoop di Afragola.

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Ipercoop addio. Entro l’anno la cessione dell’ipermercato di Afragola. Un ramo secco, o come dichiarano quelli delle relazioni esterne della sede Unicoop Tirreno (il responsabile è la nostra vecchia conoscenza Paolo Bertini - nota blog) di Livorno, «un grosso problema» su cui bisogna riflettere e trovare una soluzione: la vendita, appunto.

Diecimila metri quadrati, che con tutti i servizi annessi e aree di parcheggio vale almeno 180 milioni di euro. Un’altra doccia fredda per il moribondo mercato del lavoro campano, e un futuro davvero nero per gli oltre trecento lavoratori di quello che sembrava il fiore all’occhiello della catena Unicoop Tirreno. Inaugurato dodici anni fa in una zona di Afragola che era solo campagna strappata alle mani della camorra, il megastore aveva fatto da attrattore e volano di sviluppo, richiamando intorno al supermercato altre dieci catene commerciali, un cinema, la libreria Feltrinelli, e una galassia di negozi, che davano e danno ancora lavoro ad altre mille e più persone.

Ora l’ammiraglia del gruppo perde qualcosa come un paio di milioni di euro all’anno, nonostante i due milioni di «calpestii» (termine utilizzato per contare quante persone entrano nel negozio), e il milione tondo di chi invece arriva alle casse. La decisione, non ancora ufficiale, ma da tempo nell’aria ha fatto scattare le prime proteste dei dipendenti. Dieci giorni di agitazione, con la giornata di sabato che ha visto alle casse i capireparto del negozio, per sostituire le cassiere che hanno partecipato a una infuocata assemblea.

«Non riusciamo a comprendere come mai la struttura viene messa in vendita, quando i dati parlano di un contenimento delle perdite», dice Francesca Ragusa, responsabile Rsa Uiltucs: «La direzione dell’azienda è impegnata nello sviluppo di altri punti vendita, e allora la decisione di vendere il megastore di Afragola ci lascia davvero meravigliati». E mentre i sindacati affilano le armi e indicano nella costituzione di un tavolo regionale la ricerca di soluzioni che garantiscano gli attuali livelli occupazionali e una nuova politica per gli ipercentri commerciali, nella cittadella di «Le Porte di Napoli» sale la tensione.

«Questa realtà - dice il titolare di uno degli ottanta negozi della galleria - non è circoscritta al solo commercio. Sotto le luci al neon, nel corso di questi anni si è sviluppata e consolidata una nuova forma di socialità, che all’esterno non avrebbe avuto motivi di essere. Basta venire di pomeriggio per vedere quanti ragazzi si incontrano e trascorrono il tempo libero in un posto dal clima controllato e soprattutto nella massima sicurezza. Quanti di questi avrebbero messo piede in una libreria, se restavano per strada? E quanti avrebbero preso parte a una manifestazione culturale? Ora la ventilata cessione di Ipercoop non solo avrà delle ricadute per l'occupazione, ma creerà un buco culturale e un momento di disgregazione sociale dai risvolti negativi tutti da definire».

Nella cittadella degli ipermercati c'è davvero molta preoccupazione. Gli imprenditori che hanno creduto in questo progetto commerciale temono che con la vendita dell’ipermercato Ipercoop si verifichi una sorta di effetto domino con la chiusura progressiva e inesorabile di tutte le attività che vivono di luce (e reddito) riflessa su quei due milioni di «calpestii». Piedi, e soprattutto portafogli, che andranno da qualche altra parte.

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Afragola. Una storia commerciale iniziata a Piombino circa settanta anni fa nel segno della solidarietà e del non profit. Allora si chiamava Cooperativa di Consumo «La Proletaria», nata fra operai, impiegati ed artigiani. Dopo più di mezzo secolo quella cooperativa proletaria, oggi conta più di ottocentomila soci, seimila e trecento dipendenti, distribuiti in Toscana, Lazio, Umbria e Campania.

«La Proletaria» che oggi si chiama Unicoop Tirreno conta 111 punti vendita, con 36 supermercati, 66 piccoli supermercati e 9 ipermercati, tra i quali quello di Afragola, secondo per estensione solo a quello di Livorno sede della casa madre. Numeri, come dice Paolo Bertini, responsabile delle relazione esterne di Unicoop Tirreno, che collocano la cooperativa, tra i giganti della distribuzione alimentare. Tanti numeri importanti, eppure l’ipermercato di Afragola rischia la cessione.

Perché? «L’ipermercato di Afragola, nell’attuale condizione di mercato, rappresenta un problema». Vuole dire che l’ammiraglia del gruppo è diventata all’improvviso un ramo secco? «No! La realtà è che Afragola e Benevento da qualche anno sono diventati punti critici nell’asset del gruppo». Ipercoop Tirreno, vuole abbandonare la Campania? «No. Abbiamo investito a Napoli, con l’apertura del super store in zona Arenaccia (insieme ad Unicoop Firenze - Nota blog). Solo che per Afragola dobbiamo discutere». Nello specifico? «L’ipotesi è quella della cessione dell’ipermercato di Afragola».

Perché? «La risposta è complessa. A fronte della crisi dei consumi, i cui effetti si sono fatti sentire anche nel nostro gruppo che notoriamente adotta una politica del contenimento dei prezzi. Dopo l’era dell’ipermercato, dove il cliente era abituato a trovare di tutto, dall’alimentare alla batteria dell’auto, ora per restare competitivi bisogna puntare sulla forma del super store. È la nuova strategia. Negozi di tremila metri quadrati, aperti nel centro della città, con il settore alimentare al novanta per cento del movimento. Ne abbiamo aperto uno a Napoli, in zona Arenaccia. Negozi che superano questa superficie, per i tempi che corrono, lavorano in perdita già dal primo giorno».

E il futuro lavorativo dei trecento dipendenti ? «È una questione delicata e forse dolorosa». Dolorosa quanto? «Qualcuno dei dipendenti di Afragola è stato già dirottato in via Arenaccia. Per gli altri bisogna discutere». I sindacati invocano un tavolo regionale. «Potrebbe servire. In situazioni come queste dal confronto a più voci e dalla discussione potrebbero scaturire anche altre soluzioni». Nessuna possibilità di ripensamento sulla decisione di cedere l’ipermercato di Afragola? «Al momento, sembra essere questa l’unica soluzione»


7 marzo 2011

Marco Di Caterino

Il Mattino - Napoli

QUERELLE ESSELUNGA-UNICOOP TIRRENO: LA VERSIONE DI CAPROTTI CONFERMATA DA FRASI RIPORTATE DA IL TIRRENO


Nell'esposto fatto da Esselunga all'Antitrust sono finiti anche numerosi articoli di giornale.

Sono gli articoli del Tirreno che il gruppo di Caprotti aveva già menzionato nella campagna pubblicitaria dell'estate scorsa.



Sergio Costalli



Eravamo stati facili profeti, quando nel luglio scorso, in seguito all'attacco di Caprotti con un annuncio a pagamento sui principali quotidiani contro il comune di Livorno, dove Esselunga non è mai riuscita a sbarcare, avevamo commentato alcune dichiarazioni quantomeno improvvide dell'amministratore delegato di Unicoop Tirreno, Sergio Costalli e del presidente Lami:

Alla faccia della libera concorrenza: «Vi posso assicurare che a Livorno siamo determinati a non lasciare un solo metro quadro alla concorrenza» ( Sergio Costalli, 23 febbraio 2008);

«l'importante è che non si insedi la concorrenza» (ancora Costalli, 21 febbraio 2009)»;

«Livorno è nostra, Coop non molla» (Marco Lami, presidente di Unicoop Tirreno, 20 febbraio 2010).

Dov'era Catricalà, Presidente dell'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, non lo sappiamo, ma sappiamo dove va.

Leggi l'intero articolo

L'ultima non l'abbiamo azzeccata, ma che la cosa arrivasse all'Antitrust era probabile. E così è stato. Del resto dichiarazioni di questo tenore la dicono lunga sull'arroganza e sulle spalle coperte di Unicoop Tirreno nelle sue terre.

Gli articoli di giornale contenenti quelle frasi non potevano passare inosservati all'attento padre padrone di Esselunga. Infatti sono stati depositate all'Antitrust, come Il Tirreno rende noto:

Le frasi prese dal giornale Nell'esposto fatto da Esselunga all'Antitrust sono finiti anche numerosi articoli di giornale. Sono gli articoli del Tirreno che il gruppo di Caprotti aveva già menzionato nella campagna pubblicitaria dell'estate scorsa. Per dimostrare che Unicoop, acquistando il Nuovo Centro, ha pensato solo ad ostacolare la concorrenza vengono citate alcune dichiarazioni rilasciate da dirigenti cooperativi. Come quella di Sergio Costalli, amministratore delegato di Unicoop Tirreno, fatta il 22 febbraio 2008 a margine dell'assemblea dei soci della sezione Coop di Livorno: «Vi posso assicurare che siamo determinati a non lasciare spazio a nessun concorrente in Toscana. A Livorno non lasceremo un solo metro alla concorrenza». O, ancora di Costalli, sul Tirreno del 21 febbraio 2009: «L'importante è che non si insedi la concorrenza». O, infine, quella di Marco Lami, presidente di Unicoop Tirreno sul giornale del 20 febbraio 2010: «Livorno è nostra».


3 marzo 2011

Il Tirreno

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05 marzo 2011

CI SARA' TEMPO FINO AL 31 DICEMBRE PER I RICORSI DEI LAVORATORI CON CONTRATTO A TERMINE SCADUTO



Collegato Lavoro: proroga di un anno, boccata d’ossigeno per i diritti dei lavoratori






E’ slittato al 31 dicembre 2011 il termine per la presentazione dei ricorsi dei lavoratori con contratto a termine scaduto. Per quest’anno, quindi, non si applicherà la norma del cosiddetto Collegato Lavoro che fissava al 23 gennaio i nuovi termini di scadenza dell'impugnazione dei licenziamenti ritenuti illegittimi.

La proroga è giunta a seguito di un emendamento del Partito Democratico, del 9 febbraio, accolto nel decreto ‘Milleproroghe’. Soddisfatta la Cgil che ha osteggiato la legge fin dall’inizio e che ha tentato di mettere in piedi una campagna informativa per rendere nota la questione ai lavoratori. Rosita Galdiero, della Filcams Cgil sannita, e il segretario provinciale Antonio Aprea, hanno spiegato al Quaderno la novità sottolineando, però, come la strada da percorrere sia ancora lunga, in particolare su temi quali l’apprendistato, portato a 15 anni, la conciliazione e l’arbitrato.

Ricostruiamo la questione. La legge 183/2010, varata dal Parlamento il 19 ottobre 2010 ed entrata in vigore il 24 novembre, stabiliva un nuovo regime di impugnazione del contratto a termine. Prima non era previsto un limite di tempo, vigeva solo l’obbligo di far valere i propri diritti con un atto scritto entro 60 giorni dalla scadenza. L’articolo 32, inoltre, prevedeva la cosiddetta ‘retroattività’. Era applicabile, dunque, anche ai contratti scaduti al momento dell’entrata in vigore della legge. Come detto ora il termine c'è, ma è stato prorogato a tutto il 2011.

“Si tratta di un primo, piccolo traguardo raggiunto – ha detto la Galdiero -. I lavoratori con contratti precari di somministrazione, a progetto, a tempo determinato, vedono aperto un ulteriore spiraglio. Questa conquista viene fuori da una serie di mobilitazioni messe in campo dalla Cgil, da subito contraria al Collegato Lavoro, su tutto il territorio nazionale. Dobbiamo raggiungere, però, tanti altri obiettivi”.
Nel frattempo, la camera del Lavoro di Benevento ha raccolto circa 900 domande di impugnazione del provvedimento. “Al Governo e alle aziende – ha aggiunto la sindacalista - sono arrivati migliaia di ricorsi e così, per poter decidere quale percorso seguire, hanno deciso di sospendere per un po’ la questione, anche tenendo conto che, il 28 gennaio scorso, la Corte di Cassazione ha rinviato alla Corte Costituzionale alcune norme contenute nel pacchetto Collegato Lavoro. Ci sono, infatti, seri dubbi di costituzionalità. Probabilmente quindi ci sarà una pronuncia in tal senso ma, visti i tempi lunghi della giustizia, noi continuiamo a mobilitarci e a stare in allarme. L’anno prossimo, infatti, non sappiamo cosa potrà accadere”.

“Ci sono migliaia di lavoratori – ha aggiunto Aprea – ormai divenuti così specializzati nei loro settori che rimpiazzarli sarebbe stata una tragedia. Lo stesso Governo, grazie all’opposizione parlamentare e alla Cgil, pare aver compreso il problema. Da qui la decisione di spostare il termine di scadenza”.
Il segretario ha quindi lanciato un appello ai dipendenti affinché ritornino presso la sede del sindacato anche per avere ulteriori informazioni in merito a cosa fare: “E’ una situazione intricata e va affrontata con le categorie dei lavoratori. Il Governo, per di più, ha messo in campo numerosi tagli e l’occupazione, specialmente, sul nostro territorio è fortemente a rischio con migliaia di persone in condizioni precarie”.
Se una piccola vittoria c’è stata ancora molti, dunque, sono i contenuti della legge osteggiati dal sindacato. In primo luogo, la possibilità di svolgere, a soli 15 anni, l'apprendistato in azienda con 400 ore di formazione. In tal modo, viene abbassato di un anno il tetto dell’obbligo scolastico. Tale tetto è stato oggetto di varie modifiche legislative, susseguitesi nel tempo. Le ultime nel 2007, quando si stabilì che l’istruzione impartita doveva essere impartita per almeno dieci anni, con la precisazione che “l’età per l’accesso al lavoro era elevata da quindici a sedici anni”. Nella legge si prevedeva che i giovani, conseguito il diploma di scuola secondaria inferiore, potessero iscriversi a corsi di formazione professionale delle Regioni. La manovra estiva 2008 intervenne nuovamente allargando il campo dei possibili percorsi di formazione con cui assolvere l’obbligo di istruzione a tutta la formazione professionale, dai periti industriali alla scuola per diventare parrucchiera. Oggi il Collegato Lavoro, invece, permette a un giovane di entrare in azienda abbandonando i banchi di scuola o dei suddetti corsi.

Ci sono poi le discusse norme sulla conciliazione e l’arbitrato. In materia di controversie individuali di lavoro, il tentativo di conciliazione, prima obbligatorio, diventa ora una fase eventuale. In più sono stati introdotti mezzi per la loro ricomposizione alternativi al ricorso al giudice. La Commissione di conciliazione, se le parti non raggiungono un accordo, formulerà una sua proposta con una procedura complessa. Le nuove disposizioni, in definitiva, fanno propendere per evitare di esperire il tentativo, ormai a svantaggio del lavoratore.

La disciplina contempla anche altre forme di arbitrato. Prevista è la possibilità per il lavoratore - all’atto dell’assunzione e non prima della conclusione del periodo di prova (dopo 30 giorni dalla stipulazione del contratto di lavoro) - di decidere se ricorrere a un collegio di arbitri in caso di future controversie, con esclusione del licenziamento per il quale resta obbligatorio fare appello al giudice ordinario.
”La Cgil – ha concluso la Galdiero - va avanti in questa battaglia e continuerà la campagna d'informazione dando risposte ai lavoratori che si sono rivolti alle nostre sedi. Penso anche ai precari della scuola. Sono convinta che mobilitarsi e informarsi paga rispetto ai diritti di cui questo Governo ci vuole privare. Tali temi sono cari alla nostra organizzazione, ma soprattutto riguardano i lavoratori, in questo momento più deboli perché precari. Credo che se continueremo così, con la mobilitazione, l’informazione e la comunicazione, molto probabilmente il Governo dovrà sedersi anche con la Cgil per discutere il prosieguo della vigenza della normativa che noi amiamo definire ‘brucia diritti’ dei lavoratori”.

Il Disegno di Legge, in questione, costituito da 50 norme, era stato inizialmente presentato nel luglio 2008 quale Collegato alla Legge Finanziaria per il 2009, ma fin da subito aveva avuto un iter parlamentare complesso a causa della sua eterogeneità. L’accelerazione finale c’è stata all’inizio del 2010 con l’approvazione del testo proposto alla firma del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Quest’ultimo, però, il 31 marzo lo ha rinviato alle Camere. Iniziato il riesame alla fine il provvedimento è diventato legge.


4 marzo 2011

Grazia Palmieri


Il Quaderno.it


03 marzo 2011

ESSELUNGA: ANTITRUST APRE DUE ISTRUTTORIE CONTRO COOP

Contestato alle due Coop l'abuso di









L'Antitrust ha deciso di avviare due istruttorie nei confronti di e per possibile dominante, in seguito alla segnalazione della Esselunga secondo cui Coop Estense avrebbe ingiustificatamente condizionato, con atti ostruzionistici e dilatori, l'iter amministrativo per il rilascio delle autorizzazioni all'avvio di attivita' commerciali, impedendo o ritardando in modo significativo l'espansione del gruppo di nel settore degli ipermercati e supermercati nella provincia di Modena. Inoltre, Unicoop Tirreno avrebbe ostacolato l'ingresso di Esselunga nella distribuzione moderna di e non alimentari di largo e generale consumo a Livorno, frapponendosi all'acquisto dell'unico terreno ancora disponibile per l'apertura di un grande supermercato nel Comune di Livorno.

Nel luglio 2010 con vari articoli e pubblicita' sulla stampa, Esselunga aveva denunciato presunti comportamenti anticoncorrenziali messi in atto dal gruppo Coop per ostacolare l'espansione del gruppo di Caprotti in provincia di Modena e, in un secondo tempo, anche in provincia di Livorno. In particolare, Esselunga aveva denunciato un presunto patto occulto fra la Coop Estense e il comune di Modena che mirava, secondo Caprotti, a impedire la costruzione di un supermercato nel centro della citta' emiliana, mai realizzato per mancanza dei permessi.

Il lotto, acquistato dal gruppo di Caprotti nel 2000 a fronte di un piano di riqualificazione urbana che ne prevedeva l'edificabilita', confinava con un terreno acquisito da Coop l'anno successivo e vista la coesistenza di due operatori a pochi metri di distanza, il comune di Modena avrebbe fatto pressioni sulle parti per convincerle ad accordarsi. Dopo nove anni in cui Coop ed Esselunga non hanno mai trovato un punto d'incontro, il Comune di Modena ha deciso di modificare la destinazione d'uso e l'area e' passata da commerciale a residenziale e quindi non sara' piu' possibile costruire un supermercato.

Un altro caso che ha contrapposto Esselunga alle imprese aderenti alla Legacoop e' avvenuto a Livorno sempre l'anno scorso. Unicoop, dopo due anni di trattative, avrebbe influenzato e convinto la famiglia Fremura a venderle un terreno per la costruzione di un , nonostante Esselunga avesse offerto una cifra piu' alta.

02 marzo 2011

IPERCOOP TROPPI PART TIME. IL 70% VIVE CON 800 EURO

Tra i sindacati e l’azienda braccio di ferro sulla contrattazione. Chiarezza sulle aperture domenicali: "Pasqua non si tocca"



Livorno, 1 marzo 2011 - IL 70% dei lavoratori dell’Ipercoop sono part-time. E’ un rapporto di lavoro a tempo parziale che prevede un orario ridotto rispetto a quello «pieno» stabilito dal contratto nazionale. «Si tratta comunque di un lavoro fisso ed anche sicuro — dice il sindacalista della Cgil Franco Franceschini — di quelli che più sicuri non si può. Ma in questo momento, sulla contrattazione è difficile fare previsioni, la partita è piuttosto complicata».

Sono anni ormai che i sindacati all’interno dell’Ipercoop portano avanti una battaglia per la tipologia dei contratti. perchè part-time significa uno stipendio da 700-800 euro al mese. E la decisione presa già lo scorso anno di estendere le aperture domenicali a due volte al mese non è stata particolarmente gradita da chi tra l’altro non trova grandi benefici nella busta paga. Si parla di un compenso di circa 10 euro a domenica, un po’ poco per far anadare i dipendenti a lavoro nel giorno di festa. Ecco che sabato scorso la rabbia del personale è esplosa con lo sciopero che ha costretto l’Ipercoop ad abbassare le saracinesce. Ripercussioni anche sui negozi della galleria Fonti del Corallo che hanno incassato ben poco, trascinati dall’effetto dello sciopero dell’ipermercato.

«C’è stata una grande confusione su questa storia delle aperture domenicali — continua Franceschini — perché rispetto allo scorso anno non è cambiato niente. C’è solo una diversa ricaduta dei giorni festivi nell’arco della settimana». E nel mirino anche il 24 aprile, Pasqua, l’ultima domenica del mese: «Figuriamoci se si lavora per Pasqua — dice con ironica il sindacalista — non mettiamo in giro voci assurde. Non ci sono problemi da questo punto di vista».

CI SONO INVECE problemi sul fronte contrattuale perché se da una parte la Coop chiede aumento di produttività e migliori risultati al personale, dall’altro i sindacati mettono sulla bilancia contratti a tempo indeterminato. «E’ una lunga battaglia — ricorda Franceschini — tutta interna all’Ipercoop dove lavorano 380 persone. Fra interinali, contratti a tempo determinato e part-time». I sindacati — la parte del leone la fanno i Cobas, poi la Cgil — cercano di alzare l’asticella con l’azienda che deve comunque confrontarsi con un sistema complessivo di ipermercati, da Livorno a Benevento.

A RENDERE ancora più complicata la posizione dei lavoratori nel settore del commercio, la firma — avvenuta sabato scorso — del contratto nazionale della categoria. Cisl e Uil hanno firmato, la Cgil no. «Il Contratto della cooperazione non è uguale a quello del commercio — spiega Franceschini — ma comunque molto simile. Quindi questa spaccatura che si è determinata all’interno dei sindacati sul commercio potrebbe avere ripercussioni anche su quello della cooperazione. Staremo a vedere».


1 marzo 2011

Michela Berti

La Nazione


CONTRATTO TERZIARIO, USB: APPLICATA LA PEGGIORE RICETTA STILE MARCHIONNE

AI LAVORATORI E LAVORATRICI COMMERCIO TERZIARIO DISTRIBUZIONE E SERVIZI
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RINNOVO DEL CONTRATTO NAZIONALE

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CISL E UIL FIRMANO UN ACCORDO VERGOGNOSO E INACCETTABILE

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APPLICATA LA PEGGIORE RICETTA STILE MARCHIONNE

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Sabato 26 febbraio, CISL e UIL hanno firmato con la Confcommercio, l’accordo di rinnovo del CCNL: si tratta di un accordo vergognoso che recepisce il peggio della “ricetta Marchionne” e del Collegato Lavoro.

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In cambio di aumenti ridicoli in 3 anni (86 euro lordi) si concedono deroghe peggiorative al contratto nazionale e modifiche insostenibili a diritti come per il pagamento della malattia. Ecco i principali punti dell’accordo:

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- previste deroghe peggiorative al contratto nazionale per gli accordi di secondo livello (territoriale o aziendali) mentre la stessa contrattazione decentrata è svuotata per le possibili modifiche “migliorative”;

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- NESSUN PAGAMENTO DELLA MALATTIA: nei primi tre giorni di ogni malattia, è previsto il pagamento al 100% solo per le prime due malattie all’anno, poi per la 3° e la 4° malattia l’azienda paga solo il 50%, e dalla 5° malattia in poi: zero retribuzione per tutti e tre i giorni (sono escluse solo le malattie superiori a 11 giorni); si prevede la totale “fuoriuscita” dall’assicurazione INPS per le malattie;

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- si introducono le norme del collegato lavoro su certificazione dei contratti e sull’arbitrato (forme di ricatto e di rinuncia dei lavoratori ai diritti di legge e contrattuali);

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- il monte ore dei permessi individuali sono legati all’anzianità di servizio; si incrementa il sistema degli enti bilaterali (padroni-sindacato); contratti part-time di 8 ore settimanali per i fine settimana; aumento dei periodi di prova; lavoro domenicale per il 30% delle domeniche autorizzate a livello locale; frammentazione del CCNL in parti speciali e sotto settori (commercio, servizi, auto, telecomunicazioni); tregua sindacale (cioè divieto di sciopero) proprio durante le trattative sindacali;

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AUMENTI: oltre alla perdite salariali per malattia, l’accordo prevede questa miseria di “aumenti” (LORDI) che non tengono conto neppure dell’inflazione reale.

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La CGIL non ha firmato questa totale svendita dei diritti, dichiarandosi a favore di un referendum consultivo tra i lavoratori del settore: come USB riteniamo che un accordo di questo genere sia comunque INACCETTABILE e che la GRAVITA’ dei contenuti deve trovare da parte sindacale e da parte dei lavoratori una opposizione netta e chiara.
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E’ UN ATTACCO GRAVISSIMO AI DIRITTI DEI LAVORATORI

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AL DIRITTO ALLA MALATTIA, AL CONTRATTO NAZIONALE, AL DIRITTO DI SCIOPERO

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RISPONDIAMO CON LA MASSIMA PARTECIPAZIONE ALLO

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sciopero generale del 11 marzo

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manifestazione nazionale a Roma - P.zza della Repubblica ore 9.30


USB - Unione sindacale di base


28 febbraio 2011

TRATTATIVA CONTRATTO NAZIONALE DELLE COOPERATIVE

Momento molto importante per i dipendenti delle Coop di consumo, in particolare per quelli di Unicoop Firenze. Sono in corso le trattative per il rinnovo del CCNL e del contratto integrativo aziendale.

La nostra storia ci insegna che i punti del contratto di riferimento che precede il nostro, quello del Terziario, vengono ripresi abbastanza fedelmente e riportati nel Contratto Nazionale delle Cooperative di Consumo.

Sappiamo che il CCNL del Terziario è stato firmato sabato scorso e sappiamo che esso introduce degli elementi molto negativi, fino ad intaccare diritti veri e propri come quello del periodo di malattia retribuita. Il contratto è stato firmato dalle confederazioni filogovernative (Cisl, Uil, Ugl) ormai interessate solo a isolare la Cgil la quale non poteva firmare e non ha firmato questo contratto dopo aver appoggiato ob torto collo la battaglia della Fiom a Mirafiori.

Ora tocca al contratto della Distribuzione Cooperativa. La posizione storicamente amichevole di Filcams-Cgil rispetto alle Coop mette senz'altro questa organizzazione in difficoltà. D'altra parte Coop pretende di avere un contratto che la metta sullo stesso piano dei competitor che hanno appena firmato il contratto del Terziario e in questo troverà buona sponda nei sindacati filogovernativi.

La nostra nota:

Il 21 e 22 febbraio scorso si è tenuto il confronto fra Ancc-LegaCoop, Federconsumo-Confcooperative, Agci e Filcams-Cgil, Fisascat-Cisl e Uiltucs-Uil finalizzato a ricercare un’intesa per il rinnovo del contratto collettivo nazionale di lavoro per i dipendenti da imprese della distribuzione cooperativa scaduto il 31 dicembre dell’anno scorso.
Ecco come ne da conto una fonte Cisl.

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Nel corso delle due giornate di negoziato sono stati affrontati temi quali l’orario di lavoro, il part-time ed il differenziale di costo fra il contratto collettivo nazionale di lavoro della distribuzione cooperativa e quello del terziario, distribuzione e servizi.

In relazione all’orario di lavoro, le associazioni nazionali delle imprese cooperative hanno illustrato un progetto di profonda modificazione dell’attuale articolato contrattuale; nello specifico, in relazione all’articolo 101 del vigente CCNL, recante regole in tema di distribuzione dell’orario, hanno proposto di cancellare il riferimento al confronto finalizzato ad intesa con le RSU/RSA per stabilire i criteri di attuazione della stessa distribuzione oraria, in quanto la procedura formalizzata nell’articolo, a giudizio delle nostre controparti, “ingesserebbe le ordinarie modalità gestionali” e si configurerebbe come “una sorta di incondizionata possibilità per i delegati sindacali di esercitare un diritto di veto perenne”.

Analoga proposta, volta ad ottenere il superamento del “confronto finalizzato ad intese”, le associazioni ci hanno rivolto per l’articolo 102 in tema di flessibilità d’orario, per l’identica motivazione suesposta in riferimento alla distribuzione dell’orario: l’eccesso di macchinosità della procedura, “troppo spesso utilizzata al solo fine di non decidere”.

In riferimento all’articolo 103, dedicato agli accordi aziendali sui regimi flessibili di orario, la volontà datoriale di “sgravarsi da precetti ritenuti anacronistici” si è spinta sino alla richiesta di cancellare l’indicazione dei vincoli attualmente previsti sull’orario massimo di lavoro; nello specifico, l’attuale testo dell’articolo, al comma 1, prevede che “Nell’ambito del secondo livello di contrattazione, per far fronte alle variazioni dell’intensità lavorativa, le parti potranno realizzare accordi sul seguente regime di orario con il limite di seguito previsto: superamento dell’orario contrattuale in particolari periodi dell’anno sino al limite di 44 ore settimanali per un massimo di 24 settimane”. Praticamente, la richiesta delle associazioni datoriali è di non avere alcun limite massimo, né in relazione all’orario settimanale lavorabile, né rispetto all’indicazione delle settimane nelle quali é possibile superare l’orario contrattuale.

In argomento di banca delle ore, prevista dall'articolo 105, le nostre controparti hanno definito lo strumento pressoché "inutile, poiché del tutto inutilizzato dalla sua introduzione, non corrispondente al gradimento di imprese e lavoratori...", quindi da cassare definitivamente.

Il riposo giornaliero (articolo 115), sempre a detta delle associazioni datoriali, dovrebbe essere "ritoccato", prevedendo una deroga allo stacco minimo di 11 ore consecutive previste dal decreto-legislativo 66/2003, oltre che per l'ipotesi di cambio turno, già contemplata dal vigente CCNL, anche per necessità connesse ad esigenze particolari di servizio quali inventario, picchi di vendita, ecc.

Anche rispetto al contratto di lavoro a tempo parziale (articolo 89 e seguenti) le richieste datoriali sono state diverse e volte a realizzare una semplificazione dell'utilizzo della forma contrattuale da parte delle imprese.

In particolare, in relazione all'articolo 92, in tema di forme e contenuto del rapporto di lavoro part-time, ci é stato, di fatto, proposto di generalizzare la possibilità di fare ricorso all'instaurazione di rapporti di lavoro di 16 ore settimanali (attualmente previsti unicamente per i giovani studenti e i lavoratori occupati a tempo parziale con altri datori di lavoro, in occasione di giornate festive e precedenti l'e festività).

Di contro, la richiesta di aumentare le ore per il part-time, presente in tutte e tre le piattaforme rivendicative delle OO.SS., é stata liquidata con una generica disponibilità ad affrontare il tema, senza offrire elemento alcuno di merito da approfondire e valutare.

Le differenze di costo, infine, sono state trattate – da parte delle nostre controparti - unicamente elencando gli istituti contrattuali per i quali si evidenzierebbe una netta diversità fra i due CCNL, allo scopo di far emergere il preteso svantaggio competitivo (in termini di maggior costo del lavoro sopportato) che affliggerebbe le cooperative rispetto alle concorrenti operanti nell'ambito della grande distribuzione organizzata.

Nell'elencazione delle richieste delle nostre controparti, l'auspicato (dalle associazioni) superamento del confronto finalizzato ad intese é stato, come già scritto, l'argomento ricorrente e l'oggetto delle "lamentazioni" ripetutamente spese e, in un certo senso, enfatizzate.

Per parte nostra, abbiamo manifestato una riserva in ordine al troppo lamentato scompenso competitivo che le coop sconterebbero per effetto di un costo del lavoro eccessivamente oneroso rispetto ad altri soggetti imprenditoriali; al fine di compiere una ricognizione fedele ed affidabile circa il costo del lavoro, occorrerebbe, a nostro modesto avviso, tenere in debito conto anche l'incidenza dei contributi: questo abbiamo sostenuto in trattativa, risultandoci inferiore di più di due punti percentuali il carico contributivo gravante sulle coop rispetto al (grosso della ) concorrenza.

In ordine al part-time, abbiamo manifestato perplessità in ordine alla generalizzazione del rapporto di lavoro a 16 ore settimanali, per l'indubbio impatto, in termini negativi, che lo stesso giocherebbe sulla previsione in materia di durata minima (20 ore settimanali) del contratto di lavoro a tempo parziale; ci siamo dichiarati disponibili a valutare la possibilità di introdurre forme sperimentali di orario parziale per accrescere, nei periodi di più intensa attività, la durata media dell'orario di lavoro, soprattutto dei lavoratori con 20 ore settimanali; abbiamo esternato la nostra richiesta, infine, per far sì che l'anzidetta sperimentazione non si traduca in una penalizzazione delle garanzie, soprattutto in termini di trattamento retributivo, assicurate dalle clausole elastiche.

Relativamente all’orario, come Fisascat-Cisl, abbiamo ribadito che qualsivoglia riforma dell’articolato contrattuale dovrà prevedere termini chiari rispetto alla durata massima giornaliera, settimanale e mensile dell’orario di lavoro, nonché le forme e le procedure per condividere, al ricorrere di prestabilite circostanze, specifiche deroghe alle norme generali.

Infine, le associazioni datoriali hanno manifestato la volontà di sottoporci, in occasione dei prossimi incontri negoziali, una riformulazione delle previsioni contrattuali in materia di trattamento economico per i periodi di malattia sulla base di quanto sarà pattuito nel rinnovo del CCN Confcommercio.

Il tavolo é stato aggiornato per i giorni 21 (dalle ore 15:00) e 22 marzo p.v.; un'ulteriore occasione di confronto negoziale é stata, infine, prevista per i giorni 28 (sempre dalle ore 15:00) e 29 marzo.


28 febbraio 2010

Fonte Cisl

27 febbraio 2011

SCIOPERO IPERCOOP LIVORNO, ADESIONE TOTALE E IPERMERCATO CHIUSO


Adesione pressoché totale dei lavoratori dell'Ipercoop di Porta a Terra allo sciopero indetto dalla Rsu per sabato 26 febbraio, con la conseguenza che la saracinesca è rimasta abbassata per tutto il giorno.


Lo sciopero era stato indetto il giorno precedente su mandato delle assemblee dei lavoratori che mercoledì avevano giudicato insufficienti ed inadeguate le risposte dell'azienda alle richieste della Rappresentanza Sindacale Unitaria.
Una trattativa lunga che aveva ad oggetto una serie di questioni, e che ha trovato un epilogo negativo nella giornata di martedì 22, quando la Rsu ha dovuto registrare l'insoddisfacente risposta dell'azienda.

Ma andiamo con ordine. La Rappresentanza Sindacale Unitaria (ben sincronizzata e concorde tra le sue diverse componenti, a differenza di un passato dove soprattutto fra il sindacato di base USB e la CGIL c'erano stati degli attriti) aveva posto all'attenzione dell'azienda alcune tematiche relative a problemi storici dell'ipermercato: tra questi il bacino dei precari da stabilizzare, le poche ore di lavoro dei numerosissimi part-time, le professionalità e gli adeguati inquadramenti contrattuali da riconoscere, la necessità di intervenire quantomeno nella rotazione sulle domeniche e sui festivi, visto anche che i dipendenti dell'ipermercato risentono di una diversità salariale nei confronti dei loro colleghi dei supermercati Unicoop Tirreno dove la maggiorazione del lavoro domenicale e festivo è migliore.

A rafforzare e legittimare queste richieste la comunicazione aziendale alla Rsu che per il 2011 gli obiettivi di vendite e produttività dell'ipermercato sarebbero stati più sfidanti (in sostanza vendere di più con meno ore di lavoro a disposizione per i dipendenti) e che le aperture domenicali e festive sarebbero aumentate ulteriormente arrivando a 28 (fino al 2009 erano 18). Non solo, l'azienda aveva anche dichiarato l'intenzione di introdurre una forma di verticalità oraria per i part-time, fino ad oggi utilizzata solo a tempo determinato e che invece verrebbe definitivamente "sdoganata" a tempo indeterminato. Un'idea avversata dalla Rsu in quanto impattante sul già difficile rapporto salario/tempi di vita dei lavoratori.
Il dialogo si è snodato nei mesi di gennaio e febbraio attraverso diversi incontri, senza portare gli avanzamenti sperati. Di qui le assemblee e l'indizione di sciopero della Rsu, unanime tra le diverse sigle sindacali, volto a riaprire la trattativa su altre basi di dialogo.

Nella giornata di venerdì l'azienda ha diffuso un comunicato ai lavoratori con cui lo sciopero veniva attaccato senza mezzi termini, tanto da indurre la Rsu a replicare immediatamente per riportare la corretta informazione.
E così è successo anche il giorno dopo quando, a chiusura accertata per la presenza di un numero minimo di dipendenti al lavoro, la Direzione ha affisso un pesante comunicato per i clienti sulla saracinesca abbassata con cui lo sciopero veniva definito "fatto in casa (??) da parte delle sigle sindacali presenti nell'ipermercato" e con altre frasi molto dure, fra cui addirittura un solenne "Non esiste in Italia un caso simile"...

Da registrare che per tutta la giornata il piazzale antistante l'ingresso dipendenti è stato presidiato dai lavoratori, che a decine e decine anche con le famiglie hanno voluto dare dimostrazione che per loro non era un giorno per "fare festa" ma invece un giorno di protesta. Forte la voglia di partecipare attivamente, e forte anche la rabbia per il comunicato aziendale che in sostanza tratta 400 lavoratori come persone incapaci di valutare lucidamente sulle ragioni di uno sciopero e di conseguenza aderirvi.

Fin qui la cronaca dei fatti. In conclusione invece una nostra riflessione rivolta agli scioperanti.
Al fatto che si tratta di un caso unico in Italia come dice l'azienda non ci crediamo. In quella frase studiata c'è un'accezione volta quasi a farvi vergognare. Ma se anche per assurdo fosse veramente che non esistono casi simili al vostro, andatene fieri di questa vostra unicità. Altro che vergognarvi. "Chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso".


26 febbraio 2011

(red.)

Senza Soste.it


UBS Ipercoop livorno

RINNOVATO IL CONTRATTO DEL TERZIARIO. CGIL NON FIRMA

Come per il precedente rinnovo del contratto del Terziario, la Filcams-Cgil non firma (per ora) e le ragioni ci stanno tutte.
Si ricorderà però che Filcams firmò in un secondo momento tra critiche interne e sberleffi di Cisl e Uil.

La deriva governativa delle altre due organizzazioni che ottengono una tetra visibilità solo se fanno accordi contro i lavoratori (vedi Fiat) ormai è palesemente orientata ad isolare la Cgil.

Ricordiamoci però che la Filcams non è la Fiom e Martini è lontano da Landini quanto la Terra da Giove.
Vediamo ora cosa succederà nel Contratto Nazionale Coop e negli integrativi (Coop Estense, Unicoop Firenze) le cui trattative sono in corso, per testare la coerenza di Cgil-Filcams che in passato non è stata così granitica.

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La Filcams Cgil non ha sottoscritto l’ipotesi di accordo per il rinnovo del
Contratto Nazionale del Terziario Distribuzione Servizi


Dichiarazione di Franco Martini segretario generale


"La Filcams-Cgil non ha sottoscritto l’ipotesi di accordo per il rinnovo del Contratto Nazionale del Terziario Distribuzione Servizi, innanzitutto, per il fatto che l’intesa recepisce pienamente l’accordo separato del 22 gennaio 2009, sulla riforma del modello contrattuale.
Oltre all’assunzione dell’Ipca, quale meccanismo di calcolo degli incrementi salariali, infatti, viene introdotto l’istituto delle deroghe, attraverso il quale la funzione del Ccnl viene indebolita.
Inoltre, l’ipotesi sottoscritta assume i contenuti del collegato sul lavoro, sul quale la Cgil ha espresso analogo dissenso, a partire dalla certificazione.

Ma l’ipotesi di accordo contiene altri punti negativi, come quello relativo alla malattia, che prevede la fuoriuscita dall’Inps, attraverso il pagamento diretto da parte delle aziende ed il peggioramento della normativa sul pagamento dei primi tre giorni.
La stessa contrattazione di secondo livello esce ridotta e fortemente condizionata dalle deroghe, smentendo quello che era l’obiettivo primario dell’accordo separato sulla riforma del modello contrattuale.

Nel complesso, è un accordo che risente indubbiamente della crisi del settore, ma che scarica sul lavoro il suo costo principale, quando, al contrario, la crisi stessa richiederebbe un forte investimento qualitativo sul fattore umano.
Al tempo stesso, è un accordo che importa nella categoria del terziario, le tensioni che da tempo caratterizzano il quadro sindacale e che avevano fino ad oggi risparmiato il settore.

La Filcams-Cgil chiederà adesso alle altre organizzazioni sindacali di sottoporre alla consultazione delle lavoratrici e dei lavoratori interessati l’ipotesi di accordo, all’esito della quale si riterrà vincolata. Questa prova democratica sarebbe il più importante contributo ad evitare il deterioramento di una esperienza unitaria, che in questo settore ha consentito la realizzazione di importanti risultati sindacali."


26 febbraio 2011


FILCAMS-Cgil
Federazione lavoratori

commercio turismo servizi



QUALI ERANO LE RICHIESTE DI CONFCOMMERCIO




25 febbraio 2011

SCIOPERO ALL'IPERCOOP DI LIVORNO SULLA TRATTATIVA APERTURE DOMENICALI E FESTIVE

Fallimento trattativa su aperture domenicali e festive

Sciopero all'Ipercoop di Livorno
sabato, 26 febbraio 2011



Come Rappresentanza Sindacale Unitaria dell’Ipermercato Coop di Porta a Terra a Livorno abbiamo indetto uno sciopero per tutta la giornata lavorativa di sabato 26 febbraio 2011.

Alla base di questa decisione risiede la rottura della trattativa con l’azienda su varie questioni, tra cui quella delle aperture domenicali e festive per l’anno 2011.

Dopo la sperimentalità per il 2010 sull’aumento delle aperture domenicali rispetto all’anno precedente, ai lavoratori viene chiesto per il 2011 un ulteriore incremento di queste date di lavoro festivo (retribuite con una maggiorazione salariale minima e assolutamente inadeguata).

L’azienda sostiene che il lavoro domenicale è positivo perché “crea occupazione”, ma nei numerosi incontri svolti con la Rsu fra gennaio e febbraio queste risposte occupazionali non sono mai arrivate, tanto da indurci prima a confrontarci con i lavoratori in assemblea e poi ad indire questa data di sciopero tramite la quale chiediamo che l’azienda riapra il tavolo di confronto.

L’aumento delle aperture domenicali tra l’altro è solo uno degli aspetti dibattuti con l’azienda, visto che oggetto della protesta è anche in senso più ampio una riorganizzazione aziendale che attacca i tempi di vita dei lavoratori con richieste di orari più flessibili e non dà risposte né al bacino di precari di lungo corso presenti nel nostro ipermercato, né alla lunghissima schiera di dipendenti con contratti part-time che attendono un aumento delle loro ore di lavoro e quindi del salario, né ai lavoratori che aspettano da tempo di vedere riconosciute le loro professionalità.

Volantino sciopero

UBS Ipercoop livorno


25 febbraio 2010

La Rsu dell'Ipercoop di Livorno


CONTRATTI IN CORSO: NO NEWS, BAD NEWS

Si stanno svolgendo le trattative più importanti per i dipendenti di Unicoop Firenze. Entro marzo si dovrebbero concludere quelle relative al contratto integrativo, mentre sono in corso quelle sul contratto nazionale.

Quello che accomuna le due trattative è la pochezza di informazioni e quelle poche che filtrano sono pessime.
Ricordiamo che ufficialmente nella trattativa per l'integrativo pare che il tema dei magazzini non sia stato ancora affrontato.

Per quanto riguarda i nostro contratto nazionale, qualche idea possiamo farcela seguendo il contratto del commercio che notoriamente precede il nostro e del quale il nostro CCNL è praticamente una fotocopia.

Le richieste della CONFCOMMERCIO sui temi affrontati

Malattia e assenteismo:
la Confcommercio chiede la possibilità, per le aziende che vogliono farlo di farsi carico completamente del pagamento della malattia e di uscire dal meccanismo INPS del versamento contributivo del 2,44% e
Per contrastare l’assenteismo la proposta è di pagare al 100% i primi tre giorni per due eventi di malattia, al 50% il terzo evento di malattia e non pagare più la carenza per i successivi eventi, fermo restando l’attuale periodo di comporto.
Integra la proposta, la volontà di dare maggiore tutela alle malattie invalidanti-

Mercato del lavoro:
la Confcommercio ribadisce la richiesta del Part time week end 16 ore e il PT di 8 ore per studenti, di sabato o di domenica.

Periodo di prova:
alla richiesta di allungamento di 30 giorni per tutti i livelli con esclusione del 1° liv. come mezzo utile a migliorare la stabilizzazione dei contratti può essere legata una rispondente riduzione del periodo di preavviso in caso di dimissioni del lavoratore.

Lavoro domenicale:
la Confcommercio ha proposto l’inserimento di un numero fisso di domeniche lavorative (25) in sostituzione della precedente percentuale (30% art. 141 del CCNL)

Orario di lavoro:
Modificando la proposta precedente, la Confcommercio ha chiesto di mantenere stabili le ferie e di estendere, a tutti i nuovi assunti, la disciplina prevista nell’apprendistato per la maturazione dei permessi.

Contrattazione di secondo livello:
L’impianto proposto prevede che il contratto nazionale mantenga, in maniera inderogabile, una serie di diritti indisponibili: i minimi tabellari, la base di calcolo, il numero delle ferie, i Rol per 32 ore (ex festività).
Dalla contrattazione di II livello devono essere esclusi: permessi retribuiti, premi fissi, quote Covelco, costi bilateralità, monte ferie, indennità fisse limitatamente a quelle già disciplinate dal CCNL. Sulle restanti materie è possibile discutere con ogni modalità anche quella derogatoria. Poi è possibile introdurre una casistica di ipotesi di sospensiva temporanea degli istituti del CCNL.

31 gennaio 2011

CCNL Tds Confcommercio - Esito incontri gennaio 2011

UNICOOP TIRRENO, BUCO DA 9 MILIONI IN CAMPANIA

La cooperativa deve far fronte all'enorme buco (pari a 9 milioni) della gestione dei supermercati della Campania, che fanno precipitare ad un meno 3,5 milioni l'intero risultato consolidato del gruppo


Il pareggio è atteso solo per il 2012


PIOMBINO. In un anno i soci Unicoop Tirreno sono aumentati di 24mila 800 unità, passando da 845mila 400 del 2009 agli 870mila 200 di 2010. Un dato che dimostra quanto l'ex Proletaria sia un'azienda in continua espansione, capace di radicarsi sui territori, dove è presente con i suoi punti vendita (in Toscana, Lazio, Umbria e Campania).

E' il dato più significativo del bilancio preventivo 2011, approvato ieri pomeriggio dai numerosi soci presenti all'assemblea al Metropolitan. I responsabili commerciali della Coop di Vignale Riotorto, Paolo Turrini, direttore sviluppo, Massimo Fazzini, dell'area commerciale, Alessandro Pileri, della rete supermercati e Marco Matteucci, responsabile dell'area soci, hanno illustrato nei dettagli le azioni di sviluppo che la Coop ha intenzione di portare avanti quest'anno.

Al primo posto c'è la tutela delle vendite: si punta ad un aumento contenuto, l'1,41% in più, basato su una serie di promozioni di prodotti a marchio (soprattutto alimentari). Uno degli spauracchi da combattere è, infatti, la possibile crescita dell'inflazione con conseguente aumento delle materie e delle merci in generale, capace di generare una nuova flessione dei consumi.

L'obiettivo è recuperare il vuoto registrato negli ultimi mesi, con un 2010 in flessione rispetto all'anno precedente. Dai 12 milioni e 379mila euro di vendite di due anni fa si è scesi ai 12 milioni e 187mila euro del 2010. Per quest'anno si punta ad un rialzo tanto da arrivare ai 12 milioni e 359mila euro. Un po' d'ossigeno per le casse della cooperativa che deve far fronte all'enorme buco (pari a 9 milioni) della gestione dei supermercati della Campania, che fanno precipitare ad un meno 3,5 milioni l'intero risultato consolidato del gruppo. Il pareggio è atteso solo per il 2012, mentre nel 2013 i vertici Unicoop si aspettano un leggero utile, sempre a patto che la condizione economica migliori.

Tra gli investimenti previsti c'è una puntuale attenzione alla qualità dei prodotti, tanto che anche quest'anno si cercherà di premiare quelle linee che danno più sicurezza in tema di tracciabilità. Grande spazio, sugli scaffali, troveranno la linea "Viviverde" e "Fior Fiore Coop", che promuove la gastronomia locale.

Dal punto di vista economico, quest'anno s'investiranno 52,4 milioni, di cui 35,5 appartengono ad Unicoop Tirreno. Il canale Ipercoop Tirreno investirà 4,4 milioni mentre Tirreno Logistica 1,3 milioni. Gli investimenti immobiliari saranno 11,2 milioni di euro. In Val di Cornia, Unicoop presenterà il suo bilancio dopo domani (ore 16) al teatro Verdi di San Vincenzo: sono invitati anche i soci di Venturina e Campiglia.


22 febbraio

K.G.

Il Tirreno

24 febbraio 2011

ESSELUNGA SI RIVOLGE ALL'ANTITRUST CONTRO COOP


Il patron Caprotti accusa Coop di concorrenza scorretta





La sfida infinita nella grande distribuzione italiana fra Esselunga e Coop si arricchisce di un nuovo episodio. Dopo il libro Falce e carrello, dopo la campagna a colpi di pagine pubblicitarie in cui contestava la presunta scorrettezza della concorrenza, adesso Bernando Caprotti ha deciso di ricorrere all’Antitrust per far valere le sue ragioni.

LE ACCUSE ALLA COOP. L’obiettivo dell’anziano patron di Esselunga è sempre la Coop, accusata di avere sponde politiche e amministrative in alcuni comuni dell’Emilia e della Liguria grazie alle quali vengono ostacolate nuove aperture di supermercati della catena fondata da Caprotti.
Secondo le indiscrezioni raccolte in ambienti vicini all’Antitrust, il padre-padrone di Esselunga ha inviato all’authority che vigila sul mercato presieduta da Antonio Catricalà un esposto-denuncia.
Nel dossier che gli uffici dell’autorità con sede in piazza Verdi a Roma stanno vagliando in questi giorni, Caprotti denuncia un’ostruzione alla concorrenza che si perpetra ai danni del suo gruppo.

IL PRESUNTO PATTO OCCULTO. Nel documento si citano i casi che hanno contrapposto di recente le due catene di supermercati. Nel 2010, con una serie d'inserzioni a pagamento sui giornali locali, Esselunga aveva denunciato un presunto 'patto occulto' fra la Coop Estense e il comune di Modena. L'accordo nascosto mirava, sempre secondo Caprotti, a impedire la costruzione di un supermercato nel centro della città emiliana, mai realizzato per mancanza dei permessi.
Il lotto, acquistato dal gruppo di Caprotti nel 2000 a fronte di un piano di riqualificazione urbana che ne prevedeva l'edificabilità, confinava con un terreno acquisito da Coop l'anno successivo: oltre 44 mila metri quadri il primo lotto, circa 9 mila il secondo.

IL CASO DI MODENA. Vista la coesistenza di due operatori a pochi metri di distanza, il comune di Modena avrebbe fatto pressioni sulle parti per convincerle ad accordarsi. Ma, in nove anni, Coop ed Esselunga non hanno mai trovato un punto d'incontro e il municipio ha deciso di modificare la destinazione d'uso: l'area è passata da commerciale a residenziale e a Modena non sarà quindi più costruito un supermercato. Il comune, ovviamente, contesta la ricostruzione di Caprotti e così fanno le Coop.

E QUELLO DI LIVORNO. E non è finita. Un altro caso che ha contrapposto Esselunga alle imprese aderenti alla Legacoop è avvenuto a Livorno sempre l’anno scorso. L’accusa di Caprotti è simile: il presunto monopolio di Unicoop, che dopo due anni di trattative avrebbe influenzato e convinto la famiglia Fremura a venderle un terreno per la costruzione di un centro commerciale, nonostante Esselunga avesse offerto una cifra più alta, 40 milioni di euro a fronte dei 30 offerti dai concorrenti.
La famiglia Fremura ha spiegato che l’offerta di Esselunga sarebbe semplicemente arrivata in ritardo, dopo la firma dell’accordo con Unicoop.
Il sindaco di Livorno, Alessandro Cosmi, ha tagliato corto: «È una lite commerciale. Se ci sono state ingiustizie, se ne occuperà la magistratura». Caprotti ha invece deciso che dovrà occuparsene l’Antitrust, se il garante del mercato e della concorrenza vorrà.


24 febbraio 2010

Michele Arnese

Lettera 43

23 febbraio 2011

POPOLARE SPOLETO, MPS PENSA AL RITIRO










I più cominciano a domandarsi quando finirà il terremoto che da ormai 3 settimane interessa la Banca Popolare di Spoleto e la sua controllante, la Spoleto Credito e Servizi. Le notizie si susseguono di ora in ora ed ogni volta si avverte un nuovo sisma, a conferma di quanto sia alta la tensione. Tanto che c’è già chi sarebbe pronto a fare le valigie per lidi più tranquilli.


Il Monte dei Paschi, ad esempio, da qualche giorno starebbe pensando di ‘mollare’ la presa e abbandonare l’istituto di credito umbro del quale è stato fedele alleato per tanti anni. La notizia trova autorevoli conferme sia in quel di Siena, sia negli stessi ambienti di Piazza Affari a Milano. L’eventuale prezzo da pagare si aggirerebbe intorno a 150 milioni di euro, spicciolo più, spicciolo meno. Ma secondo le indiscrezioni l’istituto guidato dal presidente Giuseppe Mussari potrebbe accontentarsi anche di meno (120 milioni?) pur di togliersi dall’impiccio, e dall’imbarazzo, in cui la banca umbra è finita dopo la dura presa di posizione di Bankitalia nei confronti degli ormai ex vertici Bps (Antonini e Bellingacci) che, dopo il defenestramento, vorrebbero ora guadagnare gli scranni più alti della controllante Scs. Anche a costo di fare lo sgambetto all’attuale presidente, il dottor Fausto Protasi, il terzo in ordine di tempo a dover chiudere anzitempo il mandato (dopo Leodino Galli che non fu riconfermato per il secondo mandato e il defenestramento del professor Fabrizio Cardarelli). Sulla eventuale decisione di Siena peseranno anche i rapporti con le istituzioni umbre – che vantano ottimi rapporti con l’istituto toscano – e con altri soci di minoranza come la Coop.


L’annunciata sfiducia nei confronti di Protasi – alla faccia di chi pensava che nel cda di ieri non fosse successo nulla –, a quanto può anticipare Tuttoggi.info, è stata invece formalizzata. Nero su bianco. Antonini e i 3 consiglieri che lo sostengono (Bellingacci, Solfaroli e Zuccari) avrebbero tentato di approvarla subito ma gli altri 3 colleghi del direttivo si sono opposti dal momento che l'argomento non era all’ordine del giorno. Se ne riparlerà lunedì prossimo quando, a meno di ulteriori colpi di scena, il "blitz" sembra destinato ad andare in porto. Protasi non parla, anche se ambienti a lui vicini confermano che il presidente (che aveva rifiutato giorni orsono la presidenza Bps, andata poi a D'Atanasio) è sereno e pronto ad accettare la volontà del consiglio.


In silenzio anche il neocollega D’Atanasio (Bps) che avrebbe spostato il cda previsto per oggi (mercoledì) a venerdì prossimo. Difficile comprendere cosa saranno chiamati a discutere i 9 consiglieri rimasti, dopo l’uscita di scena dei 4 del Mps e di Giorgio Raggi per la Coop Centro Italia. La governance per la verità sta attendendo disposizioni da parte della proprietà (Scs e Bps) in ordine alla ‘sospensione’ del d.g. Alfredo Pallini: una decisione bocciata da Mps, che ne ha richiesto il reintegro, ma che Antonini vorrebbe invece trasformare in una revoca definitiva dall’incarico. L’alto dirigente intanto avrebbe affidato i propri interessi allo Studio legale Bonelli Erede Pappalardo, fra i più importanti d’Europa, lo stesso scelto dall’ex a.d. Unicredit Alessandro Profumo. Un empasse, quello venutasi a creare tra i due maggiori azionisti di Bps, che non consente al Cda di prendere alcuna decisione. Nè oggi, nè venerdì. Tanto che qualcuno comincia ad ipotizzare che tutto questo possa servire per guadagnare tempo.


La strategia che ha in mente Giovannino Antonini ha in effetti bisogno innanzitutto di tempo. La continua fuga di notizie sulla stampa ha scatenato una vera e propria caccia alla talpa o alle talpe. Ma in queste ore trapelano anche alcuni dettagli, tutti da confermare, circa il piano che avrebbe in mente l’ex presidente: quello di trovare un compratore in grado di liquidare Mps e, magari attraverso nuovi patti parasociali, iniettare benzina al motore un pò spompato della Popolare. Ovvero togliersi di torno l’ormai scomodo socio senese e ricapitalizzare la banca a costo zero per la controllante. Per questo Antonini, aiutato sembra dallo studio legale di Roma che sta seguendo le vicende della Spoleto (incarico bocciato da Mps), avrebbe contattato il professor Paolo Gualtieri (ordinario di Economia dei mercati degli intermediari finanziari dell’Università Cattolica e ascoltato consulente del sistema bancario attraverso advisory flrm Gualtieri & Associati). L’obiettivo è rintracciare e convincere un istituto di credito ad entrare in Bps. Una operazione da non meno di 150-160 milioni di euro. Alcuni contatti già ci sarebbero. Ma per concluderli c’è bisogno appunto di tempo. Ma anche del benestare del Mps e, non da ultimo, della stessa Bankitalia che alla fine dovrà avallare l’operazione.



23 febbraio 2011


Carlo Ceraso


TUTTOGGI.info



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