16 dicembre 2010

MERCATONE UNO E COOP, NUOVE ACCUSE AI FINANZIERI


L'ordinanza: irregolarità anche nei controlli fiscali ai supermercati



Non solo Rimini Yacht. Nelle carte in mano alla Procura ci sono altre tre importanti verifiche fiscali effettuate dagli ufficiali della Finanza Massimiliano Parpiglia ed Enzo Di Giovanni che destano molti sospetti. Si tratta degli accertamenti nei confronti della Falber di Saverio Moschillo (grosso imprenditore della moda e creatore del marchio John Richmond), del Mercatone Uno e del colosso Coop Italia. «Vi è l’esigenza inderogabile di approfondire altri fatti di uso distorto delle rispettive funzioni pubbliche svolte in relazione ad altre verifiche», scrive a questo proposito il gip Pasquale Gianniti nell’ordinanza di custodia cautelare notificata due giorni fa a Di Giovanni e Parpiglia, ai marescialli Felice Curcio e Luigi Giannetti, al ragioniere bolognese Alberto Carati e al commercialista ferrarese Giorgio Baruffa. Tutti accusati di corruzione, tutti ai domiciliari.

La verifica diretta da Parpiglia alla Falber di Moschillo risale al 2006. In seguito i due sono diventati amici, tant’è che nell’ottobre 2007 l’imprenditore regala al colonnello un Rolex Oyster da 17mila euro. Sentito dagli investigatori, Moschillo ha detto che l’orologio era il dono per la nascita del figlio dell’ufficiale, a cui era riconoscente per i consigli che gli aveva dato sull’amministrazione della sua società. Dagli appunti trovati nell’agenda di Parpiglia risulta però che questi abbia svolto un «ruolo attivo» anche in un contenzioso fiscale della Falber successivo alla verifica, cioè fra il 2007 e il 2008. Fatti che meritano qualche approfondimento.

Le altre due verifiche di cui parla il gip (entrambe dell’estate 2010) hanno in comune un nome: quello di Paolo Ferrari, imprenditore amico di Parpiglia e Di Giovanni con interessi economici sia verso il Mercatone Uno che Coop Italia. Dall’analisi di email e telefonate è emerso come l’imprenditore mirasse ad aprire punti vendita nei centri Mercatone e negli ipermercati Coop. Nel caso della verifica alla Coop Italia è emerso come Parpiglia spingesse attraverso la sua rete di amicizie per creare entrature a Ferrari, col quale sarebbe a sua volta in affari.

Per il gip, il colonello si è mosso nella doppia veste di pubblico ufficiale e uomo d’affari, confondendo a tal punto le acque che, in una telefonata intercettata del 30 giugno 2010, il responsabile finanziario di Coop Italia lo chiama credendo che sia il referente di due società di Ferrari. Parpiglia «tra imbarazzo e mezze risate lo corregge, asserendo che lui è il colonnello della Finanza, amico del presidente della Coop Estense, e dicendo che comunque si sarebbero visti la settimana dopo per la verifica e per un caffè», recita l’ordinanza. Parpiglia, insomma, «era così addentrato nell’ambiente delle cooperative che Baruffa lo definisce "uomo Coop"», prosegue Gianniti. In un’intercettazione del 10 giugno 2010 il colonnello viene a sapere da un sottoposto addetto alla verifica alla Coop di presunte irregolaritò per 400mila euro: Parpiglia gli impone di non metterlo a verbale, dicendo che deve vederlo lui. «È necessario riscontrare se questi rilievi siano poi stati scaricati sul verbale», sottolinea il giudice.

Vi è infine un altro filone su cui indagare: gli intrecci fra Giulio Lolli (il titolare della Rimini Yacht che è fuggito), Baruffa, Carati, il faccendiere Flavio Carboni e il commercialista forlivese Fabio Porcellini (lo stesso che finanziava le attività di Carboni nel «progetto eolico sardo», quello per cui il faccendiere era finito in carcere). Porcellini compare in relazione alla barca Azimut 85, venduta da Rimini Yacht a Monte dei Paschi leasing e poi affittata alla società della moglie di un socio di Rimini Yacht. Nell’estate 2009 viene prenotato un posto in un porto sardo per la Azimut 85: che però risulta intestata a una società di Porcellini. Una strana faccenda. Ancora tutta da chiarire.

16 dicembre 2010

Amelia Esposito

Corriere di Bologna.it


EUTELIA: TRIBUNALE, ILLEGITTIMA LA CESSIONE AD AGILE


E' antisindacale, quindi illegittima, la cessione effettuata da Eutelia del ramo d'azienda Agile ad Omega





Confermata la sentenza di primo grado dal tribunale di Roma per condotta antisindacale - art. 28/300 - violando la procedura obbligatoria di informazione sindacale disposta dall’art. 47 della l. n. 428/1990

Il Tribunale di Roma ha confermato questa mattina la sentenza di primo grado che aveva stabilito la illegittimita' della cessione da parte di Eutelia del ramo d'azienda Agile ad Omega. Rigettato dunque il ricorso presentato dai commissari di Eutelia contro il giudizio di ''comportamento antisindacale nella cessione di ramo di azienda''.

La sentenza, come quella gia' espressa lo scorso gennaio, annulla gli effetti della cessione di Agile, cioe' il trasferimento di 1.900 dipendenti. Per i giudici si e' in presenza di una violazione della legislazione sui traferimenti dei rami di azienda.

Venditore e compratore devono darne comunicazione per iscritto, almeno venticinque giorni prima, alle rispettive rappresentanze sindacali costituite. L'informazione deve riguardare: i motivi del trasferimento d'azienda; le sue conseguenze giuridiche, economiche e sociali per i lavoratori; le eventuali misure previste nei confronti di questi ultimi. Tutte formalita' non esperite secondo il Tribunale.

Tutto comincia il 7 gennaio 2009, quando il Cda di Eutelia, presieduto da Angelo Landi, esponente dell'omonima famiglia principale azionista di Eutelia (27% del capitale) decide la cessione del ramo Information Technology (It) del Gruppo. Eutelia, che opera nel settore tlc ed It, e' cresciuta rapidamente a suon di acquisizioni, nel carnet Edisontel, Noicom, NTSFreedomland, C3 Europe, Alpha Telecom, Getronics Italia e Bull Italia, gia' naviga' in acque perigliose. L'esercizio 2008 registra un rosso di 178 milioni di euro rispetto alla perdita di 41 milioni del 2007. Il 30 aprile l'assemblea dei soci rinnova gli organi statutari, diventa presidente del Cda, Leonardo Pizzichi, arrivato in Eutelia come presidente del collegio sindacale nell'autunno del 2008. Il 15 di giugno del 2009, i lavoratori del ramo It di Eutelia si ritrovano prima trasferiti alla Agile srl, controllata della stessa Eutelia e, subito dopo la Agile viene ceduta al gruppo Omega. Dall'operazione Eutelia dichiara una plusvalenza di 17,9 milioni.

La cessione non convince. In primis si esprimono i revisori della PriceWaterhouseCoopers che il 28 agosto 2009 bocciano la semestrale di Eutelia. ''Non abbiamo ottenuto adeguati elementi ed evidenze a supporto della soddisfazione dei requisiti previsti dai principi contabili di riferimento per la cancellazione di attivita' e passivita' in relazione alla cessione'' di Agilie, scrivono i revisori. E ancora, ''il ramo di azienda ceduto non e' stato rappresentato in base a quanto previsto dai principi contabili (regola Ifrs 5)''. Cosi' nella semestrale consolidata di Eutelia, ''la perdita del periodo ed il patrimonio netto di gruppo risultano rispettivamente sottostimata e sovrastimato per euro 4,5 milioni'', concludono i revisori. Settembre 2009: Dipendenti senza lavoro e stipendio. La maggiore passivita' corrente cancellata dal bilancio di Eutelia grazie alla cessione di Agile e' rappresentata dalle liquidazioni dei dipendenti pari a 49,4 milioni di euro. Se ne accorgono subito i 1.900 mila dipendenti trasferiti da Eutelia a Omega.

Dalla cessione sono appena passati due mesi.L'operazione di trasferimento avviene il 15 giugno del 2009: prima i lavoratori del ramo It di Eutelia furono trasferiti alla Agile srl, controllata della stessa Eutelia e, nello stesso giorno, la stessa Agile fu ceduta al gruppo Omega. La passivita' piu' rilevante cancellata dal bilancio di Eutelia grazie alla cessione di Agile risulta essere il Tfr dei dipendenti per 45,4 milioni.

Il Tfr, da quando sono in vigore le regole contabili Ias (numero 19), entra nel calcolo dell'indebitamento ed ha quindi una sua rilevanza per valutare lo standing creditizio delle imprese. Dopo due mesi dalla cessione, per gran parte dei dipendenti ex Eutelia cominciarono i problemi con i dipendenti, da agosto 2009, senza stipendio.

L'inchiesta Eutelia-Agile-Omega subisce un colpo d'acceleratore nel luglio del 2010, quando il Gip di Roma, Elvira Tamburelli, dispone la custodia cautelare per 8 manager e azionisti di Eutelia per bancarotta fraudolenta. Si tratta di Pio Piccini, presidente e amministratore di Omega e Agile, il dirigente di Agile e tesoriere del gruppo Omega, Marco Fenu; l 'ex presidente del Cda Eutelia Leonardo Pizzicchi (a cui sono stati revocati gli arresti domiciliari); l'amministratore di Agile Claudio Marcello; il procuratore di Agile Salvatore Cammalleri ; il consigliere di amministrazione di Eutelia Isacco Landi, Samuele Landi, presidente di Eutelia, che si rende irreperibile.

Con la sentenza odierna, i dipendenti Agile dovrebbero tornare in Eutelia, ma nel frattempo quest'ultima e' finita in amministrazione straordinaria.

15 dicembre 2010

men/mcc/bra


Asca


Gli articoli del nostro blog sulla vertenza Eutelia

LAVORATORI AGILE IN LOTTA




15 dicembre 2010

A PROCESSO LA CRICCA DELLA LOGISTICA


Frode al fisco da 30 milioni di euro, centinaia di lavoratori in nero: a giudizio Zampieri, Sinagra e Trivellato



Willi Zampieri

PADOVA - Arriva a processo l’inchiesta sulle cooperative illegali che nel settembre scorso ha portato all’arresto di tre persone. Il sostituto procuratore Orietta Canova ha chiesto il giudizio immediato per l'imprenditore Willi Zampieri, la consulente del lavoro Patrizia Trivellato e il commercialista Paolo Sinagra Brisca. I tre sono accusati di associazione a delinquere finalizzata alla falsità materiale commessa in privato, omesso versamento di ritenute previdenziali e assistenziali nonché evasione fiscale. A fissare l’udienza per il 17 gennaio 2011 di fronte al tribunale Collegiale ci ha pensato il gip Paola Cameran.

I protagonisti. A processo i tre principali attori dell’associazione radicata tra Veneto, Emilia Romagna, Piemonte e Toscana. Willi Zampieri, 40 anni, presidente della società di calcio dilettanti Villatora-Saonara, già esponente di Forza Italia di cui è stato delegato al congresso nazionale nel 2004 e nel 2007, è considerato il capo e si trova ora agli arresti domiciliari. Paolo Sinagra Brisca, messinese di 62 anni, consulente di diritto tributario nell’organizzazione sventata dalla Finanza; e Patrizia Trivellato, consulente della cooperativa, accusata di aver falsificato i modelli F24 per i versamenti Inps dei dipendenti delle cooperative. Per loro due il giudice ha disposto invece l’obbligo di dimora.

L’accusa. Secondo l’accusa i tre (a capo di un’organizzazione che vedeva altre 21 persone indagate) avevano messo in piedi un meccanismo in grado di portare nelle loro tasche 30 milioni di euro tra oneri previdenziali e fiscali e contributivi non versati. Tutto era ottenuto falsificando i documenti contabili di decine di cooperative legate al mondo della logistica con un migliaio di addetti, a cui però non venivano versati contributi. Secondo la Finanza il sodalizio incassava oltre 10mila euro giornalieri. Frutto appunto dei soldi non versati alle casse degli enti previdenziali dei titolari delle cooperative, che invece li consegnavano ai capi dell’organizzazione, e da qui reinvestiti in attività lecite quali bar e negozi.

Old Wild West. Tra le quote societarie e i conti correnti sequestrati (14 società, 80 tra conti correnti, 600mila euro in contanti e terreni e fabbricati per 18 milioni di euro) ci sono anche quelli della Free West srl, riconducibile a Zampieri e che gestisce in franchising le birrerie- ristoranti Old Wild West al Cinecity di Limena e di Silea. Anche attraverso queste attività la banda riciclava il denaro sottratto all’Erario (14,5 milioni di omesse contribuzioni Inps; 13,8 milioni di omesse dichiarazioni ai fini dell’Ire, oltre a 2,2 milioni di Iva non pagata). Cooperative intestate a prestanome che nascevano e morivano a seconda delle esigenze.

La frode. Attraverso un consorzio Zampieri vinceva le gare d’appalto della logistica per affidare infine i lavori delle cooperative con sede in Corso Stati Uniti 18/b. Peccato però che i lavoratori venissero pagati in nero e i documenti contabili falsificati in modo quasi perfetto.


15 dicembre 2010

Nicola Munaro

Corriere del Veneto.it


Inchiesta del Mattino di Padova su La cricca della logistica

.

AMPLIAMENTO CENTRO COMMERCIALE SESTO F.NO, CONFCOMMERCIO ACCUSA L'ASSESSORE

Sotto accusa l'assessore all'urbanistica del comune di Sesto Fiorentino, Maurizio Soldi






Secondo Bongiorno (Confcommercio) «l'ampliamento concesso arreca danno al tessuto commerciale tradizionale»


L'assessore all'urbanistica del comune di Sesto Fiorentino Maurizio Soldi sul banco degli imputati per l'ampliamento della superficie concesso al «Centro Sesto», di Via Pasolini.

A mettere l'assessore sotto accusa è la Confcommercio che con il suo presidente Filippo Bongiorno non ripsarmia critiche: «Quello che dice soldi è un'offesa all'intelligenza delle persone, perché voler banalizzare la questione e ridurla ad un problema urbanistico, dimensionale della struttura, non fa giustizia della sostanza delle cose: non sono certo la stessa cosa 4.000 metri di magazzino e 4.000 metri di superficie di vendita».

«Il nostro incontro non è servito ad ottenere rassicurazioni - prosegue Bongiorno - l'ampliamento è stato accettato senza porsi il problema di quelle che potrebbero essere le ricadute sul tessuto commerciale tradizionale».

14 dicembre 2010

La Nazione

.

14 dicembre 2010

MODELLO MARCHIONNE ALLA COOP: SI PENSA AD UNA BAD COMPANY PER I NEGOZI MENO REDDITIZI


Nella società confluirebbero 17 market toscani





IL MODELLO
Marchionne tenta anche Unicoop Firenze. Il colosso della grande distribuzione Toscana (un milione e centomila soci, 102 punti vendita, due miliardi e duecento milioni di vendite, quasi ottomila dipendenti) ha presentato ai sindacati un progetto per il riassetto aziendale che strizza l’occhio alle idee del manager del Lingotto.

L’IDEA di partenza alla quale sta lavorando il presidente Turiddo Campaini con il suo staff è questa: creare una new company dove far confluire i punti vendita meno redditizi. In tutto si tratta di 17 piccoli negozi Incoop che si trovano nelle province di Firenze, Prato, Pisa e Arezzo.

Una ‘lista nera’ che però rappresenta anche lavoratori, una settantina in tutto, i quali avrebbero due possibilità davanti. Essere assunti dal nuovo soggetto oppure accettare un trasferimento a un altro punto vendita. Il passaggio alla nuova compagnia però determinerebbe un peggioramento delle condizioni lavorative: in particolare significherebbe salire da 37 a 40 ore lavorative e la perdita del contratto nazionale di lavoro del settore cooperativo. Unicoop Firenze conferma l’esistenza di questo piano di lavoro, considerandola però al momento un’ipotesi di partenza al tavolo della trattativa sindacale.

I lavoratori però non sembrano così ottimisti, e sul loro blog hanno criticato pesantemente la scelta di Unicoop di creare una nuova società che per il futuro potrebbe inglobare oltre alle Incoop anche ipermercati o supermercati in calo di redditività tanto da diventare una vera e propria bad company. E’ proprio questa l’accusa principale dei lavoratori, ossia di voler marcare per ragioni di profitto ‘i buoni e i cattivi’.
La sperimentazione dovrebbe partire dal punto vendita di Montevarchi, in provincia di Arezzo. Incontri secondo i lavoratori Unicoop si sarebbero tenuti proprio in questi giorni per illustrare al personale il cambiamento.

SULLA PARTENZA di Montevarchi si registra la posizione critica della Filcams Cgil aretina: «Il sistema contrattuale proposto da Unicoop Firenze per la nuova società — si legge in una lettera siglata unitariamente e inviata all’esecutivo nazionale della Filcams — risulta fortemente peggiorativo di quello in vigore nel resto della stessa cooperativa; insomma una sorta di ‘modello Fiat Pomigliano’ in versione moderata».

Sul loro blog, una specie di Wikileaks del movimento cooperativo, i lavoratori hanno lanciato l’elenco dei punti vendita che saranno oggetto della ristrutturazione. «Tutti negozi storici — spiegano i lavoratori — tutti punti vendita che il nostro presidente o i suoi dirigenti citano con commozione quando devono parlare dei valori del mondo cooperativo: ossia condizionare coi valori dell’uomo le leggi del profitto».

14 dicembre 2010

Fabrizio Morviducci


La Nazione

.

12 dicembre 2010

«CHE FA UNICOOP, COPIA IL MODELLO FIAT?»

L'azienda fiorentina vorrebbe creare una new company in cui far confluire i negozi poco redditizi




Diciassette punti vendita in una lista nera e contratto peggiorativo per settanta lavoratori

Una new company in cui far confluire diciassette negozi a marchio "Incoop" sparsi fra le province di Pisa, Prato, Firenze e Arezzo, che sono andati a finire nella lista nera dei cosiddetti punti vendita "non redditizi". Per i relativi circa 70 lavoratori la possibilità di fare una scelta fra due strade obbligate.

Da una parte accettare di essere assunti dalla nuova società (che dovrebbe essere interamente partecipata da Unicoop Firenze), a condizioni però penalizzanti, con un contratto che prevederebbe il passaggio da 37 a 40 ore lavorative settimanali; dall'altra decidere di essere trasferiti ad altro punto vendita, rimanendo però in questo caso normali dipendenti Coop. Il piano di cui Unicoop Firenze conferma l'esistenza, pur negando i connotati lavorativi che i lavoratori vogliono darvi, è stato messo alla berlina proprio dai dipendenti, che sulla loro pagina facebook hanno deciso di pubblicare la lista dei "magnifici 17".

Tra questi ci sono i punti vendita di Fornacette, Tirrenia e Uliveto nella provincia di Pisa, di viale Strozzi a Prato, di Sorgane, Varlungo, Tavarnuzze, Vingone, Badia a Settimo, Fiesole, Colonnata, Compiobbi, Casenuove e Pozzale in provincia di Firenze e di Montevarchi.

Proprio da quest'ultimo punto vendita, dal prossimo mese di gennaio, dovrebbe partire la sperimentazione del nuovo format. «Niente vieta di pensare - scrivono i Lavoratori Unicoop in un acceso editoriale dall'inequivocabile titolo: "Campaini come Marchionne?" - che in futuro possano entrare a far parte della NewCo anche ipermercati o supermercati la cui redditività risultasse negativa o comunque giudicata tale».

Forti perplessità riguardo alla nuova iniziativa del colosso toscano della grande distribuzione sono state espresse anche dai componenti della segreteria provinciale Cgil-Filcams di Arezzo.
«Il sistema contrattuale proposto da Unicoop Firenze per la nuova società risulta fortemente peggiorativo di quello in vigore nel resto della stessa cooperativa; insomma - tagliano corto i sindacalisti in una lettera che è stata siglata unitariamente ed anche indirizzata all'esecutivo nazionale della stessa Filcams-Cgil - una sorta di "modella Fiat Pomigliano" in versione moderata».

12 dicembre 2010

Gabriele Firmani

Il Tirreno


11 dicembre 2010

I MAGNIFICI 17


"Quando i valori dell'uomo condizionano le leggi del profitto"

Sottotitolo del libro di Turiddo Campaini, "Un'altra vita è possibile"






Nelle foto che seguono alcuni dei "magnifici 17".

Nell'ordine gli storici ed incolpevoli negozi di:


Montevarchi - Prato (Via Strozzi) - Tavarnuzze - Colonnata - Fiesole -
Compiobbi - Varlungo - Tirrenia - Fornacette





NEGOZI APERTI PER LE FESTIVITA', RENZI: "LASCIARE FACOLTA' DI SCELTA"

Renzi: il presidente di Unicoop Firenze, Turiddo Campaini, ci ricorda spesso quanto sia importante rispettare il giorno della festa, ma i supermercati Coop restano aperti la domenica




''Il Vescovo svolge il suo ruolo dando spunti di riflessione spirituale, culturale e morale che chi vuole ascoltare ascolta; ma chi fa l'amministratore o il manager deve essere conseguente con quanto dice''. Questa la dichiarazione del sindaco Matteo Renzi, ospite oggi di Radio Toscana, dove è intervenuto sul dibattito aperto dalle parole di monsignor Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze, in merito all' opportunità di mantenere la chiusura dei negozi nei giorni di festa.

''Ad esempio - ha detto Renzi -, il presidente di Unicoop Firenze, Turiddo Campaini, ci ricorda spesso quanto sia importante rispettare il giorno della festa, ma i supermercati Coop restano aperti la domenica. Io penso che si potrebbe aprire un ragionamento comune qualora si optasse per la chiusura nei giorni festivi dei negozi in tutta la regione. Non si puo' dire: chiudiamo i negozi del centro di Firenze e lasciamo aperto l' outlet di Barberino. Per come sono le cose adesso per me è giusto lasciare la facoltà di apertura domenicale ai negozianti che vogliano farlo''.

''Se però si decide - ha proseguito il sindaco -, tutti insieme, che di domenica si inizia a chiudere, per tutti i fattori evidenziati dal Vescovo (''è solo illusorio offrire più numerose possibilità di consumo''), allora, ad esempio, il presidente della Regione comunichi che l'outlet di Barberino non si può aprire la domenica; io non sarei d'accordo ma se uno vuole stare in questa posizione lo dica. Il presidente della Coop invece di fare a me la morale sul primo di maggio, chiuda lui qualche negozio la domenica. La mia opinione - ha concluso Renzi - è che c'è troppa ideologia su questo argomento: chi vuol essere coerente con quello che dice ha gli strumenti per esserlo''.

10 dicembre 2010

La Nazione


10 dicembre 2010

SCANDALO FALSE COPERATIVE: SCHIAVI E CAPORALI A NATALE

Vengono usate come forma di outsourcing, con il vantaggio che i "soci" sono facilmente licenziabili.

Fini mutualistici solo sulla carta, così si sfruttano i benefici su fisco e costo del lavoro.

L'influenza di mafia e 'ndrangheta.

Alla catena di montaggio che prepara il Natale, nei cubi di cemento dei grandi centri logistici che riforniscono gli scaffali dei supermercati di luci e decorazioni, entrano che non è ancora l'alba ed escono che è già notte. Nelle grandi piattaforme della grande distribuzione, sperdute nelle campagne di tutta Italia, sgobba una nuova classe di lavoratori. Sono gli schiavi del Natale. Formalmente, soci di cooperative. In realtà persone che, di fatto, hanno meno diritti dei dipendenti delle aziende classiche, con la sola differenza che spesso non sanno bene chi è il loro padrone. Due coop su tre, dicono le ispezioni delle direzioni provinciali del lavoro, sono irregolari. Ma quante sono allora in Italia le "cooperative spurie"? Quanti dipendenti occupano? E perché sia il sistema economico che la criminalità organizzata ricorrono sempre più a questa tipologia d'impresa che produce un valore aggiunto di 40 miliardi di euro, il tre per cento del totale nazionale?

LE DENUNCE
"Con questo mezzo, gli operai ad essa aderenti pensano di fare il primo passo nella via della loro emancipazione, poiché sottratto il lavoro da ogni dipendenza, l'associazione offrirà ad essi il modo di istruirsi, di educarsi e di togliersi dallo stato di miseria e soggezione in cui oggi si trovano...". Fa tenerezza rileggere le parole dello statuto della prima cooperativa modenese, fondata a Finale Emilia nel 1886, e confrontarle con il racconto che Juan, 124 anni dopo, ha reso alla procura di Lodi. Con altri quattro connazionali, il 36enne boliviano ha denunciato gli ingranaggi del sistema del lavoro nero nella piattaforma Dhl di San Giuliano Milanese, dove lo smistamento dei pacchi natalizi moltiplica il numero di colli da movimentare. "Ho girato diverse cooperative. I nomi cambiavano in continuazione ma i responsabili erano sempre gli stessi...". L'ultima "non mi consegnò mai il contratto di assunzione. Ma il quindici di ogni mese un caporale mi pagava in contanti. La mia busta paga era sempre a zero ore. Lavoravo nel settore carico con una mansione pericolosa, che richiedeva, però, velocità e lucidità. Poi abbiamo contattato il sindacato e ci siamo ribellati. Ma quando tornai in azienda, l'addetto alla sicurezza non mi fece entrare: ero licenziato".

Ora Juan ha ottenuto il permesso di soggiorno in base all'articolo 18 della legge sull'immigrazione, quello utilizzato di solito dalle prostitute per fare arrestare i protettori. E come lui gli altri colleghi che hanno denunciato, oggi collocati in una vera cooperativa, la "Lotta all'emarginazione" di Sesto San Giovanni. Le prime segnalazioni della Filt-Cgil sulla piattaforma di San Giuliano risalgono all'aprile 2008. "Ai lavoratori regolarmente assunti venivano assegnati orari sempre più ridotti in modo da provocarne le dimissioni affinché fossero sostituiti da extracomunitari con permessi di soggiorno falsi...". Simon, anche lui boliviano, quarantenne, racconta di aver lavorato per più cooperative e di ricevere lo stipendio "su una carta di credito prepagata intestata a mio nome". Le cifre sono sempre minori di quelle concordate. Sulle denunce di Juan, Simon e gli altri è aperta un'inchiesta della direzione provinciale del lavoro di Milano. Molte coop citate nelle denunce, nel frattempo, hanno licenziato gli operai, come la Padana servizi - 70 in un colpo solo, con un semplice fax - o risultano inattive, come la Alfa coop e la Vidac.

IL BOOM
In Italia le cooperative sono 151mila, calcola l'ultimo rapporto di Unioncamere. E mostrano, a differenza delle altre imprese, "una notevole resistenza alle difficoltà della crisi", con un saldo positivo tra cessazioni e nuove costituzioni. Quasi la metà del totale (45 per cento) sono al Sud, ma è al Nord che creano più occupazione. Sicilia e Lazio sono le prime regioni per diffusione, seguono Lombardia e Campania, dove in media crescono del 2%. Sono il 2,1% del totale delle imprese italiane, con un milione e 400mila lavoratori impiegati ormai in ogni settore. La logistica - dove operano grandi gruppi come Colser di Parma (3000 dipendenti), Ucsa di Milano (1700), Gesconet di Roma, Cal di San Giuliano Milanese (900 soci), Piave di Torino, Transcoop di Reggio Emilia - è solo uno dei settori delle coop, che ora operano anche nell'outsourcing. Per esempio, grandi compagnie di assicurazioni hanno delegato a piccole coop di giovani diplomati - inserite all'interno di gruppi imprenditoriali molto floridi - lavori che prima erano riservati agli interni, ottenendo più flessibilità, ma anche la possibilità di lasciare a casa i "soci" quando le commesse scarseggiano. Un vero e proprio boom si registra poi nella sanità, nell'informatica, nelle telecomunicazioni, nell'edilizia, nel settore delle pulizie fin anche all'intermediazione finanziaria, all'istruzione, alla formazione privata. Con picchi di crescita superiori alla media delle altre imprese, soprattutto per quanto riguarda donne e immigrati. Ma cosa c'è dietro questa esplosione di vitalità? Un rilancio in grande stile o un uso distorto della forma cooperativa come quello che denunciano i facchini di San Giuliano Milanese?

IL RACKET
Dietro, spesso, ci sono soltanto delle truffe. Storie che sanno di caporalato e che riempiono decine di inchieste, dal Trentino alla Sicilia. Imprenditori, commercialisti, avvocati e consulenti fiscali sono i registi di reti di società intestate a prestanome con le quali danno avvio all'impresa criminale. Come funzionano le coop-patacca? Il meccanismo è quasi sempre lo stesso. S'intestano le cooperative ad anziani, disabili, tossicodipendenti, che in cambio di una firma ricevono poche decine di euro. Poi si dà il via all'attività, sfruttando le agevolazioni previste per questo genere d'impresa, con assunzioni in nero, buste paga inferiori ai pagamenti effettivamente corrisposti, straordinari nascosti in altre voci contabili, contributi e tasse non versate. Formalmente, i lavoratori sfruttati sono soci della coop. Ma essendo ricattati, le loro decisioni sono dirette dal presidente o dai suoi fantocci. Quando gli investigatori arrivano alle società, si trovano di fronte a società in liquidazione, a patrimoni pari a zero, ad amministratori fittizi. Ma non sempre i furbi la fanno franca.

Il caso più noto è quello di Padova, dove un'operazione della Guardia di Finanza ha smantellato una "associazione per delinquere finalizzata all'evasione fiscale". Una rete di cooperative intestate a titolari di comodo, quasi tutte nell'orbita della Compagnia delle opere, aveva evaso 30 milioni di euro tra oneri previdenziali, fiscali e contributivi non versati. I militari hanno sequestrato anche 18 milioni di euro in contanti, titoli di società ed immobili tra Veneto, Toscana, Piemonte, Emilia Romagna. Tra i 21 indagati e i tre arrestati c'erano Willi Zampieri, 40 anni, presidente della società con un passato in Forza Italia; il commercialista Paolo Sinagra Brisca e una consulente del lavoro, ex tesoriere del Consiglio provinciale dell'Ordine, Patrizia Trivellato. Diecimila euro al giorno venivano reinvestiti in bar e negozi, mentre centinaia di lavoratori restavano senza contributi previdenziali. Le loro condizioni di lavoro sono lo spaccato del moderno schiavismo camuffato da cooperativismo: permessi per malattia o maternità negate, ferie inesistenti.
Un caso isolato? Pare proprio di no. Nella capitale economica del paese, Milano, teoricamente il luogo più evoluto nei rapporti di lavoro, dal primo gennaio al 31 agosto 2010, gli accertamenti hanno svelato 1101 posizioni irregolari: collaboratori a progetto che nella realtà erano soci, lavoratori senza riposo giornaliero o settimanale, "con schede cronografiche infedeli, straordinari contabilizzati come indennità di trasferta, per le quali non è previsto il versamento di contributi", spiega il direttore provinciale del Lavoro di Milano, Paolo Weber. In otto mesi, gli ispettori della Direzione provinciale del lavoro hanno recuperato ben 426.780 euro di contributi non versati.

COOPERATIVE A DELINQUERE
La favola dell'assistenza e della mutualità ha fatto il suo tempo. E in questa grande finzione, fa presto a infiltrarsi la criminalità organizzata. A Corigliano Calabro la Finanza ha indagato a maggio 352 persone per truffa all'Inps: una cooperativa agricola che aveva denunciato falsi rapporti di lavoro per 35mila giornate agricole era, in realtà, riconducibile a una cosca della 'ndrangheta. A Gioia Tauro, invece, la "Cooperativa lavoro", che gestisce il traffico di migliaia di container, aveva stretto una sorta di joint-venture con le famiglie Piromalli, Alvaro e Molè. E in Campania è la camorra a utilizzare le coop nel settore dei trasporti e dei parcheggi. L'Ortomercato di Milano, che si prepara a garantire una cornucopia di frutta e pesci di ogni tipo sulle tavole degli italiani imbandite per il Natale, è stato per anni il regno dei clan. Nella memoria depositata nel processo concluso a maggio con la condanna dei boss della cosca Morabito-Bruzzaniti, il pm Laura Barbaini ricostruisce il ruolo del prestanome Antonio Paolo che "formalmente assume presso la cooperativa Scai il socio lavoratore Salvatore Morabito, l'uomo conosciuto da tutti come criminalmente potente, e nella sostanza cede al consorzio i suoi contratti di appalto migliori: quale per esempio quello con Dhl Express Italy srl e con Tnt Poste". Le cooperative - scrive il pm - servono ai clan anche per riciclare denaro sporco "attraverso la falsa fatturazione o l'emissione di assegni circolari intestati a nominativi di lavoratori stranieri dipendenti e incassati da prestanomi". In questo modo, creano "importanti disponibilità in contanti per l'acquisto di droga". Anche al boss di Cologno Monzese, Marcello Paparo, le cooperative del suo consorzio di facchinaggio e pulizie per i supermercati Sma ed Esselunga servivano solo per prelevare contanti da investire in affari illegali. E nel capoluogo lombardo c'è l'ombra del riciclaggio anche nell'omicidio di Pasquale Maglione, un avvocato casertano che rappresentava diversi consorzi di origine campana nel rapporto tra colossi della logistica e sindacati.

IL DUMPING E LA CONCORRENZA SLEALE
Ma anche quando non c'è la mafia, le statistiche dicono che le cooperative sono, una miniera di profitti in nero. Più delle altre società. A Milano, come a Lecco, l'82% di quelle ispezionate risultano irregolari; a Brindisi il 37%; a Cuneo il 65, a Pescara il 40, a Padova il 67,7. In media, il 65% sono irregolari. Anche nel settore dei servizi sanitari e sociali si diffonde l'illegalità: a Siena la Gdf ha scoperto a luglio una coop che per quattro anni aveva lavorato in nero con anziani, minorenni e disabili. Gonfiavano i rimborsi, s'inventavano trasferte inesistenti in giorni improbabili - come il 31 giugno - e in questo modo, secondo la Finanza, "riuscivano a garantirsi, a costi competitivi, la presenza sul mercato degli appalti pubblici". Con prezzi stracciati, è facile sbaragliare la concorrenza degli onesti. Il ministero del Lavoro, nel 2007, aveva tentato di arginare il fenomeno con un protocollo che considerava i ribassi del 30 per cento "un fattore di distorsione del mercato". Si decise di dar vita agli "osservatori permanenti", coordinati dalle direzioni del lavoro. Pochi ispettorati, però, sono riusciti a tener d'occhio le cooperative spurie. Che hanno una vita media di due anni ed espellono i soci che osano prendere sul serio i loro diritti. Com'è successo, ad esempio, ai 16 soci eritrei della cooperativa "Il papavero" di Cerro al Lambro, in provincia di Milano, che lavora per la Gls, che ha tra i suoi committenti le poste inglesi: a febbraio avevano indetto un regolare sciopero, ad agosto si sono ritrovati licenziati. E ora, assistiti dal SiCobas, hanno aperto due vertenze: in una il datore di lavoro è tacciato di comportamento "discriminatorio". Due settimane fa il tribunale del lavoro di Firenze ha dato loro ragione. Ma, prima della magistratura, chi dovrebbe fare tutte le verifiche?

I CONTROLLI FANTASMA
La maggior parte delle pseudocoop non fanno parte delle centrali (Legacoop, Confcooperative, eccetera) che prevedono verifiche sugli affiliati. "C'è il potere ispettivo del ministero dello Sviluppo - spiega Stefano Zamagni, economista e presidente dell'agenzia per le Onlus - ma gli ispettori sono pochi, è difficile controllare. Noi possiamo intervenire solo per le cooperative sociali, ma solo inoltrando le denunce alla Guardia di finanza e all'Agenzia delle entrate. Nella maggior parte dei casi si ricorre alle cooperative solo per evadere il fisco e avere agevolazioni. Lo spirito mutualistico di una volta è sparito". Così finisce che le cooperative anziché unire i lavoratori consentendo loro di emanciparsi, li dividono ulteriormente. In questi giorni nei magazzini Gs-Carrefour di Pieve Emanuele, in provincia di Milano, operai cinesi, egiziani e italiani stanno il dando il meglio di sé. Sono i "soci" che hanno accettato i nuovi ritmi, 160 colli stoccati all'ora, imposti da una nuova coop che sostituiva la precedente. Quelli che hanno detto no, erano stati espulsi. Ora hanno vinto la loro battaglia, e hanno ritrovato il lavoro.

10 dicembre 2010

Davide Carlucci - Sandro De Riccardis

La Repubblica.it


.

08 dicembre 2010

MAGAZZINI UNICOOP FIRENZE: ASSEMBLEA GENERALE 9 DICEMBRE


Assemblea generale

Magazzini Unicoop FI

9 dicembre 2010





ASSEMBLEA SINDACALE GENERALE


DOMANI, GIOVEDI 9 DICEMBRE 2010, SI TERRA' UN'ASSEMBLEA DEI LAVORATORI DEI MAGAZZINI DI SCANDICCI E SESTO FIORENTINO DALLE 11.52 ALLE 13.52 (TURNO UNICO) PRESSO LA SALA "VIOLETTO".

ORDINE DEL GIORNO:

- LETTURA VERBALE RLS;
- INFORMAZIONI SULL'INTEGRATIVO AZIENDALE;
- VARIE ED EVENTUALI

RSU MAGAZZINO


.

06 dicembre 2010

APRE IL SUPERMERCATO COOP DI QUARRATA

La maggior parte dei 25 neoassunti, certamente a termine, ha scarse probabilità di lavorare nel p.v. di Quarrata in futuro.

Come annunciato da tempo da Unicoop, l'apertura dei supermercati di Quarrata e quella precedente di Monsummano, determinano degli esuberi all'iper di Massa e Cozzile che verranno ricollocati proprio nei super appena aperti.



QUARRATA. Cinquanta persone, per la metà neoassunte, lavoreranno ai banchi, alle casse, nei magazzini e tra gli scaffali della Coop di via Scopelliti, che aprirà al pubblico il 6 dicembre alle 10.

In cifre il nuovo punto vendita si estende su una superficie di 1050 metri quadrati, ha un parcheggio di circa 200 posti, per un investimento complessivo di oltre 6 milioni di euro. Il punto vendita dedicherà anche ampio spazio alle produzioni locali: tanti i tipi di pesce, pasta, dolci, biscotti, miele, vino e olio di provenienza toscana.

In una nota il gruppo Coop presenta la nuova struttura: «All'ingresso del supermercato, accanto ad un ampio assortimento di piante e fiori, si trova il reparto ortofrutta seguito dalla forneria, ricca di pizze, schiacciate e di tanti tipi speciali di pane. Segue la gastronomia e la pescheria con le migliori varietà di pesce. Scelta delle migliori razze per la macelleria, dove si trova un ricco assortimento di carni. Un vasto assortimento anche nella cantinetta dedicata ai vini, dai più economici ai più rinomati, di provenienza toscana e di tante altre regioni italiane.

Particolarmente curata la sezione vini di fornitori locali. Anche nel reparto profumeria si può trovare un'offerta ampia e ben assortita. Presente anche una parafarmacia". Al momento di pagare si trovano 8 casse.

4 dicembre

Il Tirreno

05 dicembre 2010

DIMENTICA DI PAGARE IL PESCE: LICENZIATA DIPENDENTE COOP

La donna è uscita dal supermercato in ritardo, dimenticando di pagare il pesce che aveva ordinato ai colleghi.

E' stata denunciata per furto e ha perso il lavoro.

Il tribunale ha archiviato l'indagine, ora si apre la battaglia legale per la riassunzione



Licenziata e denunciata per aver ordinato 51 euro di pesce nel supermercato nel quale lavorava senza pagarlo, nonostante avesse lasciato in vista il pacchetto a una collega della cassa (avvertita al momento del ritiro) che l'ha lasciata andare con l'involucro raccontando poi tutto ai superiori. E' successo a un'ex dipendente di Coop Adriatica, C.M., che si difende parlando di una dimenticanza legata al fatto di aver lasciato in ritardo il lavoro mentre i figli la aspettavano per essere accompagnati in piscina. La donna, dipendente da 18 anni dell'azienda senza precedenti addebiti disciplinari e indagata - su querela di Coop Adriatica - per furto aggravato, ha ottenuto nei giorni scorsi l'archiviazione dal gip Gabriella Castore, che ha accolto la richiesta del pm Massimiliano Rossi, a cui l'azienda - difesa dall'avvocato Mauro Pacilio - si era opposta. Ora la donna ha anche impugnato il licenziamento.

I fatti risalgono al febbraio scorso, quando C.M. ordina a una collega del reparto pescheria (quello nel quale lavora) una confezione di pesce che viene preparata con lo scontrino temporaneo del prezzo, e poi lasciata dalla donna a una cassa assieme al grembiule di lavoro. La collega della cassa, tornata dopo una breve assenza in postazione, lo nota e ne scorge il contenuto con lo scontrino temporaneo. Sopraggiunta, C.M. Precisa alla collega che la confezione è sua, la ritira e lascia il supermercato. La cassiera avvertirà i superiori, che dopo vari riscontri appurano che il pesce non è stato pagato. L'azienda alla fine di febbraio ravvisa gli estremi per la rottura "irrimediabile del rapporto fiduciario" con la dipendente, che viene subito licenziata e denunciata per furto aggravato. La donna, difesa dagli avvocati stefania sacchetti e federico salerno, spiega che nella concitazione del ritardo ha ritirato l'involucro e lo ha caricato sull'auto (che ha poi lasciato alla madre) per recarsi all'impegno coi figli. Per la difesa- come riportato nell'istanza di archiviazione poi accolta- ce n'è abbastanza per parlare di "dolo della collega cassiera, che pur essendosi accorta che la merce non era stata pagata, invece che richiamare immediatamente c.M. Al pagamento o avvertire, prima dell'allontanamento della donna, il personale addetto alla sicurezza come avrebbe fatto con qualunque altro cliente, ha preferito tacere per poi segnalare l'accaduto successivamente ai superiori". Per i difensori di C.M. Che avevano sentito la cassiera davanti alla polizia giudiziaria, "la cassiera dapprima sostiene una prassi di comportamento diversa tra colleghi e semplici clienti e poi si contraddice sostenendo che non vi è, come logico e attendibile, differenza tra dipendenti e clienti nel pagamento di quanto acquistato".

Il difensore di Coop Adriatica, Mauro Pacilio, nel ricorso contro l'archiviazione chiesta dal pm (motivata col fatto che la donna poteva utilizzare "modalità meno esposte al controllo del personale preposto") si domanda perchè l'indagata non sia stata sentita. "Vi è da chiedersi - scrive Pacilio nell'opposizione al gip - se avesse destato più sospetto un sacchetto con dentro della spesa non prezzato poggiato da qualche parte, a vista di tutti i colleghi del reparto, o un sacchetto prezzato dal quale si potrebbe agilmente desumere che verrà pagato o che sia già stato pagato". Pacilio sospettava che C.M. confidasse di "farla franca" visto il lungo rapporto di colleganza con la cassiera, e chiedeva di riaprire le indagini sentendo il responsabile interno delle procedure di controllo.

Ma il gip Gabriella Castore ha chiuso la partita qualche giorno fa archiviando tutto: avendo destinato il pesce ai suoceri "che evidentemente devono aver ringraziato o in alternativa aver fatto pervenire la somma in ipotesi anticipata per la commissione", si può ipotizzare che la donna "abbia deciso a quel punto di non procedere alla regolarizzazione. Ma ciò costituisce un fatto irrilevante sotto il profilo penale, anche se può incrinare i rapporti fiduciari tra datore di lavoro e dipendente". Tuttavia il gip sottolinea che non risultano precedenti addebiti disciplinari all'ex dipendente di Coop Adriatica e pertanto "non può escludersi che il fatto si sia verificato per una mera dimenticanza".

Nessun'altra indagine, conclude il gip, potrà essere utile, perchè "anche la verifica sulle modalità di acquisto della merce da parte dei dipendenti può configurare un illecito disciplinare, ma non può provare la volontà di impossessamento"

4 dicembre 2010

La Repubblica.it


04 dicembre 2010

ELEZIONI RSU ALL'IPERCOOP DI LIVORNO: USB E' DI GRAN LUNGA IL PRIMO SINDACATO

Grande soddisfazione del sindacato di base che raccoglie più del doppio dei voti di Cgil.

I frutti di chi fa buon sindacato premiano



Ecco i risultati delle elezioni resi noti dalla Commissione elettorale:
.

Aventi diritto: 424

.

Votanti: 287

Schede bianche: 1

Schede nulle: 12

.

Voti validi: 274

USB: 185 voti

CGIL: 83 voti

UIL: 6 voti

.

UNA LARGA VITTORIA CHE PREMIA IL NOSTRO IMPEGNO: GRAZIE A TUTTI!

.

Il verdetto arrivato oggi dall’urna parla di una vittoria senza mezzi termini per il nostro progetto sindacale, che ha raccolto quasi il 70% dei consensi con un numero di voti più che doppio rispetto a quelli della lista Cgil, che comunque gode di un seguito del 30% nell’ipermercato.

.

Ovvio che con questi numeri siamo dispiaciuti che a causa del meccanismo della clausola di salvaguardia che riserva a Cgil-Cisl-Uil il 33% dei posti in Rsu a prescindere dal loro seguito a noi tocchino alla fine solo 5 delegati (senza questa regola antidemocratica sarebbero stati 8 su 12 per noi), ma ce ne facciamo una ragione nella speranza che un giorno quella parte di regolamento possa essere cambiata, e soprattutto questo aspetto non inficia la nostra enorme gioia per questa vittoria.

.

Un progetto partito dal niente e dal basso tre anni e mezzo fa che arriva oggi a vedere certificato numericamente un risultato importantissimo che di certo in pochi immaginavano all’inizio del nostro percorso. E’ la prova di quanto paga la passione e l’impegno quotidiano, la voglia di metterci la faccia e di non tirarsi mai indietro, la convinzione che la coerenza e la chiarezza devono essere sempre alla base di tutto, la tenacia nel credere che questa avventura potesse veramente arrivare lontano.

.

Due parole sulla partecipazione dei lavoratori a questa consultazione: se si considera che tra gli aventi diritto al voto il numero di assenze per maternità, aspettative e altre cause in questi giorni era altissimo, riteniamo positivo il dato sui votanti. Segno che è stata compresa l’importanza di questo fondamentale passaggio di democrazia sindacale nel nostro luogo di lavoro. Un grazie dunque a chi ha esercitato il proprio diritto di voto, e ovviamente per quanto ci riguarda un ringraziamento dal cuore a chi ha scelto la nostra sigla e i nostri candidati.

.

Adesso ci aspetta un lavoro di responsabilità dentro la Rsu, con i nostri 5 delegati che porteranno al suo interno le linee del nostro coordinamento, da sempre centro nevralgico del progetto USB.

.

Ancora grazie a tutti

.

3 dicembre 2010

.

IL COORDINAMENTO USB IPERCOOP LIVORNO

.

COOP PAPAVERO: UNA VITTORIA CHE APRE UN VARCO PER I DIRITTI DEI LAVORATORI DELLE COOP SOCIALI


VINTO IL RICORSO D'URGENZA DAI LICENZIATI DELLA COOP PAPAVERO (sito di Cerro al Lambro della GLS Italy)



Il tribunale di Firenze, sezione lavoro, con l'ordinanza depositata il 25/11/2010, ha accolto il ricorso d'urgenza contro i licenziamenti, e ordinato alla coop Papavero di riammettere al posto di lavoro i licenziati (dall'8 agosto 2010!).

L'ordinanza si incentra su un punto fondamentale:

il rapporto di lavoro dei licenziati con la coop Papavero, nominalmente "soci-lavoratori", è in realtà un rapporto di lavoro subordinato. Ne conseguono sia la legittimità del ricorso alla magistratura del lavoro, sia l'applicabilità dell'art.18 della legge 300(Statuto dei lavoratori) e il reintegro al posto di lavoro.

L'ordinanza del tribunale ribadisce che i licenziati dalla Coop Papavero hanno un rapporto di lavoro subordinato, perché:

- la cooperativa è stata costituita alla presenza di 4 soci che costituivano anche il totale dei soci (e nessuno dei lavoratori licenziati)

-l'approvazione dello statuto della cooperativa è successivo alla data di assunzione dei lavoratori licenziati (che non lo hanno mai votato in alcuna assemblea)

- i lavoratori licenziati non sono mai stati fatti partecipare alle assemblee della cooperativa, all'approvazione dei bilanci, al rendiconto degli utili, ecc.

L'ordinanza del tribunale illustrando il caso specifico dei licenziati della coop Papavero, descrive quello che avviene normalmente nelle cooperative, dove i padroni delle cooperative, con l'avallo dei padroni degli appalti (i committenti come la GLS Italy, la Billa, la Dhl, la Sogemi, l'Esselunga ecc.) utilizzano il trucco del "socio lavoratore", per avere a disposizione manodopera a basso costo che è "socia" senza avere i diritti dei soci e lavoratrice senza avere i diritti dei lavoratori.

L'ordinanza del tribunale di Firenze è una prima vittoria, che si deve anche alle mobilitazioni e alle iniziative contro lo sfruttamento nelle cooperative che sono state condotte in questi mesi dai lavoratori, con l'appoggio del Coordinamento di sostegno alle lotte dei lavoratori delle Cooperative.

Se i lavoratori licenziati dalla coop Papavero hanno potuto resistere in attesa della sentenza (il tribunale di Milano, nonostante l'urgenza, deve ancora pronunciarsi su un altro ricorso per discriminazione!) è stato possibile grazie alla solidarietà concreta ed economica di numerosissimi lavoratori, precari, studenti, che hanno partecipato alle iniziative di sostegno.

L'appuntamento con la causa di merito sui licenziamenti alla coop Papavero, sempre al tribunale di Firenze, sarà preparato al meglio, con una situazione più favorevole ai lavoratori licenziati, se le mobilitazioni continueranno e le agitazioni nelle coop andranno avanti.

I lavoratori licenziati devono rientrare al lavoro e non si deve permettere alla Coop Papavero e alla GLS Italy di ignorare l'ordinanza del tribunale. Se occorre andremo a Cerro al Lambro per ottenere con la mobilitazione il loro reintegro.

2 dicembre 2010

S.I. Cobas


Precedenti:

COOP PAPAVERO PEGGIO DELLA FIAT ! SCIOPERANO: LICENZIATI IN 15


02 dicembre 2010

"IN CAMPANIA LA COOP CI HA VENDUTO ED ORA SIAMO SENZA LAVORO"


Il negozio ex Unicoop Tirreno di Solofra (AV) nel marzo 2009, ai tempi degli scioperi per il loro posto di lavoro



Quattro supermercati del colosso della grande distribuzione vengono ceduti a un'azienda di Castellammare di Stabia. E inizia il calvario di chi vi era impiegato e che chiede solo di riprendere servizio. Ma, come per la Fiat di Melfi, quando un giudice di Avellino impone il reintegro di due di loro, si risponde: "Non sussiste alcuna possibilità"

Ricordate la vicenda della Fiat di Melfi? Dopo il licenziamento, tre dipendenti vennero reintegrati dal giudice del lavoro, ma per loro non c’era posto in azienda. Qualcosa di analogo è successo anche altrove. Solo che questa volta è accaduto in un supermercato campano, a Solofra, provincia di Avellino, che fino a poco meno di un paio d’anni fa era a marchio Coop. Ed è successo a due lavoratrici, Lucia Di Maio e Margherita Molinari. La quali, licenziate prima dalla Unicoop Tirreno e poi dalla società che ha rilevato il ramo d’azienda a cui la loro unità commerciale apparteneva, si sono viste riconoscere per due volte dal tribunale del lavoro di Avellino il diritto a essere reintegrate nel colosso della grande distribuzione toscano. Ma senza risultato perché, in una lettera inviata a fine estate, «la scrivente cooperativa [non] ha la possibilità di adibirla presso altre unità produttive alle medesime mansioni da quelle [...] svolte in precedenza. Non sussiste quindi alcuna opportunità di [...] utile impiego».

Peccato però che in Campania la situazione sia tutt’altro che immobile, per i grandi magazzini. Il 3 dicembre prossimo, per esempio, verrà inaugurato un superstore da 2.200 metri quadrati con 150 posti auto nel quartiere Arenaccia di Napoli (in quest’occasione sono annunciate manifestazioni di protesta). Ed altri siano in corso d’apertura, con relative campagne di assunzione. Ma la storia di Lucia Di Maio e di Margherita Molinari è ben più estesa. Oltre al supermercato di Solofra, la cessione ha compreso infatti anche i supermercati di Castellammare di Stabia, Soccavo e Nocera Inferiore. E il successivo licenziamento di tutti i lavoratori.

Quattro supermercati: un ramo d’azienda da vendere

Ma come si è arrivati a questa situazione? Per raccontarla, questa storia, occorre fare un passo indietro e tornare al 1999 quando la Coop Campania, dopo un breve transito sotto la Coop Toscana-Lazio, passa in un piano di riorganizzazione territoriale sotto la Unicoop Tirreno, che ha sede a Piombino e che al suo attivo ha 111 punti vendita di varie dimensioni, 820 mila soci e 6.300 dipendenti. Tra il 2008 e il 2009, però, iniziano a percepirsi i primi problemi: per ragioni di bilancio, quattro supermercati campani devono essere ceduti come ramo d’azienda. Una volontà ufficializzata il 19 aprile 2009 con la lettera di licenziamento recapitata a una sessantina di lavoratori. Ma non c’era da preoccuparsi, dicevano in azienda, perché sarebbero stati assorbiti dalla nuova società.

Tutto a posto, dunque? Mica tanto perché il primo acquirente a farsi avanti è l’azienda Cavamarket di Antonio Della Monica, a cui in Campania è demandata la gestione del marchio Despar. La Filcams Cgil si oppone, i dipendenti rumoreggiano e inizia un braccio di ferro contro la cessione perché il timore è che i contratti di lavoro non vengano rispettati, una volta perfezionata la vendita. La situazione viene resa pubblica e un volantinaggio organizzato dai sindacati attira l’attenzione al punto che la Cavamarket, dopo una serie di incontri napoletani e romani tra le aziende, si tira indietro. Il suo posto viene preso da un imprenditore di Castellammare di Stabia, Michele Apuzzo, che gestisce il marchio Sunrise e che, visure camerali alla mano, risultava proprietario della Immobilmare Srl (dalla cui compagine societaria la Cavamarket è passata uscendone quasi subito). Si tratta di una società creata nel 2003 e con un capitale sociale di 95 mila euro interamente versati, ma che fino al 2009 non risultava aver gestito attività economiche né aver fatturato alcunché.

Insomma, la storia aziendale della Immobilmare inizierebbe con i supermercati di Solofra, Castellammare di Stabia, Soccavo e Nocera e i suoi primi dipendenti sarebbero proprio quelli che giungono dalla Unicoop Tirreno. Sessanta persone in tutto, a cui era stato chiesto per il tramite del sindacato se fossero disposti ad andarsene. In caso affermativo sarebbero stati messi in mobilità per un periodo variabile tra i tre e i quattro anni, a seconda dell’età. «Il suggerimento del sindacato è stato quello di accettare la proposta perché, in caso contrario, i dipendenti avrebbero potuto fare una brutta fine con la nuova azienda», dice Carlo Vuolo, ex dipendente della Unicoop Tirreno e rappresentante sindacale del punto vendita di Nocera Inferiore. Ma Vuolo, 46 anni, residente a Sarno e con tre figli da mantenere, ha fatto quello che diversi colleghi hanno deciso: in diciassette rifiutano l’opzione di abbandonare il campo e vanno avanti nella battaglia per un posto di lavoro.

E arrivano i licenziamenti per tutti

Di fronte a questa scelta, però, la Filcams locale e nazionale si tirano indietro e il matrimonio-cessione tra Unicoop Tirreno e Immobilmare prosegue. Di questi diciassette dipendenti, riuniti intorno a un comitato sindacale di base (con cui successivamente l’Immobilmare non vorrà trattare perché – scriverà l’azienda – non appartiene alle associazioni che hanno firmato i contratti collettivi), inizia un tour de force tra carte bollate, avvocati, querele e trattative (o presunte tali). Se all’inizio, per esempio, i dieci di Nocera prendono servizio, il rapporto con la nuova azienda va avanti per poco, fino a giugno 2010, in condizioni in cui si lamenta un crescente precariato. Poi arriva il licenziamento. Ma va ancora peggio ad altri esercizi commerciali. Il magazzino di Soccavo, sottoposto a lavori di ristrutturazione, non apre perché i lavoratori sono finiti in cassa integrazione. Invece a Solofra, quello delle cause vinte dalle due dipendenti, non solo non si inizia alcuna attività commerciale, ma il locale che dovrebbe diventare il nuovo supermercato va a fuoco senza che si sia capito come e perché. Il risultato, per tutti, non cambia: perdita del posto di lavoro.

Michele Apuzzo, amministratore della Immobilmare, nel frattempo si è sfilato. È l’agosto 2010 e il suo incarico è stato assunto da un uomo di Pignataro Interamna, provincia di Frosinone, che si chiama Renzo Iannattone. I lavoratori non si lasciano tuttavia disorientare da questi cambiamenti, cui si aggiunge il trasferimento della sede legale a Pompei, ma quando Vuolo e altri suoi colleghi vi si recano trovano solo un’abitazione privata. Inoltre gli ex dipendenti di Nocera Inferiore si presentano a più riprese dal giudice del lavoro per veder riconosciuti i propri diritti. E si presentano anche quando, dopo la metà di novembre, vengono invitati a lavorare in un altro punto vendita Immobilmare, ma il 29 novembre – riporta una recente cronaca del quotidiano Il Mattino – trovano solo un locale fatiscente. E chiuso.

Tra rassicurazioni a tutt’oggi senza esito, i lavoratori si difendono da soli

Sul versante “tribunale del lavoro”, le ultime udienze sono dell’autunno 2010 e il procedimento di fronte al giudice del lavoro è stato rinviato al 13 gennaio 2011 per consentire la raccolta di ulteriori elementi sulla società e sul suo proprietario (nello specifico è stato chiesto alla guardia di finanza di verificare se risultino a suo carico atti come protesti o istanze di fallimento). In tutto questo baillame c’è anche un contatto tra i lavoratori di Nocera e la direzione del personale di Unicoop Tirreno, che a parole manifesta l’intenzione di risolvere il problema, ma tutto finisce qui, non succederà più niente. Nel frattempo l’azienda toscana, interpellata in merito, si dimostra fiduciosa verso una felice risoluzione della controversia e chiede una serie di domande scritte a cui, finora, non è tuttavia giunta risposta.

«Siamo disponibili a trasferirci, ad andare al Nord, in Croazia o dove ci collocano», prosegue Vuolo riferendosi al vecchio datore di lavoro, Unicoop Tirreno, a cui viene imputato l’inizio della fine della vita professionale dei lavoratori campani. «In cooperativa ho lavorato venticinque anni e anche gli altri hanno più o meno la mia stessa esperienza nel settore. Un bagaglio che però sembra non valere niente, in barba a qualsiasi dichiarata solidarietà sbandierata in campagne pubblicitarie». Anche in questo senso si inquadrerebbe un accordo stipulato ai tempi della cessione dei supermercati. Un accordo con Cavamarket – nel frattempo fallita – che prevedeva una fidejussione: quindicimila euro per ogni lavoratore da corrispondere al venditore in caso di licenziamento. Inutile dire che, ai dipendenti e per l’avvenuto fallimento, di questo denaro non è mai arrivato neanche un centesimo. E nemmeno un centesimo i lavoratori di Nocera hanno visto a tutt’oggi dell’ultimo mese di stipendio loro dovuto, quello di giugno 2010, così come di liquidazione e ferie non godute.

In proposito commenta Sergio Caserta, ex presidente dell’associazione delle Coop di consumatori in Campania e della Coop Campania, che proprio al consolidamento di quei supermercati aveva lavorato negli anni Ottanta: «Mai nella storia della Coop un processo di ristrutturazione aziendale in Toscana e in Emilia ha comportato il licenziamento dei dipendenti, essendo nei suoi territori tradizionali ben attenta ai legami sociali e alla sua immagine di impresa mutualistica. Al contrario lo sviluppo cooperativo al Sud, realizzato con mentalità “coloniale e padronale” e con evidenti obiettivi di mero profitto economico, senza consolidare una rete associativa locale, ha comportato già in precedenti esperienze (come nel settore edilizio) errori imprenditoriali, incontri con la malavita economica locale e conseguenti gravi danni all’immagine dell’intero movimento cooperativo».

2 dicembre 2010

Antonella Beccaria

domani


Dal nostro blog:

SOLOFRA (AV) - PROTESTANO I LAVORATORI COOP: "PER NOI NESSUN FUTURO"

SOLOFRA: LA COOP IN FIAMME

DISTRETTO TIRRENICO: QUANDO TOSCANA NON FA RIMA CON CAMPANIA

LAVORATORI EX COOP, E' PROTESTA

.

01 dicembre 2010

QUEGLI INTERESSI DEI LIBRETTI COOP COSI' INFERIORI AI BOT

La situazione finanziaria attuale mette a in evidenza la totale inadeguatezza degli interessi corrisposti ai soci prestatori Coop

I titoli di stato sono più remunerativi fino a oltre 4 volte e mezzo

Perché le Coop non possono permettersi di corrispondere al socio interessi appropriati?


La
bufera che si sta abbattendo sui titoli di stato di alcuni paesi dell'area euro, sta ponendo a dura prova la stabilità della divisa unica e mette drammaticamente a nudo un'Europa la cui moneta unica non appare tale, visto come il mercato prezza i titoli di stato dei singoli paesi.

Le differenze registrate ieri dai differenziali dei titoli degli stati sotto attacco col titolo benchmark, il bund decennale tedesco, sono ai massimi storici da quando esiste l'euro.
L'Italia ha un differenziale di 200 punti base circa (nel corso della giornata ha toccato il picco a 210). Significa che i mercati scontano un rischio paese in crescendo e che rifinanziare il nostro debito pubblico gigantesco ci costerà, alle condizioni attuali, il 2% in più.

In sostanza l'Italia dovrà adeguare il rendimento delle prossime emissioni per piazzare i titoli e rifinanziare le scadenze.
Questo aumenterà ulteriormente la nostra esposizione debitoria e per tenerla sotto controllo è probabile che il governo che ci sarà (qualunque sia il colore) dovrà effettuare una manovra finanziaria correttiva.

In questo scenario, come è facile immaginare, si inciderà con ulteriori tagli alla spesa corrente. E' chiaro che nessuno vuole questa patata bollente e un governo di unità nazionale o formule analoghe, dove la faccia la si mette più o meno tutti, sarebbe la soluzione più logica. Ma sappiamo anche che si stanno giocando altre partite che probabilmente con l'interesse generale hanno poco a vedere.


Nella situazione attuale balza agli occhi la stridente divergenza tra i rendimenti offerti dai titoli di stato e quelli dei libretti del prestito sociale Coop.


Prendendo la scadenza ad un anno circa, il BOT 15 novembre 2011 ha un rendimento netto dell' 1,90%, dopo che nella giornata di ieri aveva superato il 2%. Il BTP 15/09/11 3.75% rende su anno il 2.08% netto.


Se pensiamo che le Coop con i soldi dei soci comprano per la maggior parte dei loro portafogli proprio i titoli di stato, non si capisce la convenienza del risparmiatore verso il prestito sociale, considerando che alcune di loro sono ritornate all'utile commerciale, se pur risicato, con l'ultimo bilancio, dopo aver presentato un bilancio negativo nel 2008.
Insomma la remunerazione del prestito sociale, è veramente ridicola, paragonata al rischio a cui è esposto il socio risparmiatore.

Il paradosso è, ad esempio che, se mettiamo 15.000 euro sul libretto di Coop Estense, siamo remunerati con lo 0,40% netto! Col Bot dello stato italiano, che si suppone dare maggiori garanzie della cooperativa ferrarese, prenderemmo oltre 4 volte e mezzo!


E' ovvio che c'è qualcosa che non quadra. Tra l'altro remunerazioni così risicate, che non coprono neppure l'inflazione e che sono svantaggiose anche rispetto ad alcuni semplici conti correnti bancari, potrebbero portare ad una compressione non indifferente del prestito sociale che aveva raggiunto a fine 2009 la bella cifra di oltre 11 miliardi di euro per le 9 grandi Coop.
Si può dire comunque, che questi rendimenti difficilmente attrarranno nuovi soci.

La domanda che poniamo è: perché le Coop NON riescono più a dare una remunerazione adeguata ai loro soci prestatori, anima pulsante della loro attività finanziaria? Questo è l'aspetto che preoccupa.



********************************************************************************

L'attuale remunerazione degli interessi sui libretti Coop:


DISTRETTO NORD OVEST


Coop Liguria
Cifra massima depositabile 33.350 euro.
Rendimento dal 1 febbraio 2010:
- Fino a 4.000 euro: 0,70% lordo - (0,56%)
- Da 4.001 a 17.000 euro: 0,80% lordo - (0,64%)
- Da 17.001 a 33.350: 1,60% lordo - (1,28%)

Coop Lombardia
Dal 1 marzo 2010 offre le stesse condizioni di Coop Liguria. Inoltre Coop Lombardia offre un servizio di promotori finanziari tramite SimGest.

Novacoop
Cifra massima depositabile 33.350 euro.
Rendimento dal 1 aprile 2010:
-Fino a 17.000 euro: 0,80% lordo - (0,64%)
-Da 17.001 a 33.580: 1,50% lordo - (1,20%)

DISTRETTO ADRIATICO

Coop Adriatica
Cifra massima depositabile 33.350 euro.
Rendimento dal 15 maggio 2010:
-Fino a 15.000 euro: 0,60% lordo - (0,48%)
-Da 15.001 a 33.350: 1,50% lordo (1,20%)

Coop Consumatori Nordest
Cifra massima depositabile 33.350 euro.
Rendimento dal 1 agosto 2010:
-Fino a 16.000 euro: 0,60% lordo - (0,48%)
-Da 16.001 a 33.350: 1,50% lordo - (1,20%)

Coop Estense
Cifra massima depositabile 33.350 euro.
Rendimento dal 1 aprile 2010:
-Fino a 15.000 euro: 0,50% lordo - (0,40%)
-Da 15.001 a 33.580: 1,50% lordo - (1,20%)
.
DISTRETTO TIRRENICO
.
Unicoop Tirreno

Cifra massima depositabile 32.500 euro.
Rendimento dal 1 agosto 2010:
- Fino a 2.500 euro: 0,80% lordo - (0,64%)
- Da 2.501 a 15.000 euro: 1,00% lordo - (0,80%)
- Da 15.001 a 32.500: 1,50% lordo - (1,20%)

Unicoop Firenze
Cifra massima depositabile 31.000 euro.
Rendimento dal 1 novembre 2010:
Indipendentemente dalla somma in giacenza il tasso unico è del 1,40% lordo - (1,12%)

Coop Centro Italia
Cifra massima depositabile 33.350 euro.
Rendimento dal 1 novembre 2009:
Indipendentemente dalla somma in giacenza il tasso unico è del 1,40% lordo - (1,12%)


.