15 gennaio 2011

LA DEMOCRAZIA SINDACALE NEI LUOGHI DI LAVORO NON E' UN PROBLEMA SOLO DI OGGI

Dei due referendum abrogativi del 1995 sull'art. 19 dello Statuto dei Lavoratori, passò solo quello che abrogava il comma «a» fortemente voluto dalla Cgil e penalizzante per una più libera rappresentanza sindacale

Ora si cercherà di far rientrare Fiom tagliata fuori, anche in virtù del buon risultato di Mirafiori, che per nemesi storica paga le conseguenze di quel referendum vittorioso


Quanto sta avvenendo alla Fiat e intorno la Fiat ci impone di rilanciare con urgenza una riflessione sulla democrazia e la rappresentanza nei luoghi di lavoro. In primo luogo va dato un giudizio netto su quanto va facendo Marchionne in giro per l'Italia. Da Pomigliano a Torino è in corso una barbara offensiva sul piano dello sfruttamento e delle regole delle relazioni industriali fin qui conosciute nel nostro Paese.

Ciò avviene con il beneplacito non solo dei sindacati complici firmatari dei vari contratti che si vanno definendo a misura addirittura di “sito” produttivo – una newco diversa per ogni stabilimento con un contratto ”nazionale” ad hoc – ma anche con il sostanziale via libera del PD, del Governo e, sebbene velato da qualche fastidio, di confindustria. Detto ciò, e avviato tutto quello che è necessario mettere in campo per contrastare questo progetto di restaurazione autoritaria del comando di impresa, è bene anche soffermarsi su quanto sta accadendo dal punto di vista degli strumenti che Marchionne usa per riuscire nel suo intento.

Il contratto stipulato per Pomigliano si rifà costantemente, per quanto attiene le relazioni sindacali, a quanto all’uopo previsto dall’articolo 19 dello Statuto dei Lavoratori (legge 300/70). Quando cioè Marchionne e Cisl, Uil, Ugl e Fismic affermano che le Rappresentanze sindacali aziendali potranno essere costitute solo ad iniziativa delle organizzazioni sindacali firmatarie del contratto, applicano pedissequamente quanto contenuto nel citato articolo 19 dopo che questo è stato mutilato di una sua parte con il Referendum del ’95.

Ai senza memoria ricordiamo brevemente la storia dell’articolo 19 dello Statuto; fino al 1995 esso si componeva così: Art. 19. Costituzione delle rappresentanze sindacali aziendali.

1. Rappresentanze sindacali aziendali possono essere costituite ad iniziativa dei lavoratori in ogni unità produttiva, nell’ambito:
a)
delle associazioni aderenti alle confederazioni maggiormente rappresentative sul piano nazionale;
b)
delle associazioni sindacali, non affiliate alle predette confederazioni, che siano firmatarie di contratti collettivi nazionali o provinciali di lavoro applicati nell’unità produttiva.
2. Nell’ambito di aziende con più unità produttive le rappresentanze sindacali possono istituire organi di coordinamento.

Nel 1995 furono promossi due referendum su questo specifico testo. Uno promosso dalle forze del sindacalismo di base che intendeva abrogare totalmente le lettere a) e b) del comma 1, con l’obiettivo di rendere indispensabile giungere immediatamente ad una legge di regolazione della rappresentanza e rappresentatività nei luoghi di lavoro, in attuazione dell’articolo 39 della Costituzione Italiana, per riempire il vuoto normativo creato, appunto, dall’abrogazione totale dell’articolo 19.

L’altro venne promosso dalla sinistra sindacale di allora, guidata dall’ex segretario confederale della Cgil Fausto Bertinotti, primo firmatario Paolo Cagna, che intendeva abrogare solo la lettera a) dell’articolo 19, quella cioè che consentiva la costituzione delle RSA anche alle associazioni sindacali affiliate a Confederazioni maggiormente rappresentative.

Tutti e due i referendum furono ammessi dalla Corte Costituzionale ma al primo, quello dell’abrogazione totale, mancarono circa 5.000 voti per raggiungere il quorum (dato fortemente contestato dai promotori e quasi certamente ci furono brogli di cui non riuscimmo mai a venire a capo).

Il secondo invece raggiunse il quorum e da allora l’articolo 19 dello Statuto dei Lavoratori è esattamente quello che oggi utilizza Marchionne per far fuori tutte le organizzazioni non firmatarie del nuovo contratto per gli stabilimenti di Pomigliano e Mirafiori.

E’ evidente che ciò non sarebbe stato possibile se l’articolo 19 fosse stato abrogato tutto o fosse rimasto vigente come scritto dal legislatore, essendo tutte le organizzazioni categoriali presenti in quelle aziende affiliate a Confederazioni considerate maggiormente rappresentative. E così coloro che oggi più di tutti si ergono a paladini della democrazia, quelli che si fanno promotori di comitati e associazioni a sostegno, sono proprio quelli che allora fornirono lo strumento che oggi le controparti utilizzano.

Ma perché una parte consistente della sinistra di allora si schierò per il referendum parziale? E’ del tutto evidente che la vittoria del referendum totale avrebbe imposto la definizione di una legge che andasse nel senso voluto dai promotori, cioè quello di una definizione per legge delle regole di democrazia e rappresentanza nei luoghi di lavoro che contenesse in se elementi di maggiore democrazia e pluralismo sindacale. Ciò avrebbe consentito una ancora più forte crescita del sindacalismo di base che poteva davvero diventare l’alternativa credibile alla deriva concertativa delle organizzazioni sindacali storiche e all’entrismo nella Cgil propugnato invece proprio dai promotori del secondo referendum. L’effetto di quel referendum, assieme alla vittoria di quello promosso dai radicali che impediva la raccolta automatica delle quote sindacali attraverso la ritenuta in busta paga operata dai datori di lavoro, fu devastante per tutto il sindacalismo di base che, da
un giorno all’altro si vide senza alcun diritto nei luoghi di lavoro e privato della possibilità di raccogliere le quote di adesione attraverso la trattenuta automatica in busta paga. Esattamente quello che, a 16 anni di distanza, in una mutata fase politica e dei rapporti di forza, sta accadendo alla Fiom.

Certo è bene oggi mettere in campo ogni possibile strumento per cercare di fermare la dottrina Marchionne, soprattutto perché l’attacco profondo, oltre che alle libertà sindacali, è soprattutto alle condizioni d vita e di lavoro degli operai della Fiat. Vorremmo però ricordare a tutti che quanto accade oggi alla FIOM è accaduto 16 anni fa al sindacalismo di base e, all’epoca, non trovammo proprio nessuno che costituisse comitati e raccogliesse firme per difendere le libertà e il pluralismo sindacale, eppure mettemmo in campo centinaia di iniziative in splendida solitudine. Se qualcuno avesse riflettuto di più allora su cosa stava accadendo nei luoghi di lavoro, forse oggi non saremmo costretti a batterci per difendere il diritto dei lavoratori Fiat ad organizzarsi con chi meglio credono. Comunque è tempo di rimettere in pista una battaglia forte e ampia perché torni la democrazia vera nei luoghi di lavoro, in tutti i luoghi di lavoro.

Ben vengano quindi tutti gli scioperi e le iniziative di lotta contro la nuova “FilosoFiat”. La USB con il “Forum Diritti/Lavoro” ha già avviato un largo processo di discussione per giungere al più presto alla stesura di una proposta di legge di iniziativa popolare sulla rappresentanza e la democrazia sui luoghi di lavoro, ma soprattutto sta avviando un confronto ampio con tutte le organizzazioni sindacali conflittuali e con i movimenti in lotta per costruire assieme lo Sciopero generale e generalizzato, tra le cui parole d’ordine non potranno che esserci anche quelle della democrazia e dell’indipendenza.

31 dicembre 2010

USB Unione Sindacale di Base

14 gennaio 2011

IL MODELLO MIRAFIORI CONQUISTA CARREFOUR

Piccoli Mirafiori avanzano

Filcams-Cgil assai più conciliante della sorellastra Fiom




Nella vertenza-Fiat il termine-chiave è flessibilità. Nel commercio «già la si sperimenta da anni», ammette Ferruccio Fiorot, segretario nazionale Fisascat, la federazione servizi e commercio della Cisl. Marchionne chiede un maggior utilizzo degli impianti per investire in Italia? In Carrefour gli impianti sono i punti vendita e «nel nuovo accordo integrativo aziendale si premiano proprio gli straordinari domenicali e festivi», dice Paolo Andreani, segretario nazionale Uiltucs, organismo di categoria della Uil.

Meno incline al parallelismo Maria Grazia Gabrielli, Filcams Cgil: «in Carrefour abbiamo ricostruito un contratto integrativo aziendale. In Fiat si chiede persino la deroga al contratto nazionale», dice. Ma «l'atteggiamento che hanno avuto i vertici del gruppo francese nel 2009 (con la disdetta unilaterale dell'integrativo aziendale, ndr.) è lo stesso della Fiat: rompere le relazioni sindacali».

I confederali, ora alla prova di Mirafiori, hanno sperimentato una comunanza d'intenti per la «Fiat del commercio»: Carrefour. La seconda multinazionale al mondo nella grande distribuzione è riuscita laddove il Lingotto ha diviso. Raggiungendo uno schema di accordo – ora sottoposto alla consultazione dei quasi 22mila dipendenti italiani del gruppo – che dovrebbe essere ratificato il prossimo 9 febbraio.

L'ACCORDO – Al netto delle logiche differenze categoriali – industria metalmeccanica la Fiat, leader nei servizi e nel commercio, Carrefour – di core business e di modello organizzativo aziendale, i sindacati hanno accettato il piano proposto dal gruppo francese. Eccone i termini, per traslazione «simili» alle proposte dei vertici torinesi: prestazione oraria domenicale e festiva in straordinario retribuita con il 60% di maggiorazione per il periodo natalizio, bonus forfettari negli altri periodi dell'anno (per un massimo di 400 euro), un meccanismo di salario variabile per i neo-assunti (nel 2010, ndr.) legato alla produttività e con la prospettiva di un consolidamento nella retribuzione fissa nel caso la redditività dell'azienda torni ai livelli pre-crisi. E anche pause pagate (sia con un contratto part-time, sia full-time), come previsto dal precedente contratto integrativo aziendale.

In altri termini maggiore produttività, minore assenteismo – «anche se nel commercio siamo lontani dai livelli di assenteismo tipici della Fiat», precisa Fiorot (Fisascat Cisl) – per un ritorno in busta paga per i dipendenti, al netto della componente variabile, sulla quale Gabrielli (Filcams Cgil), esprime qualche riserva «perché condizionata dai livelli di produttività ante-crisi». L'azienda, dal fronte suo, si è detta disponibile a tornare ad investire in Italia (come auspica Marchionne per la Fiat) e «in un momento di crisi come questo se Carrefour avesse voluto delocalizzare all'estero, ciò avrebbe significato un impoverimento per il tessuto nazionale», dice Andreani (Uiltucs).

Scongiurato il rischio trasferimento «la volontà è quella di realizzare, nel biennio 2011-2012, una forte politica di investimenti proseguendo nella rimodulazione del modello commerciale», dice Francesco Quattrone, direttore risorse umane di Carrefour Italia. Per un'azienda che nel 2008 chiudeva in rosso il proprio bilancio puntare ancora sulla grande distribuzione organizzata in Italia è una scommessa. Condizionata dall'esito della consultazione. Ma i sindacati sembrano uniti e non ci dovrebbero essere sorprese.

Fabio Savelli

14 gennaio 2011

Corriere della Sera.it

12 gennaio 2011

COOP ESTENSE, SOTTOSCRITTO L'ACCORDO DI TRANSIZIONE PER IL NUOVO INTEGRATIVO

L'aria di mirafiori spira sulle decisoni? Il dubbio è legittimo

La Fisascat Cisl prende in mano la situazione

Un accordo di transazione rinvia il rinnovo dell'integrativo dopo la sottoscrizione del contratto nazionale (ricordiamo che Cisl e cgil di categoria non hanno presentato piattaforme unitarie)

Ranieri (Cisl): «Ora starà alle parti individuare un nuovo riferimento contrattuale»


Le organizzazioni sindacali Fisascat Cisl, Filcams Cgil e Uiltucs Uil hanno siglato con la direzione aziendale di Coop Estense un importante accordo di transizione che delinea il percorso per il rinnovo del contratto integrativo aziendale scaduto il 30 aprile 2007 e che interessa circa 5.600 lavoratori.

Tra i punti qualificanti del documento l’impegno a riprendere il confronto per il rinnovo dell’integrativo subito dopo la sottoscrizione del contratto nazionale della Distribuzione Cooperativa e comunque non oltre il 30 aprile 2011 prevedendo la sottoscrizione entro il 31 ottobre 2011. Nel merito la direzione di Coop Estense si è impegnata inoltre a procedere ad un incremento delle risorse umane e ad aumentare l'orario di lavoro a circa 1.000 lavoratori part-time.

“Il testo concordato unitariamente – ha dichiarato il segretario generale della Fisascat Pierangelo Raineri – rappresenta un significativo strumento per lavorare ad un rinnovo di un contratto integrativo rispondente alle mutate condizioni di mercato e del settore anch’esso colpito dalla crisi dei consumi”.
“Ora starà alle parti – ha proseguito Raineri - individuare un nuovo riferimento contrattuale maggiormente rappresentativo ed in grado di rispondere alle legittime necessità aziendali e alle altrettante legittime aspettative delle lavoratrici e dei lavoratori”.

A commentare positivamente la soluzione negoziale è intervenuto il segretario nazionale della Fisascat Vincenzo Dell’Orefice che ha definito le linee concordate “un equilibrato punto di riferimento per riavviare il confronto negoziale sul contratto integrativo aziendale e che rappresenta un utile contributo al rafforzamento delle relazioni sindacali”.

11 gennaio 2011

Riviera24.it

Appelli inascoltati:
10.01.11 - Coop Estense - Lo sciopero non può più essere rinviato!!!




10 gennaio 2011

CONTRATTI PIRATA NELLA FILIERA COOP

La denuncia arriva della Cgil-alimentare dell'Emilia Romagna che sottolinea come la Coop Work Group di Rimini che occupa circa 80 soci lavoratori cinesi a 4,5 euro l'ora


SANTARCANGELO - "Nella filiera della Coop l'appalto ed il subappalto vengono utilizzati per produrre profitto sulla pelle dei lavoratori. E' il caso della Coop Adriatica che utilizza le forniture della ditta Melograno di Santarcangelo che appalta la produzione della quarta gamma (verdura fresca imbustata e pronta per l'alimentazione) ad un'altra cooperativa, la Coop Work Group di Rimini che occupa circa 80 soci lavoratori cinesi, nella quale non viene applicato il contratto nazionale di lavoro".

Questa la denuncia della Cgil-alimentare dell'Emilia Romagna che - in una nota a firma del segretario regionale Flai, Ivano Gualerzi, e del segretario regionale generale Antonio Mattioli - afferma: "Queste lavoratrici percepiscono 4,5 euro l'ora ed a loro viene applicato un contratto "pirata" siglato da sindacati autonomi e l'Unci, associazione di cooperative costituita appositamente per derogare le norme contrattuali; questo contratto e' gia' stato giudicato dalla magistratura lesivo della dignita' del lavoratore.

A questo punto - sottolinea la Cgil - e' inderogabile ed urgente un incontro con le centrali cooperative e la Regione Emilia Romagna per individuare soluzioni e norme atte ad impedire il radicamento nei nostri territori di sfruttamento, illegalita' e competizione fondata sulla dequalificazione del lavoro e del prodotto".

10 gennaio 1011

Romagna Noi


09 gennaio 2011

LA PARTITA FIOM IPOTECA LA CGIL


Fiom e le altre Cgil: così vicine, così lontane




«Facciamo fatica a intenderci. È sempre difficile conoscere l'orto del vicino. Certo, però, la Fiom tende a isolarsi. Mi farebbe piacere che i suoi dirigenti capissero di più i problemi della cassiera dell'ipermercato o della ragazza incinta che lavora da un notaio». Franco Martini è un uomo di buonsenso, apprezzato dentro alla Cgil per il suo pragmatismo. Fratello dell'ex presidente della Regione Toscana, Claudio Martini, oggi guida la Filcams, il terziario che esprime il 6% degli iscritti totali della Cgil, all'incirca la stessa quota della Fiom. «Vorrei che anche loro - continua Martini - adottassero il punto di vista che ogni giorno devo adottare io. Un sindacato moderno non può soltanto confrontarsi con i problemi della classe operaia. Deve anche trattare con la solitudine delle persone».

La Cgil non è un monolite. Nelle ultime settimane la questione Mirafiori ha attribuito ai metalmeccanici una centralità che ha fatto spiccare, con la dura lucentezza di una vecchia chiave a stella da fabbrica degli anni Settanta, la loro compattezza ideologica e le loro radici in un Novecento di cui perpetuano, nel 2010-2011, i riti e i miti. E ha oscurato le ragioni degli altri: i sindacalisti che non si possono permettere troppa ideologia e il cui riformismo nasce da un confronto continuo con i cambiamenti indotti dalla globalizzazione, multinazionali e Pmi nel mare aperto dei mercati, produttività delle fabbriche e diritti dei lavoratori, inclusi quelli con una minore cifra politica in senso classico.

La segretaria generale, Susanna Camusso, è impegnata nella complessa operazione di impedire processi disgregativi ponendo rimedio alle spinte frazionistiche di una Fiom che, nello scontro con Sergio Marchionne, ha preso a muoversi come un corpo autonomo. «La Fiom è parte fondamentale della Cgil - dice la bersaniana Valeria Fedeli, leader dei tessili -. Sui diritti costituzionali, come quello di sciopero o di rappresentanza, siamo con loro. Però, fra noi e loro, deve prendere il via un dibattito serio. Loro sono loro. Noi siamo tutto il resto della Cgil: dopo il 2009, dunque dopo la mancata firma del nostro sindacato all'accordo sul modello contrattuale, tutte le categorie della Cgil hanno rinnovato i contratti insieme alle altre sigle. La Fiom non l'ha fatto. Perché?».

Fra i riformisti del sindacato, dunque, nessuna voglia di conventio ad excludendum. Allo stesso tempo, con questa dirigenza dei metalmeccanici, una resa dei conti non può mancare. La partita, però, non si limita al confronto fra la Camusso e il segretario dei metalmeccanici Maurizio Landini. All'interno della Cgil più riformista, si sovrappongono le stratificazioni. Ci sono personalità formatesi dentro alla tradizione comunista (come Martini e Fedeli) e altre dentro a quella socialista, prima fra tutte la Camusso. E, sull'attività sindacale in sé e per sé, sussistono idee e pratiche che si sono modellate su diversi paesaggi industriali: l'identità ideologica della Fiom nasce dentro la grande fabbrica fordista dove ancora oggi restano gli ultimi operai in carne e ossa, qualcosa di abbastanza simile alle tute blu degli ultimi cinquant'anni di capitalismo italiano, qualcosa di molto distante dagli operai-piccoli imprenditori delle filiere e dei distretti.

Nelle prossime settimane queste impostazioni differenti, a tratti inconciliabili, non potranno non confrontarsi. La road-map è già prefissata: oggi la segreteria della Cgil e quella della Fiom, martedì 11 e mercoledì 12 a Chianciano l'assemblea nazionale delle Camere del lavoro, giovedì 13 e venerdì 14 il referendum a Mirafiori, sabato 15 il direttivo nazionale della Cgil e venerdì 28 gennaio lo sciopero indetto dai metalmeccanici. Al termine di questo calendario, si capirà quali saranno i rapporti di forza fra le diverse anime che compongono il corpaccione della Cgil (a fine 2009 oltre 5,7 milioni di iscritti).

Dal punto di vista tecnico-tattico, si comprenderà cosa faranno i dirigenti dell'area di Nichi Vendola e Paolo Ferrero "Lavoro e società" (in segretaria nazionale rappresentata da Nicola Nicolosi), finora con la Camusso ma sempre più affascinati dalle sirene massimaliste della Fiom e poco convinti dalla linea del segretario di apporre una firma tecnica all'accordo di Mirafiori, in caso di vittoria dei sì al referendum. E, sotto il profilo strategico, si verificherà se i riformisti, che per ora riconoscono alla Camusso una leadership non solo formale, potranno muoversi in un contesto in cui l'agenda non sarà più fissata da una categoria come la Fiom che, in termini di iscritti, pesa per non più del 6% e che, al congresso del maggio 2009, ha ottenuto il 17% dei voti, contro l'83% della mozione Epifani-Camusso.

Dunque, proprio il referendum di Mirafiori e una eventuale firma tecnica produrranno effetti sistemici in grado di modificare i rapporti fra minoranza massimalista e maggioranza riformista. «Nessuno mette in dubbio la tradizione e la qualità del gruppo dirigente della Fiom - riflette a questo proposito Onorio Rosati, segretario generale della Camera del Lavoro di Milano - però c'è un elemento che proprio non funziona. Ed è la differenza fra il loro livello nazionale e il loro livello locale. In sede nazionale, dicono sempre di no. Quando, lontano dai riflettori, sorgono problemi locali, la Fiom è invece molto più pragmatica. Trova gli equilibri e firma le intese».
Questa divaricazione fra dimensione nazionale e locale produce una speciale ideologia della buona sconfitta. «Storicamente - nota Rosati - la Fiom ha teorizzato l'indipendenza del sindacato. Sono convinti di potere fare da soli e meglio degli altri. E, alla fine, arrivano a sostenere, come fa Landini, che se a Mirafiori prevalgono i sì, non sarà una sconfitta. Non è vero: se vincono i sì, sarà una sconfitta. Ricominciano dal senso delle parole, per cortesia».

Ricominciare dal significato delle parole è una operazione essenziale, secondo Rosati, anche per evitare di costruire un vocabolario in cui la complessità viene cancellata e il modello di relazioni industriali, seppur in chiave antitetica e contrappositiva, è soltanto quello "neo-marchionnesco". «Le relazioni industriali italiane - conferma Fedeli, allenatasi nella palestra della ristrutturazione del tessile - sono articolate e vanno modulate, in maniera originale, sempre più secondo i cambiamenti imposti dalla globalizzazione. Non si può permettere che tutto sia schiacciato sullo scontro Fiom-Fiat».

Dunque, è interesse della Cgil più riformista e negoziatrice evitare che una ipotetica sconfitta della Fiom a Mirafiori la prossima settimana divenga la sconfitta di tutto il sindacato.
Molti aspetti rifiutati dai metalmeccanici per Pomigliano e Mirafiori sono già applicati dagli alimentaristi (il 5% degli iscritti alla Cgil). «Su turni e orari di lavoro - spiega la segretaria Stefania Crogi, di estrazione socialista - abbiamo una contrattazione aziendale molto significativa». Come nel caso di un'altra meno nota "Pomigliano".

Carrefour aveva cancellato il contratto aziendale. «Una risposta traumatica - dice Martini - a una competitività che, nella Gdo, è su scala globale». Il tavolo fra sindacati e impresa ha ora recuperato il premio aziendale e la pausa. Questa ipotesi sarà sottoposta alle assemblee dei lavoratori nei prossimi giorni. «L'importante è fare di tutto per restare dentro al sistema», nota Martini. Che con malizia aggiunge: «Se in Carrefour ci fosse stato Marchionne, il risultato non l'avremmo ottenuto perché, come Cgil, ci avrebbe tagliato fuori». Chissà. Certo, però, un Marchionne della grande distribuzione, al tavolo, avrebbe trovato il riformista Martini e non il massimalista Landini.

Stefania Crogi Flai Cgil (agroindustria) I RIFORMISTI
«Molti aspetti rifiutati per Pomigliano e Mirafiori sono applicati dagli alimentaristi»
Valeria Fedeli Filtea Cgil (tessili)
«Tutte le categorie della Cgil hanno rinnovato i contratti con le altre sigle La Fiom no, perché?»
Franco Martini Filcams Cgil (commercio)
«Loro tendono troppo a isolarsi; così però si perdono di vista i bisogni delle persone»
Onorio Rosati Camera del lavoro di Milano
«Sono convinti di poter fare da soli e meglio degli altri; devono ripensare al loro vocabolario»

9 gennaio 2011

Paolo Bricco

Il Sole 24 Ore


06 gennaio 2011

UNICOOP TIRRENO E IL PROGETTO DEL NUOVO BORGO TRA ROSIGNANO E CASTIGLIONCELLO

Il progetto di Unicoop Tirreno che è proprietaria del 98% dei terreni, è conosciuto come H5, ossia un borgo ex novo che collegherà, di fatto, Rosignano Solvay con Castiglioncello.

L'altro progetto residenziale dovrà prendere corpo a monte di via Lungomonte a Rosignano Solvay dovrà passare la valutazione di impatto ambientale.

L'assessore all'urbanistica del comune di Rosignano Marittimo, Margherita Pia, fa parte della direzione regionale di Legacoop. Dal 2006 al 2009 è membro del consiglio di amministrazione di Unicoop Tirreno.


ROSIGNANO. Il 2011 potrebbe essere l'anno decisivo per il progetto conosciuto come H5, ossia un borgo ex novo che collegherà, di fatto, Rosignano Solvay con Castiglioncello. E mentre per il progetto residenziale che dovrà prendere corpo a monte di via Lungomonte a Rosignano Solvay dovrà passare la valutazione di impatto ambientale, per la zona a mare dell'H5 (ossia quei campi tra Rosignano e Caletta) si sta lavorando attivamente sull'istanza preventiva.

Istanza preventiva - che tradotto significa un progetto di fattibilità prima di avviare l'iter all'edilizio vero e proprio - che Unicoop Tirreno ha già presentato e depositato in Comune e che ora è al vaglio dei tecnici degli uffici competenti. «Credo - dice l'assessore all'urbanistica - che nel giro di due o tre mesi l'istanza precventiva presentata da Unicoop Tireno potrà essere visionata e valutata prima di tutto dalla commissione consiliare nel rispetto delle competenze».

Ma, trattandosi di un'area delicata, vicina al mare, al porto turistico Marina Cala de' Medici ed al centro di Rosignano Solvay nonché di un piano di lottizzazione quanto mai vasto, il progetto dell'istanza preventiva sarà visionato anche dai cittadini, che potranno suggerire anche delle soluzioni sulla tipologia di servizi. Questo sarà un passaggio propedeutico alla predisposizione da parte di Unicoop del piano attuativo, che indicherà funzione e servizi dell'intera nuova area.

«L'area avrà diverse funzioni - spiega Margherita Pia - qui è previsto un centro di grande distribuzione (si sposterà qui l'attuale supermercato Coop, ndr) con una galleria commerciale, una serie di negozi di vicinato, bar, aree da destinare allo sport ed alla cultura, piazza e zone ad uso pubblico più la parte dell'edilizia privata». Insomma, un piccolo paese completamente da disegnare e progettare.

Dopo l'esame della commissione consiliare, l'istanza preventiva con allegato il progetto sarà presentato ai cittadini. Un percorso di partecipazione, così come previsto dal Regolamento urbanistico, attivato perché per questo maxi intervento sarà interessata un'area ritenuta nevralgica dagli stessi amministratori. Per lo stesso sindaco rappresenta una delle priorità. Durante il percorso di partecipazione i cittadini potranno finalmente conoscere un progetto di cui ormai si parla da circa venti anni, sollevare dubbi e proporre idee. Dopo l'istanza preventiva, inizierà l'iter vero e proprio.

Insomma, Unicoop sta muovendo i primi significativi passi e dal libro dei sogni si potrebbe passare finalmente al libro dei fatti. Rimangono, però, sul campo alcuni problemi da risolvere, sollevati anche per il progetto dell'H5 a monte di Rosignano Solvay: il primo riguarda il depuratore dei liquami a Rosignano, l'altro è quello dell'approvvigionamento idrico e della qualità dell'acqua potabile. Per quanto riguarda il depuratore l'accordo tra Comune ed Ato permetterà di raddoppiare la sua funzione: «da 30mila a 60mila abitanti equivalenti - spiega l'assessore all'ambiente Daniele Donati - ed Asa si è impegnata a predisporre entro il 2011 la progettazione per poi, a fine anno, dare inizio ai lavori».



4 gennaio 2011

Il Tirreno.it


 

04 gennaio 2011

LA COOP DI COMPIOBBI RESTERA' COM'E' ADESSO









I negozi Coop di Compiobbi e Fiesole


Il negozio di Coop di Compiobbi non sarà ampliato così come era previsto dal piano urbanistico 2009 e promesso da Unicoop.

Il sindaco, dopo un incontro con Unicoop Firenze in novembre, aggiunge che sia per il punto vendita del suo paese che per quello di Fiesole, entrambi inclusi in una lista di 17 negozi che dovrebbero passare ad una NewCo, «i dati non incoraggianti delle due strutture sono indicatori di difficoltà che la società cercherà di risolvere razionalizzando alcune situazioni».

Nessuna rassicurazione riguardo al personale.

A COMPIOBBI e a Fiesole si potrà continuare a fare la spesa nei supermercati Copp, ma il promesso ampliamento resta un miraggio. «Non si prevedono chiusure - ha detto il sindaco Incatasciato durante l'ultimo consiglio comunale - i dati non incoraggianti delle due strutture sono indicatori di difficoltà che la società cercherà di risolvere razionalizzando alcune situazioni, ma smentisce categoricamente la previsione di una chiusura del punto vendita di Compiobbi e tantomeno quello di Fiesole».

A CHIEDERE spiegazioni in merito al futuro dei due supermercati è stato il gruppo consiliare "Cittadini per Fiesole", allarmato da alcuni articoli usciti sulla stampa, dove invece si affermava che la società Unicoop aveva intenzione di chiudere i due centri In-Coop del territorio comunale. La notizia aveva sollevato una certa apprensione fra la popolazione locale, già duramente penalizzata dalla progressiva chiusura di alcuni negozi e che attualmente, specie per gli anziani e per tutti coloro che non posseggono l'auto, rende davvero difficile fare la spesa. La situazione è considerata particolarmente critica nella valle dell'Arno. Una risposta avrebbe dovuto arrivare a breve con il progetto di riqualificazione dell'area di piazza Mazzini, a Compiobbi, recepito nel 2009 dal Piano Urbanistico comunale. La variante ridisegna infatti l'area principale del paese, grazie al recupero di spazi dismessi sia con la creazione di nuovi appartamenti sia di nuovi negozi. Cuore dell'operazione avrebbe però dovuto essere proprio Coop, che aveva promesso un sostanziale ampliamento del supermercato di piazza Mazzini.

«ALL'INCONTRO avuto con la dirigenza a metà novembre ci sono state date delle assicurazioni sulle dismissioni ma purtroppo ci è stato anche comunicato che l'auspicato ampliamento del punto vendita di Compiobbi sarà molto ridotto rispetto a quanto previsto nel Piano Urbanistico del 2009 - ha proseguito Incatasciato - Noi comunque rendere migliore l'area di piazza Mazzini e attuare lo stesso il prima possibile il Piano di Recupero dell'intero isolato, che non riguarda solo la Coop ma anche altri negozi e il recupero residenziale delle volumetrie dismesse dalla ex azienda CGT. Questo progetto rappresenta un'importante opportunità per l'intera frazione e per la valle, e lo porteremo avanti anche senza la Coop».

4 gennaio 2010

Daniela Giovannetti

La Nazione


ATAF IN DEFICIT, MA DA' BUONI SPESA COOP

«Perche' Ataf SpA, la societa' partecipata che si occupa del trasporto pubblico a Firenze, dona ai suoi dipendenti 4 buoni da spendere al'Ipercoop per un totale di 100 euro?»

A sollevare il caso e' il deputato e coordinatore fiorentino del Pdl, Gabriele Toccafondi.
.
La notizia non ha avuto un gran risalto, probabilmente perché a sollevare il caso in terra di toscana è un deputato del Pdl e ancor di più perché coinvolge "l'intoccabile" Unicoop Firenze, che in terra di toscana dice la sua, eccome. Ma la vicenda non è da prendere sottogamba. Anzi ci appare di una gravità sospetta, circondata da omertoso silenzio: giornalistico, politico e istituzionale, nonché aziendale.

Aggiungiamo che, visto che Unicoop Firenze è impegnata a tagliare i costi del proprio personale come sta cercando di fare ad esempio con la creazione della NewCo dove immettere 17 negozi Coop, a quanto pare con i suggerimenti di un autorevole esponente della CGIL, e che i circa 8.000 dipendenti di Unicoop non ricevono né hanno mai ricevuto NULLA, questa regalia è totalmente incomprensibile, o meglio fa pensare a ipotesi alquanto sospette.
Ricordiamo che Toccafondi parla di buoni spesa da 100 euro per TUTTI i dipendenti ATAF.
Va da se che si tratta di 140.000 euro. Con questi fondi, qualche negozio dei 17 forse si risanava. A meno che Unicoop abbia interessi diversi. E qui ognuno faccia le proprie riflessioni.

''Perche' Ataf SpA, la societa' partecipata che si occupa del trasporto pubblico a Firenze, dona ai suoi dipendenti 4 buoni da spendere al'Ipercoop per un totale di 100 euro? Da quanto apprendo i buoni potranno essere spesi fino ad aprile e tutta l'operazione sara' a costo zero per l'azienda. L'Ataf pero' e' in deficit e poteva trovare il modo per avere nuove entrate invece di donare i buoni da spendere alla coop''. A sollevare il caso e' il deputato e coordinatore fiorentino del Pdl, Gabriele Toccafondi.

''Il problema e' che la merce che puo' offrire Ataf sono biglietti o pubblicita' e ambedue servono per far aumentare le esigue entrate - osserva Toccafondi -. Visto che i dipendenti Ataf sono circa 1400 lo scambio merce sarebbe di una cifra non banale. Ataf e' una azienda in perenne deficit economico e se quest'anno sfiora il pareggio e' solo perche' diverse voci di entrata che dovevano essere distribuite su piu' anni verranno concentrate in questo esercizio economico. Insomma da una parte c'e' un sindaco che vuole rottamare e dall'altra c'e' chi mi sembra pronto per essere rottamato''.

23 dicembre

Adnkronos


03 gennaio 2011

LA CONFINDUSTRIA VA IN CRISI E LE COOP FANNO L'ALLEANZA







La crisi della rappresentanza non è uguale per tutti. Anzi. Picchia duro nell'industria, nei suoi sindacati e nella centenaria Confindustria. Con il caso Fiat-Chrysler la globalizzazione è entrata per la prima volta, e con prepotenza, anche nelle relazioni industriali. Così non è più detto che la strada dei rapporti sociali sia prevalentemente nazionale. Nell'incertezza c'è chi corre ai ripari, rafforzandosi, mettendo un po' di fieno in cascina, superando le vecchie barriere ideologiche, gli antichi legami culturali e gli apparentamenti partitici del secolo passato. I grandi raggruppamenti delle cooperative italiane hanno deciso di cominciare a mettersi insieme. Si chiamerà l'"Alleanza delle cooperative" oppure la "Federazione delle cooperative". Il nome uscirà prima del 26 o 27 gennaio quando a Roma verrà pubblicamente celebrato il patto tra Lega Coop (le cooperative rosse), la Confcooperative (le bianche) e l'Agci (le laiche).

Alleanza molto graduale, ma che in ogni caso chiude con la stagione delle divisioni politiche e anche con quella, più recente, dello scontro tra "coop bianche" e "coop rosse" provocato dal tentativo di Unipol (Lega) di lanciare un'opa sulla "Banca nazionale del lavoro". Si volta pagina e la nascente Alleanza riguarderà il centro e non le aree regionali, non intaccherà i rispettivi organigrammi né i patrimoni di ciascuno. Si comincerà con una sorta di portavoce unico (come hanno già fatto con "Rete Imprese Italia" i commercianti e gli artigiani) in particolare nel rapporto con il governo nazionale e gli organismi comunitari di Bruxelles. La lobby delle cooperative punta a fare massa critica, a far pesare insieme le sue 43 mila imprese (dall'agro-alimentare alla grande distribuzione, dalle banche alle costruzioni fino alle cooperative dei servizi alla persona) con 1,1 milioni di lavoratori e un fatturato superiore a 125 miliardi di euro l'anno.

31 dicembre 2010

POTERI FORTI - Roberto Mania

La Repubblica.it


Le principali associazioni cooperative


28 dicembre 2010

COOP ESTENSE: IL SINDACATO CEDE E RINVIA LO SCIOPERO SINE DIE

Il minacciato sciopero dei lavoratori di Coop Estense sotto le feste rientra, senza che se ne capisca il motivo.

L'azienda non offre contropartita apprezzabile. I sindacati si accontentano di blande rassicurazioni. Sulla questione pagelle, motivo principale dell'abortito sciopero, Coop Estense non molla un centimetro.

Lavoratori Coop verso la sconfitta?



ESITO DELL'INCONTRO DEL 28 DICEMBRE DEI DELEGATI SINDACALI DI MODENA E FERRARA


Cari colleghi, oggi 28 dicembre 2010 si sono riunite congiuntamente le RSU Filcams CGIL di Modena e Ferrara, per esaminare le novità emerse nell’incontro tenutosi a Roma lo scorso 24 dicembre tra Coop Estense e le Segreterie nazionali FILCAMS, FISASCAT e UILTUC, e sulla base di queste, decidere in merito alle azioni più opportune da mettere in campo.

I nuovi scenari emersi hanno costretto la delegazione delle RSU ad un confronto che potesse giungere a decisioni sulla base di un comune senso di responsabilità che tenesse conto sia dei motivi che hanno portato allo stato di agitazione dei lavoratori, sia dei percorsi intrapresi tanto dall’azienda, quanto dallo stesso sindacato a seguito della rottura del tavolo delle trattative , sia delle esigenze espresse dai lavoratori consultati nelle assemblee nei giorni scorsi.

La novità emersa dall’incontro del 24 dicembre riguarda la proposta fatta da Coop Estense di mantenere inalterata l’attuale validità del contratto integrativo aziendale fino all’aprile del 2012. Inalterata validità che di fatto annullerebbe richieste che hanno determinato lo stato di agitazione tra i lavoratori (tema delle maggiorazioni festive, conguaglio ecc..).

Allo stesso tempo la cooperativa ha espresso la disponibilità immediata ad avviare un importante numero di stabilizzazioni di contratti a termine e di aumento di ore per il personale part time.

E’ evidente che le ulteriori proposte aziendali decurtate di quegli elementi onerosi per il lavoratore, hanno trovato un rinnovato interesse da parte della delegazione sindacale.

Allo stesso tempo, però, permangono forti resistenze nei confronti di altri due temi posti da Coop il 24 dicembre:

- l’inapplicazione del contratto di secondo livello ai futuri nuovi assunti fino al 2012 che rischierebbe di sancire un doppio regime strutturale tra vecchi e nuovi assunti (e che nel tempo potrebbe mettere in discussione anche la condizione degli attuali occupati).

- L’introduzione di parte dei principi ispiratori del sistema delle cosiddette “pagelline” (sebbene in merito a tale argomento Coop Estense fa intravedere la disponibilità a nuovi argomenti di confronto con il sindacato).

Tutte le tematiche affrontate nella discussione del 24 saranno riprese in un incontro che si terrà con l’azienda il 10 gennaio a Roma e che darebbe inizio ad una nuova fase fatta di accordi necessari per la concretizzazione delle stabilizzazioni dei contratti a termine e per l’aumento delle ore dei part time (accordo ponte).

Ma, ribadiamo, nessuna modifica strutturale troverà attuazione nel vigente contratto integrativo.

A seguito, sia di nuovi contenuti emersi nell’incontro del 24 , sia di un diverso approccio dialettico che ha superato lo stile dell’out out imposto dalla cooperativa nei precedenti incontri, le RSU decidono per la sospensione dell’iniziativa di sciopero indetta a livello nazionale.

Attenzione: sospensione, e non revoca in attesa che l’incontro per il 10 gennaio produca i suoi auspicabili frutti. Se la situazione è cambiata e migliorata ciò è avvenuto in primo luogo grazie alla straordinaria mobilitazione delle lavoratrici e dei lavoratori, che, in massa, hanno partecipato alle assemblee sindacali tanto a Modena quanto a Ferrara e che hanno dimostrato anche durante gli incontri che la cooperativa ha predisposto con loro, una sorta di insofferenza all’ adesione incondizionata alle scelte della cooperativa. Sono esemplari, in tal senso, le contestazioni emerse dai lavoratori in merito al tema delle “pagelline”, durante le riunioni che la cooperativa ha, in questo periodo, predisposto con i lavoratori stessi! Se la cooperativa nutriva ancora qualche dubbio in merito al sistema delle “pagelline”, oggi, quel dubbio non esiste più. Così come non vi sono dubbi che le affollatissime assemblee sindacali hanno registrato una piena condivisione dei lavoratori al nostro dissenso rispetto alla proposta “ultimativa” comunicata dall’azienda il 23 novembre.

Confidiamo, a partire da oggi, che si apra una nuova fase, all’interno della quale si possa iniziare a ragionare insieme su come ricostruire i gruppi di lavoro, su come migliorare il clima aziendale, su come ricostruire la partecipazione dei lavoratori alle sorti dell’azienda.

Confidiamo, ancora, si possa ragionare insieme su come ridurre la precarietà, su come migliorare la qualità del lavoro e su come migliorare le condizioni economiche di tutti i lavoratori.

Se, quanto auspichiamo, non avverrà, a partire dal 10 gennaio, la responsabilità ricadrà tutta sulle spalle del gruppo dirigente di Coop Estense.


28 gennaio

Iolavoroin Coop Estense Modena

PRESIDIO DAVANTI A COOP ESTENSE


Scende in campo anche un sindacato autonomo contro le famigerate pagelle

L'immagine di Coop Estense sempre più compromessa da un'operazione accostata allo stile Marchionne

Intanto si attende la decisione dei sindacati trattanti sull'eventuale sciopero annunciato prima di Natale



"La Coop come Marchionne".
Questa la scritta sullo striscione che un gruppetto di 7 persone dell'Asi-Ait, ha esposto alle porte della Coop Estense di Viale Virgilio ieri mattina, alla vigilia dell'atteso incontro con la dirigenza aziendale per il rinnovo del contratto integrativo.

L'Asi Ait è un "sindacato" non riconosciuto in trattativa, ma chi vi aderisce non vuole rinunciare a dire la propria. Ad essere incriminate sono le cosiddette "pagelline", «una scheda di valutazione - dice Gianluca Silvagni che lavora alla Coop di Nonantola presente alla protesta con il segretario provinciale Franco Bertoli - individuale, a discrezione del capo negozio. Un'operazione con cui la Coop consegue un elevato risparmio economico, logica che tradisce i valori fondanti della cooperazione».

Diversa l'opinione della cooperativa di consumo, secondo la quale «legare questa prassi ad un salario variabile non fa che dare valore all'impegno, al lavoro, alla responsabilità e alla dedizione delle singole persone. Stiamo parlando di una proposta che porterebbe un beneficio economico, in varia misura, a quasi 5mila lavoratori»

24 dicembre 2010

(f.b.)

La Gazzetta di Modena

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27 dicembre 2010

PIU' STRAORDINARI, PAUSE CORTE E MENO GIORNI PAGATI DI MALATTIA

Il contratto di Mirafiori, destinato per unanime ammissione di tutti i protagonisti a modificare radicalmente il sistema di relazioni industriali in Italia, sarà sottoposto a referendum a gennaio, probabilmente tra il 18 e il 20 del mese.

L'operaio che sciopererà contro il contratto, da lui stesso sottoscritto, sarà licenziato. Possibili turni di 10 ore più una di straordinario. I critici: "Rischi per la salute"

TORINO - Trentasei pagine più allegati. Il contratto di Mirafiori, destinato per unanime ammissione di tutti i protagonisti a modificare radicalmente il sistema di relazioni industriali in Italia, sarà sottoposto a referendum a gennaio, probabilmente tra il 18 e il 20 del mese. "Pomigliano è stato un sasso che ha cominciato a rotolare lungo un pendio pieno di neve. Mirafiori lo dimostra", dice il leader del Fismic, Roberto di Maulo, capofila dei sindacati favorevoli all'intesa. "Di Maulo ha ragione - risponde Giorgio Airaudo della Fiom - e per questo vogliamo provare a fermare la valanga. Il rischio è un modello aziendalista in cui i sindacati vengono usati come fornitori del consenso alle tesi dell'impresa".

Ecco i punti principali dell'accordo della discordia.

Orario di lavoro

Nella nuova società in joint-venture tra Fiat e Chrysler (che nascerà nel 2012) saranno possibili 4 tipi di orario a seconda delle esigenze produttive. Oltre all'attuale con due turni di 8 ore al giorno per cinque giorni alla settimana (5 per 2), è previsto uno schema con l'introduzione del turno di notte su cinque giorni lavorativi (5 per 3) e un altro schema con il turno di notte su sei giorni compreso il sabato (6 per 3). Al momento del passaggio da un sistema all'altro, "l'azienda avvierà un esame con i sindacati". La procedura dovrà durare "al massimo 15 giorni", dopodiché l'azienda applicherà l'orario da lei prescelto. Al momento del passaggio dal sistema "5 per 3" al sistema "6 per 3", "le parti valuteranno anche l'eventuale sperimentazione, per un periodo non inferiore ai 12 mesi" di uno schema che prevede turni di 10 ore (due al giorno) per sei giorni alla settimana. I lavoratori che lavoreranno dieci ore per quattro giorni potranno riposare i successivi tre. L'azienda avrà mano libera sugli straordinari: potrà ordinare ai lavoratori fino a 120 ore all'anno (oggi sono 40) e contrattare con i sindacati altre 80 ore per ogni lavoratore.

I sindacati favorevoli sottolineano che "il ricorso massiccio ai turni di notte e agli straordinari produrrà un incremento in busta paga fino a 3.700 euro lordi all'anno". I contrari osservano che "far lavorare per 10 ore consecutive una persona in linea e poi chiedere anche l'undicesima ora di straordinario mette a rischio la salute".

Pause e mensa
Le tre pause di ciascun turno di lavoro saranno di 10 minuti ciascuna per un totale di 30 minuti. Oggi la loro durata complessiva è di 40 minuti. I dieci minuti lavorati in più verranno monetizzati: 45 euro lordi al mese. La pausa mensa (mezz'ora) non sarà a fine turno, ma la questione verrà nuovamente discussa quando nascerà la joint-venture con Chrysler. Nel caso di turni di 10 ore, le pause rimarranno invece di 40 minuti complessivi. Il nuovo sistema di pause entrerà in vigore dal 4 aprile 2011. Per i sindacati favorevoli "con i nuovi metodi di lavoro la fatica è minore e dunque il taglio di dieci minuti di pausa non è così grave". Per i contrari "anche la riduzione delle pause può diventare un rischio per la salute, così come dimostrano le più recenti indagini mediche".

Malattia e assenteismo
L'accordo collega assenteismo e malattia. Quando il tasso di assenteismo è giudicato eccessivo (il 6% a luglio 2011, il 4% a gennaio 2012, il 3,5% dal 2013) non si paga il primo giorno di malattia a chi si sia ammalato subito prima di un giorno di riposo o di ferie, negli ultimi 12 mesi. Sono escluse patologie gravi. "Un sistema per colpire i furbi", dicono i sindacati favorevoli. "Se un lavoratore è ammalato lo stabilisce il medico, non il caposquadra", ribattono i contrari.

Contratto e scioperi
"Il nuovo contratto non aderisce al sistema confindustriale" e dunque non prevede l'elezione dei delegati di fabbrica. Solo i sindacati firmatari possono nominare dei rappresentanti aziendali. I sindacati che sciopereranno contro l'accordo potranno essere puniti con l'annullamento dei permessi. L'azienda inoltre rinuncerà a trattenere le quote di iscrizione dalle buste paga (scaricando sul sindacato l'onere di raccogliere i soldi). I lavoratori che sciopereranno contro l'intesa potranno essere licenziati. Ognuno di loro avrà personalmente firmato il nuovo contratto al momento della nascita della joint-venture.

27 dicembre 2010

Paolo Griseri

La Repubblica.it



Il contratto di Mirafiori



26 dicembre 2010

ADDIO ALLE RSU, SOLO CHI FIRMA E' RAPPRESENTATO

Nelle regole della futura newco di Mirafiori si fa riferimento alla legge 300, lo Statuto dei lavoratori.

Sarà l'articolo 19 che stabilirà nella futura joint-venture come sarà definita la rappresentanza sindacale: si prevede la costituzione delle Rsa, rappresentanze sindacali aziendali, composte dai sindacati che firmano gli accordi.

Chi non firma, quindi, è fuori e non può esercitare i diritti sindacali (dai permessi alla facoltà di indire assemblee)


L'avevano messa sul tavolo già dall'inizio della trattativa: la richiesta di nuove regole sulla rappresentanza sindacale in azienda. Un tassello fondamentale per arrivare a quella «governabilità» degli stabilimenti che l'ad di Fiat, Sergio Marchionne, ha sempre messo come condizione per far partire gli investimenti.

Ed il cambiamento ora è arrivato, con il consenso dei sindacati che hanno firmato: Fim, Uil, Fismic e Ugl. Nelle regole della futura newco di Mirafiori si fa riferimento alla legge 300, lo Statuto dei lavoratori. Sarà l'articolo 19 che stabilirà nella futura joint-venture come sarà definita la rappresentanza sindacale: si prevede la costituzione delle Rsa, rappresentanze sindacali aziendali, composte dai sindacati che firmano gli accordi. Chi non firma, quindi, è fuori e non può esercitare i diritti sindacali (dai permessi alla facoltà di indire assemblee).

Un passaggio su cui l'azienda di Torino ha insistito e che è stato uno dei passaggi chiave della trattativa. La necessità dell'ad del Lingotto è di evitare che le organizzazioni contrarie alle intese firmate, in questo caso la Fiom, potessero creare ostacoli all'organizzazione aziendale, penalizzando la produzione (le Rsa saranno paritetiche e dovrebbero raccolgiere 15 rappresentanti a tste tre i quattri firmatari).

La newco di Mirafiori, non applicando il contratto nazionale dei metalmeccanici e non aderendo a Confindustria, si svincola dall'applicazione delle regole dell'accordo tra governo, Confindustria e sindacati del 23 luglio 1993 (e perfezionato nell'accordo interconfederale sulla rappresentanza del 20 dicembre 1993) che prevede le Rsu, rappresentanze sindacali unitarie, aperte a firmatari e no. E questo varrà anche per lo stabilimento di Pomigliano, in quanto la newco non è iscritta a Confindustria e non applica il contratto nazionale. «È una conseguenza naturale della non applicazione dell'accordo del 1993: l'unica regola applicabile diventa l'articolo 19 della legge 300, così come è stato modificato dopo il referendum del 1995», spiega Pietro Ichino, senatore Pd e giuslavorista.

La Rsu è formata da associazioni sindacali che hanno firmato il contratto o che comunque presentino liste corredate da un numero di firme pari al 5% degli aventi diritto (per un terzo è riservata in proporzione ai voti ottenuti a membri eletti o designati dai sindacati che hanno stipulato il contratto nazionale e presentato liste).

I metalmeccanici, in particolare, avevano il patto di solidarietà, siglato tra Fiom, Fim e Uil: veniva garantita una rappresentanza anche a chi non avesse raccolto voti. Ma la Fiom lo ha disdettato nel 2009.

«Le Rsu si basavano su una sostanziale unità d'azione tra le organizzazioni sindacali. Venuta meno questa, si stanno diffondendo di nuovo le rsa, una realtà che è ancora a pelle di leopardo, più diffusa nei servizi e meno nelle industrie», spiega ancora Ichino.

Sempre per garantire la governabilità, nell'accordo di ieri è prevista la clausola di responsabilità: l'impegno delle organizzazioni firmatarie di non proclamare lo sciopero, senza intaccare, viene specificato, il diritto del singolo lavoratore, tutelato dalla Costituzione.

Il tema della rappresentanza sarà sul tavolo del confronto tra Federmeccanica e sindacati sulle regole specifiche per il comparto dell'auto che si è appena avviato (prossimop incontro, il 24 gennaio). Si vedrà se sarà più funzionale la strada delle deroghe o se magari si arriverà a quel contratto dell'auto su cui insiste la Fiat. Sul no dei sindacati già si vede qualche apertura. Sarà una partita dei prossimi mesi.

Potrebbe anche ripartire l'iter di alcuni disegni di legge come quello Ichino: «La mia proposta prevede che i diritti sindacali in azienda vengano ripartiti in proporzione ai consensi nelle elezioni, con l'aggiunta che la coalizione sindacale maggioritaria contratta con efficacia per tutti i dipendenti e la stessa efficacia è attribuita alla clausola di tregua, in modo che le minoranze non possano esercitare un veto. In questo modo verrebbe meno ogni ostacolo all'iscrizione a Confindustria».

24 dicembre 2010

Nicoletta Picchio

Il Sole 24 Ore


24 dicembre 2010

LA COOP TRA ETICA E NEWCO


La crisi che morde non lascia immuni le Coop della grande distribuzione

I segnali sono riscontrabili nelle difficili trattative per il rinnovo degli integrativi aziendali e nella diminuzione dei rendimenti sui libretti del prestito sociale



Che per le Coop della grande distribuzione sia un momento difficile non vi sono molti dubbi. Del resto la crisi che il Paese sta vivendo con una congiuntura economica delicata come poche volte in passato, non poteva lasciare immuni i colossi delle cooperative.

Come stanno reagendo le grandi Coop?
Da un lato si cerca di rilanciare l'immagine caratteristica, quella dei valori, dell'eticità, della solidarietà, ecc. In effetti ce n'era bisogno dopo che episodi piccoli e grandi avevano alquanto inzaccherato l'effigie.

Non è stata certo una gran bella pubblicità per Coop la vicenda delle intercettazioni verificatesi in Coop Lombardia, che l'inchiesta giornalistica denominata "grande fratello" ha portato alla luce.

Così come non ha fatto certo una bella figura Unicoop Firenze nel suo accanimento contro alcuni dipendenti dei magazzini "colpevoli" di aver utilizzato (come da usanza consolidata e nota alle gerarchie aziendali) alcuni oggetti privi di valore perché danneggiati durante la normale movimentazione e quindi esclusi dalla vendita e quasi certamente destinati al cassonetto dell'immondizia. La vicenda è passata agli annali come "I ladri di merende", cominciata con un licenziamento di 7 colleghi e conclusasi con la loro riassunzione decisa dal tribunale. In questo caso addirittura Unicoop bevve l'amaro calice dell'umiliazione, esponendosi ad una figuraccia televisiva senza precedenti.

Ma la più truce e rivoltante è stata quella che ha visto protagonista Coop Centro Italia del presidente Giorgio Raggi, con la vicenda della zona in località Sant'Antonio su cui doveva nascere l'Ipercoop, poi destinata dal comune de L'Aquila alla Protezione Civile in seguito al sisma dell'aprile 2009 e il successivo ricatto occupazionale della Coop di chiudere i tre supermercati presenti nella zona mettendo in mobilità 90 dipendenti, se non fosse stata concessa l'area per l'Ipercoop.

Insomma bisognava reagire. E allora ecco che, oltre ad iniziative minori, parte una campagna di sensibilizzazione sull'acqua con tanto di Littizzetto come testimonial. In buona sostanza la Coop dice che l'acqua del rubinetto è buona da bere. Peccato che la tempistica sia decisamente sfortunata. Pochi giorni dopo infatti, neanche a farlo apposta, arriva un'ordinanza dell'Unione Europea che nega al ministro della salute la deroga ai limiti di potabilità dell'acqua pubblica e ne vieta l'uso alimentare in 128 comuni per la presenza di sostanze come l'arsenico che considera dannoso per la salute se superiori ai 10 microgrammi di per litro, come nei casi presi in esame.

Ma allora questa è sfiga. Però c'era una cosa che mica tornava tanto. Chi è Coop per dichiarare senza dubbi che l'acqua del rubinetto è buona? E' forse un ente nazionale preposto alle analisi delle acque? Compie continue e costanti verifiche a tappeto sugli acquedotti e le tubature d'Italia? E inoltre, visto che nella campagna si parla esplicitamente di "acqua del rubinetto", come può Coop garantire anche per il tratto condominiale che porta l'acqua in casa?
Era un mezzo pastrocchio, ma hanno avuto sfortuna ad incappare in quegli anticomunisti della UE.

Poi c'è stata l'uscita del libro-intervista al presidente di Unicoop Firenze, Turiddo Campaini. Anche qui l'operazione, oltre che celebrare i 70 anni del Grande Capo, avrebbe nelle intenzioni lo stesso scopo: rilanciare il mondo valoriale della Coop. Il titolo promette bene "Un'altra vita è possibile", il sottotitolo meglio ancora: "Quando i valori dell'uomo condizionano le leggi del profitto". La copertina mostra una vecchia casa del popolo disegnata con dei commoventi e nostalgici colori pastello, niente rosso acceso che potrebbe far pensare chissà che. Pare proprio un'idea buona.

Macché. Sembrano le avventure di willy il coyote. Nonostante il massimo riserbo di Unicoop Firenze e sindacati, una voce dal sen fuggita informa i giornali che c'è una trattativa in corso per formare una newco che ingloberebbe inizialmente 17 negozi dei minimercati.
Grande disappunto (per usare un eufemismo) di azienda e sindacati che ci lavoravan sopra zitti zitti e che individuano ingiustificatamente questo blog quale responsabile di tutte le loro sciagure. Intanto il titolo del libro di Campaini diventa una barzelletta.

C'è da aggiungere che Campaini prova da qualche tempo a rimbellettare i valori della Cooperativa ed a ingraziarsi anche il consenso dei dipendenti con posizioni apparentemente audaci, come la sua crociata contro i negozi aperti la domenica e per le festività. Però, leggendo quello che dice, la morale del presidente non convince.
Allora, citando il noto testo di Lenin, domandiamo: "Che fare?"

Le Coop intanto fanno come tutte le aziende e come lo stato quando sono in difficoltà. Tagliano.
Le cooperative della grande distribuzione hanno due leve principali su cui agire per reagire alle difficoltà, e le hanno già messe in moto.

La prima è quella di ridurre i costi del personale.
Un segnale inequivocabile lo stanno dando le trattative di alcuni integrativi, come il tentativo di Coop Estense di introdurre un meccanismo individuale sul salario variabile (le cosiddette pagelle) che consentirebbe alla Coop emiliana un buon risparmio sui dipendenti.
Anche il progetto di Unicoop Firenze sulla Newco è riconducibile ad un abbattimento dei costi del personale.

La seconda leva su cui agire è quella delle remunerazioni ai soci prestatori.
In questo senso molte delle 9 grandi Coop si sono già portate avanti col lavoro, decurtando ulteriormente gli interessi corrisposti ai detentori dei libretti Coop. Di Unicoop Firenze abbiamo già scritto, quando due mesi fa, in assenza di movimenti generali sui tassi, la cooperativa ritenne di ridurli al 1,12% netto dal precedente 1,40%. Un segnale che spiega tutta la difficoltà del momento, se Unicoop è costretta ad un rendimento inferiore a quello del Bot ad un anno che ha un rendimento netto dell'1,5% circa e che costituisce per la Coop un vero e proprio riferimento con cui confrontarsi.
Non parliamo poi di altri esempi, come Coop Estense, che fino a 15.000 euro corrisponde un interesse miserrimo (0,40% netto).
Vedi i rendimenti sui libretti delle 9 Coop.

Nel frattempo le pulsioni di fusione tra le Coop, di cui il distretto nord-ovest pareva essere l'anticipatore, stanno rientrando. E' probabile che i bilanci in arrivo con la fine dell'anno non siano proprio di quelli da incorniciare e tutte le 9 grandi sorelle stanno guardandosi con qualche legittimo sospetto.


24 dicembre 2010


22 dicembre 2010

ORTOMERCATO DI MILANO, BLITZ DELLA POLIZIA. E' GUERRA FRA CAPORALI ED ISPETTORI



Trovati cinque lavoratori irregolari.
Violenze e intimidazioni a chi si oppone ai pagamenti in nero

Spunta il tentato omicidio nei confronti di un dipendente Sogemi che ha denunciato lo sfruttamento







Clandestini che caricano e scaricano casse di frutta in cambio di un pasto caldo. Caporali che ogni notte scelgono i muscoli da dare in appalto alle cooperative. E ora, dopo minacce e intimidazioni, anche un tentato omicidio contro chi si batte per riportare un minimo di legalità all’Ortomercato di via Lombroso. Gli uomini del commissariato Mecenate, guidati dal vicequestore Francesca Fusto, con i funzionari della società che gestisce il mercato, la Sogemi, hanno varcato prima dell’alba i cancelli e, tra i bancali di frutta e verdura, hanno subito trovato quattro nordafricani senza permesso di soggiorno che lavoravano come facchini alle dipendenze delle cooperative, mentre un quinto con permesso di soggiorno lavorava senza contratto per i grossisti.

Il blitz punta ora a individuare i registi del caporalato all’interno del più grande mercato ortofrutticolo d’Italia, dove appena una settimana fa un dipendente della Sogemi, da sempre impegnato sul fronte della lotta al caporalato, ha subito una grave intimidazione, ora finita in una denuncia proprio al commissariato Mecenate: il figlio di un caporale da lui più volte segnalato alla direzione della Sogemi ha tentato di travolgerlo con una macchina. Erano le passate le due di notte quando, all’ingresso di via Varsavia, il funzionario Sogemi stava controllando i badge di accesso dei lavoratori, e ha visto un’auto avvicinarsi. Di fronte all’intimazione dell’alt, la vettura — carica di uomini — invece di rallentare ha accelerato all’improvviso. «Per un attimo non sono stato investito — scrive nella denuncia l’ispettore — fortunatamente mi sono spostato in tempo evitando l’impatto».

Insieme con una guardia giurata memorizzano il numero di targa, rintracciano il veicolo al parcheggio 47 e scoprono che alla guida c’era il proprietario, C. D., figlio dell’uomo contro cui il funzionario ha sporto una querela in procura per minacce di morte. Proprio ventiquattro ore prima del tentativo d’investimento, c’era stata la prima udienza in tribunale per le minacce e altre gravi intimidazioni, come l’incendio della porta della propria abitazione, che l’uomo ricollega alle minacce precedenti. «Chiedo un intervento delle forze dell’ordine — scrive nella sua denuncia — . Ho paura per la mia sicurezza, dopo i numerosi episodi di cui sono stato vittima. Anche stamattina ho incontrato il padre di C. D. che dalla sua auto mi faceva cenno con la mano per farmi capire che voleva picchiarmi».

Ora quest’ultima denuncia — e quelle sugli irregolari trovati dai poliziotti del commissariato Mecenate — si aggiunge a quelle sulle precedenti intimidazioni e confluirà nel fascicolo sulle irregolarità dell’Ortomercato. «Sono l’ennesima conferma di uno stato di vera putrefazione nel mercato che il sindaco Moratti non vuole affrontare — accusa Antonio Lareno, segretario della Camera del lavoro — È evidente che c’è una situazione fuori controllo, con l’amministrazione che fa finta di non vedere e diventa così complice delle pesanti irregolarità più volte accertate e della presenza di vera criminalità economica. Da mesi aspettiamo che il Comune pubblichi il bando per fare pulizia nel settore della movimentazione delle merci». Il presidente di Sogemi, Luigi Predeval, assicura che «l’ente sta preparando il nuovo bando per l’appalto che permetterà il controllo delle attività e il rispetto delle nuove regole». Un’iniziativa già annunciata dal suo predecessore, Roberto Predolin. Era la fine del 2008.

20 dicembre 2010

Sandro De Riccardis

La Repubblica.it



20 dicembre 2010

PAURA COOP: "I NOSTRI POSTI SONO A RISCHIO"

La comunicazione ufficiale del progetto NewCo che inizia col negozio di via Burzagli a Montevarchi sarebbe stato annunciato già dal 9 dicembre scorso in un incontro tra i vertici della direzione e i soci della sezione montevarchina.



LO SPETTRO della privatizzazione si allunga sul punto vendita della Coop di Montevarchi e tra i lavoratori sale la preoccupazione. La notizia, per ora ufficiosa, del progetto di Unicoop Firenze di aprire una società privata in cui far confluire 17 negozi, sarebbe stato annunciato il 9 dicembre in un incontro tra i vertici della direzione e i soci della sezione montevarchina.

Montevarchi addirittura potrebbe essere proprio la realtà capofila dell'operazione, che punta alla creazione di un nuovo format di vendita, basato sulla razionalizzazione degli spazi e della forza lavoro. La comunicazione, prima ancora di diventare ufficiale, ha fatto insorgere i 14 addetti in via Buzagli che temono pesanti ripercussioni salariali e occupazionali.

"Il problema è che sarà adottato un modello contrattuale diverso a quello di oggi. Ma quel che è peggio è che temiamo di andare incontro a una forte riduzione dell'organico, che potrebbe addirittura essere dimezzato, spiega Delia Scala, delegata Cgil del punto vendita. Nella sua voce il timore di perdere il posto di lavoro e i diritti acquisiti. Ma non solo.

"Una scelta politica inaccettabile. Unicoop Firenze, con questa operazione, finisce per privilegiare la logica del profitto, ignorando i principi della solidarietà e della cooperazione a cui si è sempre ispirata. Noi confidiamo in un chiarimento. Per questo abbiamo chiesto un incontro con la società. Vogliamo conoscere i dettagli del progetto. Chiaramente, se non avremo le rassicurazioni necessarie, ci attiveremo e adotteremo tutte le forme di mobilitazione necessarie. D'altronde la società aveva già incassato la bocciatura di Filcams Toscanasull'ipotesi di privatizzare di una serie di punti vendita".

L'ultimatum? A fine mese, subito dopo le feste. Dopo scatterà la protesta.

16 dicembre 2010

P. S.


La Nazione

19 dicembre 2010

QUANDO CGIL ERA PREOCCUPATA PER LA "COOPPINA" DI MONTEVARCHI

La Filcams di Arezzo esprimeva preoccupazione per lo storico negozio di Montevarchi già un anno fa

La Filcams nazionale continua a inquietare col suo silenzio sul progetto di Unicoop Firenze di una newCo
in stile Marchionne

Ora che la
cooppina di Montevarchi sarebbe stata indicata da Unicoop Firenze come apripista dell'operazione newCo (i soci Coop di Montevarchi sarebbero già stati informati in una specifica assemblea da un autorevole esponente di Unicoop pochi giorni or sono) operazione che riguarderebbe inizialmente 17 negozi, ricordiamo che le preoccupazioni sul futuro dello storico negozio Coop di via Burzagli vengono da lontano.

Già oltre un anno fa, il segretario della Cgil-Filcams di Arezzo, Loretto Ricci, affermava in una conferenza stampa: "Abbiamo quindi la preoccupazione che l'Unicoop Firenze non abbia tra le sue priorità la coop di via Burzagli.
Ne temiamo un ridimensionamento o, peggio ancora, un progressivo abbandono. La nostra contrarietà, da questo punto, di vista è netta".

Vista la (non) reazione della Filcams nelle sue varie declinazioni, da quella nazionale a discendere la gerarchia, non si capisce se Filcams Arezzo, la più autorizzata a gestire la vicenda se non altro per
competenza territoriale, abbia adeguata voce in capitolo. Insomma, la Filcams nazionale tiene in dovuta considerazione la posizione dei loro rappresentanti aretini?

Ci attendiamo che Filcams, attraverso i loro esponenti più autorevoli, prenda posizione chiara su tutta la vicenda newco di Unicoop. Per adesso il silenzio dei delegati presenti "alla ristretta" con Unicoop sull'argomento è inquietante e fa immaginare i peggiori scenari.

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Cgil: "preoccupazioni per la coop di Montevarchi"


La chiamano la "cooppina" per distinguerla dall'Ipercoop che ha sede nella stessa città, Montevarchi. Il punto vendita dell'Unicoop Firenze in via Burzagli è sotto la lente d'ingrandimento della Cgil e della Rsu aziendale.

Stamani conferenza stampa di Loretto Ricci, segretario Filcams Cgil; Franco Ligori, responsabile della zona Valdarno per la Cgil e Delia Scala della Rsu."Abbiamo forti preoccupazioni sul futuro di questo negozio - affermano i sindacalisti. Assistiamo a continui spostamenti del personale da un punto vendita all'altro del gruppo. E' una mobilità costante che interessa molti dei 15 addetti e che non trova giustificazione. Tanto meno se consideriamo che l'azienda non attua alcuna consultazione preventiva con la Rsu e il sindacato".

Personale qualificato e di lunga esperienza viene trasferito e sostituto da personale ancora da formare. "Abbiamo quindi la preoccupazione che l'Unicoop Firenze non abbia tra le sue priorità la coop di via Burzagli. Ne temiamo un ridimensionamento o, peggio ancora, un progressivo abbandono. La nostra contrarietà, da questo punto, di vista è netta. Non solo in relazione ai conseguenti problemi occupazionali e di mobilità ma anche in rapporto alla domanda dei cittadini, in modo particolare di quelli anziani, di Montevarchi. Questo negozio è in centro e, nonostante le sue dimensioni, possiamo dire che assolve al compito di un negozio di vicinato".

Da qui gli incontri del sindacato con l'amministrazione comunale e la sezioni sezi coop. "Auspichiamo chiarezza da parte di Unicoop - concludono Ricci, Ligori e Scala. Chiarezza sul futuro del punto vendita di via Burzagli e sull'occupazione".


27 ottobre 2009

Cgil Arezzo


18 dicembre 2010

PROCLAMAZIONE SCIOPERO IN COOP ESTENSE



Contratti integrativi difficili


I lavoratori di Coop Estense verso lo sciopero



È passato circa un mese dalla interruzione della trattativa e Coop Estense ha sprecato molte energie nello spiegare ai lavoratori che il sindacato non ha mai fatto proposte durante i circa due anni di negoziato ed ha rifiutato l’aumento d’orario per 600 lavoratori e la stabilizzazione per ulteriori 300 addetti.

I lavoratori sanno che non è così, e sanno che questi due anni sono trascorsi perché il tavolo è stato interrotto dal lungo periodo dedicato alla trattativa per l’acquisizione dei Carrefour in Puglia, e perché il sindacato si è trovato costantemente di fronte a richieste aziendali tali da rendere il confronto un vero e proprio calvario.
 
Nell’ultimo incontro la rottura della trattativa è stata provocata dall’insistenza dell’azienda nel proporre la trasformazione del salario collettivo in salario totalmente individuale calcolato attraverso la scheda di valutazione. Su questo tema, come su altri, il sindacato, per proseguire la trattativa, ha formulato una proposta alternativa, che accoglie parzialmente l’istanza aziendale senza distruggere il salario collettivo, Coop Estense non l’ha neanche presa in considerazione.
 
Nel precedente comunicato unitario il sindacato si è reso disponibile a riprendere il confronto se impostato su pari dignità e quindi ripartendo dalla proposta presentata sul salario nonché dagli altri temi compresi quelli contenuti nella piattaforma rivendicativa.
 
Non avendo ricevuto alcuna disponibilità in tal senso da parte dell’azienda, la Filcams CGIL, cogliendo il grande malcontento dei lavoratori, ritiene inevitabile proclamare fin da subito una giornata di sciopero da effettuarsi entro la fine del mese di Dicembre.



 
Roma, 17 dicembre 2010
 
p. La Filcams CGIL Nazionale
 
L. Carlini – V. Sgargi – A. Di Labio