13 aprile 2011

SCISSIONE DI HOLMO E QUOTE ALLE COOP: COSì UNIPOL ACCORCIA LA CATENA DI CONTROLLO

















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L'attuale struttura di controllo di Unipol passa attraverso Finsoe che ha come maggior azionista Holmo con il 76.5%, vera cassaforte delle Coop (circa 40).


Unipol tra i titoli più gettonati oggi a piazza Affari. L'azione della compagnia assicurativa avanza del 2,97% a quota 0,538 euro in scia alle indiscrezioni di stampa secondo le quali ieri il consiglio di amministrazione di Holmo ha approvato il progetto di accorciamento della catena di controllo, a cui fa capo il 76,5% di Finsoe che detiene il 50,7% delle azioni ordinarie Unipol.


Il nuovo schema prevede la scissione della vecchia Holmo (veicolo controllato da circa 40 cooperative) in due parti, con assegnazione del 70% del patrimonio alle Coop, che deterranno direttamente il 60% di Finsoe, veicolo di controllo di Unipol. Finsoe (partecipata al 60% dalle Coop, al 20% dalla nuova Holmo, al 4,35% da P&V e al 4,26% da Bnp) costituirà il nuovo conglomerato finanziario con un beneficio di 450 milioni di euro dal riassetto.

Gli analisti di Intermonte non escludono che tale operazione possa attrarre la speculazione sul titolo. Comunque, "la nostra raccomandazione positiva su Unipol con un target price a 0,58 euro poggia più che altro sulla significativa crescita attesa degli utili, continuazione dell'ottimo turnaround industriale che secondo noi porterà a una crescita significativa degli utili già nel 2011", spiega la sim.

L'operazione, secondo Banca Imi, dovrebbe ridurre l'esposizione debitoria degli azionisti di Unipol di 450 milioni di euro, in quanto questo debito sarà direttamente assunto dalle Coop. Per quanto riguarda direttamente Unipol, "la società dovrebbe beneficiare dell'accorciamento della catena di controllo, poiché sarà meglio sostenuta nei suoi piani di espansione strategica, aumentando i ritorni sul capitale. Consigliamo quindi l'acquisto dell'azione con un target price a 0,65 euro".

E' comunque da due/tre settimane che il titolo Unipol si muove bene in Borsa, complice anche la definizione dei termini per la cessione del 51% di Bnl Vita dalla compagnia (51%) a Bnp Paribas: il prezzo della transazione è stato fissato a 325,2 milioni di euro, è un accordo integrativo del contratto di opzione sottoscritto nel dicembre 2009.

C'è una plusvalenza di 50 milioni di euro, ma è relativa solo al bilancio civilistico. I benefici sono sui coefficienti di capitale di sorveglianza: il margine di solvibilità consolidato aumenta infatti di sette punti percentuali.


13 aprile 2011

Francesco Gerosa

Milano Finanza.it


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11 aprile 2011

MULTIPLEX CINEMA FERMO, MA ADESSO SI MUOVE COOP

Unicoop Firenze aprirà nel centro commerciale di Novoli un supermercato di 2.000 metri quadri

Per effetto della nuova apertura potrebbe chiudere invece il vicino supermercato Incoop di via Valdera


I lavori per la multisala sono fermi, ma quelli per il centro commerciale nel resto del complesso dell’ex area Fiat vanno avanti a ritmi serrati. Tanto che il centro fitness Virgin, con palestra e piscina, programma di aprire a ottobre.

E anche il supermercato previsto ha ora un nome: sarà un nuovo punto vendita Unicoop Firenze. — è tempo di trattative per l’Immobiliare Novoli, società proprietaria del centro. Al momento è in corso la definizione degli affitti e dei contratti. Compresi quelli per il nuovo supermercato Coop, che avrà una superficie di circa 2.000 metri quadri.

Per effetto della nuova apertura potrebbe chiudere invece il vicino supermercato Incoop di via Valdera. Un’operazione che manterrebbe inalterato numero totale di punti vendita Coop in città (14), anche se le dimensioni del nuovo supermercato sono nettamente superiori rispetto a quello esistente. «Al momento— spiegano da Unicoop— non sappiamo bene quale sarà l’iter, ma apriremo a Novoli» .

In ogni caso la Coop acquista un nuovo bacino di mercato in città, quello dell’area di Novoli, particolarmente appetibile specialmente in vista dell’apertura del Palazzo di Giustizia. Attualmente presente nell’area soltanto Esselunga, con un negozio di grandi dimensioni che avrà presto un nuovo concorrente a poche centinaia di metri. Altro grande negozio ad aprire sarà il centro fitness Virgin, che sarà il secondo in città dopo quello di Rovezzano. Sul sito internet della catena di palestre il centro di Novoli ha già un nome: si chiama «Urban Club» . E per chiunque voglia iscriversi, si informa che le prevendite degli abbonamenti saranno aperte ad agosto in vista dell’apertura del centro a ottobre 2011. Dalla società è massima riservatezza sugli altri negozi che apriranno. Dovrebbero essere una libreria un negozio di elettronica. Tutti spazi commerciali di media distribuzione, anche se nell’area più vicina al polo universitario esistono anche piccole superfici. Ma mentre i negozi prendono forma, una parte della riqualificazione di Novoli rimane bloccata.

Il cantiere per realizzare la multisala si è interrotto in attesa di capire il suo futuro. Il problema principale, che impedisce l’apertura delle sale, rimane la mancanza di autorizzazioni per le poltroncine, limitate dalla legge regionale. Una via d’uscita potrebbe essere rappresentata dall’approvazione della modifica alle norme in discussione in Consiglio regionale. Ma continua il braccio di ferro fra l’assessore Cristina Scaletti (Idv), che ha riproposto di introdurre il limite delle distanze fra cinema, e il Pd che ha eliminato il vincolo dal testo in discussione.


11 aprile 2011

Federica Sanna

Corrirere Fiorentino.it


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10 aprile 2011

LE COOPERATIVE SI RIPRENDONO IL CENTRO DELLA SCENA














La contraddizione tra costo del lavoro e produttività ha esposto le cooperative a feroci critiche sia dai sostenitori della competitività tra imprese sia di quelli chi sono attenti alla dimensione del salario e del costo del lavoro.


Chi non ricorda il Cofferati barricadero che da segretario della Cgil le denunciava come fossero addirittura «covi del lavoro nero»


Altro che figli di un dio minore. Altro che raccontarlo sino a qualche anno fa, all'epoca del liberismo e del mercatismo spinto, come il residuo di un passato mutualistico che sapeva di Ottocento e primi del Novecento. Il sistema cooperativo pare oggi al centro della scena. Sarà per l'interesse che, dopo la crisi finanziaria dei sorvolatori del mondo, suscita tutto ciò che sa di territorio e di radicamento.

Sarà per l'attenzione verso il dialogo delle tre grandi centrali cooperative che hanno iniziato ad andare oltre le appartenenze storiche di territorio. Facendo intravedere un robusto polo economico nel frammentato capitalismo italiano. Forse anche perché, a proposito di Parmalat, per contenere i cugini francesi servono i decreti governativi sui settori strategici, le cordate difensive organizzate dalle nostre banche di sistema, ma poi serve un progetto industriale.

E allora, oltre alla privatissima e liquidissima Ferrero, si evoca Granarolo e la sua rete di cooperatori come cavalieri bianchi. Si era già avvertito un venticello di cambiamento. Basti ricordare la due giorni al Sole 24 Ore organizzata dalla Lega Coop, con tanto di premio nobel dell'economia e dibattito con l'ispiratore della Big Society del premier inglese Cameron. Adesso arriva un rapporto della Banca d'Italia che mette a fuoco le cooperative come un asse del sistema produttivo italiano.

I numeri, sino ad oggi nascosti sotto il tappeto, ci dicono che, secondo il censimento del 2001, le cooperative (escluse le sociali e le finanziarie) erano 46mila e rappresentavano il 4,6% degli addetti.
Nel settore agricolo, altro figlio di un dio minore salvo poi accorgersi che Parmalat è strategica, il 40% degli addetti appartiene ad una cooperativa.
Nel settore dell'autotrasporto che, piaccia o non piaccia, vuol dire logistica, il 13% appartiene ad una cooperativa sino a toccare il 21% nel Nord est. La dimensione media dell'impresa, udite udite a proposito di nanismo, è di 15 addetti a fronte del 3,8 delle imprese tradizionali.

Il rapporto segnala che dal 2001 al 2009 la dimensione delle imprese cooperative italiane rimane superiore alla media senza però che questo abbia effetto sulla produttività che rimane inferiore alle imprese capitalistiche del 27%. Minor produttività compensata dal contenimento del costo del lavoro, minore del 21% rispetto alle imprese tradizionali.

Questo ha salvaguardato i profitti. La contraddizione tra costo del lavoro e produttività ha esposto le cooperative a feroci critiche sia dai sostenitori della competitività tra imprese sia di quelli chi sono attenti alla dimensione del salario e del costo del lavoro. Chi non ricorda il Cofferati barricadero che da segretario della Cgil le denunciava come fossero addirittura «covi del lavoro nero».

Agli uni e agli altri si risponde che la flessibilità del costo del lavoro rimanda, oltre che all'antropologico scambio tra senso e reddito, anche al mutualistico disporre di ammortizzatori che aiutano nei momenti di crisi e mantengono il rapporto col socio lavoratore. Tesi tutt'altro che teorica visto che anche nella grande crisi le imprese cooperative non hanno perso addetti. Anzi, spesso la forma cooperativa è stata usata dentro la crisi industriale per ripartire di nuovo andando oltre la cassa integrazione.

Certo gli investimenti per addetto delle cooperative sono inferiori a quelli effettuati dalle imprese tradizionali e il settore ha una più bassa propensione all'export e all'internazionalizzazione. Qualcuno sostiene che sia il peso e il prezzo dovuto al radicamento territoriale. A fronte del 79% delle imprese tradizionali che si avventurano sulle reti lunghe dell'export, solo il 65% delle cooperative lascia la tana del lupo, il territorio, per rischiare e investire altrove.

Per capirne di più, per andare più in profondità, serve inoltrarsi nel micro/macrocosmo cooperativo della regione dove c'è la Parmalat, la Granarolo e le due culture sociali che stanno alla base del mutualismo cooperativo: quello social comunista e quello del cattolicesimo sociale che si incontrano in Emilia Romagna.

Qui le cooperative di produzione e lavoro occupano 69mila persone e le cooperative sociali 37mila. Sono numeri entrambi da grande impresa di produzione e da grande impresa dei servizi. Nel microcosmo dell'Emilia Romagna i limiti evidenziati a livello nazionale diventano ancora più stridenti. Per il 40% delle cooperative emiliano romagnole il competitor produttivo è localizzato nella stessa provincia e per un altro 40% in ambito regionale. Se ne deduce che solo il 20% va oltre il policentrismo provinciale e oltre la regione mamma.

La crisi ha fatto tornare anche il tessuto della cooperazione ai fondamentali. Si sono concentrati sul core business, produttivo o di servizi, esternalizzando le funzioni pregiate, dalla progettazione all'ingegneria ai sistemi informatici al marketing e alla comunicazione. Oltre il 40% dei vertici delle cooperative dichiara che negli ultimi dieci anni ha rinunciato ad opportunità significative, date dall'ingresso di nuovi soci, per timori legati alla perdita di controllo della cooperativa stessa.

Il faro acceso da questo rapporto della Banca d'Italia sulla cooperazione e sulla sua regione di riferimento storico politico ci fa vedere quali saranno i punti nodali di evoluzione di questo settore che ha tutti i numeri per essere al centro della scena. A condizione che si chiarisca il suo rapporto con il capitalismo delle reti, ove alcune grandi cooperative sono protagoniste.

Dal settore delle costruzioni alla distribuzione sino alla logistica e perché no anche quello finanziario. Il suo rapporto con il territorio e la comunità originaria ove sono nate nella fase storica in cui il territorio non era fattore competitivo e la comunità era un dato e non, come oggi, un artificio sociale da costruire. Il suo rapporto, e soprattutto quello delle cooperative sociali, con la crisi del welfare che, in un'ottica di big society, vede le imprese sociali messe in mezzo tra un liberismo dall'alto e un mutualismo dal basso.


10 aprile 2011

Aldo Bonomi


Il Sole 24 Ore


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09 aprile 2011

CONFINDUSTRIA, CISL E UILM TENTANO LA SPALLATA: BASTA RSU ELETTE



«Il sindacato è spaccato, cambiamo i vecchi accordi»



TORINO - La spaccatura è ufficiale, anche tra le Rsu. Ieri, all’assemblea delle Officine Automobilistiche di Grugliasco, c’erano solo i dieci Rsu Fiom. Assenti i tre Fismic, i due Uilm e quello Fim. La Fiom parla di inutile ritiro sull’Aventino: «Hanno preferito l’appartenenza sindacale alla rappresentanza di chi li ha eletti» accusa Giacomo Zulianello. Fim e Uilm replicano: inutile la nostra presenza. E la Fismic carica: «Preferiamo continuare la raccolta di firme per il sì da presentare a Fiat». La rottura non ha impedito alle Rsu Fiom di dettare comunque la linea (il numero legale c’è), invitando i sindaci di Torino e Grugliasco e il presidente della Regione a intervenire per sbloccare la trattativa con Fiat, ma è chiaro a tutti che in questo clima non si va da nessuna parte.

L’impasse ha risvegliato i temi aperti dall’accordo Mirafiori e ormai il caso delle carrozzerie di Grugliasco ha una valenza politica che supera gli aspetti locali o quelli lavorativi dei 1100 dipendenti. Ieri, da fronti diversi e con soluzioni differenti, Confindustria, Cisl e Uilm hanno attaccato frontalmente l’accordo del ’93 che regola la rappresentanza sindacale all’interno delle fabbriche.

Giuseppe Gherzi, direttore dell’Unione Industriale di Torino, ieri ospite al convegno «La nuova rappresentanza» organizzato dalla Cisl, ha detto in modo chiaro che quegli accordi vanno rimodellati: «In passato avevamo sempre avuto un interlocutore unitario, oggi non è più così e noi dobbiamo conoscere il potere di rappresentanza di chi ci sta di fronte al tavolo e se, una volta siglato un accordo, sarà in grado di rispettarlo».

Già l’accordo di Mirafiori aveva incrinato il patto del ‘93 non prevedendo la presenza in fabbrica di Rsu elette dai lavoratori, ma di Rsa nominati dai sindacati (e solo di quelli firmatari). I sindacati del fronte del sì avevano acconsentito parlando di situazione eccezionale per ottenere l’investimento per Mirafiori, ma ieri Giorgio Santini, segretario regionale aggiunto della Cisl, ha rotto il tabù. D’accordo con Gherzi, Santini reputa gli accordi del ’93 figli di un’altra epoca. «È necessario trovare un nuovo accordo che preveda la certificazione della rappresentanza e la certezza che, una volta firmato l’accordo da parte della maggioranza, tutte le sigle lo rispettino». Anche dalla Uilm è arrivata la proposta di rimettere in discussione la rappresentanza: «Bisogna adottare un sistema proporzionale puro».

La Fiom è cosciente che quegli accordi hanno perso vigore. «Ma attenzione alle fughe in avanti - avverte il segretario torinese Federico Bellono - Senza un’alternativa, è il Far West. La soluzione ottimale sarebbe una legge». E il segretario nazionale Giorgio Airaudo aggiunge: «Per noi sono necessari due punti: primo, che i lavoratori possano eleggere i propri rappresentanti, non copiamo la politica che impone candidati attraverso le segreterie dei partiti; secondo, che possano votare i documenti, devono avere voce se i sindacalisti si mettono d’accordo con l’azienda. E non sarebbe la prima volta».


8 aprile 2011

Raphaël Zanotti

LA STAMPA.it

CGIL TRENTO: VIETATO DISSENTIRE !


SOSPESI per tre mesi dalla Cgil del Trentino.

Ezio Casagranda, Fulvio Flammini e Franco Tessadri sospesi dalla Comitato di garanzia Nord-est della Cgil.




La Commissione di garanzia della Cgil Nord est ha sanzionato con lettera del 22 marzo 2011 – ritirata ieri pomeriggio – Ezio Casagranda, Fulvio Flammini e Franco Tessadri a tre mesi di sospensione dagli incarichi sindacali a seguito dello scontro politico apertosi in Cgil dopo il licenziamento di Fulvio da parte della FILT Cgil di Trento.

Franco Tessadri – RSU e dirigente Filt Cgil del Trentino – è stato sanzionato “…per alcune affermazioni rilevanti ai fini delle competenze della Commissione di garanzia…”, Fulvio Flammini – funzionario sindacale della Filt Cgil del Trentino – per aver scritto commenti ritenuti “..offensivi e lesivi dell’immagine della Cgil..” sul Blog della Filcams e Ezio Casagranda – Segretario generale della Filcams Cgil del Trentino – per non aver provveduto “…tempestivamente alla rimozione dei suddetti commenti..”.

Fare riferimento ad atteggiamenti offensivi dell’immagine della Cgil riporta la nostra memoria ai tempi bui in cui tale strumento veniva utilizzato sopprimere ogni forma di dissenso sociale. Per questo riteniamo la decisione un pesante attacco al diritto di critica ed alle libertà sindacali all’interno della Cgil e per questo, fermo restando il ricorso alla Commissione di garanzia nazionale, intendiamo convocare una conferenza stampa per denunciare pubblicamente questa operazione che umilia la storia della Cgil e infligge una preoccupante ferita alla democrazia ed al pluralismo interno.

Un attacco pesante ad ogni forma di dissenso interno sulla scia di una rottura, voluta e consumata, dalla maggioranza della Cgil nei confronti della minoranza interna.
Un pronunciamento che cambia di fatto lo Statuto dell’organizzazione, il quale riconosce pari dignità a tutte le sensibilità presenti nell’organizzazione ed in particolare nei confronti della Filcams dove la mozione della Cgil che vogliamo ha raggiunto l’80% dei consensi.

Si vuole colpire una categoria che ha il solo difetto di costituire l’opposizione ad una linea della Cgil provinciale di mera accettazione delle proposte che escono dai palazzi della provincia e dal governatore Dellai, colpevole di aver assunto la lotta alla precarietà “senza se e senza ma” contestandone gli abusi sia nelle aziende che all’interno della Cgil, ribadendo che non esistono zone franche dove la precarietà trovi diritto di cittadinanza.

Ma quello che preme sottolineare è il fatto che, nonostante una sentenza della cassazione escluda qualsiasi responsabilità del gestore del Blog, la Commissione abbia erogato la sanzione per mancato controllo cancella di fatto la libertà di stampa dentro l’organizzazione e applicando, in anteprima, la “legge bavaglio” in salsa nord est.
Una sentenza che da una parte colpisce i compagni della Filt, responsabili di essersi opposti al licenziamento e di aver denunciato una gestione a dir poco allegra delle risorse della categoria.

Questa brutta pagina della Cgil Trentina non scalfirà la nostra volontà di continuare la nostra battaglia politica all’interno di questa organizzazione che, purtroppo, si vede umiliata e offesa da un pronunciamento “politico” di una commissione che dovrebbe essere a tutela e salvaguardia dello Statuto e dei diritti che questo garantisce ad ogni iscritto della Cgil.


Trento 6 aprile 2011

E. Casagranda – F. Flammini – F. Tessadri

la Cgil che Vogliamo del Trentino


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CGIL APRE AL CONTRATTO «LEGGERO»

La leader Susanna Camusso guarda al dopo sciopero del 6 maggio rilanciando sul fronte propositivo per riavviare il confronto con Cisl e Uil che hanno accolto con freddezza la sua proposta sulla rappresentanza



Ridurre il numero e rivedere il ruolo dei contratti nazionali – saranno più leggeri e meno prescrittivi – per «favorire la contrattazione di secondo livello». Aumentare «l'adattabilità delle norme contrattuali alle singole realtà settoriali e di lavoro» e rafforzare «l'esigibilità degli accordi», con l'esclusione delle materie non disponibili alla contrattazione. Sperimentare forme di partecipazione per via pattizia e contrattuale.

Sono i capisaldi della proposta della Cgil sulla riforma del modello contrattuale, contenuta in un documento che è oggetto del confronto interno in vista del direttivo del 10 e 11 maggio, convocato per approvare il testo e avviare il dialogo con gli altri sindacati. La leader Susanna Camusso guarda al dopo sciopero del 6 maggio rilanciando sul fronte propositivo per riavviare il confronto con Cisl e Uil che hanno accolto con freddezza la sua proposta sulla rappresentanza. Per Camusso i due temi sono legati, tanto è vero che anche nel nuovo modello contrattuale per scongiurare la pratica degli accordi separati si prevede la certificazione del grado di rappresentatività dei sindacati che firmano, il rafforzamento delle verifiche di mandato negoziale prima della firma, la garanzia della validità erga omnes attraverso il voto certificato dei lavoratori. Il modello contrattuale unico potrà essere definito per via pattizia dalle parti sociali, così come il sistema di regole sulla rappresentanza che divenga oggetto di legge.

Viene accolto il principio della durata triennale dei contratti nazionali e decentrati introdotta dall'attuale modello contrattuale che la Cgil non ha firmato, così come l'estensione del peso della contrattazione di secondo livello. Compito del contratto nazionale è «estendere le tutele a tutti i lavoratori», garantire «il mantenimento nel tempo il valore reale dei livelli retributivi», definire «una griglia generale di strumenti per l'organizzazione del lavoro», aggiornare le classificazioni professionali, stabilire gli orari massimi da contrattare nei luoghi di lavoro. Anche l'individuazione e l'inquadramento delle figure professionali sono demandati alla contrattazione decentrata che ha lo scopo di aumentare la produttività e la redditività e di redistribuire il reddito. Il documento che potrebbe subire modifiche importanti sottolinea la conclusione unitaria di 83 su 89 contratti nel privato, che «hanno rafforzato la bilateralità non sostitutiva dell'intervento pubblico», senza prevedere sanzioni individuali o collettive.

Il testo è fortemente criticato dalla sinistra radicale interna: Giorgio Cremaschi lo considera un «grave cedimento a Confindustria, Cisl e Uil». Sempre Cremaschi plaude per lo strappo che arriva da Bologna dove la Cgil festeggerà da sola il 1° maggio proponendo di estendere questa soluzione in tutta Italia. Il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, considera la notizia «un sintomo delle divisioni del Paese», per il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni è una «decisione estremista» che non compromette la manifestazione nazionale unitaria di Marsala. La scelta unitaria è confermata dalla Cgil che aggiunge «manifesteremo insieme laddove esistono le condizioni».


8 aprile 2011

Giorgio Pogliotti

Il Sole 24 Ore


07 aprile 2011

CONGRESSO LEGA COOP, POLETTI: «SERVE LIBERARE IL MERCATO DA PROTEZIONI»

Il presidente Poletti invoca «un mercato che sia liberato dalle residue protezioni» che impedisce alle Coop di puntare sui carburanti, farmaci e tariffe minime per le prestazioni professionali

Sempre Poletti: «meno tasse sul lavoro e sulle imprese che reinvestono gli utili per lo sviluppo e più tasse sulle rendite e sui patrimoni oggi esenti»

Si torna a chiedere vantaggi fiscali dunque, come se le Coop non ne avessero e si propone uno strumento obsoleto come la patrimoniale, tra l'altro casualmente anticipato da una proposta della Cgil

Legacoop reclama per le imprese «un mercato libero e ben regolato, nel quale possano agire tutte le forme di impresa e che rispetti e valorizzi le finalità delle diverse tipologie societarie». Lo ha detto il presidente Giuliano Poletti, nella relazione introduttiva ai lavori del 38/mo Congresso nazionale di Legacoop che si è aperto oggi a Roma, alla presenza di 650 delegati (il 32,5% donne, l'11% giovani) provenienti da tutto il Paese.

Per Poletti è necessario «un mercato che sia liberato dalle residue protezioni che costano care ai cittadini e alle imprese», tra queste «le barriere regolamentari che impediscono l'effettiva liberalizzazione della vendita dei carburanti, penalizzando i consumatori italiani rispetto a quelli di altri paesi europei; i ripetuti tentativi di ripristinare il monopolio di vendita per i farmaci, azzerando la positiva esperienza delle parafarmacie; il ripristino delle tariffe minime per le prestazioni professionali, mentre si dovrebbe andare avanti in direzione delle società professionali e interprofessionali, alla stregua di quanto avviene negli altri paesi avanzati».

Inoltre, Poletti ha chiesto di correggere le norme recentemente varate dal Governo in materia di incentivi per la produzione di energie rinnovabili,« in modo da dare, in questo settore così strategico e delicato, certezze di lungo periodo agli operatori seri».

Necessaria una diversa politica fiscale
«Occorre un colpo d'ala, bisogna riprendere con decisione il percorso della crescita, producendo un nuovo clima di responsabilità e di fiducia collettiva», ha aggiunto il presidente di Legacoop, per il quale serve anche pensare a una politica fiscale che preveda «meno tasse sul lavoro e sulle imprese che reinvestono gli utili per lo sviluppo e più tasse sulle rendite e sui patrimoni oggi esenti».

Alla base della nuova stagione della crescita bisogna mettere, ha sottolineato il presidente Legacoop, «la valorizzazione della persona umana, la condivisione di valori, il rafforzamento della società solidale; bisogna puntare sul lavoro, sull'economia e non sulla finanza, sull'innovazione e la valorizzazione delle eccellenze imprenditoriali italiane, su uno sviluppo sostenibile legato a prospettive di lunga durata che dia opportunità alle donne ed ai giovani, su una più equilibrata distribuzione dei redditi e dei carichi fiscali».

Dalla politica nessuna prospettiva credibile per lo sviluppo
All'Italia di oggi, «come a una nave in mezzo alla tempesta che deve trovare una nuova rotta, serve una guida capace e rispettata e un equipaggio affiatato. Servono un Governo ed una maggioranza parlamentare in grado di governare», ha detto Poletti, per il quale il tema con cui misurarsi oggi è «quello della crescita, indicando agli italiani una prospettiva credibile per mobilitarne le energie morali, civili ed imprenditoriali. La politica non sembra, per il momento, in grado di farlo» «Per noi - ha sottolineato il presidente di Legacoop - le divisioni sindacali non sono un'opportunità, ma un problema serio e quindi siamo impegnati a promuovere un confronto che consenta di approfondire la valutazione intorno ai temi del lavoro, della partecipazione, del reddito, della tutela nel nuovo contesto che la globalizzazione e l'innovazione propongono».

Il messaggio del presidente della Repubblica
I valori alla base della nascita della Lega delle cooperative «mantengono intatta anche oggi, in un contesto profondamente mutato, la loro forza» e il movimento darà un «contributo fondamentale» per superare le sfide future. Lo afferma il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in occasione delle celebrazioni del 125esimo anniversario della nascita della Lega delle Cooperative che quest'anno, per la coincidenza con il 150 anniversario dell'Unità d'Italia, dedicherà uno specifico spazio alla ricorrenza della fondazione dello Stato nazionale, rispondendo al saluto ricevuto dal presidente di Legacoop, Giuliano Poletti, in apertura dei lavori del 38esimo Congresso nazionale.

«L'anniversario dell'Unità d'Italia - afferma il capo dello Stato - costituisce una preziosa occasione per far rivivere nella memoria e nella coscienza del Paese le ragioni dell'unità nazionale come fonte di coesione sociale e come base insostituibile di un rinnovato sentimento dell'amor di patria e dell'essere italiani. All'edificazione dell'Italia fondata sui principi di libertà, democrazia e giustizia sociale il movimento cooperativo ha infatti partecipato a pieno titolo, poiché ha saputo porre a fondamento del sistema produttivo la solidarietà, la dignità del lavoro in tutte le sue forme e la condivisione delle diverse responsabilità nella vita dell'impresa.

Valori che mantengono intatta anche oggi, in un contesto profondamente mutato, la loro forza e sui quali occorre far leva per promuovere il rilancio economico del nostro Paese. Nella convinzione che l'esperienza cooperativa saprà offrire un contributo significativo anche al superamento delle difficili sfide del prossimo futuro, prima tra tutte la lotta alla disoccupazione, invio a tutti i convenuti un caloroso e partecipe augurio di buon lavoro».


6 aprile 2011

Il Sole 24 Ore

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06 aprile 2011

LE COOP DRIBBLANO LA CRISI. RICAVI SU DEL 12% IN 4 ANNI












Negli ultimi 4 anni il fatturato delle coop della distribuzione è cresciuto del 12% circa, superando ampiamente i 57 miliardi di euro


Oggi a Roma il 38esimo congresso nazionale di LegaCoop


Nel quadriennio 2007-2010 il fatturato delle cooperative della Legacoop è cresciuto di circa il 12%, superando abbondamente i 57 miliardi di euro.
È aumentata anche l'occupazione, anche se ad un ritmo leggermente più blando: "solo" +9% nel periodo 2007-2010. Con questo bilancio oggi a Roma il presidente Giuliano Poletti si presenterà al 38esimo congresso nazionale della Legacoop.

Un appuntamento che sarà un momento di verifica da cui emergerà che il 2010, l'ultimo anno del quadriennio trascorso dall'appuntamento congressuale precedente, è stato gramo e complicato, come per il resto dell'economia, in cui il sistema "ha tenuto" ma ha dovuto impiegare molte risorse per sostenere quelle parti del sistema più colpite dalla crisi.
E così emerge, per esempio, che l'anno scorso il fatturato delle 14.257 coop aderenti alla Lega è aumentato di appena lo 0,72%, praticamente fermo, come il numero degli occupati (-0,2% a quasi 470mila). Parliamo di una rete che, compresi i soci consumatori, conta più di 8 milioni e 780mila aderenti (+2,6%).

Al palazzo dei Congressi a Roma, le "coop rosse" si ritroveranno per fare il punto e, alla fine, rinnovare i vertici. Un confronto aperto alla presenza di diversi ministri, a cominciare da Giulio Tremonti che due anni orsono introdusse una sorta di patrimoniale a termine sugli utili delle cooperative con fatturato superiore ai 50 milioni di euro per gli esercizi 2007 e 2008. Un provvedimento che sembrò mirato a colpire proprio i supermercati a marchio Coop.
Per il governo saranno presenti anche Maurizio Sacconi e Giancarlo Galan. Il sindacato sarà rappresentato da Susanna Camusso e Raffaele Bonanni. Tra gli ospiti anche Gianpaolo Galli, direttore di Confindustria, e don Luigi Ciotti, fondatore di Libera.

Il congresso sarà l'occasione per celebrare i 125 anni dalla fondazione della Lega delle cooperative, un anniversario che cade nel 150esimo dell'unità del paese.
Il movimento cooperativo affonda le radici nella prima metà dell'800.
In Italia la prima coop fu il Magazzino di previdenza di Torino, una cooperativa di consumo sorta nel 1853 per iniziativa della "Società Generale degli operai", che vendeva generi di prima necessità a basso prezzo e accettava il deposito dei risparmi.
Era la risposta alla disoccupazione e all'aumento del costo della vita. I valori di fondo erano mutualità, partecipazione democratica alle scelte, solidarietà, responsabilità condivisa, forte legame con il territorio.
L'atto di nascita della Lega risale al 1886, quando 100 delegati, in rappresentanza di 248 società e di 70mila soci, si riunirono in Congresso per dare vita ad una struttura organizzativa in grado di assicurare lo sviluppo e il coordinamento di un movimento cooperativo assai variegato.

Nasce così la Federazione Nazionale delle Cooperative, che nel 1893 diventò la Lega delle Cooperative, all'interno della quale trovò espressione anche l'altro grande filone di ispirazione della cooperazione italiana: quello cattolico, portatore di una concezione interclassista della cooperazione, fondata su un forte solidarismo sociale.
Dopo la separazione, nel 1919, tra cooperazione di ispirazione laico-socialista e quella cattolica che portò quest'ultima a fondare la Confederazione delle cooperative italiane, si apre il periodo buio del fascismo con lo scioglimento della Lega nel 1925 ed il tentativo di piegare la cooperazione ad un modello economico corporativo.
Una lunga pausa che durerà fino al termine del secondo conflitto mondiale.

Nel maggio 1945 la Lega delle cooperative fu ricostituita e per la cooperazione italiana si aprì una nuova fase storica che ha accompagnato prima la ricostruzione e poi lo sviluppo dell'economia italiana.
Un percorso che a gennaio scorso ha segnato la tappa più recente con la nascita dell'Alleanza delle cooperative italiane, un coordinamento stabile tra le tre centrali cooperative Agci, Confcooperative e Legacoop costituito per fornire una rappresentanza unitaria nei confronti delle istituzioni, delle forze politiche e sociali.

LE DIMENSIONI
8,78 milioni

La rete
La Lega delle cooperative rappresenta una rete che, compresi i soci consumatori, conta 8 milioni e 780mila aderenti, in aumento del 2,6%

57 miliardi
Il giro d'affari
Fatturato in crescita del 12% tra il 2007 e il 2010, ma solo dello 0,72% nel 2010 sul 2009
470mila

Gli occupati
Le coop aderenti alla Lega contano 470mila addetti, in calo dello 0,2% nel 2010 sul 2009, ma in crescita del 9% nel periodo 2007-2010

100 Delegati al primo congresso
Nel 1886, al primo congresso, parteciparono cento delegati, in rappresentanza di 248 società e 70mila soci


6 aprile 2011

Giuseppe Chiellino


Il Sole 24 Ore

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04 aprile 2011

UNICOOP TIRRENO, CONTINUA LA FUGA DALLA CAMPANIA: A GIUGNO CHIUDERA' IL CENTRO COMMERCIALE "I SANNITI"

Unicoop Tirreno ha scritto una lettera ai propri dipendenti e ai soci della Coop. Con essa ha informato che non ha intenzione di proseguire le attività a Benevento. Il motivo? “A causa innanzitutto di una gestione del centro commerciale 'I Sanniti' del tutto insufficiente e con costi di struttura a nostro carico molto elevati”.


A giugno chiuderà il punto di vendita Coop nel centro commerciale 'I Sanniti', di Via dei Longobardi a Benevento. La notizia è della scorsa settimana. La preoccupazione, il dispiacere e la rabbia dei cittadini sanniti hanno varie cause e si propongono per diverse conseguenze, anche se il primo aspetto, in assoluto, da sottolineare è quello temporale: la chiusura avviene a meno di cinque anni dall'apertura. La precedente contrastata gestazione (politica e giudiziaria) dell'operazione, era durata più o meno altrettanto!

Il fatto: Unicoop Tirreno ha scritto una lettera ai propri dipendenti e ai soci della Coop. Con essa ha informato che non ha intenzione di proseguire le attività a Benevento. Il motivo? “A causa innanzitutto di una gestione del centro commerciale 'I Sanniti' del tutto insufficiente e con costi di struttura a nostro carico molto elevati”.

La Coop, insomma, “non riesce ad arrestare la caduta di vendite e il peggioramento del conto economico che ha fatto registrare nel 2010 una perdita superiore a tre milioni di euro”. La Coop, così, ha deciso di non rinnovare il contratto di locazione dei locali nel centro, in scadenza a giugno.

Nulla lasciava immaginarlo in quell'ottobre del 2006 quando, con frenesia, si arrivò finalmente ad aprire il centro commerciale. Troppa fretta, dopo l'enorme ritardo accumulato sui tempi annunciati.

Su quell'apertura e quanto di connesso si sono susseguite polemiche, denunce e inchieste giudiziarie che hanno coinvolto tecnici e amministratori delle due ultime consiliature. Per quanto deciso a Palazzo Mosti e per quanto promesso e non mantenuto dal primo motore dell'operazione: Maurizio Zamparini.

Ma davvero nulla ci si è fatto mancare in Via dei Longobardi, tanto meno le lotte intestine, anche a suon di carta bollata, tra i soci del Consorzio 'I Sanniti', la Coop, la società riferibile al Gruppo del presidente del Palermo Calcio e imprenditori locali. Un animoso ginepraio che ha, immediatamente, indebolito l'operazione già così traballante di suo sul piano amministrativo e poi giudiziario.

Coop in particolare ad ottobre 2006 era partita alla grande annunciando un investimento di oltre 10 milioni di euro e oltre 200 assunzioni, avendo preso quasi il 50% dello spazio commerciale disponibile, con oltre cinquemila metri quadrati per il suo iperstrore. Due anni dopo, invece, era già crisi, con problemi di stabilità del posto per i dipendenti e successiva riduzione anche dello spazio per i prodotti Coop, confinati in soli tremila metri quadrati.

Fu chiaro a tutti quelli che volevano vedere: la retromarcia del punto di maggiore attrazione del centro commerciale avrebbe sancito l'inizio della fine. A nulla sono valsi, negli ultimi anni, gli scioperi e le mediazioni istituzionali, comprese quelle tentate dal Comune. Ipercoop Tirreno ha continuato a tagliare e così a perdere clienti e consumatori.

A dicembre il prologo: ha chiuso Mandi, l'altro grande operatore commerciale, direttamente portato dal Gruppo Zamparini. Il punto vendita Coop, ora, chiuderà i battenti, con tutto quello che si può immaginare per i rimanenti negozi.

Sul futuro dei dipendenti per ora incombono nuvoloni neri. Nella citata lettera Unicoop scirive: "In questa fase, sono in corso contatti con la proprietà del centro commerciale stesso. Coop ha manifestato la propria disponibilità a contribuire a soluzioni in grado di garantire la tenuta dei livelli occupazionali". Fredde parole che paiono molto di circostanza.

Questo è il primo dei problemi. La perdita dei posti di lavoro è in assoluto il più drammatico, soprattutto in questa fase di crisi economica che ha già visto, nei mesi scorsi, altre chiusure di supermercati e discount a Benevento.

Ma la più generale, negativa congiuntura non può essere l'alibi, perché in questa amara vicenda ci sono innanzitutto delle responsabilità! A Benevento, infatti, c'è un altro centro commerciale, analogo ai 'Sanniti', ‘Leclerc Conad-Buonvento’, in Contrada San Vito. Ha aperto per primo, ha subito con qualche sofferenza il contraccolpo della concorrenza del cosiddetto Ipercoop, ma poi ha vinto la battaglia: se non soltanto tra rose e fiori, va comunque avanti con un costante, soddisfacente flusso di clienti.

Se a giugno chiuderà Coop, quindi, ciò accadrà per la guida locale della struttura cooperativistica e la contestuale gestione del centro commerciale, evidentemente, troppo segnate dalle originarie modalità d'approccio dell'intrapresa molto disinvolte. Il marchio Coop è quanto di più appetibile per una struttura commerciale: in Campania ve ne sono solo cinque. Occorreva, al di là delle responsabilità proprie del Gruppo, per la comunità che l'ha ospitato vigilare onde agevolarne lo sviluppo e non invece limitarsi a vederlo soffocare con alti fitti.

Di tutto, inoltre, bisognava fare per impedirne il ridimensionamento in un Superstore. Così come, ora, ove ancora possibile, istituzioni e sindacati, partiti e associazioni di consumatori dovrebbero attivarsi per sventare l'abbandono.

C'è infatti, la scriviamo per ultima ma non è l’ultima, anche la questione della forte perdita che ne riceveremo noi tutti consumatori che verremo privati di prodotti di provata qualità, garantita e certificata, e pure a prezzo contenuto. A nessuno sfugge quanto la sicurezza alimentare sia importante soprattutto in questa nostra regione dalle terre avvelenate.

Se poi si pensa alle sofferenze arrecate negli scorsi anni al piccolo commercio cittadino (e alle tante chiusure di negozi) causate dai due ‘iper’, fatti installare quasi al centro di Benevento, ben si spiega quanta rabbia possa suscitare l'annuncio della chiusura di Coop a giugno. Ma a Benevento ci sono le Comunali, a maggio. E i politici han ben altro a cui pensare...


4 aprile 2011

Carlo Panella


il Quaderno.it


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03 aprile 2011

USB: LO SCIOPERO DI CGIL DEL 6 MAGGIO E' SOLO UNO «SFOGATOIO»



Pronto il nuovo "patto sociale" con Cisl, Uil, Confindustria e Governo




Il documento licenziato dalla segreteria nazionale della Cgil sulla riforma del sistema contrattuale dimostra la necessità e la volontà di questa confederazione di riavvicinarsi rapidamente alle politiche ed agli accordi sottoscritti da Cisl e Uil.

Si accentua così la vicinanza con le altre sigle e con Confindustria, portando come prova la firma di 83 contratti nazionali su 89 sottoscritti unitariamente dalla firma dell'accordo separato del 2009.
Come dire, è poca roba quella che ci divide, sulla maggioranza dei contratti non ci sono stati problemi. Una considerazione, questa, ripetuta più volte anche dalla Marcegaglia.

Ma l'intero documento è intriso di minimalismo sulle questioni e sulle analisi di carattere economico e politico, tendenza questa necessaria alla Camusso per dimostrare che le differenze con Cisl e Uil non sono poi così incolmabili e che la ripresa della contrattazione unitaria può essere molto vicina, magari subito dopo lo sciopero ‘sfogatoio’ e pre-elettorale di 4 ore del 6 maggio.

I contenuti sono poi del tutto simili a quelli di Cisl, Uil e Confindustria: contratti nazionali meno ‘pesanti’ dal punto di vista economico e normativo e apertura a quelli di secondo livello ed aziendali, nessun riferimento a democrazia, RSU e referendum, sopravvalutazione degli Enti Bilaterali, aumento di produttività e flessibilità, azionariato dei dipendenti.

Sta diventando sempre più evidente che chi a livello sindacale e politico sostiene acriticamente le ragioni dello sciopero Cgil di maggio, di fatto, si allontana dalla logica del conflitto sociale e sindacale.

La verità è che la Cgil aspetta il 6 maggio per dar seguito ad uno sciopero che ormai non poteva più negare alla propria base e la cui vicinanza alle elezioni diventa una scelta sempre più chiara, per poi trovare una mediazione con Cisl e Uil e tornare al tavolo della concertazione con questi due sindacati e, perché no, anche a quello della ‘collaborazione’ con il governo, così come evocato da tempo dal Ministro Sacconi e dalla Marcegaglia.


1 aprile 2011

USB Unione Sindacale di Base

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MPS VERSO LA RICAPITALIZZAZIONE

L'aumento di capitale di MPS, ormai certo, mette sotto pressione la Fondazione che, per non scendere sotto la soglia di controllo, sarà forse costretta a chiedere un finanziamento esterno

Per Unicoop Firenze (azionista in MPS col 3%) si profila un nuovo esborso per non diluire la partecipazione in quello che si rivela essere sempre più un investimento onerosissimo con una perdita complessiva che attualmente è stimabile attorno ai 300 milioni

FIRENZE - L'incontro decisivo sarà mercoledì prossimo al ministero del Tesoro. La Fondazione Monte dei Paschi sta per affrontare uno dei passaggi più difficili della sua giovane esistenza da quando, nel 1995, ha scorporato e conferito l'attività creditizia in Banca Mps. Accompagnerà l'azione di rafforzamento patrimoniale del gruppo di Rocca Salimbeni senza diluire in modo significativo il pacchetto di azioni in suo possesso (45,7% del capitale ordinario e 55% di quello complessivo). E lo farà anche a costo d'indebitarsi.

Il silenzio che su questo punto si avverte a Siena, città storicamente pronta a prendere posizione, soprattutto in una fase pre-elettorale (a maggio viene rinnovato il consiglio comunale, istituzione determinante per tracciare le linee d'indirizzo della Fondazione), è indicativo del grado d'incertezza del momento. Nessuno dei protagonisti in gioco vuole pronunciarsi.

Il sindaco uscente, Maurizio Cenni, dipendente del Monte in aspettativa, da qualche mese rientrato in banca con un orario di lavoro part time, un paio d'anni fa aveva chiesto alla Fondazione una maggiore diversificazione del portafoglio, troppo concentrato sul settore bancario (il titolo Montepaschi, in bilancio a un valore di 4,8 miliardi, rappresenta da solo l'86,8% del patrimonio contabile).

L'input politico, naturalmente, è sempre stato di non scendere sotto il 50,1% nel capitale della banca: «Le nostre colonne d'Ercole», come disse una volta il presidente della Fondazione, Gabriello Mancini. Dal 2008 a oggi, cioè dall'operazione Antonveneta che alla Fondazione costò 3 miliardi, la direzione di marcia è stata però contraria. Per giunta in una fase di dividendi calanti (164 milioni complessivi nell'ultimo triennio). Adesso si profila un nuovo impegno economico per circa un miliardo e, forse, la necessità di chiedere un finanziamento esterno.

Sulla base del proprio statuto, la Fondazione Mps può indebitarsi fino al 20% del patrimonio, cioè esattamente per un miliardo e, nel limite del 10% del patrimonio, addirittura con lo stesso Montepaschi. La questione è all'ordine del giorno, ma alla fine è probabile che la richiesta di denaro fresco non superi i 2-300 milioni. Il resto (tra 500 e 700 milioni) arriverà dalle disponibilità liquide e dagli investimenti immediatamente smobilizzabili. È la prospettiva di queste ore, alla vigilia della settimana che si preannuncia decisiva sul fronte del rafforzamento patrimoniale delle banche, Monte dei Paschi compreso, il cui aumento di capitale sarà con ogni probabilità nell'ordine dei 2 miliardi, sufficiente cioè a coprire la restituzione anticipata dei Tremonti-bond (1,9 miliardi che rientreranno al Tesoro già nel 2011).

La strada più lineare per la Fondazione sarebbe quella di cedere una parte del pacchetto di azioni privilegiate Montepaschi, pari al 10% del capitale complessivo della banca, e magari anche qualche altra partecipazione non strategica, come lo 0,42% di Intesa Sanpaolo, a sua volta soggetto al prossimo aumento di capitale da 5 miliardi del gruppo milanese, che per Siena vorrebbe dire un ulteriore esborso di 21 milioni.


3 aprile 2011

Cesare Peruzzi

Il Sole 24 Ore


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Vedi anche: Fondazione MPS pronta a indebitarsi

In caso di aumento di capitale la Fondazione è pronta a scendere al 51%


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POPOLARE DI SPOLETO, IL FUTURO APPESO AD UN'OPZIONE «PUT»


Un'opzione
put potrebbe teoricamente porre le condizioni per un'uscita di MPS dall'istituto spoletino con lauto compenso o il ribaltone che porterebbe la banca senese ad assumere il controllo di BPS

In realtà nessuno dei due contendenti ha l'energia per andare ad una resa dei conti

Una vecchia opzione «put» spaventa la Popolare di Spoleto. Stretta tra il pressing di Bankitalia, con cui l'ex presidente Giovannino Antonini ha ingaggiato un duro braccio di ferro, e l'affondo della Procura che ha aperto un'inchiesta proprio sulla relazione stilata dagli uomini di Mario Draghi, la banca umbra potrebbe addirittura vedere l'azionista di maggioranza, la Spoleto Credito&Servizi (Scs, titolare di un 51%), perdere il controllo a favore del socio di minoranza Mps (26%): colpa, appunto, di una «put», un contratto in base al quale o la Scs liquida il partner toscano, oppure è la stessa Mps a rilevare la quota di maggioranza della popolare.

Una clausola decennale, dal 1998 nascosta tra le pieghe del patto di sindacato siglato col Monte dei Paschi di Siena, rischia di scatenare un terremoto nella banca, ribaltando l'assetto azionario. Per Mps, un'occasione ghiotta per tentare l'affondo sul partner umbro; per gli spoletini, quella di tornare del tutto autonomi (proprio Antonini, prima di dimettersi dietro il diktat di Bankitalia, aveva denunciato la scalata sulla banca). Ma nessuno dei due soci, a quanto pare di capire, ha oggi le forze per spiazzare l'avversario e conquistare la banca.

Il caso non è nuovo: il patto parasociale tra le due banche esiste da tantissimi anni, la prima stipula risale addirittura al 1998, ma è stato rinnovato esattamente un anno fa. L'accordo fissa quattro parametri (tutti indicatori contabili di bilancio) per l'esercizio della put: se almeno tre vengono sforati, scatta l'opzione. E la verifica dei "covenants" sarà fatta proprio sul bilancio 2010. Almeno un parametro, quello del Roe, risulta (in base all'ultima trimestrale) non in linea mentre un secondo sarebbe in bilico: per i più pessimisti la put sarebbe dunque solo questione di tempo. Dovesse scattare il diritto a vendere per Mps (e l'obbligo per la Scs di comprare), il prezzo, prefissato, sarebbe intorno ai 120 milioni. Un costo assolutamente fuori dalla portata della Scs, che vanta solo qualche milione di liquidità.

A quel punto, come previsto dai patti, scatterebbe il ribaltone: il controllo della Bps passerebbe al Monte Paschi. A Siena e a Spoleto, però, nessuno si preoccupa più tanto. Né Mps, nè la Scs hanno molta voglia di sobbarcarsi le conseguenze di quella put: la cooperativa perché non ha i soldi, la banca toscana perché non ha alcuna intenzione di farsi carico delle vicende spoletine. Anzi, di fronte a un'offerta invitante, non dispiacerebbe uscire e monetizzare (viste anche le esigenze di rafforzamento patrimoniale con Basilea 3 alle porte). Rimane così «ingessata» la put che vale il controllo della popolare di Spoleto.


3 aprile 2011

Simone Filippetti

Il Sole 24 Ore


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02 aprile 2011

IN FUMO I RISPARMI DI INTERE VITE


Chi pensa che il prestito sociale sia privo di rischi, si legga attentamente l'articolo riportato


In finanza a maggior rischio corrisponde un maggior rendimento

Il ragionamento che ne consegue è:
la remunerazione del socio prestatore Coop è adeguata al rischio dell'investimento?


Meditate soci prestatori Coop, meditate ...

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FERRARA. Sfilano in tribunale i figli traditi di Mamma Coopcostruttori. In comune hanno la fiducia illimitata, forse cieca e di sicuro mal riposta nell'ex colosso argentano. Ma anche l'infelice status di creditori post chirografari, con la speranza di rivedere i risparmi perduti appesa al rubinetto della Lega delle Cooperative: aperto per chi sta buono, chiuso per chi si costituisce parte civile.

I loro soldi finivano nel prestito sociale e nelle Azioni a Partecipazione Cooperativa. «Sicuri come in cassaforte» era la litania che si sentivano ripetere. Ma nessuno è mai stato invitato alle assemblee riservate ai detentori di Apc, neppure sapevano che esistessero.
La catastrofe della Coopcostruttori ha dimostrato che anche le famiglie infelici possono assomigliarsi tra loro.

IERI è toccato alle parti civili rappresentate dagli avvocati Maruzzi, Marcello, Schittar e Azzalli (32 su 500) raccontare il loro dramma personale e insieme collettivo, quello di famiglie e generazioni intere che investivano i loro risparmi nella Cooperativa perché credevano, come ha spiegato Elena Cavalieri D'Oro, «nell'impiego etico del denaro, a beneficio di tutta la comunità».

LA SUA STORIA è stata, per usare parole sue, «una morte nella morte», perché tra i 400.000 euro sfumati nel crac c'erano anche i 345 milioni di lire provenienti dal risarcimento per la morte in un incidente stradale, nel 1991, del fratello Gianluca. Era una domenica del febbraio 1998 quando «fummo convocati dall'avvocato Gallotta nella sede della Costruttori per ricevere gli assegni. Trovammo Eva Magnani (segretaria di Donigaglia, ndr) già con la penna in mano». La proposta fatale, di trasformare gli assegni in Apc, venne accettata.

«Non abbiamo avuto il tempo per riflettere, abbiamo firmato. Se oggi sono qui è soprattutto per questo, per giustizia e dignità». A distanza di anni, abbastanza per sfasciare una famiglia, Elena scandisce al microfono: «Quella è stata una domenica premeditata. Ora lo so che in quel momento la Costruttori era già persa». Nessuno poteva immaginare le nubi all'orizzonte della Costruttori, fallita nel 2003. «Alle assemblee ci dicevano che il bilancio andava bene, che era stato approvato dai revisori, c'era un clima quasi di festa».

DEL RESTO, ragionavano i più, se il rendimento delle Apc era dell'8-10%, era segno che la situazione era florida. «È stato mio padre a inculcarmi l'idea che una cooperativa che dà lavoro non può morire», conferma Giuliano Banzi. Dal crac del 2003 il papà Libero, 92 anni, «non vuol più sentire parlare di soldi». Prestiti e Apc si sono portiti via 125mila euro, «tutto quello che avevamo messo da parte».

Banzi è cresciuto con l'ex vicepresidente Renzo Ricci Maccarini (imputato con gli altri dirigenti), «e se mi diceva che tutto andava bene, io ci credevo perché mi fidavo». Anche quando gli scricchiolii diventano una frana le speranze resistono. La mamma di Banzi, oggi 88 anni, nell'ottobre del 2003 si sciolse in lacrime dopo un colloquio con Donigaglia: «Ho parlato con Gianni - raccontò al figlio - Mi ha detto che a costo di ammazzarli tutti, quelli della Lega e del partito, ci farà ridare i soldi». Bastava la parola di «Gianni» per consolarsi.

COME INVECE si è sentito perduto Valentino Piazzi, 366mila euro portati in Costruttori e mai ritirati «perché pensavo di avere l'obbligo morale di aiutare la cooperativa in un momento di difficoltà». Una devozione che nel 2005 gli è costata un esaurimento nervoso: «Sono arrivato molto vicino al suicidio. Mi ha salvato una gattina, poi mio figlio mi ha preso anche un cane». Singhiozzi e lacrime hanno accompagnato i racconti di questi argentani «cresciuti a pane e cooperazione», sinceramente legati ai valori autentici della mutualità e della solidarietà. Come Giorgia Correggioli, 179mila euro perduti nella Felisatti.

«Prima tante rassicurazioni, dopo il patatrac sono tutti spariti». Inutile rivolgersi alla Lega: «Un signore, non ricordo chi, mi ricevette nell'atrio e mi offrì un buono di 100 euro per fare la spesa all'Ipercoop. Un insulto simile non me lo sarei mai aspettato». Anche Graziella Filippi si è «sentita svenire» quando nel 2003 si rivolse al dirigente Dal Pozzo per prelevare lo stretto necessario per pagare l'anticipo del dentista.


2 aprile 2011

Alessandra Mura

la Nuova Ferrara


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01 aprile 2011

UNICOOP FIRENZE E COOP ESTENSE E IL PROBLEMA DELL'AMIANTO

Il supermercato di Coop Estense di Novi di Modena classificato come pericoloso

L'incidente al magazzino Unicoop di Sesto Fiorentino inquieta i dipendenti oggi in assemblea per discutere della vicenda


Modena, 1 aprile 2011 - La mappa: ancora diversi edifici 'pericolosi': la Pam di San Possidonio, il cinema Carani di Sassuolo, il Poliambulatorio di San Felice sul Panaro, il supermercato Coop di Novi di Modena...

La provincia di Modena, che in Emilia-Romagna detiene il triste primato di maggior numero di siti contenenti amianto, dal 23 dicembre scorso ad oggi ne ha bonificati 17. Infatti, andando a guardare la mappatura della Regione aggiornata al 30 marzo, si vede che Modena è passata da 129 a 112 siti ancora da sanare (sono tutti edifici pubblici o privati aperti al pubblico). Tra questi, come spiega l’Agenzia regionale per l’ambiente (Arpa), sono compresi anche i siti dove l’amianto e’ stato parzialmente rimosso oppure incapsulato e confinato.

E’ il caso, ad esempio, delle scuole materne Rodari e Andersen di Vignola, classificate come “2”, cioè come siti dove c’è amianto friabile (il più pericoloso) o compatto ma non confinato, e accessibile al pubblico.

In queste scuole, tuttavia, il materiale è stato incapsulato e reso inerte. Ma ci sono ancora diversi edifici classificati come ‘pericolosi’ che aspettano un intervento: la Pam di San Possidonio, il cinema Carani di Sassuolo, il Poliambulatorio di San Felice sul Panaro, il supermercato Coop di Novi di Modena, il tennis club di Mirandola e lo spogliatoio del campo da calcio di Gavello, solo per citarne alcuni.

Nel capoluogo, invece, ci sono ancora il nido d’infanzia “Melograno”, l’Ospedale estense, le scuole materne Simonazzi, Fossa Monda, Boccolari-Boschetti, la scuola di equitazione, il circolo sportivo Sirenella, la scuola dell’infanzia paritaria “Regina della Pace” e il cinema-teatro di Modena “Dlf”: tutti edifici classificati come classe 2 e nemmeno parzialmente bonificati o messi in sicurezza.


1 aprile 2010

il Resto del Carlino


PRESIDIO USB E RACCOLTA FIRME IN DIFESA DI COOP LAURENTINA DI ROMA

Il negozio di via Laurentina fa capo ad Unicoop Tirreno che procede a progressive riduzioni di personale e a tagli all'impresa di pulizie, che già da alcuni mesi stanno determinando la perdita degli standard di qualità


Sabato 2 aprile i dipendenti della Coop Laurentina di Roma saranno in presidio con l’Unione Sindacale di Base davanti al supermercato di via Sapori 39, dove raccoglieranno le firme fra i soci Coop e gli abitanti del quartiere per difendere la sede dal rischio di diventare un esercizio commerciale scadente e inadeguato.

L’iniziativa nasce a fronte della riduzione dei livelli di servizio nella sede Laurentina, determinata dalla scelta Unicoop Tirreno di procedere a progressive riduzioni di personale e a tagli all'impresa di pulizie, che già da alcuni mesi stanno determinando la perdita degli standard di qualità raggiunti soprattutto grazie all’impegno costante dei lavoratori.

“L’apertura nel 1989 del supermercato Coop di via Laurentina – evidenzia Maria Teresa Pascucci, USB Lavoro Privato – è stato il primo ‘faro’ in un quartiere dove non esisteva alcun punto di aggregazione e nessuna prospettiva occupazionale di prossimità. Questo negozio, all’interno del quale è presente anche una libreria/biblioteca, ha rappresentato, oltre che un indispensabile servizio, anche il primo luogo di incontro intorno al quale sono fiorite innumerevoli iniziative, che negli anni hanno scandito i momenti più importanti della vita del quartiere”.

Conclude Pascucci: “Saremo dunque in presidio davanti alla Coop Laurentina per difendere l’occupazione, per dire no alla speculazione, per non arrendiamoci ai centri commerciali che rischiano di far scomparire ogni struttura commerciale a misura di quartiere e vicina alla gente”.


1 aprile 2011

USB Unione Sindacale di Base - Lavoro Privato

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LE MANI DELLA CAMORRA SULLE FALSE COOPERATIVE

Cooperative che occupano prevalentemente lavoratori stranieri, molti dei quali incapaci di leggere e scrivere l’italiano, non hanno mai votato un bilancio sociale, come di norma spetterebbe ai cosiddetti soci lavoratori


La Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata”. È il primo comma dell’articolo 45 della Costituzione. La citazione era d’obbligo per comprendere a pieno quel connubio tra false cooperative e caporalato. Per usufruire di tale forma di reperimento della manodopera, oggi non troviamo più il caporale che, al mattino prima dell’alba, si reca nelle piazze per cercare manodopera giornaliera, per condurla nei campi o in cantieri edili abusivi (forma ancora esistente in alcune parti della penisola, in particolare in Puglia e Basilicata). Gli escamotage oggi si sono notevolmente affinati ed è nelle false cooperative, in maggioranza gestite da organizzazione legate alla camorra, che troviamo la sua rappresentazione più ampia.

“Lo scenario è questo: vi è una cooperativa con soci lavoratori che eseguono ufficialmente – spiega Umberto Franciosi, segretario generale Flai/Cgil di Modena, nella cui provincia, nella zona di Castelvetro, si trova uno dei più importanti distretti a livello europeo della lavorazione delle carni – lavori di facchinaggio nelle imprese di lavorazioni delle carni e dei salumi, ma nella realtà eseguono lavori del ciclo produttivo, esattamente come chi è diretto dipendente dell’azienda committente”.

Parliamo di cooperative, che occupano prevalentemente lavoratori stranieri, molti dei quali incapaci di leggere e scrivere l’italiano, e che, come tali, non hanno mai votato un bilancio sociale, come di norma spetterebbe ai cosiddetti soci lavoratori.

“Queste false cooperative – prosegue Franciosi – spesso hanno formalmente la loro sede legale presso l’abitazione del presidente, a volte un semplice prestanome extracomunitario, oppure, per dare una parvenza di legalità, presso un polveroso ufficio di pochi metri quadrati che funge da ripostiglio, in cui manca la strumentazione minima per qualsiasi impresa: fax, telefono e computer, oltre che il personale che vi lavori. Capita anche che la sede legale sia anche in luoghi remoti dell’Italia meridionale, presso la sede di qualche commercialista e che, la posta inviata a quegli indirizzi postali, ritorni indietro per compiuta giacenza. Gli unici recapiti di queste imprese fantasma, sono anonimi cellulari. Un esercito di false cooperative che gestiscono lavoratori stranieri grazie al prezioso lavoro di consulenti, o commercialisti, delle imprese committenti. Parliamo anche di imprese committenti che si costruiscono la propria cooperativa in casa, con presidente familiari dell’amministratore delegato dell’impresa committente, oppure lo stesso amministratore delegato della cooperativa che è lo stesso dell’azienda committente”.

Di qualche mese fa la polemica innescata dalla proposta della Cgil, in particolare le sigle Flai e la Fillea (sindacato degli edili nei cui cantieri l’irregolarità imperversa) sull’istituzione del reato di caporalato, a cui il Ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, ha risposto sostenendo che le sanzioni vigenti si presentano più che stringenti, prevedendo persino pene penali (dimenticando tuttavia che le stesse si prescrivono nell’irrisorio arco temporale di tre anni).

Quel “reato” che ha portato la Dpl a multare, lo scorso ottobre, per intermediazione ed interposizione di manodopera l’azienda del gruppo Marcegaglia, la Oskar Marcegaglia con sede a Mezzalora di Budrio (Bo), per un ammontare pari a 5.600 euro. La modalità era questa: i lavoratori, pur essendo assunti dalla Mediterranea Impianti, erano impiegati alle stesse macchine dei dipendenti della Oskar Marcegaglia, effettuando in pratica lo stesso lavoro e prendendo ordini dai dirigenti della Oskar. La multa è stata pagata immediatamente dall´azienda, ma – a dire dell’amministratore delegato Francesco Castagnoli – solo per evitare le sanzioni che scatterebbero in caso di mancato pagamento, avendo immediatamente commissionati ai legali di preparare il ricorso.

I ritmi di lavoro. Basterà tornare indietro di qualche decennio e ripercorrere le immagini che il genio di Charlie Chaplin ci ha offerto nel suo capolavoro “Tempi moderni”, per capire come l’organizzazione del lavoro in questo settore sia tornata ai livelli scanditi dal taylorismo/fordismo degli anni ‘30: ritmi veloci, orari prolungati, pause scarse.

“Le linee di produzione vanno sempre più forte – afferma Franciosi – ed i lavoratori vengono sempre adibiti alla stessa mansione causando le inevitabili malattie professionali caratteristiche del settore. Nelle linee del disosso dei prosciutti crudi, ogni operatore in media deve effettuare un’operazione ogni tre secondi con coltelli, in alcuni casi elettrici. Lavorazioni faticose che si possono protrarre anche per oltre 10 ore al giorno, effettuate in ambiente bagnato e freddo, con scarse pause, a velocità altissime e senza turnazioni. Elementi estremamente pericolosi, che causano, con la lunga esposizione, inevitabili danni all’apparato muscolo scheletrico”.

Non è difficile immaginare, dunque, la presenza di cospicui di infortuni, dove spesso risulta difficile provare la responsabilità dell’inidoneità degli strumenti di protezione.

“Un meccanismo – dice Franciosi – che genera una concorrenza spietata fra lavoratori, in particolare fra dipendenti dell’azienda committente e quelli dell’azienda appaltatrice che pur di lavorare monetizzano diritti e salute. Un sistema che può generare conflitti fra le etnie (prevalentemente marocchina, albanese, srilankese, ndr) in cui sono suddivisi nelle varie cooperative e con gli stessi italiani”.

La contraffazione alimentare. Sessanta miliardi di euro. È questo il drammatico valore, tanto nell’entità che nella sostanza, della contraffazione alimentare in Italia e all’estero. A denunciarlo è la Coldiretti, impegnata da anni in una mobilitazione ai valichi di frontiera ed ai porti a difesa del vero Made in Italy, minato da un fenomeno favorito dalla mancanza di chiarezza a livello nazionale e comunitario dove non è ancora obbligatorio indicare per tutti i prodotti la provenienza della materia prima in etichetta. Il risultato è – secondo quanto rileva l’analisi condotta dalla Coldiretti – che due prosciutti su tre venduti come italiani sono provenienti da maiali allevati all’estero.

Il problema vero è che in Italia non esistono maiali sufficienti perché la penisola sia autosufficiente e gli allevamenti, causa la concorrenza estera, sono costretti a chiudere (erano 1.300 nel 2001, meno di mille oggi). La Coldiretti tuttavia non abbandona la sua battaglia, a costo di bloccare ogni singolo camion colmo di cosce di maiale estere, poi spacciate per italiane. Come nel luglio scorso quando gli allevatori e i coltivatori si sono mobilitati al Brennero che ha portato ad intercettare un camion, controllato dalle forze di polizia anche alla presenza dell’ex ministro delle politiche agricole Giancarlo Galan. Il Tir era carico di 215 quintali di cosce di maiale olandesi destinate ad essere lavorate alla Suincom di Solignano di Castelvetro (società coinvolta nel 2002 in un duplice processo. Il primo per l’omicidio di Ismail Jauadi, per cui finirono in cella Gaspare Mattarella, il presidente, Biagio Grassia, il killer, e i complici Antonio Erbini e Mario De Luca. Il secondo per il reato di contraffazione alimentare, quello scoperto da Ismail e per il quale ricattava i soci dell’azienda, che secondo i pm Lucia Russo e Fausto Casari, portarono all’uccisione del socio lavoratore Ismail, oggi in attesa di archiviazione).

I controlli. Nel settore nodo ostico da sciogliere è quello relativo ai controlli. Per le cooperative è prevista una verifica amministrativo-contabile effettuata direttamente dalle confederazioni quali Confcooperative, Legacoop, Agci e Unci, nei confronti delle iscritte con una periodicità pari a due anni e con una copertura dell’almeno 95%.

Per quelle che non aderiscono alle centrali, invece, dal 2006 le competenze spettano al Ministero dello sviluppo economico (prima erano affidate al Ministero del lavoro che le esercitava attraverso i suoi ispettori), affidando spesso l’incarico, qualora siano disponibili, a funzionari della Dpl, con una copertura che rasenta, invece, il 20%.

La problematicità nasce, tuttavia, dalla circostanza per la quale, dopo un intervento ispettivo, le aziende aguzzano l’ingegno e si attrezzano per aggirare l’irregolarità.

“Il problema – afferma Eufranio Massi, direttore della Dpl di Modena – è costituito dalle imprese “mordi e fuggi”, di cui parla anche la legge 122 della finanziaria Tremonti, secondo la quale l’agenzia delle entrate e l’Inps hanno possibilità di fare accordi di iniziative comuni per lo scambio dei dati, finalizzato a colpire le imprese che nascono e muoiono velocemente. Nella cooperazione, tuttavia, questa è un’operazione difficile da attuare, perché dopo le sanzioni le cooperative si sciolgono, ne costituiscono altre e tutto torna alla situazione ante-controllo”.

Lo stesso Massi ammette che nel settore tante sono le coop che non applicano i contratti cooperativi siglati dalle confederazioni e tante sono le irregolarità come, solo per fare un esempio, la presenza in busta paga di somme a titolo di trasferta, in realtà mai effettuate, al solo fine di non pagare contributi (essendone la trasferta esente). È sulla base di ciò che, insieme ai rappresentanti delle associazioni di categoria, è stato istituito un Osservatorio della cooperazione presso ogni Dpl.

Qual è dunque l’intoppo? A dire di Massi, tutto potrebbe essere semplificato attraverso una diversa legislazione. «L’articolo 18 della legge Biagi – prosegue Massi – prevede, quando si effettuano degli accertamenti per somministrazione illecita, che vengano incrociati i dati per decine di lavoratori, in tal modo l’accertamento può durare anche dei mesi. Si potrebbe invece sostituire la sanzione prevista, moltiplicata per giornata e numero di lavoratori, con una sanzione rapportata a fasce di lavoratori, cosicché qualora si trovino lavoratori irregolarmente somministrati la sanzione scatti a prescindere da quante giornate lavorative sono state effettuate, secondo importi proporzionali al numero di lavoratori irregolari». Questa tuttavia è una scelta del Parlamento, «sono anni che lo segnalo – conclude Massi – ai vari ministri che si sono succeduti, ma sempre con scarsi risultati».

La cupola del bestiame. Ed è così che, nell’assoluta compiacenza delle aziende committenti, si è creato l’habitat ideale affinché la malavita organizzata, in particolare la camorra campana, costituisca cooperative sociali prendendo gli appalti di magazzini anche di marchi importanti. A confermarlo il Rapporto “Zoomafia 2010” della Lav (Lega Anti Vivisezione), secondo il quale sono numerose le operazioni malavitose che si sono intrecciate con lo sfruttamento illegale degli animali per un giro d’affari, nel corso del 2009, stimato intorno ai 3 miliardi di euro. Tra le attività che destano le maggiori preoccupazioni vi sono quelle legate al settore bovino, per cui si è iniziato a parlare di “cupola del bestiame”. Questo business registra ogni anno circa 400 milioni di euro di fatturato e in alcune zone ci si trova di fronte ad un vero e proprio mercato parallelo di carni e prodotti alimentari. Secondo la relazione del Ministro dell’interno al Parlamento sull’attività svolta e sui risultati conseguiti dalla Direzione Investigativa Antimafia, nel primo semestre 2009 (citata nel rapporto Zoomafia della Lav 2010) proprio in Emilia Romagna: “La sfera d’influenza affaristica dei gruppi camorristici, peraltro, potrebbe proiettarsi anche in altri rilevanti ambiti economici e, segnatamente, in quello del commercio di carni e del riciclaggio dei relativi proventi, attraverso una complessa rete di cooperative di servizio”.


1 aprile 2011

Felicia Buonomo

Il Fatto Quotidiano


Link essenziale:
Nuovo CAPORALATO.it

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30 marzo 2011

MPS ASPETTA LE MOSSE DELLA FONDAZIONE E PREPARA L'AUMENTO DI CAPITALE


La Fondazione dovrà decidere se diluire la propria quota


Probabile aumento di capitale da due miliardi che verrà annunciato con la presentazione del nuovo piano industriale tra un paio di mesi

Sarebbe il secondo aumento di capitale in 3 anni

Unicoop Firenze si prepari ad un nuovo esborso a giugno se non vuol diluire il suo 3% nella banca senese


Il pallino è nelle mani della Fondazione Mps. La manovra sul capitale di Banca Monte dei Paschi, necessaria a rimborsare 1,9 miliardi di Tremonti-bond, resta legata alle scelte del maggior azionista che deve decidere se (e quanto) diluire la partecipazione nel gruppo di Rocca Salimbeni, pari al 45,6% del capitale ordinario e al 55% di quello complessivo.

I tempi non saranno lunghi. Il gruppo bancario senese presieduto da Giuseppe Mussari ha annunciato ieri i conti 2010, in netto miglioramento sull'esercizio precedente: crescono raccolta e impieghi (+6,9% e +4,1%), si riducono i costi (-5,2%), più che triplica l'utile netto finale (985,5 milioni, comprensivi dei 405 milioni di plusvalenza per la cessione degli immobili), torna un dividendo di 0,0245 euro alle azioni ordinarie e 0,0335 alle privilegiate, per un totale di 167,7 milioni, di cui poco più di 100 andranno alla Fondazione.

In Borsa, ieri, il titolo ha prima guadagnato il 2% (sulla scia dei buoni risultati presentati agli analisti dal direttore generale Antonio Vigni e dal cfo Marco Massacesi), per poi chiudere con un ribasso del 4,5% a 0,90 euro, trascinato dal crollo del settore. Vigni ha espresso soddisfazione per i risultati ottenuti nel 2010 e ha sottolineato come, nonostante la crisi, «il gruppo abbia sempre aumentato la patrimonializzazione» passando dal 5,1 all'8,4% di Tier 1, destinato a salire di altri 40 punti base una volta contabilizzata la cessione degli immobili strumentali.

«Per quest'anno mi aspetto un consolidamento dei segnali di ripresa del business, con un graduale aumento dei tassi, e la possibilità per noi di raccogliere i frutti del lavoro fatto», dice il direttore generale. Che puntualizza: «Prima dell'estate presenteremo il nuovo piano industriale». I vertici di Rocca Salimbeni è probabile che vogliano agganciare l'aumento di capitale (intorno ai 2 miliardi) a questo passaggio, cioè all'annuncio di programmi e obiettivi concreti e, dunque, il nodo della ricapitalizzazione potrebbe sciogliersi nel giro di un paio di mesi. Con la prospettiva magari di restituire i Tremonti-bond già quest'anno.

Gabriello Mancini, presidente della Fondazione Mps, ha espresso «soddisfazione per il ritorno del dividendo», chiedendo alla banca «ulteriori sforzi di crescita». Ma il primo impegno spetterà proprio all'azionista di maggioranza di Montepaschi.


30 marzo 2010

Cesare Peruzzi

Il Sole 24 Ore


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