06 giugno 2011

USB APRE LA VERTENZA SUL «TEMPO TUTA» IN UNICOOP TIRRENO


Il tempo per indossare la divisa deve essere compreso nell'orario di lavoro







Questa mattina, alla Direzione Provinciale del Lavoro di Roma, alla presenza di due Funzionari, USB ha incontrato un Rappresentante di Unicoop Tirreno ed ha gettato le basi per intraprendere una vertenza che potrebbe riguardare migliaia di lavoratori ai quali, contro la corrente giurisprudenza, viene imposto di indossare divisa di lavoro e Dispositivi di Protezione Individuale in orario di lavoro. I funzionari del Ministero hanno ricordato ad Unicoop Tirreno la costante giurisprudenza, ma la cooperativa non ha mostrato la volontà di risolvere la vicenda.


USB METTERÀ IN ATTO UNA CAMPAGNA LEGALE CHE PERMETTA AI LAVORATORI DI OTTENERE QUESTO ELEMENTARE DIRITTO E CHE CONSENTA DI MONETIZZARE GLI ARRETRATI DELL’ABUSO SUBITO.

Il datore di lavoro può certamente imporre ai propri dipendenti di indossare una divisa durante lo svolgimento dell'attività lavorativa: ciò evidentemente è un aspetto del potere imprenditoriale di organizzare liberamente l'attività produttiva. Tuttavia, questo potere del datore di lavoro non può andare a danno dei lavoratori: così, per esempio, il datore di lavoro non potrebbe pretendere che siano i lavoratori ad affrontare i costi per l'acquisto o per la pulizia della divisa.

Per gli stessi motivi, il datore di lavoro non può neanche pretendere che il lavoratore vesta e svesta la divisa al di fuori dell'orario di lavoro. Infatti, l'orario di lavoro rappresenta il confine tra il momento in cui il dipendente è soggetto al potere organizzativo e direttivo del datore di lavoro, e il momento in cui il lavoratore è sottratto a tale potere. In altre parole, il lavoratore è soggetto all'ordine, impartito dal datore di lavoro, di indossare la divisa solo nel lasso di tempo segnato dall'orario di lavoro; al di fuori di esso, ovviamente, il lavoratore non soggiace né a questa né ad altre manifestazioni del potere imprenditoriale.


Né si potrebbe obiettare, in contrario, che l'orario di lavoro è quello in cui il lavoratore esegue la propria prestazione lavorativa, strettamente intesa (per esempio, lavoro al tornio). In realtà, la prestazione lavorativa non può essere intesa in senso così rigoroso; al contrario, ogni attività che sia comunque funzionale alla esecuzione della prestazione lavorativa principale deve essere ricompresa nella nozione di lavoro e, dunque, nell'ambito dell'orario lavorativo.


Tanto per restare all'esempio del tornitore, è evidente che il suo lavoro non consisterà solamente nell'operare alla macchina ma, per esempio, anche nel prelevare dal magazzino i pezzi che andranno lavorati. Nessuno dubita che il tempo necessario a tale prelevamento rientri nell'orario di lavoro del tornitore; analogamente deve essere per la vestizione / svestizione, in quanto attività ausiliaria alla prestazione lavorativa principale, imposta dal datore di lavoro per il migliore funzionamento dell'azienda.


Neppure si potrebbe assimilare l'operazione di cui si parla ad una sosta non retribuita. Infatti, per legge (art. 6 u.c. RDL 13/11/24 n. 1825, convertito in L. 18/3/26 n. 562), le uniche soste non retribuibili sono quelle nell'interesse del lavoratore, mentre devono essere retribuite quelle svolte nell'interesse del servizio.


Il tempo di vita noi non lo svendiamo, per questo i delegati USB sono a disposizione all’interno dei punti vendita per raccogliere le adesioni dei lavoratori alla vertenza.


6 giugno 2011


USB - Lavoro Privato


04 giugno 2011

UNICOOP TIRRENO: CESSIONI IN CAMPANIA, TAGLI ED ESUBERI CONTRO LA CRISI

Intervista al presidente di Unicoop Tirreno, Marco Lami, che conferma l'uscita dagli Iper di Afragola e Benevento, come del resto noto.

Non è chiara però la politica adottata nei confronti dei dipendenti e i precedenti campani non fanno certo onore ad Unicoop Tirreno

Col sindacato si tratta per gli 82 esuberi recentemente annunciati e quasi tutti derivati dal centro di Vignale

Unicoop Tirreno quindi stringe i denti e rientrano le voci di una fusione con Unicoop Firenze, in quel caso gli esuberi sarebbero stati a carico degli organismi dirigenziali e la faccenda diventava più complicata.

Crediamo invece che la fusione tra le due cooperative sarebbe stata una buona cosa a livello industriale, l'ennesima occasione persa, e che si debba andare oltre alla naturale sinergia con Unicoop Firenze. Se attendiamo che le due cooperative siano sulle stesse posizioni di forza, rischiamo che l'evento non si verifichi nel prossimo decennio, quando la concorrenza potrebbe aver sferrato un colpo decisivo.

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VIGNALE. L'anno passato le vendite non sono andate bene e neppure quest'anno il carrello della spesa si riempirà come un tempo. Non accadeva dalla fine della Seconda guerra mondiale che le famiglie rinunciassero all'abbondanza in tavola.

Marco Lami, presidente di Unicoop Tirreno, una delle ammiraglie della grande distribuzione italiana, ha sottomano le ultime note di bilancio che presto porterà all'attenzione dei soci. Le assemblee iniziano lunedì. Ventinove riunioni per ascoltare gli umori del grande corpo sociale che conta quasi novecentomila tesserati in questa fetta di Toscana e Lazio cui si sommano propaggini campane.

Persone che non sono solo raccoglitrici di punti, titolari della popolarissima tessera a banda magnetica che offre la scelta dei premi sul catalogo o la possibilità di contabilizzare i bonus in sconti alla cassa. Sono anche un popolo di finanziatori: 270milioni di euro depositati cash nei libretti.

A loro Marco Lami spiegherà che i conti stanno migliorando, ma troppo lentamente. Il rosso è dimezzato rispetto a un anno fa ma la ripresa economica non si vede e quella che, forse, arriverà, non avrà lo sprint desiderato, procederà ondivaga e flebile. Unicoop ha bisogno di risposte chiare e di una rotta sicura. Poco meno di dodici milioni di deficit nel risultato netto non sono un dramma ma non possono essere sottovalutati.

Dunque come pensate di rientrare?
«Con alcune operazioni straordinare e una politica di rigore di tipo ordinaria».

Cominciamo con gli interventi straordinari.
«Puntiamo alla cessazione delle attività in alcuni punti vendita in forte perdita strutturale. Sono il supermercato di Benevento e l'iper di Afragola. Hanno una perdita che oscilla tra i 6 e i 7 milioni l'anno, metà del nostro rosso».

Dunque licenziate.
«È prematuro dirlo, faremo di tutto per ridurre al minimo l'impatto sociale. Le due realtà sono diverse tra loro. In entrambi i casi stiamo cercando soluzioni che non portino a sbocchi traumatici per le persone».

E le misure di "ordinario rigore" quali saranno?
«Tagliare i costi centrali. Auto, telefoni, consulenze...».

Avete annunciato 82 esuberi.
«Sì, ma su questo siamo all'inizio del confronto col sindacato. Sicuramente noi non siamo Fincantieri (intanto, a differenza di Unicoop Tirreno, in Fincantieri stoppano gli esuberi - nota blog), non mettiamo alla porta i dipendenti».

Contemporaneamente investite per aprire a Livorno nel Nuovo Centro, l'ex area Fremura.
«Un polo commerciale dove noi gestiremo il supermercato. Siamo in fase di attuazione».

Chiuderete il centro vendita della Rosa.
«Ci trasferiamo. Apriremo a settembre una consultazione con i cittadini del quartiere e con le autorità. Non sarà una scelta calata dall'alto. Valuteremo anche la possibilità di lasciare in zona un piccolo punto vendita».

Andate al Nuovo Centro solo per bloccare lo sbarco di Esselunga.
«No, niente di tutto questo. Noi siamo alla Rosa da oltre quarant'anni. A trecento metri da lì hanno deciso di aprire un centro commerciale nuovo. È normale che andiamo dove gli spazi commerciali siano migliori».

Però avreste preferito che ci andasse l'Ikea.
«Questo progetto non esiste. Noi procediamo avanti col nostro».

Quando aprirete?
«Con tutta probabilità nel 2013».

Anche nel caso Nuovo Centro la vostra sinergia con Unicoop-Firenze è determinante.
«La società Levante srl è al 50% tra le due coop».

Ma i fiorentini sono in utile e voi in perdita. Non è un matrimonio equilibrato.
«Non lo sarebbe se fosse un matrimonio, ma non lo è. Le due cooperative mantengono la loro autonomia. Abbiamo identità e radicamenti territoriali diversi che non intendiamo cambiare, pur riconoscendo che Unicoop-Firenze ha fatto degli sforzi seri per collaborare con noi. Impegni che però si basano su una reciproca valenza economica. Sinergie e collaborazioni strategiche ma non ci sono ipotesi di fusione tra le due coop. Né noi né i fiorentini la desideriamo».


2 giugno 2011

Il Tirreno

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02 giugno 2011

KUEHNE NAGEL: DOPO LE PROTESTE TROVATO L'ACCORDO


Sono stati riconosciuti ai lavoratori l'iscrizione al sindacato Slai Cobas, gli arretrati, il contratto nazionale dei lavoratori settore logistica e il livello di appartenenza operativa.


Un braccio di ferro che si è concluso con l'accordo tra le parti. Dopo le proteste e le tensioni a Brignano davanti alla sede della «Kuehne Nagel srl spedizioni internazionali», nel pomeriggio di mercoledì 1° giugno sono stati riconosciuti ai lavoratori l'iscrizione al sindacato Slai Cobas, gli arretrati, il contratto nazionale dei lavoratori settore logistica e il livello di appartenenza operativa.

Una vittoria importante che è arrivata dopo nuovi scontri e nuove tensioni che si sono verificate nella mattinata tra una cinquantina di lavoratori, in protesta per impedire il passaggio dei camion verso l'azienda, e i componenti delle forze dell'ordine in servizio. Ad avere la peggio, con lievi contusioni, sono stati sette operai egiziani, di età compresa tra i 23 e 36 anni, dipendenti delle due cooperative che hanno l'appalto della manod'opera all'interno della ditta.

La giornata di protesta, la seconda dopo quella di lunedì, ha avuto inizio alle 6 quando circa cinquanta dei 180 operai delle due cooperative si sono piazzati davanti all'azienda, consentendo a singhiozzo l'entrata e uscita dei camion per il carico e lo scarico delle merci. Un'operazione controllata da una cinquantina tra poliziotti e carabinieri. All'origine della protesta il mancato riconoscimento, da parte delle Cooperative Sirio e Proteo facenti parte del Consorzio Bergamasco Servizi, della rappresentanza sindacale Slai Cobas. Non solo questa la motivazione della protesta: i lavoratori già da lunedì alzavano la voce perché venissero affrontati al più presto i vari punti della piattaforma rivendicativa e in particolar modo l'adeguamento salariale.


1 giugno 2011

L'Eco di Bergamo.it


Precedenti:



01 giugno 2011

I SOCI DI COOP ESTENSE BOCCIANO LA NASCITA DI NUOVI IPERMERCATI


Coop Estense non vuole gli ipermercati






E' un pò bizzarra la situazione che si è venuta a verificare intorno al format degli ipermercati per Coop. Dopo aver spinto e pressato per averli, punto cardine all'interno dei centri commerciali, adesso pare che le Coop non sappiano gestire con redditività soddisfacente la vendita di prodotti non food, quindi tutto ciò che non è la classica spesa.

In buona sostanza, si assiste ad un ridimensionamento delle superfici degli iper, come sta facendo Unicoop Firenze e non solo, destinando lo spazio ricavato a negozi da affittare, attività facile da gestire nonché redditizia e abbandonando la commercializzazione di prodotti in cui Coop non riesce ad essere competitiva.

E' un ritorno alla formula antica del Superstore con una superficie di vendita tra i 2.500 e i 4.000 mq. Pare quindi prospettarsi la fine della tipologia iper per Coop, che invece è vincente in molti paesi del mondo, solo che occorre possedere un adeguato know how e le necessarie capacità manageriali, cosa che evidentemente Coop non ha in misura adeguata.

Si preferisce così ripiegare, per inseguire il format di un concorrente profittevole come Esselunga, la quale non ha mai sposato il modello degli ipermercati, preferendo la tipologia Superstore basata su di un'offerta prevalentemente alimentare, con integrazione di igiene per la casa e la persona.

Anche Coop Estense, il cui bilancio recente non brilla di certo, è contraria agli iper. Si, ma par di capire non solo ai suoi che nessuno la obbliga a fare, ma anche a quelli che potrebbe costruire la concorrenza. Non si sa mai ...

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Oggi, mercoledì 1° giugno, la Consulta Sociale di Coop Estense – il massimo organo consultivo della base sociale della cooperativa – si è riunita in via straordinaria per affrontare la delicata questione del nuovo Piano del Commercio in discussione nella provincia di Modena.

A seguito della netta contrarietà già espressa da tutte le associazioni di categoria, unitamente alla Lega provinciale delle cooperative e alla Cgil, con la stessa netta contrarietà anche i Soci di Coop Estense prendono le distanze dalle proposte presentate dall’Amministrazione Provinciale, ritenute pericolose per il futuro della rete commerciale modenese. In particolare la cooperativa denuncia le modalità con cui si è tentato di assumere e confermare, senza un coinvolgimento pienamente trasparente dei soggetti interessati, decisioni in evidente contrasto con qualsiasi logica commerciale o criterio pianificatorio, e soprattutto in assoluta contraddizione con le linee guida che la stessa Provincia aveva delineato in fase istruttoria.

L’avvio dell’iter del POIC era apparso in un primo tempo condivisibile ed apprezzabile in quanto mirava alla riqualificazione dell’esistente, al completamento di insediamenti già pianificati, nonché alla creazione di nuove opportunità per alcuni insediamenti di medie e grandi strutture non alimentari. Ciò ancora di più sulla base della constatazione dell’efficienza della rete alimentare provinciale, risultata la più conveniente dell’intera regione da indagini autonome ed imparziali (Nielsen, Il Sole 24 Ore, Codacons), in un momento congiunturale in cui i consumi vivono una fase di consistente e decisa contrazione. Nel modo più assoluto si escludevano nuove grandi strutture alimentari o ipermercati. E’ quindi con sorpresa e preoccupazione che si è avuta notizia della proposta di una serie di futuri possibili insediamenti di grandi strutture alimentari assolutamente ingiustificati.

In assenza di una qualsiasi seria analisi sullo stato della rete distributiva nei comuni interessati, la Provincia ha accolto la richiesta del Comune di Soliera di trasformare la grande struttura non alimentare di 5000 mq già pianificata nel comparto ex Sicem nel POIC 2006, in un vero e proprio ipermercato, per metà alimentare e metà non alimentare. In virtù della norma che autorizza la nascita di tale ingiustificato insediamento, a poche centinaia di metri da alcuni supermercati e a pochi chilometri dagli ipermercati di Carpi e Modena, si potrebbe consentire un’analoga operazione anche nei comuni di Campogalliano (area ex Bugatti) e nel comune di Finale Emilia (frazione Massa Finalese, area ex Bellentani), dove insistono aree ex industriali di recupero che potrebbero trasformarsi in altrettanti ipermercati.

Per la disinvoltura delle modalità di assunzione, per la carenza di analisi e motivazioni economiche esibite, per l’incuranza riservata allo stato dell’attuale rete commerciale, tali decisioni sembrano rispondere a logiche legate ad interessi immobiliari piuttosto che agli interessi del territorio, dei consumatori e degli operatori.

Il sospetto di una politica pubblica troppo condizionata da obiettivi finanziari e patrimoniali segna una grave svolta rispetto ad un’alta esperienza che sino ad oggi, proprio in forza di una pianificazione oculata, innovatrice ma condivisa, ha saputo determinare a Modena un modello di rete equilibrato, efficiente, conveniente e innovativo, soprattutto nel settore alimentare.

I Soci di Coop Estense non possono esimersi dall’esprimere allarme e preoccupazione e chiedono da parte della Provincia un giusto ripensamento di talune inaccettabili scelte respinte da tutti, quindi il ritorno ad un confronto che miri al consenso delle associazioni sindacali e di categoria e che ritrovi convergenza su un’ipotesi di pianificazione trasparente, equilibrata e condivisa.

Per questo obiettivo Coop Estense organizzerà una forte campagna di informazione nei confronti di Soci e consumatori, mettendo in campo tutte le iniziative di sensibilizzazione e mobilitazione utili compresa, alla fine di un percorso di assemblee territoriali, una raccolta di firme in tutta la rete della provincia di Modena.


1 giugno 2011

Sassuolo2000



UNICOOP TIRRENO IN CRISI? PAROLA AI LAVORATORI

Dopo le notizie preoccupanti uscite ieri sul Tirreno riguardo al mondo Coop, abbiamo contattato un delegato Rsu dell’Ipercoop di Livorno per saperne di più e soprattutto per conoscere la visuale di chi in Coop ci lavora e fa sindacato. Ecco cosa ha risposto alle nostre domande.


Partiamo dalla notizia uscita sulla stampa del possibile inglobamento di Unicoop Tirreno da parte di Unicoop Firenze, cosa ne pensi?

E’ una prospettiva di cui noi sentiamo parlare da tanto tempo, ma che poi non si è mai concretizzata. Credo che una fusione di quel tipo porterebbe con sé tanti problemi, soprattutto sul piano finanziario e delle poltrone ai vertici. Non mi sorprende infatti che Unicoop Tirreno per ora smentisca, pur confermando delle collaborazioni con Firenze come per l’operazione Nuovo Centro qui a Livorno.

Cosa cambierebbe per voi lavoratori con una eventuale fusione?

Non si può sapere con certezza, di certo se le avvisaglie sono quelle che stiamo vivendo adesso non c’è da stare sereni.

Ti riferisci agli esuberi annunciati dal Direttore del Personale Palmerio?

Sì ma non solo. Quegli esuberi altro non sono che il frutto di scelte sbagliate dell’azienda, e infatti Palmerio lo dice chiaramente quando parla di sede centrale di Vignale Riotorto troppo gonfiata in passato. E come sempre succede, quando un’azienda fa degli errori poi rimedia scaricando tutto sui soggetti più deboli, che nel nostro caso sono i precari e i lavoratori part-time. E’ come se dicessero “sì abbiamo commesso tanti errori ma ora li pagate voi ultime ruote del carro”.

Palmerio parla anche della necessità di passare ad una organizzazione del lavoro più flessibile, cosa intende?

Il legame fra la crisi aziendale e questo aspetto ci fa riflettere, ma non ci sorprende. E’ frequente purtroppo che un’azienda approfitti in un certo senso di un suo momento di difficoltà per far passare condizioni peggiori per i lavoratori. In quell’intervista Palmerio fa riferimento in particolare a due elementi: i turni di lavoro spezzati e la pluralità di mansioni. Due questioni molto delicate e che messe come le pone lui sembrerebbero anche dargli ragione, mentre ragione non ce l’ha affatto.

Allora spiegaci.

Innanzitutto il turno di lavoro spezzato che loro richiedono non è quello tipico da ufficio per intendersi, ma prevede quasi sempre un turno mattutino e un rientro serale fino a chiusura. In altri termini si parla di una disponibilità di tutta la giornata, che viene chiesta a lavoratori part-time che alla fine del mese mettono insieme appena 700-800 euro, e che in questo modo vedono tra l’altro messa a rischio la possibilità di svolgere altre attività lavorative per arrotondare il salario. Ma il problema non riguarda solo i part-time, ci sono anche tanti pendolari (sia part-time che full-time) che tutti i giorni dal lunedì alla domenica compresa devono fare molta strada per venire al lavoro e che con turni di quel tipo si trovano costretti a fare due volte in su e in giù con notevole dispendio di benzina, oppure a rimanere nell’ipermercato praticamente tutto il giorno senza neanche un misero buono pasto. Perché infatti c’è da aggiungere anche questo aspetto non da poco, l’azienda parla tranquillamente di aumentare i turni di lavoro spezzati ma allo stesso tempo non si adopera minimamente per munirsi di strutture e istituti per sostenere chi svolge questi turni lunghi. Nelle fabbriche e in tanti luoghi di lavoro ci sono le mense, nel nostro ipermercato (che per numero di lavoratori è equiparabile a una fabbrica) non ci spetta neanche un pezzetto di schiacciata quando rimaniamo al lavoro mattina e pomeriggio. Ed è così in tutti i negozi Coop, non solo nel nostro iper.

Passiamo all’argomento mansioni.

Anche qui Palmerio parla con una leggerezza inaudita. Leggo testualmente: “il personale deve essere disponibile a svolgere più mansioni, una cassiera ad esempio non può pensare di rimanere fissa alla barriera casse”. Palmerio dovrebbe sapere che c’è un Contratto collettivo nazionale di riferimento che individua le diverse mansioni, i rispettivi inquadramenti e i rispettivi salari. Lo so che per lui sarebbe tanto più bello se tutti i lavoratori con l’inquadramento più basso possibile sapessero svolgere tutte le mansioni. Un dipendente che sa stare in cassa, sa fare il gelato, sa fare il pane, sa cucinare, sa affettare il prosciutto, sa sfilettare il pesce, e fa tutto questo con l’inquadramento di addetto generico è il sogno di ogni azienda. Ma non funziona così. Da anni infatti siamo in lotta per il riconoscimento delle professionalità dei tantissimi lavoratori e lavoratrici che mandano avanti l’ipermercato, che sono previste dal Ccnl ma che l’azienda non è intenzionata a rispettare.

Nel passaggio finale Palmerio comunque annuncia che l’intenzione è quella di aumentare l’occupazione incrementando l’orario ai part-time.

Anche questo purtroppo è un imbroglio. Aumentare l’occupazione non è una cosa che puoi fare solo a parole, ma deve avere riscontro nei numeri. Esiste un aspetto quantitativo e uno qualitativo riguardo all’occupazione. Su quello quantitativo è presto detto: il trend delle ore di lavoro negli ultimi anni è stato di una diminuzione netta e pesante. Solo in questo 2011 perderemo circa 30mila ore di lavoro rispetto al 2010. Per me l’occupazione è questo: numeri, non parole. E i numeri dicono che nel nostro ipermercato si lavora sempre meno perché l’azienda fissa ogni anno obiettivi di produttività sempre più alti. Sul piano qualitativo poi non ne parliamo, visto che come ho spiegato sopra il tasso di instabilità e atipicità è sempre molto elevato.

Nell’ultima frase Palmerio parla anche di eliminare gli stagionali, di chi si tratta?

Questa parte mi ha inquietato più di tutte le altre. Coloro che in quell’articolo vengono definiti “stagionali” sono in realtà dipendenti che lavorano con noi da tanti anni (alcune anche dal 2003) e per 10-11 mesi all’anno, quindi non solo per le stagioni. Il fatto che venga annunciato senza troppi giri di parole che verranno “eliminati” fa rabbrividire, perché queste non sono scarpe vecchie ma persone che non possono essere mandate in mezzo alla strada così dall’oggi al domani. Spero che Palmerio intendesse solo che per il futuro eviteranno di creare nuovi precari (cosa che ci vedrebbe d’accordo), ma non che hanno intenzione di fare fuori chi ormai da tanto tempo aspetta una stabilizzazione. La cosa più squallida è che vengono messe contro tra loro le due categorie più deboli, i precari e i part-time, sostenendo che per aumentare le ore ai secondi devono essere tagliati i primi. La verità è che ci sarebbero stati gli spazi per tutti, e lo abbiamo dimostrato in numerosi incontri con l’azienda. Vanamente.

Palmerio sostiene che devono stare al passo con la competitività di altre aziende.

E’ la solita filastrocca che sentiamo da tanto tempo: “Non siamo come gli altri ma per stare sul mercato dobbiamo fare come gli altri”. Parole che non ci hanno mai convinto e mai ci convinceranno.

In conclusione, possiamo dire che c’è una Coop in crisi e i suoi lavoratori in guerra?

No, possiamo dire che i lavoratori Coop hanno tutto l’interesse che l’azienda navighi in acque sicure e superi le sue difficoltà, ma questo non può significare che a pagare con gli sforzi maggiori siano sempre le parti più deboli. Per noi questo significa che l’azienda ricerchi ricette e soluzioni insieme ai lavoratori e a chi li rappresenta, ma purtroppo troviamo sempre di fronte un muro insormontabile che ci costringe ad azioni di lotta come le ultime che abbiamo intrapreso.


1 giugno 2011

red

Senza Soste.it


UNICOOP TIRRENO 80 ESUBERI E DA QUESTA ESTATE STOP AGLI STAGIONALI

I dirigenti della Coop non non pensano tuttavia solo a tagliare gli esuberi. Chiedono ai sindacati di passare ad un’organizzazione del lavoro più flessibile, sia sugli orari che sulle mansioni


Paolo Palmerio con Francesca Addis (Unicoop Tirreno)


LIVORNO. Ottandue esuberi, 74 nella sede di Vignale Riotorto, 8 in quella di Terni. Sono questi i numeri che il direttore del personale della Coop Tirreno, Paolo Palmerio, ha comunicato ai sindacati. «Ai sindacati non ho portato, né porterò, lettere di licenziamento», rassicura il Palmerio. Ciononostante la Coop è intenzionata a portare avanti il suo progetto di ristrutturazione. I sindacati hanno chiesto di verificare i numeri ufficio per ufficio. Ma i conti in realtà i dirigenti Coop li hanno già fatti. E molto probabile che si faccia ricorso agli ammortizzatori sociali, accompagnando i più anziani, per contributi ed età, al pensionamento. Ma prima occorre passare dalla verifica e da un eventuale accordo.

Ma come è possibile che gli organici si siano gonfiati così tanto da rendere nececessari tagli così drastici? «Quattro anni fa - spiega Palmerio - abbiamo ristrutturato le rete di vendita. Gli iper erano strutturati come aziende autonome, avevano un’amministrazione separata e ognuno provvedeva per conto proprio agli acquisti. Avevamo dieci ipermercati, tutti con la propria struttura contabile e commerciale». La ristrutturazione ha dunque alleggerito la rete, ma appesantito il centro di Vignale. «Ora siamo arrivati al nodo - sostiene il direttore del personale -, dobbiamo ridurre i costi centrali». La sede di Terni, ereditata dopo la fusione con la Coop dell’Umbria, sarà chiusa. Ai 74 esuberi di Vignale sarà offerta in prima battuta la possibilità di una ricollocazione nella rete di vendita.

«Per noi è molto più difficile ristrutturare e tagliare i costi. I nostri concorrenti privati chiudono, interrompono la contrattazione integrativa e moltiplicano le mansioni. Non possomo certo confontarci con loro - sostiene Palmerio - per questo abbiamo preso a riferimento le performance di altre cooperative. La media dei nostri costi centrali è del 4% sul fatturato (circa un miliardo e 200 milioni). Il costo medio di altre Coop e del 2,6% ed oscilla dal 2% dell’azienda più virtuosa, l’Unicoop Firenze, alla nostra».

I dirigenti della Coop non non pensano tuttavia solo a tagliare gli esuberi. Chiedono ai sindacati di passare ad un’organizzazione del lavoro più flessibile. «L’orario di lavoro dei dipendenti della rete commerciale è di 37 ore settimanali - spiega il direttore del personale, distribuito generalmente in un solo turno, la mattina o il pomeriggio. Il rapporto tra turno unico e quello spezzato è di 5 a 1. In molte altre aziende concorrenti questo rapporto è rovesciato e questo ci rende meno competitivi».

Non solo più turni spezzati ma anche disponibilità del personale a svolgere più mansioni. Lo dice chiaramente Palmerio: «Una cassiera non puo pensare di rimanere sempre fissa alla barriera casse». In cambio Coop Tirreno ha promesso ai sindacati che investirà tutte le risorse che deriveranno dalla maggiore flessibilità per trasformare i contratti part-time (circa 2.500 su 5.012) in full-time o, comunque, con orari più estesi. Il recupero delle flessibilità dovrà servire anche ad eliminare il ricorso agli stagionali, che già da questa estate si pensa di eliminare.



31 maggio 2011

Giorgio Pasquinucci


Il Tirreno


Vedi anche:

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31 maggio 2011

FUSIONE TRA UNICOOP TIRRENO E UNICOOP FIRENZE?

La voce non nuova che circola con insistenza ci lascia alquanto dubbiosi, in ogni caso i tempi non sarebbero rapidi

Ne trarrebbe giovamento immediato Unicoop Tirreno, al terzo bilancio negativo e con 82 esuberi dichiarati


LIVORNO. Tre anni di bilancio in rosso sul fronte di Unicoop Tirreno, conti in attivo, invece, dalla parte di Unicoop Firenze, che inizia seriamente a progettare una campagna di espansione. Quanto basta per tornare a parlare della possibile fusione tra le due coop. O per meglio dire, di una incorporazione: Firenze, che gode di una posizione più solida, ingloberebbe Vignale Riotorto.

Da Unicoop Tirreno la smentita arriva secca e senza troppi giri di parole («Solo chiacchiere senza fondamento», dicono i vertici), ma nonostante ciò la voce sembra assumere una consistenza sempre maggiore. È vero, come fanno notare anche i vertici della "nostra" Coop, che della fusione con la sorella fiorentina se ne parla da anni e non è mai successo nulla. Ma questa volta la voce circola con insistenza anche nei palazzi della politica livornese e, a ben vedere, proprio la situazione finanziaria di Unicoop Tirreno potrebbe accreditare maggiormente l'ipotesi rispetto al passato.

Basti pensare che la Coop della costa, dopo aver perso 20 milioni di euro nel 2008 e 24 nel 2009, chiuderà il bilancio in rosso anche per il 2010. Dato che i conti della cooperativa tirrenica non tornano da tempo e visti anche gli esuberi di personale (82 i dipendenti da mandare a casa, di cui buona parte nella "sede madre" di Vignale Riotorto) ipotizzare che venga incorporata dalla cooperativa i fiorentina non sembra un progetto troppo irrealistico. Tutt'altro. Prove di convivenza tra le due realtà sono già in corso.

Come sottolineano, anche con un certo orgoglio, da Vignale. C'è stata la creazione della società Levante, ossia il soggetto che ha visto unite le forze di Unicoop Tirreno e Unicoop Firenze per acquisire le licenze e gli spazi così da dare vita, a Livorno, alla zona commerciale del Nuovo Centro. «È una normale collaborazione, come avviene di norma fra le 9 cooperative presenti in Italia», rassicurano dalla sede centrale della Coop lungo costa. Com'è una collaborazione - infatti a Vignale la portano come un esempio - anche quella attivata tra le due cooperative toscane per acquistare un supermercato a marchio Coop a Napoli. Ma di fondersi con Firenze o addirittura di passare in subordine rispetto alla realtà del capoluogo toscano, a Vignale non ne vogliono neanche sentir parlare. Coop Tirreno assicura di avere una propria autonomia e un proprio consiglio direttivo.

E di voler andare avanti così. Ma c'è da invertire la rotta a livello finanziario. Nell'eventuale fusione, a primeggiare sarebbe senza dubbio Unicoop Tirreno, che vanta un virtuosismo particolare rispetto alle altre cooperative, quanto a prezzi al consumo e a costi per la gestione centrale: la Coop costiera, in una situazione di debolezza economica, potrebbe rappresentare il viatico perfetto per permettere alla "sorellona fiorentina" l'espansione verso l'Italia centro-meridionale. E a proposito di Unicoop Tirreno: niente da fare al centro commerciale Fonti del Corallo, per la riapertura del ristorante ex Fini Fastfour. Il punto ristoro è stato rilevato dalla cooperativa locale 8 marzo, ma sono passati cinque mesi dalla chiusura e ancora non è chiaro quando i clienti potranno tornare ad utilizzare il servizio.



31 maggio 2011

Il Tirreno



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APPALTI IRREGOLARI E OPERAI IN NERO. COOP NEL MIRINO DEI CARABINIERI

I carabinieri del lavoro hanno denunciato 44 imprenditori. Quattro cooperative hanno agito come agenzie per il lavoro pur non avendo le autorizzazioni. Forniti 115 dipendenti alle ditte



Vicenza. Le cooperative si fingevano agenzie di lavoro interinale e somministravano lavoratori alle ditte che avevano bisogno di personale. In questa maniera non solo venivano pagate meno tasse, ma si aggiravano le norme. Senza dire che molti di quegli operai, quasi tutti immigrati, erano assunti in nero.

È quanto hanno accertato, nel corso di un'indagine durata quasi un anno, i carabinieri del nucleo tutela del Lavoro di Vicenza, che hanno segnalato in procura 44 persone. In realtà, i 40 titolari delle attività che usufruivano di quei lavoratori nelle loro ditte hanno già pagato la sanzione penale prevista, e pertanto - come dispone la norma - le loro posizioni saranno archiviate dal pubblico ministero Severi.

COOPERATIVE. Nel mirino dei militari comandati dal maresciallo Anderlini sono finite 4 società cooperative, che in tesi d'accusa sarebbero legate fra di loro. I presidenti sono stati denunciati per appalti irregolari e per aver operato come un'agenzia del lavoro pur senza un'autorizzazione ministeriale. Si tratta di Pietro La Manna, 50 anni, di Caltanissetta, della coop "3 Elle" di Montecchio Maggiore; di Giovanni Marcazzan, 34 anni, di Boscochiesanuova, della "Cooperativa 72" di Verona; di Alessandro Azzolin, 34, di Verona, della "Cooperativa Btl servizi" sempre di Verona, e infine di Ignazio Lamanna, 54, di Catanzaro, della "Cometa" di Verona. Quest'ultima, all'epoca gestita sempre da Ignazio La Manna e da Marcazzan, era stata coinvolta in un'altra indagine negli anni scorsi quando i carabinieri scoprirono che aveva dato lavoro a 318 clandestini.

DITTE. In base a quanto ricostruito, nell'ultimo anno le quattro cooperative - che pur avendo sede nel Veronese agivano prevalentemente nel Vicentino - fornivano operai a varie ditte di Arzignano, Trissino, Cornedo, Gambellara. Lonigo, Chiampo e S. Bonifacio. Si andava dalle lavorazioni plastiche all'agricoltura, dalle concerie alla meccanica. Gli operai restavano dipendenti della cooperativa, ma lavoravano per le ditte (i cui titolari hanno pagato la multa), comportandosi in tutto e per tutto come dipendenti.

ACCUSE. Secondo gli inquirenti, gli operai venivano selezionati dalle cooperative e inviati nelle ditte che ne avevano bisogno. Molti non avevano alcun contratto. Gli appalti stipulati fra coop e ditte erano invece in tesi d'accusa irregolari, perchè non c'era alcuna organizzazione da parte dell'appaltatore, ma l'operaio veniva inserito nel ciclo produttivo come qualunque altro dipendente. In questa maniera venivano violate sia le norme sugli appalti che quelle sulle agenzie di lavoro. I carabinieri hanno verificato una ad una le posizioni dei 115 lavoratori, ai quali fra l'altro non venivano pagati i contributi assistenziali e previdenziali. Non appena l'hanno saputo, tutti i titolari delle 40 ditte hanno pagato.

SANZIONI. Complessivamente, i carabinieri hanno elevato sanzioni per oltre un milione di euro. Si tratta di 420 mila euro di multe (quelle già pagate), 350 mila euro di sanzioni amministrative e 240 mila euro di premi contributivi che mancano all'appello. Fra ditte e cooperative dovranno pagare il dovuto.



31 maggio 2011

Diego Neri

Il Giornale di Vicenza.it

CRISI CONSORZIO ETRURIA, ENTRA IN CAMPO LEGA COOP

I debiti accumulati in questi ultimi anni di crisi ammonterebbero a oltre quattrocento milioni

Un piano salvezza quasi pronto

Tra le ipotesi la vendita di società del gruppo



MONTELUPO. Un piano per salvare il Consorzio Etruria che si trova in difficoltà da tempo soprattutto per la crisi che ha colpito pesantemente il settore dell'edilizia. Verrà presentato probabilmente dopo la metà di giugno e a giorni sarà decisa la data dell'assemblea dove appunto verrà illustrato ai soci.

Con la Lega delle cooperative, «stiamo procedendo in questo percorso - spiega il presidente del Consorzio Etruria Riccardo Sani - lavoriamo a un piano che tenga conto degli interessi di tutti, fornitori, lavoratori e soci». Il piano sarebbe, appunto, quasi pronto e dovrebbe contenere un concordato. Una volta messo definitivamente a punto, sarà l'assemblea dei soci a dare, o meno, il nullaosta all'operazione.

Il Consorzio Etruria è una delle più antiche cooperative di produzione e lavoro presenti in Italia. È stato fondato nel 1921 e aderisce alla Legacoop. È una delle principali imprese di costruzioni in Italia. Opera nell'edilizia pubblica e privata, nel settore della infrastrutture destinate alla grande distribuzione, al terziario, alla sanità. Realizza opere pubbliche, porti, strutture turistiche, impianti per lo smaltimento dei rifiuti ed il trattamento delle acque.

Tra i soci che sovvenzionano il Consorzio Etruria figurano la Banca Monte dei Paschi di Siena, la Cassa di Risparmio di San Miniato e la Finec. I problemi del Consorzio sono venuti fuori dalla crisi che da alcuni anni ha messo a dura prova il settore edilizio. Tra le ultime opere realizzate lo svincolo sulla Firenze-Pisa-Livorno a Empoli e a Pontedera, il centro commerciale della Coop di Empoli, quello di Prato. Ha realizzato ippodromi e il porto di Genova.

Ora il Consorzio è coinvolto nei lavori della tramvia di Firenze, della linee 2 e 3. E proprio in questi giorni le banche avrebbero erogato un prestito di 5 milioni di euro per i lavori della società Tram spa, che riunisce le imprese coinvolte nell'opera e che hanno come azienda di riferimento il Consorzio Etruria. I debiti accumulati in questi ultimi anni di crisi ammonterebbero a oltre quattrocento milioni.

Una catena viziosa quella che ha fatto entrare il Consorzio in difficoltà: lavori per la costruzione di case o di altre opere che non sono stati pagati (oppure conti che sono stati saldati con ritardo), cantieri che sono stati bloccati e fornitori che di conseguenza non sono stati pagati. Decine anche gli istituti di credito coinvolti.

Da qui oltre un migliaio i creditori del Consorzio. Alcuni di loro si sono rivolti già al giudice e nei giorni scorsi, al tribunale di Empoli, da un imprenditore è stato depositato un decreto ingiuntivo per crediti vantati nei confronti del Consorzio Etruria. Si tratta di 600mila euro per un lavoro svolto per il centro commerciale Coop di Prato. Altre imprese, invece, hanno scelto di asttendere gli sviluppi del piano. Se il Consorzio è in grandi difficoltà, non lo sono, però, le altre aziende del gruppo e cioé Inso, Coestra ed Etruria investimenti. E, infatti, non sarebbero coinvolte nel piano di risanamento annunciato dal presidente Riccardo Sani.

La Inso è un'azienda che costruisce ospedali in tutto il mondo che ha un portafoglio di ordini di oltre due miliardi e con la gestione in attivo. L'Inso, tra l'altro, ha costruito il palazzo di giustizia di Novoli. Controllata della Inso è la Sof che gestisce servizi per gli ospedali e che, come la Inso, produce utili.

Tra le ipotesi al vaglio ci sarebbero anche la vendita di questi "gioielli" del gruppo. Ma sarebbero ancora solo delle ipotesi. Ora tutti gli occhi, e in particolare quelli degli ottocento dipendenti del gruppo, sono puntati sulla presentazione del piano. Che ormai è prossimo.


29 maggio 2011

Il Tirreno



30 maggio 2011

ESSELUNGA BATTE LA CRISI: RICAVI IN CRESITA DEL 5%


Utile netto a 213,1 milioni (+13,6% sul 2009)






La crisi dei consumi non ferma la crescita di Esselunga che chiude il 2010 con fatturato e utile netto in aumento. Nel 2010 le vendite sono salite del 5%, rispetto al 2009, a quota 6,4 miliardi.

A parità di rete la crescita è stata di oltre il 2%, a fronte di un mercato in diminuzione di circa il 2%. Esselunga ha proseguito, anche nel 2010, con una decisa politica di contenimento dei prezzi che ha generato, in due anni, una deflazione superiore al 3%. L'effetto prezzi è stato determinato dalla forte spinta promozionale e dal contributo deflattivo delle vendite a marchio privato che hanno evidenziato significativi incrementi.


Il risultato operativo del gruppo è pari a 364,4 milioni (+11,8%). Segnali positivi anche sul fronte dell'utile netto che raggiunge i 213,1 milioni (187,6 milioni nel 2009). Nel valutare la redditività, precisa l'azienda, va considerato l'impatto che ha avuto la contabilizzazione delle manifestazioni a premio (come le raccolte punti) richiesta dai principi contabili internazionali. Senza questo effetto il risultato operativo sarebbe stato di 341,4 milioni, inferiore rispetto ai 358,7 milioni del 2009 a causa dei maggiori ammortamenti e svalutazioni; e l'utile netto sarebbe sceso a 197,3 milioni dai 210,2 milioni del 2009.

L'indebitamento finanziario netto arriva a 259,3 milioni dai 201,5 milioni di fine 2009 per i maggiori investimenti effettuati nel corso dell'anno scorso: 357,9 milioni dedicati principalmente allo sviluppo e all'ammodernamento della rete vendita – con l'obiettivo di offrire il maggior numero di servizi, dalla gastronomia al banco del pesce e della carne, fino a pane fresco e ortofrutta –, dei centri di lavorazione e dei poli logistici.
Nel 2010 Esselunga ha aperto due nuovi punti vendita a Stezzano (Bergamo) e Desenzano (Brescia). E la politica del gruppo – che nel 2010 registrava un organico medio di 19.322 addetti, il 48% donne – è continuata anche nei primi mesi del 2011 con la riapertura dello storico negozio di via Losanna a Milano ampliato e rinnovato e le inaugurazioni del nuovo superstore a Varedo (Monza e Brianza) e del punto vendita di Moncalieri, alle porte di Torino, in classe "A" energetica secondo i parametri della Regione Piemonte.

Ai piani di sviluppo e consolidamento del gruppo si contrappongono le notevoli pressioni inflazionistiche provenienti dai listini dei fornitori, a causa, tra l'altro, dell'incremento delle materie prime o dei costi dell'energia. Una situazione alla quale Esselunga sta rispondendo cercando di salvaguardare il potere d'acquisto dei clienti già messo a dura prova dalla crisi. Ma questo significa assorbire nel conto economico i ritocchi al rialzo dei listini d'acquisto per mantenere quanto più possibile stabile il prezzo di vendita finale, pertanto il gruppo prevede un calo della marginalità per quest'anno anche se le vendite a fine 2011 dovrebbero comunque registrare una crescita, anche se inferiore a quella del 2010.


Promozioni e marca commerciale si confermano due fattori strategici nella fidelizzazione dei clienti. Il gruppo, infatti, continuerà a mantenere alta la pressione promozionale (24-25%) e ad espandere la marca privata, un elemento importante anche per la riconoscibilità aziendale, la cui quota sul fatturato totale è in crescita continua (17% per quanto riguarda il solo confezionato, 20% considerando anche prodotti freschi e freschissimi).


29 maggio 2011

Marika Gervasio

Il Sole 24 Ore

29 maggio 2011

BILANCIO 2010 DI COOP ESTENSE SALVATO DALLA GESTIONE FINANZIARIA



Coop Estense ha chiuso il bilancio 2010 con una forte riduzione degli utili commerciali, appena 535mila euro



L'andamento della gestione finanziaria è stato in linea con quello del 2009, con utile superiore ai 12 milioni per la cooperativa e di 28 per il gruppo.

Ormai è evidente che per le Coop della distribuzione gli utili della attività caratteristica sono talmente compressi da non essere significativi. Quello che le Coop dovranno potenziare sarà la gestione finanziaria.

Un appuntamento non rituale, arrivato al termine di 31 assemblee separate cui hanno partecipato 7500 soci, perché la cooperativa modenese ha messo in campo uno sforzo straordinario di contrasto alla crisi economica e per tutelare il potere d'acquisto dei consumatori che ha finito per condizionare l'intero mercato, imponendo anche ai concorrenti di ridurre i prezzi. Non a caso, Coop Estense ha chiuso il bilancio 2010 con una forte riduzione degli utili commerciali, appena 535mila euro, a riprova degli straordinari investimenti messi in campo per ridurre i prezzi. Ciò nonostante, grazie anche al buon andamento della gestione finanziaria, il risultato finale è stato in linea con quello del 2009, con utile superiore ai 12 milioni per la cooperativa e di 28 per il gruppo.


Francesco Galli

viaemilianet.it


Coop Estense - Bilancio 2009

Coop Estense - Bilancio 2010

CONSORZIO ETRURIA, I CREDITORI BATTONO CASSA



Riccardo Sani, presidente del Consorzio Etruria dall'agosto scorso, è stato un dirigente storico di Unicoop Firenze di cui era membro del Consiglio di Gestione con le deleghe allo sviluppo.


Oltre a questo incarico Riccardo Sani ha ricoperto la carica di presidente di Bbc (società che gestisce il marchio Obi in Italia) e quella di membro della direzione regionale Legacoop.

Un imprenditore ha depositato ieri mattina, presso la sezione distaccata di Empoli del tribunale di Firenze, richiesta di decreto ingiuntivo per crediti vantati nei confronti del Consorzio Etruria. L' atto giudiziario, presentato a Empoli per competenza in quanto la sede legale del Consorzio è a Montespertoli, è una mazzata da 600.000 euro tra spettanze e interessi.

Matteo Forconi, il legale che lo ha depositato per conto di un' impresa di escavazioni impegnata in alcune tra le principali opere compiute dal Consorzio negli ultimi anni (molti centri commerciali Coop, gli svincoli di Empoli e Pontedera della Fi-Pi-Li, il porto di Genova e parte della tramvia di Firenze), ha chiesto la provvisoria esecutività del decreto invocato per crediti relativi alla costruzione del centro commerciale Coop di Prato. Se il giudice accorderà l' esecutività, la prossima settimana scatteranno pignoramenti e sequestri di beni del Consorzio e di crediti da questo eventualmente vantati verso suoi committenti.

Il tessuto dei fornitori del Consorzio Etruria è in fermento dalla fine dell' estate scorsa. Alcuni si sono già rivolti al giudice. Lo ha fatto chi, dopo aver lamentato nel settembre scorso crediti mai riscossi per 200.000 euro, ha poi visto interrotto il pagamento delle rate di rientro concordate dopo la denuncia pubblica. Adesso non vuol più parlare: «Avanzo ancora 80.000 euro,è tutto in mano all' avvocato». Un altro si è fatto convincere a desistere dall' azione legale aderendo ad un accordo trilaterale: «Lavoriamo alla costruzione di un centro commerciale della Coop che ha vincolato i versamenti al Consorzio al pagamento delle nostre spettanze».

Un altro creditore, una grossa azienda di Lucca, è in attesa: «Nessuna azione giudiziaria, aspettiamo le decisioni del Consorzio». A farsi interprete del malumore è stata ieri l' Unione industriale pratese, che nell' esprimere preoccupazione per le 60 imprese creditrici di Btp nel suo territorio, ha rivolto un pensiero anche a quelle del Consorzio Etruria. «E' un esempio - si legge in una nota - che conferma drammaticamente il malessere ed i problemi del settore edile, una ulteriore fonte di allarme per le ricadute sull' economia locale».

Il Consorzio sta lavorando ad un piano di risanamento del gruppo che complessivamente ha debiti per 425 milioni (200 della sola capofila) che coinvolgono 44 banche oltre ai fornitori. Un' ipotesi è quella di vendere Inso, azienda di costruzioni ospedaliere che opera in tutto il mondo con un portafoglio ordini di oltre due miliardi e la cui gestione è in attivo. In ansia ci sono 800 dipendenti diretti e migliaia di famiglie di lavoratori dell' indotto, molti già in cassa integrazione.



29 maggio 2011

Maurizio Bologni


La Repubblica

28 maggio 2011

LE CRIPTICHE LETTERE DELL'INFORMATORE COOP AI SOCI


Riportiamo dopo la nostra introduzione, una lettera di una socia Coop al giornalino di Unicoop Firenze, Informatore, e relativa risposta dell'inarrivabile Antonio Comerci che cura la rubrica, per il quale stiamo meditando di fondare un fan club su Facebook.


La signora un pò sbrigativamente (o forse c'è stato qualche taglio malandrino in redazione) fa riferimento alla sentenza di Milano. E' strana questa lettera, perché messa così non pare avere molto senso. Perché non viene spiegato a cosa ci si riferisce con la sentenza di Milano? Sembra un dialogo in codice. E' ovvio che la stragrande maggioranza dei soci che hanno letto la lettera non avranno capito un tubo. Del resto chi risponde si guarda bene da dare qualche accenno di spegazione.

Insomma, che cos'è la sentenza di Milano? Quello che la Coop non dice, ve lo diciamo noi. E' una vertenza che ha visto soccombere in tribunale Coop Lombardia. L'accusa? Discriminazione sessuale. Ecco uno stralcio dell'articolo che riporta la notizia:

«Nel 2009 le donne tra i 28 e i 45 anni a Novate Milanese hanno fatto causa alla cooperativa perché solo i maschi facevano carriera, avendo contratti a tempo pieno, visto che con un contratto part time non si possono ottenere promozioni interne.

Le dipendenti, secondo quanto scrive il giudice Riccardo Atanasio nella sentenza di primo grado riferita dal Fatto, “hanno subìto discriminazioni dirette di carattere sessuale: pur lavorando per la Coop da circa vent’anni, non veniva concesso loro il contratto full time per il solo fatto di essere donne. Per questo devono essere risarcite: sia per il mancato guadagno dovuto alla differenza di salario tra part time e full time in questi tre anni, sia per i danni morali (5 mila euro a testa)”. In più il contatto dovrà essere a tempo pieno.»

Leggi l'articolo completo:

In Coop le donne non fanno carriera: il tribunale di Milano condanna Coop Lombardia

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Lettera all'informatore Coop

Quote celesti

Per quanto, in passato, abbia sentito voci riguardanti il discutibile trattamento riservato ai vostri dipendenti non ci ho mai creduto o forse non ho voluto crederci perché dopo aver perso la fiducia in tutte le istituzioni non volevo perderla anche nella vecchia cara Coop. Oggi leggo che anche voi discriminate le donne e non serve studiare la sentenza di Milano, basta guardare i numeri: è impossibile che su 51 dipendenti 13 maschi su 14 siano assunti regolarmente e 34 donne su 37 non lo siano. Chi va a fare la spesa sa benissimo che almeno le cassiere sono molto più brave dei loro colleghi uomini. Perché fate questo? Ai soci Coop interessa fare la spesa in un posto diverso, dove oltre al cibo sano siano sani e giusti anche i rapporti fra i dipendenti.
C.P. - Impruneta (FI)

Risposta della redazione

Non sappiamo dove la socia abbia letto quei dati e a quale cooperativa si riferiscono. Più del 65% della nostra forza lavoro è femminile. Non vediamo quindi, alcuna discriminazione! Anzi, quasi si pone il problema di salvaguardare le "quote celesti"! Per quanto riguarda la "regolarità" delle assunzioni: tutte sono regolari, con contratti a tempo indeterminato o determinato. Questi ultimi non superano il 15% della forza lavoro, a titolo di sostituzione di persone assenti, picchi di lavoro, attività speciali legate a progetti temporanei.



Informatore Coop


Giugno 2011


COOP E CGIL? DUE FILOSOFIE DIVERSE


Marco Minella (Camst) sullo strappo tra Legacoop e sindacato rosso
. «I tempi sono cambiati».




Ogni tanto dagli ambienti della Coop si alza qualche voce, anche autorevole, che prova a convincere che tra Coop e Cgil non c'è più amore, anzi che sono distinte e distanti. Pochi mesi fa è stata la volta del potente presidente di Lega Coop, Giuliano Poletti. Si veda l'articolo «La svolta delle Coop: La Cgil? Una controparte». Ora tocca a Marco Minella di Camst. Il motivo del disamore? La ghiotta privatizzazione di alcuni servizi comunali che vede contraria la Camera del Lavoro. Magari fosse vero.

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Con la Cgil non vi prendete più.
«Ci capita spesso di non essere d’accordo. Noi siamo imprese cooperative. Vuol dire due cose precise: stiamo sul mercato e abbiamo valori irrinunciabili».

Marco Minella, segretario generale della Camst, scende nell’arena dello scontro ad alzo zero tra Legacoop e sindacato rosso. Scontro pesante sul modo di intendere i servizi, da mantenere pubblici e non privatizzare per la Camera del Lavoro.
«Non sono mai d’accordo con il segretario Gruppi», ha affondato il presidente del colosso un tempo rosso, Gianpiero Calzolari. «Parla come Garagnani del Pdl», lo ha fiocinato Michele Vannini della Cgil.

Si è rotto il fronte?
«Noi abbiamo le nostre opinioni. Possono piacere o no. I tempi sono cambiati, profondamente».

Quindi è d’accordo con Marino di Confcooperative che dice: la Cgil è ‘il’ problema di Bologna?
«No, non mi sento di condividere questo giudizio».

Lo scontro pare molto serio. Avrà ripercussioni sul governo di Merola?
«Questo è un interrogativo che il sindaco dovrà porsi. Sono proprio due filosofie diverse. Mantenere i servizi pubblici o privatizzare. Io preferisco un cuoco della Camst a uno del Comune».

Per forza: lei è la Camst!
«Sto qui proprio perché sono convinto di quale sia la cosa migliore».

Le piace la giunta di Merola?
«Non conosco nessuno».

Ma come, Lepore è un dirigente di Legacoop.
«Certo... Matteo. Uno dei nostri cervelli migliori».

Tanto da fare il candidato sindaco la prossima volta?
«Perché no, è così giovane».

Intanto la Cgil avvisa: se nelle coop c’è stata la mutazione genetica se ne deve prendere atto.
«Se questa è una minaccia, abbiamo le forze e le energie per respingerla. Le imprese cooperative sono autonome e non collaterali come pensa Garagnani».

Invece Bignami dello stesso partito apre anche a voi.
«E noi ne siamo assolutamente felici».

Anche Bernardini della Lega è vicino alle coop. C’è chi ha votato lui e poi ha scelto anche il Pd. Dove stiamo andando?
«Credo verso un periodo importante della nostra città. Un periodo meno ideologico».

Sempre per dirla con Marino, andiamo verso una città più normale?
«Sì, sono assolutamente d’accordo».

Quindi: lunga vita a Merola?
«Certo che sì».

Ma lei l’ha votato?
«Ero a New York. La nostra posizione è sempre stata molto chiara. I candidati che volevano potevano incontrare i cooperatori. Loro votano, le coop no. Ha mai visto votare una cooperativa?».

Chi l’aveva convinta di più tra i candidati?
«Mi era piaciuto molto Aldrovandi. Pensavo prendesse più voti».

Quindi siamo una città normale fino a un certo punto.
«Ma no, perché?».



27 maggio 2011

Il Resto del Carlino

27 maggio 2011

UNICOOP FIRENZE RIDIMENSIONA GLI IPERCOOP

Unicoop Firenze sta ridiemensionando alcuni Iper

Il modello di riferimento sono i supermercati, si taglia le aree no food per ricavarne fondi da affittare, cosa molto più redditizia

Centinaia di esuberi, ma non è chiaro il ricollocamento né il futuro dei contratti a termine

Al solito il sindacato tace, tace, tace

Già da un po' di tempo la Grande Distribuzione ha capito che il format "IPER" non è la scelta più redditizia. Molto meglio un supermercato di medio-grandi dimensioni inserito in un bel centro commerciale i quali esercizi paghino un congruo canone di affitto al riparo di qualsiasi congiuntura economica e contrazione dei consumi.

Pare averlo capito anche il Campaini, che da un po' va in giro a ripeterlo. Infatti di nuovi Ipercoop neanche a parlarne. Anzi... è in corso (o già completata?) una riduzione della superficie di vendita dell' Iper di Montecatini e pare proprio che stessa sorte stia per toccare all' Iper di Sesto F.no.

Vengono ridimensionati i settori NON-FOOD, evidentemente non abbastanza competitivi o troppo onerosi da gestire. Di progetti simili si parla anche per l'Iper Lastra, visto anche il mega-progetto di Pontignale che dovrebbe partire a breve(?).

Chissà che prima o poi non capiti anche ad Arezzo, Montevarchi e Cascina....
Queste trasformazioni produrranno inevitabilmente degli "esuberi" di personale addetto. Qualcuno ci saprebbe dire come Unicoop ha in progetto di gestirli? Perchè dai sindacati non è che emerga poi molto sulla questione, anzi diciamo che è il solito silenzio assordante a cui ci hanno spesso abituato. Se qualcuno tra di voi ci sapesse dare qualche info in merito gliene saremmo grati.




25 maggio 2011

DIPENDENTI SPIATI ALLA COOP LOMBARDIA: INDAGATO ANCHE IL GIORNALISTA NUZZI


La vicenda divenne nota grazie ad un articolo su Libero del noto giornalista Gianluigi Nuzzi nel gennaio 2010, che ora si ritrova tra gli indagati




A partire dal 2004 era stato sperimentato solo il progetto pilota. Un centro d' ascolto abusivo all' interno di una delle succursali degli ipermercati Coop, con tanto di cimici e telecamere abusive puntate sugli spostamenti dei propri dipendenti. A svelare l' inquietante retroscena era stato nel gennaio del 2010 il quotidiano Libero.

A oltre un anno di distanza, l' inchiesta del pm Francesca Celle scopre solo marginalmente le sue carte, ma qualcosa si può già intuire: tre persone sono finite nel registro degli indagati. A cominciare dal cronista che pubblicò per primo la notizia, che nel suo articolo confidò anche di aver ascoltato perfino «quasi un migliaio di file audio», e anche di aver «visionato decine di filmati girati da telecamere nascoste in diversi punti vendita». A lui, oltre alla diffamazione, viene contestato un reato che prevede fino a 5 anni di reclusione (articolo 617): aver diffuso il materiale ottenuto illegalmente.

E la stessa accusa viene mossa a quello che è stato il responsabile della sicurezza delle Coop per la Lombardia, M. C., e il titolare di una società di sicurezza, Alberto R., che secondo l' ipotesi accusatoria, avrebbe installato illegalmente le sofisticate apparecchiature. Un metodo, sembra aver accertato ora l' inchiesta, che non si sa bene ancora come, ma che sarebbe stato attuato senza l' autorizzazione dei vertici, ma che permetteva comunque al responsabile della sicurezza di monitorare ogni movimento dei dipendenti, conoscere le loro conversazioni, seguirli nel loro orario di lavoro. A far scoprire la presenza del centro d' ascolto abusivo, una parcella non pagata al responsabile di sicurezza aziendale.



24 maggio

(e. ran.)

La Repubblica


Approfondimenti:





23 maggio 2011

COMMERCIO, UNICOOP TIRRENO «BOCCIATA»



Altra tegola su Unicoop Tirreno


Il Tar respinge il ricorso




Il clima arroventato da elmetti e cannoni di un anno fa non si respira più, ma la guerra del commercio continua. Continua nel silenzio discreto delle aule di tribunale, dove il Centro commerciale Aurelia Antica incassa un punto a favore di Unicoop Tirreno.

La vicenda è nota e ha occupato le cronache cittadine per mesi. A fine anni '90 Unicoop ottiene dal Comune l'ok a realizzare l'Ipercoop in zona Casalone: un centro commerciale, l'unico previsto (nel 2000) dalla Regione. Poco dopo però Comune e Unicoop decidono di trasferire il progetto dall'altra parte della città, al Commendone, per ragioni di viabilità.

L'area del Casalone (ex Fornace Chigiotti) viene dunque vincolata a destinazione artigianale - commercio all'ingrosso, mentre il commercio al dettaglio - col progetto Ipercoop - si prevede al Commendone: due passaggi recepiti nel 2006 dal Piano strutturale. Unicoop, nella prospettiva di costruire al Commendone, cede i fabbricati a Barghi srl, che nel 2007 ottiene dal Comune la volturazione delle licenze edilizie, con termine dei lavori fissato al febbraio 2010.

Barghi comincia a costruire e chiede, in sostanza, l'autorizzazione a fare dell'ex Chigiotti un centro commerciale, forte delle licenze di commercio al dettaglio acquisite a suo tempo da Unicoop e mai cancellate. Il resto è cronaca di scontri furiosi, con Unicoop che ancora non ha il via libera ufficiale per realizzare l'Ipercoop al Commendone (serve una variante anticipatrice al regolamento urbanistico che arriverà solo a fine 2009), scontri nei quali entrano anche le categorie del commercio che - non trovando un accordo con Unicoop per l'accesso al futuro polo in zona Roselle - appoggiano il "polo a sorpresa" dell'ex Chigiotti.

Un braccio di ferro che si combatte anche a colpi di ricorsi al Tar, da un fronte e dall'altro. Uno di questi l'aveva presentato proprio Unicoop, contro il Comune di Grosseto, per bloccare gli atti di voltura delle concessioni edilizie. Per Unicoop il Comune, con quegli atti, aveva commesso falso, violazioni ed eccesso di potere.

Com'è andata a finire? Il cento commerciale al Casalone ha aperto, i lavori per l'Ipercoop non sono ancora iniziati e la settimana scorsa la terza sezione del Tar ha respinto il ricorso, giudicandolo inammissibile.

Secondo i giudici infatti Unicoop non è legittimata a contestare quei provvedimenti, in quanto non è portatrice di interessi commerciali o urbanistici (che potrebbero essere lesi) in quella zona della città. Dunque ricorso respinto e condanna a Unicoop a rifondere le spese legali a Comune, Barghi e Clodia Commerciale, la società che ha acquisito il ramo d'azienda per la vendita al dettaglio dell'Aurelia Antica.


21 maggio 2011

Il Tirreno

I FONDI PENSIONE COOP LITIGANO INVECE DI FONDERSI












In comune hanno lo stesso sistema informativo, lo stesso service amministrativo, la stessa banca depositaria, quasi tutti i gestori finanziari; due su tre hanno addirittura lo stesso logo e la sede nello stesso ufficio. Eppure fondere in un'unica struttura previdenziale Cooperlavoro, Filcoop e Previcooper, i tre fondi pensione del mondo della cooperazione, è stata per anni un'utopia: le fonti istitutive hanno preferito a lungo continuare a mantenere identità distinte.

Poi è arrivata la strigliata di Antonio Finocchiaro, che appena arrivato alla presidenza di Covip (la commissione di vigilanza sui fondi pensione) ha detto chiaro e tondo che i fondi pensione devono unirsi, per migliorare la loro efficienza. Dopo le parole della vigilanza, l'idea che giaceva in un sottoscala è stata rispolverata ed è diventata un dossier; e dopo due anni di gestazione da germoglio si è trasformata in fiore: nelle ultime settimane l'Alleanza delle cooperative italiane, ossia l'organismo unitario che mette insieme Agci, Confcooperative, Legacoop, per mano di Luigi Marino presidente di Confcooperative ha inviato una lettera ai segretari generali delle tre confederazioni sindacali Susanna Camusso, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti, per avviare (tra le varie cose anche) l'unificazione di Cooperlavoro, Filcoop e Previcooper.

Primo passo: la formazione di un gruppo tecnico di progetto chiamato ad elaborare con tempi veloci il piano di aggregazione. Ci siamo finalmente, qualcuno ha detto in Via Carlo Bartolomeo Piazza, 8, Roma, sede di Cooperlavoro e Previcooper (Filcoop è in via Torino, 6, a 2400 metri di distanza). Giusto in tempo di mettere lo spumante nel ghiaccio, in attesa di poter brindare nel giorno clou, che subito i primi sassolini sono entrati nell'ingranaggio.

A gettarli tra le ruote dentate della fusione tra i tre fondi pensione, le dichiarazioni di alcuni rappresentanti sindacali pronunciate nel corso del convegno per il decennale di Fon.Te, fondo pensione del settore commercio, turismo e terziario. I rappresentanti del commercio di Cisl e Uil hanno espresso l'intenzione di aggregare al proprio fondo pensione anche il settore della cooperazione, vista la vicinanza di alcune di queste realtà produttive alla distribuzione.

Inevitabile la rotta di collisione con conseguente battibecco con Flavio Casetti, per molti anni direttore di Cooperlavoro nonchè segretario di Assofondipensione, presente in sala. «La cooperazione è solo un'espressione giuridica», ha detto provocatoriamente Brunetto Boco (Uiltucs Uil).

«Le tensioni tra le rappresentanze del settore commercio rischiano di ricadere su di noi», ha replicato Casetti, facendo riferimento all'accordo separato sottoscritto nel febbraio scorso da Fisascat Cisl e Uiltucs Uil da una parte, e Confcommercio e Confesercenti dall'altra; contraria la Filcams Cgil, che pur gode di un'alta rappresentanza nella categoria.

Fon.Te., lo ricordiamo, ha recentemente assorbito alcuni fondi che non sono riusciti a decollare come Marco Polo (commercio ma istituito da Confesercenti invece che da Confcommercio), Artifond (artigiani) e Previprof (dipendenti studi professionali).

La parola passa ora ai vertici di Cgil, Cisl e Uil per capire se quel granellino gettato nell'ingranaggio può bloccare la fusione tra Cooperlavoro, Filcoop e Previcooper: c pon buona pace dei lavoratori e delle loro pensioni future.



21 maggio 2011

Marco Lo Conte

Il Sole 24 Ore



22 maggio 2011

UNICOOP TIRRENO VUOLE IKEA A LIVORNO, MA PISA E' FAVORITA


La Coop apre sulla soluzione Nuovo Centro per il megastore, ma la strada di Ikea in Toscana sembra dirigersi verso Pisa e dintorni


La vicenda del Nuovo centro di Livorno è complicata e al centro di molte polemiche. Si ricorderà che la famiglia Fremura, propietaria dell'area, vendette ad Unicoop Tirreno tra le polemiche di Esselunga che pur aveva fatto un'offerta migliore.

Ora la Unicoop Tirreno vorrebbe coinvolgere nel nuovo centro Ikea che stanca di aspettare i tempi biblici del Comune di Vecchiano (PI) per le necessarie autorizzazioni, migrerebbe altrove. Un'idea su cui Esselunga lavorava già nel 2009.

Il sogno della traballante Unicoop Tirreno, fresca del terzo bilancio in rosso, sembra però essere già svanito. Il presidente della regione, Rossi, con piglio decisonista, parrebbe orienato a privilegiare l'odiata Pisa. Ben dieci comuni del pisano, infatti, sono il lizza per ospitare la multinazionale svedese. E anche Vecchiano ci riprova!

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La Coop non ha ricevuto alcuna offerta da Ikea per l'area del Nuovo Centro, ma è disposta a parlarne. E già questa è una conferma che l'ipotesi di portare a Livorno la multinazionale svedese è più che un sogno. L'insediamento di Ikea, infatti, sarebbe pienamente compatibile con i progetti della Coop, che è anzitutto interessata al supermercato alimentare.

Il progetto del Nuovo Centro, l'area vicina allo svincolo Livorno Sud della variante, prevede infatti la realizzazione di tre edifici: un centro commerciale non alimentare di 10.430 mq di superficie di vendita, già autorizzato dalla Regione, un supermercato alimentare di 2550 mq di vendita e un megastore di 2500 mq di vendita.

Unicoop Tirreno, nelle prossime settimane, avvierà il cantiere per il supermercato, mentre ad occuparsi del centro commerciale (67 negozi, 5 megastore, ristoranti) non food sarà un'altra società del mondo della cooperazione. Ed è proprio qui che può inserirsi Ikea, utilizzando i 10.430 mq di Svag (l'autorizzazione regionale) per aprire il megastore. Tanto per capirsi: al Nuovo Centro potrebbe nascere l'uno accanto all'altri un supermercato a marchio Coop, un megastore Ikea e un altro megastore più piccolo (2500 mq).

Da Vignale Riotorto, quartier generale di Unicoop Tirreno, giunge una dichiarazione che testimonia un interessamento. «Il nostro progetto va avanti come da programma - spiegano - Se qualcuno è interessato all'area, si faccia pure avanti, nei luoghi e nei modi deputati. Noi siamo disponibili a ragionarne». Ma precisano anche, da Unicoop, che finora Ikea non si è fatta avanti.

Come ha spiegato il sindaco Cosimi l'altro ieri al presidente della Regione Enrico Rossi, Livorno è l'unico Comune insieme a Crespina a possedere la Svag, l'autorizzazione per la grande distribuzione, e ad avere un'area - il Nuovo Centro - immediatamente cantierabile. Di più: i lavori per le opere di urbanizzazione, a carico di Fremura, sono già stati avviati. Per costruire il centro commerciale serviranno 36 mesi. Dunque inaugurazione tra la fine del 2013 e l'inizio del 2014. Tempi relativamente brevi e soprattutto certi.



21 maggio 2011

(c. m.)

Il Tirreno